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Alberto Mancinelli e Tutto l'amore che c'era | Intervista

Alberto Mancinelli e Tutto l’amore che c’era | Intervista

Alberto Mancinelli, musicista e cantautore siciliano, ha mosso i primi passi nel mondo della musica negli anni ’90 nella band Electric Bayons con la quale ha partecipato ad importanti rassegne e festival di musica emergente come il Tavagnasco Rock e Ritmi Globali a Treviso.

In seguito allo scioglimento del gruppo, Alberto Mancinelli non si è fermato ed ha continuato a scrivere e comporre musica. Tutto l’amore che c’era, disco autoprodotto e pubblicato il primo Marzo dello scorso anno, è la prova tangibile della passione di Alberto che ha riarrangiato, grazie alla regia musicale di Antonio “Don Antonio” Gramentieri, alcuni brani scritti venti anni fa, affiancandoli a delle tracce nuove di zecca.

Alla realizzazione del disco hanno contribuito anche le percussioni di Piero Perelli e Denis Valentini, la voce di Elisa Ridolfi, le tastiere di Nicola Peruch e il violino di Vicki Brown.

Composto da 10 tracce, il disco presenta un’elegante scelta musicale, dieci ballad caratterizzate da influenze country e blues, passando anche per sonorità più rock. Un piccolo album dei ricordi costruito da Alberto Mancinelli con disincanto ma anche con un pizzico di malinconia e tenerezza.

Intervista ad Alberto Mancinelli

Tutto l’amore che c’era è il tuo ultimo album. Cosa rappresentava e cosa rappresenta adesso questo amore per te?

L’idea d’amore descritta nelle dieci canzoni che compongono l’album non è necessariamente legata a una relazione sentimentale o a persone specifiche. In queste canzoni si parla di amore per dei luoghi in cui s’è vissuto o soltanto immaginati, per un’utopia, per una vita che si è sognata. Sono cartoline dal passato, infatti molte di queste canzoni sono state scritte anche vent’anni fa. Adesso le guardo con un misto di tenerezza e distacco.

Come è nata quest’idea di dare una nuova veste musicale a canzoni come Lentamente, È meglio andare e Il gesto?

Avevo registrato queste canzoni molti anni fa in altri progetti musicali. Ma non mi avevano mai convinto gli arrangiamenti di allora. Le ho riprese per farle suonare in maniera più convincente. Poi avevo notato che erano tutte legate da un filo impercettibile di amore per qualcosa. E così le ho messe insieme ad altre canzoni più recenti che avevano uno stile e un sentimento abbastanza simile.

Come avete lavorato tu e Antonio Gramentieri “Don Antonio” al disco, qual è stata la ricerca musicale?

Mi sono fidato del suo intuito, del suo grande talento e della sua enorme conoscenza musicale. Abbiamo gusti e visioni molto simili. Parliamo un linguaggio musicale che ci accomuna. Ho fatto ascoltare a lui le dieci canzoni nude e crude con voce e chitarra. Inizialmente pensavamo a un album più acustico e immediato.

Dopo alcuni mesi, ci siamo trovati nel suo studio di registrazione e abbiamo suonato dal vivo insieme agli altri musicisti. Dei bravissimi musicisti come Piero Perelli alla batteria e percussioni, Nicola Peruch alle tastiere, piani elettrici, hammond e synth, e la partecipazione di Elisa Ridolfi alla voce, dell’americana Vicki Brown al violino e Denis Valentini alla voce e percussioni.

Gli arrangiamenti venivano fuori in maniera molto istintiva dopo poche prove. E ci piaceva molto quello che suonavamo. Così siamo riusciti a colorare di più queste canzoni restando comunque fedeli all’immediatezza e alla spontaneità dei suoni.

La tua carriera musicale è iniziata più di 25 anni fa con gli Electric Bayons. Cosa puoi raccontarci di quegli anni?

Premetto che io non ho avuto alcuna carriera musicale, se per carriera musicale si intende vivere della propria musica. Ho fatto il mio viaggio con la musica, scrivendo canzoni e registrandole, esibendomi ogni anno una quindicina di volte dal vivo, partecipando e alle volte vincendo qualche rassegna musicale o festival, vendendo rare copie dei miei cd.

È vero, ho iniziato questo viaggio nei primi anni novanta. Forse allora era più facile rispetto a oggi riuscire a proporre la propria musica. Io posso parlare della mia esperienza: non ho mai avuto un’etichetta interessata alle mie canzoni e tutte le volte che ho fatto un album l’ho realizzato se potevo permettermelo economicamente. Da diversi anni è tutto più difficile anche perché grazie al web sembra che suonino tutti. Ogni giorno escono decine di dischi e, con la possibilità di accedere a tutte le musiche del mondo, la concorrenza sembra spietata e l’interesse verso la musica originale invece tende un po’a scemare. Secondo me c’è troppa musica, troppi video, troppi streaming. Una specie di overdose. E la tendenza è quella di ottenere di più da quindici secondi di visibilità tramite social, che costruire un percorso proprio maturando il proprio stile.

Adesso poi con l’esistenza dei talent show viene favorita e coltivata un’immagine della musica molto fuorviante. A parer mio, deleteria e avvilente. Ma è solo il mio parere, ovvio…

Cosa puoi raccontarci invece della tua carriera dopo lo scioglimento del gruppo?

Come ho detto prima non ho avuto una carriera musicale ma ho seguito un sentiero che mi ha portato da qualche parte. Ho sempre mantenuta viva la necessità di scrivere canzoni. Una necessità intima, personale, non legata ad ambizioni particolari o a mode e tendenze. Inoltre, non sapevo fare altro, quindi…
Qualche volta ho messo insieme dei progetti con altri musicisti e ho registrato, quando ne avevo le possibilità, i miei sogni fatti di note.

Nell’ultima traccia del disco “Da qualche parte”, canti che “la solitudine a volte è un coltello sporco in gola”, cosa vuol dire?

Quella è una citazione da una poesia di Kenneth Patchen, poeta americano morto nei primi anni settanta. Credo che l’immagine descriva bene la condizione esistenziale dell’uomo. Siamo tutti quanti soli e facciamo di tutto per liberarci da questa sensazione opprimente o di rimuovere le spiacevoli emozioni che a volte questa consapevolezza ci dà. In realtà viviamo con quel coltello sporco puntato in gola. Magari è sporco di ruggine o di sangue, ma non possiamo farci niente. Il coltello è sempre là a ricordarci chi siamo e come stiamo.

 

Fonte immagine: Macramè – Trame comunicative.

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