Ogni volta che si parla di femminicidi, stupri e molestie, accanto all’indignazione emerge puntualmente sui social media un’obiezione: “Not All Men”, ovvero “non tutti gli uomini sono così”. Questa frase, spesso preceduta da un “mi dispiace, MA…”, è diventata un ritornello che solleva domande importanti: è davvero necessario specificarlo? E cosa significa la contro-risposta, “Yes, All Men”?
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“Not All Men” vs “Yes, All Men”: il significato in sintesi
Le due espressioni rappresentano i poli opposti di un dibattito complesso sulla responsabilità individuale e collettiva.
Espressione | Cosa intende comunicare |
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“Not All Men” (Non tutti gli uomini) | Difende l’individuo dalla generalizzazione, sottolineando che non tutti gli uomini sono violenti o sessisti. Lo scopo è prendere le distanze. |
“Yes, All Men” (Sì, tutti gli uomini) | Non intende dire che tutti gli uomini sono stupratori, ma che tutti gli uomini (e la società) beneficiano o partecipano, anche passivamente, a una cultura patriarcale che permette la violenza di genere. |
Perché “Not All Men” è una risposta problematica?
La risposta è semplice: nessuno pensa davvero che ogni singolo uomo sia uno stupratore o un assassino. La frase “Not All Men” è problematica per due motivi principali:
- Sposta l’attenzione: in un discorso che dovrebbe essere centrato sulla vittima e sul problema sistemico della violenza di genere, questa obiezione reindirizza il focus sull’ego ferito degli uomini che non si sentono rappresentati. Mette la necessità di difendere la propria reputazione individuale al di sopra della discussione sulla sicurezza delle donne.
- Nega il problema culturale: insistendo sul caso singolo, si ignora il fatto supportato dai dati che la violenza di genere non è una serie di incidenti isolati, ma il risultato di una cultura patriarcale. È una cultura in cui il possesso, il controllo e la svalutazione della donna sono ancora radicati.
La contro-argomentazione: cosa significa “Yes, All Men”
La risposta “Yes, All Men” non è un’accusa letterale. È una provocazione che serve a riportare l’attenzione sul problema culturale. Il punto non è che tutti gli uomini commettono violenza, ma che tutti, in modi diversi, contribuiscono a perpetuare il sistema che la rende possibile. La “cultura dello stupro” non è fatta solo da chi stupra, ma anche da chi:
- Rimane in silenzio: come Ryan nel film Una donna promettente, che assiste a uno stupro e non interviene.
- Minimizza o giustifica: facendo battute sessiste, commentando in modo inappropriato il corpo di una donna o giustificando un’aggressione con frasi come “se l’è cercata”.
- Protegge i colpevoli: come nel recente caso di cronaca del magistrato indagato per aver aiutato un calciatore accusato di revenge porn.
- Educa in modo sbagliato: trasmettendo l’idea che la gelosia sia “amore” o che i commenti sessisti siano “normali”.
La responsabilità collettiva
Nessuno mette in dubbio che “non tutti gli uomini” siano violenti. Ma il punto di “Yes, All Men” è che tutti hanno un ruolo nel mantenere o smantellare la cultura che porta un uomo a pensare che una donna sia di sua proprietà. La responsabilità è collettiva, e inizia dal riconoscere il problema senza sentirsi attaccati personalmente.
I versi della canzone Not all men di Morgan St. Jean riassumono perfettamente il punto di vista di chi subisce le conseguenze di questa cultura:
“We all know that it’s not all men
But it’s some of them
So we hold our breath
[…] Blame our clothes and it’s not all men
But it’s all women”(“Sappiamo tutti che non sono tutti gli uomini / Ma sono alcuni di loro / E allora tratteniamo il respiro / […] Danno la colpa ai nostri vestiti e non sono tutti gli uomini / Ma siamo tutte noi donne [a subirne le conseguenze]”)
Fonte immagine: Pexels
Articolo aggiornato il: 29/08/2025