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Eroica Fenice

Jonathan Galindo

Jonathan Galindo: la nuova challenge mortale sul web

Dopo i noti fenomeni del “black web”, quali “Blue Whale” nel 2016 e “Momo Challenge” nel 2018, sembra che una nuova pericolosa challenge online si stia diffondendo sui social network: si tratta di “Jonathan Galindo”, il nuovo gioco della morte, che indurrebbe i giovanissimi utenti ad atti di autolesionismo.

Dopo aver fatto la sua comparsa sulle testate giornalistiche italiane in estate, il pericolo “Galindo” torna a seminare ansia e timore tra i genitori, in seguito al suicidio di un ragazzino di 11 anni, avvenuto a Napoli lo scorso 30 settembre. Il messaggio raccapricciante lasciato dalla giovane vittima ai genitori prima di compiere il gesto estremo induce la Procura di Napoli ad avviare indagini per comprendere se effettivamente sussista un nesso tra il suicidio e la nuova challenge mortale, che stavolta vestirebbe il volto di Jonathan Galindo: «Mamma, papà vi amo, ma devo seguire l’uomo col cappuccio». Queste le inquietanti parole, che lasciano presagire il ritorno sul web di nuove impressionanti figure, che si servirebbero della vulnerabilità dei più giovani per attaccarli e spingerli ad atti inconsulti.

Ma cosa o chi è Jonathan Galindo?

Jonathan Galindo. Cos’è e come nasce la maschera

L’ultima sinistra incarnazione delle “sfide mortali” sul web, diffuse particolarmente tra i giovani utenti dei social network, assume il nome di Jonathan Galindo. Del vecchio Blue Whale riprende il gioco autolesionista e di Momo Challenge la personificazione inquietante: in questo caso, una maschera rappresentante l’immagine di una specie di Pippo della Disney, dal sorriso sinistro e sul capo un cappuccio nero (come descritto dal ragazzino suicida di Napoli). Tale personaggio adescherebbe le sue giovani vittime (dai 10 ai 15 anni di età) richiedendone l’amicizia sui diversi profili social, da Facebook a Tik Tok. Una volta accettata la richiesta, l’arbitro della challenge esordirebbe con un messaggio privato in chat: «Vuoi fare un gioco?». Secondo alcune testimonianze, Galindo cercherebbe di approcciare alle vittime spaventandole, dimostrando di conoscerne il domicilio e anche l’indirizzo IP. Una volta adescate, entrerebbero in un circuito, dal quale sembrerebbe non sussistere possibilità di scampo: nel gioco proposto vengono lanciate sfide (le challenge appunto) e prove di coraggio, che sfociano in comportamenti autolesionisti, giungendo anche al suicidio. I ragazzini entrano pertanto in una spirale di paura e vero e proprio lavaggio del cervello, fino a un punto di non ritorno.

Ma chi c’è dietro lo pseudo volto di Jonathan Galindo? Il suo nome esplode sul web nell’estate 2020, ma già nel 2017 comincia a farsene menzione, con epicentro di ricerche in America Latina. Il rinnovato interesse poi al suo nome si deve al suo successo su Tik Tok di un utente registrato nel 2019 come “jonathangalindo54”. Da quel momento, cominciano a proliferare account con nomi simili, così che Galindo, nell’estate 2020, si conferma come un fenomeno “creepypasta”, ossia una leggenda metropolitana online a sfondo macabro, con l’associazione alle challenge online che ricordano i già citati Blue Whale e Momo. Ma proprio come per Momo, il macabro travestimento nulla ha a che fare con la sfida della morte. Il volto di Jonathan Galindo infatti è una delle tante maschere realizzate da Sammy Catnipnik, conosciuto sui profili social anche con gli pseudonimi di Samuel Canini e Dusky Sam, un videomaker americano, ideatore di personaggi fantastici ed esperto di effetti analogici (come le maschere appunto). Intorno al 2012 crea la famosa maschera “Larry LeGeuff”, lo pseudo Pippo della Disney, dai tratti ambigui, che nel 2017 diventerà Jonathan Galindo. Ma il creatore della maschera non si collega all’esplosione in web della challenge mortale, dissociandosene e dichiarando di denunciare chi utilizzasse quell’immagine per scopi psico-macabri. Tuttavia in poco tempo Galindo comincia a generare psicosi nei genitori preoccupati per la diffusione di un fenomeno che sembra minare la sicurezza dei ragazzi.

