Zuccarino Rehab: nuovo disco, nuova suite e modi agrodolci di pensare al suono

Quella di Graziano Zuccarino, in arte Zuccarino Rehab, è sempre stata una ricerca personale in bilico tra il pop e la psichedelia, tra la soluzione popolaresca e fuori pista estetici davvero interessanti ma che forse, almeno in questo disco, avrebbe dovuto coltivare con più coraggio. Ecco il nuovo disco dal titolo “Suite numero due – Catena”, lavoro di appena 6 brani ma assai intensi, ricchi di contenuti che questa volta abbracciano temi di storia: l’invasione dei saraceni sulle coste del mediterraneo nel 1500 e il rapimento di Domenica Catena… poi il dialetto abruzzese che non è tanto un contorno ma anzi un cuore pulsante di tutta l’impianto narrativo. E anche quando suona l’inciso da piazza rionale della festa di quartiere il nostro riesce a metterci dentro un sapore anni ’70 di quel fascino quasi “indiano” che aveva la musica di allora. Un sapore agrodolce insomma…

Partiamo da questo Rehab… che storia ha questo moniker?

È uno scherzo che faccio ai miei musicisti. Mi sento una sorte di sciamano che riabilita tutti quelli che suonano la mia musica…E loro ci credono! Ma in realtà sono io che in ogni nuovo lavoro, aggiungo un tassello alla mia di riabilitazione…

Ascoltando la tua musica ho sempre pensato alla poca luce, a tonalità scure di colori. È una mia sensazione?

Se parliamo di colori, hai centrato in pieno il concetto che voglio esprimere. Nella mia tavolozza ci sono quelle tonalità di colore che si usano per fare i chiaroscuri, nei quadri di pittori introspettivi e un po’ mistici…

E sei anche assai poco incline all’esposizione sfacciata della tua immagine. Forse ti porti dietro la cultura e quel certo modo di stare in scena che si sfoggiava negli anni ’90. Come ti rapporti invece alle nuove normalità?

Posso dire che la mia immagine la preferisco oggi a vent’anni fa. Nel tempo ho imparato ad accettarmi per quello che sono, e le numerose serate passate sui palchi a suonare, mi hanno insegnato molto. I giovani oggi, hanno un linguaggio e un modo di fare differente dalla nostra, ma comunque efficace…

E restando sul tema, parlando proprio di suono digitale? Che rapporto hai con queste frontiere e come hanno inciso sul disco?

Ho sempre sperimentato con tutto quello che mi capita a tiro. Nel mio studio ci sono sia strumenti acustici che digitali, tastiere analogiche e campionamenti moderni, ma se non ci sono le idee, tutto tace. In questo lavoro, abbiamo semplicemente suonato chitarre, bassi e batterie, con una generosa grattugiata di voci…

Come e quanto le restrizioni hanno colorato la scrittura o la realizzazione del tutto?

Durante il lock down, abbiamo avuto una fitta corrispondenza, tra scambi di files e idee sugli arrangiamenti da portare poi in studio di registrazione. Non nego di avere avuto paura di non riuscire a terminare il progetto, ma alla fine tutto si è risolto per il meglio e la riabilitazione anche questa volta si è compiuta…

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