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Eroica Fenice

Alceo e Saffo

Alceo e Saffo, storia di un possibile amore

Alceo e Saffo risalgono a quella che è denominata “lirica monodica”, una poesia sviluppatasi intorno al VI secolo a.C. nell’isola di Lesbo, di fronte alla Troade. Un luogo meraviglioso, abitato da stirpi eoliche provenienti dalla Tessaglia, dalla Locride e dalla Beozia, che dominarono culturalmente molte città del territorio Cumano.

Siamo di fronte a una lirica caratterizzata, dal punto di vista metrico, dall’isosillabismo (un numero costante di sillabe) e da una convergenza di sistemi strofici di distici, tristici e tetrastici, che evidenziano una minore elasticità sonora rispetto, ad esempio, al giambo o alla lirica corale. A partire dall’800, alcuni studiosi hanno ipotizzato che le forme linguistiche della lirica monodica, in particolare quella di Saffo, possano ricondurre a espressioni indoeuropee: in alcuni casi, infatti, il sostrato omerico è quasi assente.

Lesbo fu la terra madre della poesia lirica. Secondo la leggenda tramandataci dal poeta ellenistico Fanocle, la testa del cantore Orfeo (che era stato decapitato dalle donne di Tracia) fu spinta dal mare fino alle spiagge di Lesbo, e qui sotterrata. E ancora, si narra che il poeta Terpandro, vissuto nel VII sec. a.C., fu l’inventore della lira a sette corde e della codificazione del “nomos”, un’antichissima forma di inno dedicato al dio Apollo. Infine, il poeta “itinerante” Arione, nato a Metimna, un centro molto attivo dell’isola, rese celebre il genere della tragedia e riformulò il ditirambo dionisiaco.

Alceo nacque in una famiglia aristocratica e fu implicato, insieme ai suoi fratelli, nelle controverse vicende di Mitilene, fino alla caduta del tiranno Melancro e alla presa del potere di Mìrsilo. Ai danni di quest’ultimo, il giovane Alceo aveva ordito, con altri, una congiura e, una volta scoperta, fu costretto all’esilio nella città di Pirra. Solo alla morte del despota fece ritorno in patria, dove morì in tarda età, occupato solo dall’incombenza di versare un unguento sul «capo, che ha sofferto tanto».

Dal punto di vista poetico, Alceo nasce nell’ambiente dell’eterìa: il ricorrente tema simposiaco ha un’assoluta valenza rituale poichè il passaggio di mano in mano tra i convitati della coppa di vino piena fino all’orlo rappresenta il fluire di una “simpatia”, di un comune sentire in una specifica situazione che poteva riferirsi ad avvenimenti storici particolari (come la morte di un tiranno) o qualcosa di più generico (come la sensazione di arsura che provoca il troppo caldo dell’estate).

Secondo il Colonna, «Alceo è il combattente esemplare, l’uomo di parte che tutto sacrifica al suo ideale politico». I suoi versi sono caratterizzati, infatti, dalla preoccupazione per la patria, ma anche dall’amore per i giovani putti, mai melenso, e (durante la vecchiaia) dalla celebrazione «dell’unico amico che non lo ha mai tradito, che lo ha sorretto nei momenti più tristi, senza nulla chiedere: il frutto inebriante di Dioniso!».

Il corrispettivo femminile dell’ambiente di Alceo è il mondo di Saffo. Il tiaso saffico, infatti, non era molto diverso dall’eterìa di Alceo: si trattava di una comunità di donne e ragazze che veneravano Afrodite; Saffo ne era la maestra-guida nell’insegnamento dell’intreccio di ghirlande e nel drappeggio delle vesti. Molte volte, la poetessa dedicava maggiori attenzioni ad una o un’altra giovane: nel fr.1, ad esempio, implora Afrodite di consigliarle come conquistare il loro amore, che definisce «la cosa più bella che ci sia sulla terra nera». Ci sono giunti soltanto 200 frammenti dell’opera di Saffo, in cui troviamo una vasta e curata varietà metrica, linguistica e tematica, al punto che il critico Thovez disse che avrebbe restituito tutta la letteratura latina in cambio di un solo verso di Saffo.

Saffo era originaria di Eresos, di famiglia aristocratica, e (a causa delle lotte politiche tra i vari tiranni che allora si contendevano il dominio di Lesbo), per una decina d’anni fu costretta all’esilio in Sicilia, probabilmente a Siracusa o ad Akragas. La Suda dice che Saffo sposò un certo Cercila di Andros, nota probabilmente falsa e tratta dai commediografi; ma dal marito ebbe una figlia di nome Cleide, a cui dedicò alcuni teneri versi. Gli antichi furono concordi nell’ammirare la sua maestria poetica: Solone, suo contemporaneo, dopo aver ascoltato in vecchiaia un carme della poetessa, disse che desiderava due sole cose: impararlo a memoria e morire.

Per la bellezza dei suoi componimenti poetici e della conseguente notorietà acquisita presso gli ambienti letterari dell’epoca, Saffo fu oggetto di vere e proprie leggende, riprese e amplificate nei secoli a venire, specie nel momento in cui, a partire dal XIX secolo, la sua poesia divenne paradigma dell’amore omosessuale femminile, dando origine al termine “saffico”. Fu il poeta Anacreonte, vissuto una generazione dopo Saffo (metà del VI secolo a.C.), ad accreditare la tesi che la poetessa nutrisse per le fanciulle che nel tiaso educava alla musica, alla danza e alla poesia un amore omosessuale: secondo la tradizione, fra l’insegnante e le fanciulle nascevano rapporti di grande familiarità, talora anche sessuale. Tale pratica non era affatto immorale nel contesto storico e sociale in cui Saffo viveva: infatti, per gli antichi Greci l’erotismo si faceva canale di trasmissione di formazione culturale e morale nel contesto di un gruppo ristretto, dedicato all’istruzione e alla educazione delle giovani. Saffo compose degli epitalami, struggenti canti d’amore, per le sue allieve destinate a nozze, e questo ha lasciato supporre un innamoramento anche con componenti sessuali. In realtà è presumibile che Saffo, comunque affezionata alle sue allieve, li abbia scritti poiché le vedeva destinate ad un triste destino: lasciavano infatti l’isola dove si trovavano, dove erano accudite e felici, per andare nella casa dei loro mariti, da cui non sarebbero uscite quasi mai.

La letteratura antica testimonia, anche se in maniera controversa, di un legame biografico fra Alceo e Saffo, e di una presunta passione dell’uomo per la donna. Alceo le avrebbe dedicato i seguenti versi: «Crine di viola, eletta, dolceridente Saffo», riportati nel secolo II da Efestione nel suo Manuale di metrica. Da tali versi, per autoschediasmo, sarebbe stata desunta l’esistenza di un amore tra i due poeti. Da riconoscere è che Alceo conobbe effettivamente la poetessa, prima che questa fosse costretta a fuggire al seguito della famiglia.

Tra i due, esisteva una differente interpretazione della figura di Elena di Omero. Alceo la condanna in modo irreversibile perché la giudica fedifraga e adultera, non soltanto del marito, ma anche di valori etici e sociali. La lealtà al marito e alla patria erano i due valori fondamentali della mentalità omerica. Saffo, invece, giustifica e perdona la donna perché, vittima di Afrodite, scelse la cose più bella, cioè il suo amore, scatenando la guerra.

[Fonte immagine: WikiPedia, voce: Alceo]

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