6 febbraio: Giornata contro le Mutilazioni Genitali Femminili

6 febbraio: Giornata contro le Mutilazioni Genitali Femminili

Una pratica dannosa, sintomo della disuguaglianza di genere presente nelle culture di alcuni paesi dell’Africa e dell’Asia.

A partire dal 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito, per il 6 febbraio, la Giornata Internazionale contro l’Infibulazione e le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF). Le Mutilazioni Genitali Femminili riguardano tutti quei procedimenti che coinvolgono la rimozione, totale o parziale, degli organi genitali femminili esterni. Questa pratica viene eseguita principalmente su bambine e adolescenti e, sebbene diffusa principalmente in 30 Paesi dell’Africa e dell’Asia (come Eritrea, Guinea, Egitto, Mali, India e Pakistan), rappresenta una problematica universale. Infatti, questa usanza è comune anche in alcuni Paesi dell’America Latina. Non sono da escludere, inoltre, l’Europa occidentale, l’America del Nord, l’Australia e la Nuova Zelanda dove le famiglie immigrate continuano a rispettare questa tradizione. Le Mutilazioni Genitali Femminili non vengono applicate per scopi di natura medica o per motivi terapeutici, bensì per motivi legati alla cultura e alle credenze tradizionali dei popoli che le praticano e possono ledere fortemente la salute psichica e fisica di bambine e donne che ne sono sottoposte. Per questo motivo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si impegna per l’eliminazione di queste pratiche dannose.

6 febbraio: Giornata Internazionale contro l’Infibulazione e le Mutilazioni Genitali Femminili

Rischi e cause di una pratica di sottomissione del genere femminile.

L’Infibulazione e le Mutilazioni Genitali Femminili rappresentano la manifestazione di una profonda e radicata disuguaglianza di genere, che domina le società in cui sono praticate. Esse rientrano nell’ambito del controllo socioculturale del corpo e del piacere femminili da parte della comunità patriarcale delle donne su cui vengono effettuate. Infatti, le mutilazioni sono praticate affinché le giovani crescano controllabili, remissive e sottomesse e risultino accettate all’interno del gruppo sociale di cui sono parte al fine di conservarlo. In alcune società è considerata un rito di passaggio, in altre è un prerequisito per il matrimonio o è attribuita a credenze religiose. In altre parole, questa usanza costituisce un simbolo identitario. Queste pratiche sono eseguite in età differenti a seconda della tradizione: per esempio in Somalia si praticano sulle bambine, in Uganda sulle adolescenti, mentre in Nigeria veniva praticato, addirittura, sulle neonate.

Sono numerose le complicazioni e le gravissime conseguenze, a breve e lungo termine, sulla salute sul piano psicofisico di coloro che sono soggette a questa usanza: il rischio immediato è quello di emorragie, a volte mortali, infezionishock, mentre a lungo termine si possono verificare cisti, difficoltà nei rapporti sessuali, e diventa alto il rischio di morte nel parto sia per la madre sia per il nascituro. Inoltre, impedisce alle donne di procurarsi piacere in modo autonomo. Le pratiche di circoncisione genitale, a vari livelli, sono dunque invasive, non necessarie, pericolose, dolorose e assai traumatiche, poiché vengono recise parti sane dell’apparato riproduttivo femminile, cosa che può portare facilmente a complicazioni di natura igienico-sanitaria nel breve e lungo periodo e, nei casi più estremi, alla morte per dissanguamento o shock per via del dolore. Il tipo di mutilazione varia a seconda della regione e della comunità d’origine. L’ OMS distingue quattro forme di mutilazione genitale femminile:

Tipo I (clitoridectomia): asportazione parziale o completa del clitoride esterna e/o del prepuzio clitorideo.

Tipo II (escissione): asportazione parziale o completa del clitoride esterna e delle piccole labbra vaginali con/senza asportazione delle grandi labbra vaginali.

