No-No Boy è il primo ed unico romanzo di John Kozo Okada, scrittore asiatico-americano nato a Seattle nel 1923. Il titolo è un lascito diretto del drammatico contesto bellico della Seconda Guerra Mondiale, i cui anni immediatamente successivi fanno da cornice storica alle vicende narrate nel manoscritto. Quando gli Stati Uniti entrano ufficialmente in guerra contro l’Impero giapponese, gli studi presso l’Università di Washington (che Okada è in procinto di completare) inevitabilmente non trovano la loro legittima conclusione. Nel 1942 Okada viene deportato ingiustamente insieme alla sua famiglia nel Minidoka War Relocation Center come risultato del famigerato Executive Order 9066, ed è proprio da questa dolorosa esperienza personale che attinge per la stesura di No-No Boy.
Scheda del libro No-No Boy
| Caratteristica | Dettaglio |
|---|---|
| Titolo originale | No-No Boy |
| Autore | John Kozo Okada (1923 – 1971) |
| Anno di prima pubblicazione | 1957 |
| Contesto storico | Stati Uniti (Seattle) dopo la Seconda Guerra Mondiale |
| Tematiche principali | Identità nippo-americana, campi di internamento, trauma, mascolinità, pregiudizio razziale |
Indice dei contenuti
Contesto storico degli Yes-Yes e No-No boys

All’alba dell’attacco a Pearl Harbor nel dicembre del 1941, gli immigrati giapponesi residenti negli Stati Uniti passano ufficialmente e tragicamente da “discrete riserve per la manodopera a basso costo” a “impellente minaccia per la sicurezza della Nazione”. L’anno successivo, il Presidente Franklin D. Roosevelt, con l’emanazione del severo Executive Order 9066, richiede e impone la rimozione e ricollocazione forzata dei cittadini di discendenza giapponese. Sei mesi dopo, circa 122.000 uomini, donne, bambini, immigrati e cittadini americani vengono prelevati dai loro luoghi di dimora e segregati in campi di internamento – dieci vaste aree strategicamente individuate in posizioni remote e isolate, dal perimetro recintato e da guardie armate a presidiare costantemente il sito.
È il 1943 quando la War Relocation Authority comincia a far circolare tra i prigionieri di sesso maschile a partire dai 18 anni un particolare e insidioso questionario, meglio conosciuto in seguito come il Loyalty Oath (Giuramento di Fedeltà). Lo scopo è quello di fare una cernita tra i tester a seconda del livello di “giapponesità” e “americanità” dei soggetti e così deciderne arbitrariamente il destino in base alle risposte date. In questo giuramento di fedeltà obbligatorio, due domande presentano un peso politico nettamente maggiore delle altre:
Domanda 27: Sei disposto a prestare servizio nelle forze armate degli Stati Uniti in servizio di combattimento, ovunque ti venga ordinato?
Domanda 28: Giurerai fedeltà incondizionata agli Stati Uniti d’America e difenderai fedelmente gli Stati Uniti da qualsiasi attacco da parte di forze straniere e nazionali, e rinuncerai a qualsiasi forma di fedeltà o disobbedienza all’imperatore giapponese o a qualsiasi altro governo, potere o organizzazione straniera?
Sebbene profondamente riluttanti nel servire uno Stato che li ha spogliati di ogni diritto costituzionale, circa 30.000 Nisei (la seconda generazione di americani con discendenza giapponese) convengono che rispondere “yes-yes” sia il modo più veloce ed efficace per lavarsi via di dosso lo status infamante di “nemici alieni” e vestirsi finalmente del patriottismo che, agli occhi del governo, poco li contraddistingue. La risposta affermativa ad entrambe le domande garantisce un posto di diritto nel 442nd Regimental Combat Team e, per chi ha deciso di servire militarmente la patria, nel post-guerra si bea e crogiola dei benefici e della gloria che l’atto di fedeltà gli ha procurato. In direzione diametralmente opposta, rispondere “no-no” ammette implicitamente lo stereotipo governativo e rafforza il pregiudizio razziale di “animali di una razza diversa”, confinando i disertori della Patria a due anni di dura reclusione aggiuntivi e rilegandoli all’ultimo gradino della scala sociale.