Jonathan Galindo. Pericolo reale o leggenda metropolitana?

Nell’era dell’assuefazione alla tecnologia e della dipendenza dall’uso smodato e distorto dei social network, soprattutto da parte degli utenti più giovani, il web può divenire un reale pericolo. La pedofilia dilaga e i rapporti possono assumere fosche tinte, perché molti sono i profili e le identità fasulli creati per adescare vittime, plagiandole nella psiche e nei comportamenti.

Nel caso dell’esplosione delle challenge online, il pericolo può risiedere dietro al creatore di Blue Whale, così come dietro Momo o Jonathan Galindo, ma può agire indisturbato sotto altre spoglie, apparentemente innocue magari, eppure instabili e sinistre.

Ricordiamo come Blue Whale ha cominciato a fare vittime in Russia, prima di giungere in Italia, causando un’epidemia di suicidi e comportamenti autolesionisti. La Momo Challenge si è servita invece di una particolare e inquietante immagine, la foto di una statua creata da un artista giapponese, rappresentante un “ubume”, creatura mitologica, ossia lo spirito di una donna morta durante il parto. Si giunge poi a Jonathan Galindo, che torna a terrorizzare e seminare panico, a causa del suo pericoloso approccio alle vittime via web. Ma ciò che la storia e l’esperienza nella società contemporanea del XXI secolo insegnano, è che tali fenomeni divengono davvero pericolosi nel momento in cui i media trattano l’argomento in maniera acritica e crogiolandosi nel sensazionalismo. Non si nega l’effettiva minaccia di questi terrificanti giochi online, ma è errato creare e diffondere l’illusione di un nesso tra suicidi e istigazione online al suicidio da parte di profili deviati. In tal modo non si fa altro che favorire l’ostensione del fenomeno – ossia l’esposizione dello stesso, rendendo reali leggende in potenza -, che però non è certamente il solo a dilagare in internet. Molte le maschere per nulla note, che nascondono menti e volti raccapriccianti. E in qualsiasi momento il pericolo virtuale può divenire reale.

L’invito dunque è quello di prestare attenzione particolare nell’approccio in web, nell’accettare richieste d’amicizia e nel fornire informazioni e dati personali a qualsivoglia sconosciuto. Una sorta di «non accettare caramelle dagli sconosciuti», monito che oggi dovrebbe tornare imperante per rendere più sicuro l’approccio online dei giovani.

Tramite le sempre nuove piattaforme, come Tik Tok, tutto diventa virale in breve tempo, e un contenuto comincia ad essere condiviso milioni di volte, attirando su di sé i riflettori. La miglior risposta consisterebbe nell’ignorare ciò che non può realmente e concretamente interessare, evitando di precipitare in una spirale di caos, disinformazione ed effettivo pericolo. Bisogna comprendere come l’alto tasso di suicidi si registra a prescindere da qualche gioco perverso, all’interno di gruppi dediti al macabro e all’esoterismo.

Jonathan Galindo dunque, come prima Blue Whale e Momo Challenge, si inserisce nella lista dei panici virtuali, che servono in realtà a dare un volto ai pericoli del web: quelli autentici e concreti sono senza dubbio il cyberbullismo, l’anonimato dei malintenzionati, la pedofilia e lo stalking online. Questi i nei dell’universo tecnologico, che rischiano l’interazione malata tra sfera virtuale e quella reale. Riconoscerli non è cosa semplice, ma certamente risulta fuorviante costruire maschere, che celino abominio e terrore, per poterli identificare ed evitare.

Per concludere, è quanto mai necessario procedere con cautela nell’esprimersi e giudicare un fenomeno di cui, tra l’altro, si conosce ancora poco: voci discordanti, fake news, smentite e caos. L’identità di Jonathan Galindo è esplosa negli ultimi mesi e, a parte poche testimonianze, non ci sono state ulteriori denunce allarmanti collegate alle challenge online. È giusto non lasciare nulla al caso, ma allo stesso tempo è doveroso evitare di ingigantire notizie che, per l’elevata mediaticità, potrebbero istigare la comparsa di nuovi emulatori perversi. Perché dietro ai tanti profili creati non si nasconde un’unica persona.

In definitiva, è necessario stare in guardia, evitando di scivolare nella psicosi e saltare a conclusioni certe, quando scarse risultano ancora le fonti riportanti le notizie del nuovo macabro fenomeno virtuale, che rende oggi Jonathan Galindo uno, nessuno e centomila.

 

Fonte immagine: Pixabay.

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