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Eroica Fenice

Lo scarabeo d'oro: Edgar Allan Poe mago del mistero

Lo scarabeo d’oro: Edgar Allan Poe mago del mistero

Lo scarabeo d’oro è una storia d’avventura, un altro dei racconti lunghi di Edgar Allan Poe, riportato in libreria dalla Alessandro Polidoro editore nella collana I Classici.

Pubblicato per la prima volta sul settimanale di Filadelfia «Dollar Newspaper» nel 1843,  è uno dei racconti più apprezzati di Edgar Allan Poe che quarant’anni più tardi avrebbe ispirato L’isola del tesoro di Stevenson.

Un’avventura raccontata alla maniera di Poe, in cui uno dei protagonisti è il narratore, che vive parzialmente la storia, che introduce l’altro protagonista, William Lagrand, autore del ritrovamento del raro esemplare di scarabeo, da cui l’opera mutua il titolo.

Nobile ormai decaduto, William Lagrand vive sull’isola di Sullivan con un vecchio schiavo “negro” di nome Jupiter.  Un giorno trova uno scarabeo di colore oro lucente e lo affida temporaneamente al tenente G. la sera stessa riceve la visita di un vecchio amico (e narratore), e per mostrargli il prezioso ritrovamento, ne improvvisa su un foglio uno schizzo, che, inspiegabilmente, assume la forma inquietante di un teschio. Da qui Legrand sembrerà impazzire, come divorato da un’ossessione, un furore emotivo che rimanda al fanatismo.

Ma cos’è Lo scarabeo d’oro? Poe sembra suggerirci che questo insetto sfugga a un’interpretazione banalmente allegorica per diventare elemento misterico puro. Infatti la componente mistero non poteva mancare in un racconto di Edgar Allan Poe, che, con una serie di elementi ci immerge in un’atmosfera precisa, fatta di ipotesi di follia e una caccia al tesoro.

Lo scarabeo d’oro: due storie parallele

In questo racconto lungo assistiamo a due storie parallele, due grandi sequenze: quella del narratore, l’amico che si trova immischiato in un’avventura suo malgrado, e quella dell’uomo che vive appieno l’avventura, Lagrand, che funge da narratore secondario nel processo di decifrazione di un crittogramma che indica il sito di un tesoro nascosto.

Sono i due momenti del mistero: la prima è il mistero nel suo insieme, dall’attimo in cui si propone fino al termine degli eventi, nella seconda viene illustrata la risoluzione: come, cioè, il nostro protagonista è stato capace di venire a capo di quella che sembra più un’ossessione dettata dalla pazzia che un vero enigma.

Nella prima parte la carica di mistero è fortissima, proprio perché mancano gli elementi per capire cosa stia succedendo, mentre nella seconda il mistero viene svelato passo passo, con l’ausilio di codici e crittografie. Si passa, insomma, dall’astratto del mistero alla concreta presa della logica.

Poe ancora una volta dimostra essere un mago della narrazione ed attraverso questo tipo di narrazione, riesce da una parte a dosare le informazioni della storia attraverso una fitta trafila di dubbi, ripetizioni, intensificate da una paura dell’ignoto, che si rivelerà essere l’unica chiave per vivere questa esperienza misterica e d’altra parte permette al lettore, che – come il narratore – è ignaro di molti elementi necessari alla risoluzione dell’enigma, di immedesimarsi meglio nella situazione del nobile decaduto affetto da “alternarsi di umori” e “attacchi di entusiasmo”, a cui si decide di dare credibilità solo nella seconda parte.

Attraverso un intreccio perfettamente combinato in questo racconto Edgar Allan Poe ci dà una grande lezione su come indirizzare l’attenzione del lettore, mentre il mistero si costruisce pagina dopo pagina. e sembra volerci ricordare che un testo scritto, oggi come ieri, è un codice da decifrare e che la sua narrativa d’invenzione vede la compenetrazione tra entusiasmo e metodo, intuizione e razionalità.

La lettura dunque diventa un’indagine, la risoluzione di un enigma, un processo di ricerca, immaginifico quanto razionale, che mette alla prova la capacità intellettiva di ognuno di noi.

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