Nel 2017, all’Hawaii International Film Festival, è stato presentato un commovente film documentario in onore del 442nd Regimental Combat Team, divenuto poi uno dei battaglioni più decorati dell’intera storia militare americana.
Sviluppo del romanzo e attori sociali
È esattamente in questo crudo contesto che si snoda la complessa vicenda di Ichiro Yamada, il principale personaggio attorno al quale John Okada romanza l’esperienza asiatico-americana in No-No Boy. Ichiro ha 25 anni e la città di Seattle gli ha dato i natali, il che lo rende per inalienabile diritto di nascita cittadino americano, ma la sua discendenza è di evidente origine giapponese. Alle due spinose domande del giuramento di fedeltà ha risposto “no-no” ed è appena di ritorno da due anni di campo di internamento e due di prigionia federale.
La realtà della Seattle a cui viene riportato è confusa tanto quanto il suo precario stato emotivo, che traspare chiaramente dal modo in cui la trama viaggia su due rette apparentemente parallele, che non sembrano suggerire un punto di coesione nel futuro prossimo. Nello spazio pubblico della Nazione, i nippo-americani cercano disperatamente di plasmare la propria identità sulla base dei valori eteronormativi della società bianca americana, marginalizzando di rimando i no-no boys in un complesso fenomeno di gerarchizzazione intrarazziale. Nell’intimità domestica, un Ichiro alienato e ossessivo si tormenta e si odia perché sente di essere “una cosa terribilmente incompleta” e compiange l’occasione mancata di indossare con onore l’uniforme e provare la propria mascolinità, in quanto poco e niente invoca lo spirito del patriottismo americano – che è considerata cosa da uomini – come prestare servizio nell’esercito.
Ichiro è chiaro fin da subito con se stesso: se ha risposto “no” alle due domande del giuramento di fedeltà, ed è perciò l’antieroe protagonista di No-No Boy, è solo a causa di sua madre. La signora Yamada è l’agente psicologico che intercede per lui, lo imbocca di una furia nazionalista (giapponese) che tuttavia Ichiro non riesce ad ingoiare e, rimanendogli di traverso, lo pone in un doloroso limbo in cui coesistono il desiderio di omologarsi alla massa americana e il bisogno viscerale di rigettarla.
La conclusione a cui arriva il protagonista è matematica: se solo si fosse arruolato, se solo avesse avuto il coraggio di non assecondare il cieco volere di sua madre, se solo si fosse imposto quel tanto che bastava per dire “yes-yes”. E alla fine Ichiro non sa che cosa lo spinge a distruggere irrimediabilmente quella parte di se stesso che sarebbe potuta diventare intera se avesse risposto “sì”; ma scegliendo di non arruolarsi si preclude ogni minima possibilità di incarnare il massimo ideale di mascolinità americano. Il rimpianto e il disprezzo che si trascina dietro a fatica pervadono tutta la lunghezza del romanzo, evincendosi in potenti figure letterarie di divisione, negazione, vuoto e amputazione spirituale.
In No-No Boy è la costante presenza della mancanza a qualificarsi come strumento di misura per una corretta condotta patriottica del corpo asiatico-americano. Attraverso il sacrificio fisico del veterano di guerra è possibile provare agli altri attori sociali un concetto di identità maschile che esige continue conferme performative, e tale privilegio sociale è incarnato dal personaggio di Kenji Kanno. Kenji ha risposto “yes-yes” al giuramento di fedeltà e questo lo rende a tutti gli effetti un eroico veterano di guerra. Di fatto, però, lo rende anche disabile e ciò lo costringe a guidare saltuariamente fino a Portland per sentirsi dire rassegnato dai medici che la sua condizione non migliora affatto e che necessita di amputazioni sempre più frequenti.
