I social media e la società riflessa

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Prima socium, poi socio, poi società, sociale, social media. Come in ogni analisi è sempre in nuce che si trova di ogni cosa la natura più significativa dell’esito finale, perché è quella che fa dipendere le altre. I social non riflettono tanto il concetto di società quanto l’originaria espressione esteriore di esso: l’alleanza.

Descrivere i contesti sociali in toto, si sa, è sempre come dipingere un paesaggio naturale di monti, colline, mare e qualsiasi altra cosa il mondo dia a disposizione per complicare la faccenda. Non è così, però, per l’uomo invischiato in esse. Egli vive senza alcun interesse verso le sfumature che lo circondano seguendo, più che la versatilità del mondo, una bussola che segna una strada fissa.

Il social network è specchio laterale non della cooperazione tra individui della società, che implicherebbe la costituzione di un macrogruppo; è piuttosto riflettore della chiusura in microgruppi rigidamente guidati da religioni legittimate dall’aggregazione collettiva. È sempre stato così, i radicalismi esistono dalla notte dei tempi: laddove c’è un oceano ci sarà sempre chi per fanatismo dovrà scendere fino al fondale per l’ebbrezza di soffocare. E ci sarà sempre chi per fanatismo e assenza di colore assumerà quella direzione cromatica. Morbosa unilateralità umana.

La società di oggi, fra radicalismi e “egocentrismi” sui social media

Ciò che distrugge le grandi stagioni culturali della storia umana non sono però i meccanismi suddetti, perché è cosa normalissima che nell’anatomia umana prima o poi diversi componenti saranno colti da qualche morbo. Portatrice della distruzione è la libertà di violenza dei radicalismi: lo spazio sconfinato compresso in uno smartphone che lo riflette solo a grandi distanze rende difficile che ci sia vergogna in chi scrive ‘Impiccatelo’, ‘fucilatelo e gettate la salma nell’oceano‘, ecc. nei commenti di un articolo di cronaca nera riferendosi al criminale protagonista. Radicalismi anche questi: lo chiamerei ‘il partito della violenza’.

Verrebbe da credere che un barlume di giustificazione sia da concedere al pensiero comune indignato per la cronaca nera: no. No, perché un altro carrello di distruzione è l’appiattimento del pensiero di chi, avendo un credo a cui essere fedele ciecamente, appiattisce in maniera speculare nel rapporto soggetto-oggetto – egocentrismo? – ogni aspetto della realtà. La bussola indica la violenza. O l’ignoranza-arroganza di parlare di qualsiasi cosa pur non sapendone nulla. La bussola indica tutto. Unilateralmente. Ognuno fa ciò che la propria ‘Bibbia’ dice. Combattete: è cominciata l’era della sopravvivenza.

About Ciro Piccolo

Nato il 15 ottobre del ’97, fin da piccolo ho sempre mostrato una propensione a mettermi in mostra, in maniere diverse, molto spesso malsane; ad esempio, sparire – paradosso – è annoverato nel repertorio. Però ho sempre ritenuto ci fosse qualcosa di più interessante da scrivere che di me, me, me, me, me; oggi lo faccio spesso, per sembrare un monumento imponente e non il vero me impotente. Sarà anche per quella strana forma giovanile di orgoglio verso il dramma, che accumula in grumi di sangue detriti di finzione per l’accettazione di chi ti sta intorno, come se ti dicessi ‘devo dimostrare d’essere così come dice che non sono’, diventando ciò che appunto non sei, snaturandoti e facendo sì che scoppi il tuo egocentrismo nella forma più sbagliata. È per questo che parlo sempre di me, me, me, me, me. Che egocentrico avrà già detto chi è arrivato fin qui. E ben venga, perché voglio che sia così. Vorrei mi chiamassi Cristo Velato, leggendolo come declamazione. Così: ‘Cristo Vela-to’.

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