Tipo III (infibulazione o «circoncisione faraonica»): restringimento dell’orifizio vaginale con creazione di una chiusura ottenuta tagliando e riposizionando le piccole labbra e/o le grandi labbra, con o senza ablazione della clitoride.

Tipo IV: tutte le altre forme che mutilano gli organi genitali femminili per ragioni di ordine non medico, come ad es. la puntura o la perforazione degli organi genitali interni ed esterni.

L’impegno mondiale contro l’Infibulazione e le Mutilazioni Genitali Femminili. 

Nel 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la risoluzione 67/146, proclamando il 6 febbraio come la Giornata Internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF): Zero Tolleranza per le MGF e chiedendo di intensificare gli sforzi globali per porre fine alle MGF. Sebbene le MGF siano riconosciute a livello internazionale come una violazione estrema dei diritti e dell’integrità delle donne e delle ragazze, si stima che circa 68 milioni di ragazze in tutto il mondo rischiano di subire questa pratica prima del 2030. A partire dal 2008, il Programma Congiunto UNFPA-UNICEF sulle Mutilazioni Genitali Femminili conduce il più grande piano mondiale per accelerare l’eliminazione delle MGF. Negli anni, questa partnership ha raggiunto notevoli obiettivi. Ad esempio, più di 2,8 milioni di persone hanno partecipato a dichiarazioni pubbliche sull’eliminazione delle MGF. Inoltre, il numero di comunità che hanno istituito strutture di sorveglianza per seguire le ragazze è raddoppiato, proteggendone 213.774.

Alcuni dati registrati negli ultimi anni sono notevolmente incoraggianti, come, ad esempio, l’adozione da parte di 19 Paesi africani di una legge di proibizione della pratica e di piani d’azione volti a farla conoscere e ad accrescerne l’efficacia. Oppure l’adozione da parte degli Stati membri dell’Unione Africana, nel 2003, di uno strumento sovranazionale di contrasto della pratica attraverso l’adozione del Protocollo di Maputo, che all’art. 5 bandisce le MGF come violazione dei diritti fondamentali delle donne, concetto poi ripreso anche nella Convenzione di Istanbul del 2011, pietra miliare nella lotta contro ogni forma di violenza su donne, ragazze e bambine.

I progressi, dunque, ci sono, ma procedono troppo lentamente. A questi ritmi, secondo l’Agenzia Onu Unfpa, occorre attendere il 2074 per il dimezzamento del fenomeno. Diviene fondamentale, pertanto, accelerare in questa direzione per cercare di rispettare il più possibile, anche attraverso l’impegno del Goal 5, la tabella di marcia dell’Agenda Onu per lo sviluppo sostenibile che si pone l’obiettivo dell’eradicazione della pratica entro il 2030. Vietare ovviamente è importante, ma non basta: è necessario un approccio ad ampio spettro in quanto le MGF hanno tutta una serie di ricadute sulle vittime, non solo a livello fisico ma anche psichico. È importante proseguire anche sulla strada della consapevolezza per far comprendere a donne e uomini, attraverso una intensa attività informativa e di sensibilizzazione, che le conseguenze delle MGF sulla salute fisica e psicologica delle proprie figlie sono devastanti. Anche per questo motivo è stata istituita, il 6 febbraio, la Giornata Internazionale contro l’Infibulazione e le Mutilazioni Genitali Femminili. Tutta la comunità internazionale ha il dovere morale di eliminare questa pratica esecrabile, un fenomeno globale che necessita di una mobilitazione globale, dai governi ai rappresentanti della società civile.

Fonte immagine: Pixabay. 

 

 

A proposito di Alessandra Nazzaro

Nata e cresciuta a Napoli, classe 1996, sotto il segno dei Gemelli. Cantautrice, in arte Lena A., appassionata di musica, cinema e teatro. Studia Filologia Moderna all'Università Federico II di Napoli.

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