La guerra gli ha tolto una gamba e lo costringe ad aggiustare le consuete attività quotidiane attraverso degli ausili, ma in compenso gli ha anche dato “una medaglia, una macchina, una pensione statale e perfino un’educazione”. No-No Boy è un romanzo che si costruisce su un evidente binarismo che trova la sua massima e tragica espressione nel rapporto tra Ichiro e Kenji. Disponendo di un corpo integro che non porta addosso i simboli visibili di una mascolinità eroica, Ichiro sposta l’oggetto del suo desiderio emulativo su Kenji, e Kenji si bea della presenza di Ichiro e ricerca in continuazione la sua compagnia – perché entrambi sono intimamente rotti, a modo loro, e non riescono a funzionare da soli nella società del dopoguerra.
Oltre l’analisi: il fallimento iniziale e la riscoperta letteraria

La maniera maniacalmente realistica, cruda e onesta in cui è riportata l’esperienza della comunità nippo-americana è sia un pregio che un temporaneo difetto commerciale per No-No Boy di John Okada. Ad oggi, il romanzo conserva un posto di assoluto diritto nei pilastri della letteratura classica asiatico-americana, ma al tempo della sua prima pubblicazione (nel 1957) non ha riscosso lo stesso immediato successo. Il libro è scomparso quasi immediatamente dalle librerie, rimanendo sepolto e dimenticato sotto manoscritti di stampo diverso per più di due decadi, e rinvenuto in seguito solo dopo la morte prematura e solitaria di Okada a soli 47 anni.
Nella commovente prefazione dell’edizione 2014 del libro, la scrittrice Ruth Ozeki in forma epistolare scrive direttamente all’autore scomparso:
«Probabilmente non sai nemmeno quanto il tuo romanzo sia stato rivoluzionario. Quando fu pubblicato, nel lontano 1957, probabilmente pensavi che fosse un fallimento colossale. […] I pochi critici che si sono scomodati a recensirlo l’hanno praticamente stroncato. Si sono lamentati del tuo “pessimo inglese” e hanno detto che non fosse letteratura. Anche i nippo-americani rifuggivano da esso. Sembra che ne fossero imbarazzati, il che ad oggi sembra folle, ma in retrospettiva suppongo di riuscire a capire il perché. […] Quando il tuo libro fu pubblicato, i nippo-americani erano impegnati a tenere la testa bassa, ad assimilarsi e a lavorare per diventare la “minoranza modello” dell’America degli anni ’50. È comprensibile. Erano stati radunati e mandati nei campi di prigionia nel deserto. Avevano perso le loro case, i loro affari e le loro comunità. Avevano sofferto e volevano solo andare avanti. No-No Boy è stato radicale, ma era troppo avanti ai suoi tempi. Era arrabbiato e crudo. Toccava nervi scoperti e apriva ferite non rimarginate. Gli ricordava di un passato doloroso che volevano dimenticare e quindi lo rifiutarono in blocco. […] Probabilmente hai trascorso quegli anni dopo la pubblicazione a pensare a cosa fosse accaduto, rimuginandoci nella tua testa, cercando di capire perché il tuo libro non fosse stato in grado di attirare lettori. In un certo senso, questo deve averti spezzato il cuore, e immagino sia così perché non ne hai mai scritto un altro. […] Solo la narrativa ha il potere di porre quelle domande che riportano il passato in vita e di registrarlo in tutta la sua vibrante confusione e complessità. Tu l’hai fatto, John Okada. Colmando le lacune del passato, hai contribuito a completare il nostro presente. In questo modo, con questo libro coraggioso, hai contribuito a rettificare il mondo.
Sinceramente tua,
Ruth Ozeki»
Fonte immagine di copertina: Penguin Publishing Group

