Amore e Psiche: dal mito a Leopardi

Amore e Psiche: dal mito a Leopardi

La fiaba è tra i generi più antichi e suggestivi della letteratura. Quella di Amore e Psiche, tra le più celebri, dimostra che si tratta di una forma letteraria ben più complessa di una semplice storia da raccontare ai bambini.

C’era una volta…iniziano sempre così le fiabe, in un tempo e in un luogo talmente indefiniti da poter essere il tempo e il luogo di tutti. E infatti, sin dagli esordi della letteratura, continuiamo a raccontarcele, e a raccontarle, perché alla fine – immaginazione e soprannaturale a parte – le fiabe parlano della vita.

«Le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo di destini che possono darsi a un uomo e a una donna», ha spiegato Italo Calvino nella prefazione alle sue Fiabe italiane. Gli auspici della giovinezza, i divieti imposti dagli adulti, l’infrazione del divieto – quel rito di passaggio che rende veramente adulti –, l’allontanamento da casa, la maturità, le difficoltà e la bellezza come fine ultimo di ogni cosa, l’amicizia, la grazia ricevuta, la fedeltà, la morale e l’inevitabile incomprensione del senso nascosto di tutto, ma anche la sostanziale unità del tutto in questo vortice inafferrabile e insondabile che è il destino dell’uomo; in poche parole «l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste». Tutte queste non sono soltanto funzioni costanti della fiaba, come le definì Propp nei suoi studi di narratologia, ma fasi della stessa vita, quella vera.

Eppure in questo universo insondabile, le fiabe dimostrano che un senso c’è sempre, fosse anche soltanto il senso meraviglioso del racconto. La parola fiaba, troppo spesso confusa con la più concisa e didascalica favola, deriva dal verbo fari ossia parlare, raccontare, proprio perché nasce come racconto tramandato oralmente. Accostato, da molti studiosi, ai primitivi riti di iniziazione che precedevano l’ingresso di un giovane in una comunità, le origini del genere sono una vexata quaestio che non è ancora del tutto risolta. Tra le fiabe più note e più antiche, c’è un racconto, o meglio una novella, che complica ulteriormente la faccenda, a tratti confermando e a tratti smentendo le teorie elaborate nei secoli. Questa fiaba è Amore e Psiche di Apuleio, che è un po’ mito, un po’ fiaba, seppur sia spesso definita – impropriamente – favola. La verità è che il testo apuleiano è talmente complesso, che illudersi di poterlo ricondurre ad un’unica chiave interpretativa è impensabile.

Amore e Psiche: mito o fiaba?

La fiaba di Amore e Psiche è una storia nella storia, la più ampia e significativa tra quelle contenute nel magnus opus di Apuleio, le Metamorfosi; del romanzo intero, la novella costituisce anche il nucleo artistico ed etico.

Apuleio, autore di origine africana vissuto nel II d.C, dimostra qui di saper gestire magistralmente i tanti fili del racconto, un groviglio senza precedenti di temi, storie e narrazioni già note al pubblico e da lui rielaborate. La storia principale è quella di Lucio che si ritrova nella pelle di un asino dopo un incantesimo non andato a buon fine e che, per riacquisire le sue fattezze umane, dovrà ingraziarsi il favore della dea Iside mangiando delle rose. Ha inizio, così, per lui un percorso pieno di insidie e prove da superare.

Il racconto è intriso di rimandi religiosi e filosofici, iniziatici e folklorici e simbolicamente il percorso a ostacoli di Lucio è quello di ogni uomo, alle prese con il lungo e lento processo di maturazione.

Della fabula di Lucio, Amore e Psiche riproduce la struttura, le tematiche e la finalità. Anche Psiche, dopo aver infranto il divieto di guardare il volto dell’amato Amore, è costretta a superare una serie di prove imposte da Venere prima di arrivare al fianco degli dei e di raggiungere l’immortalità. La sua curiositas viene punita e in questo il cammino iniziatico di Psiche ha molto in comune con altri personaggi del mito, come Ulisse e Orfeo.

Se per componente religiosa e personaggi, il racconto è stato spesso assimilato al mito, a ben vedere spicca la presenza di caratteristiche che rimandano al genere della fiaba: le sorelle antagoniste, il divieto e l’infrazione dello stesso, l’allontanamento da casa dei protagonisti, la presenza del magico e del soprannaturale, il Palazzo incantato, il lieto fine e il classico Erant in quadam o C’era una volta. A chi, in questo caso, vuole provare a separare col setaccio gli elementi del mito da quelli della fiaba, si rammenta l’affermazione dell’antropologo francese Nicole Belmont secondo il quale la fiaba altro non è che «l’ultima forma nella quale la produzione mitica è ancora sopportabile per l’uomo civilizzato». 


Leopardi rilegge Amore e Psiche

Di Amore e Psiche è stato detto tanto, in ogni epoca. Psiche, il cui nome parla da sé (“respiro vitale” e poi “anima” per i greci), è stata associata all’anima e, di conseguenza, il suo percorso accostato a quello dell’anima umana che, abbandonandosi alle passioni, si allontana dal suo obiettivo e deve essere messa alla prova per rendersi degna della salvezza. Questa stessa teoria è stata rielaborata dal padre della Chiesa Fulgenzio che, nel V d.C., ha riletto la fiaba in chiave allegorica e cristiana. Giovanni Boccaccio, nel Trecento, ha rivisto tra le righe il percorso ascensionale e faticoso che l’anima razionale deve affrontare per giungere alla contemplazione di Dio e alla beatitudine celeste. Freud ne ha dato una lettura psicologica, associando Amore e Psiche alle due forze dirompenti dell’uomo, l’eros e la ragione, in contrasto tra loro ma, in fin dei conti, necessarie l’una all’altra.

Poco conta che tutti questi elementi fossero del tutto estranei ad Apuleio e al suo mondo.

L’interpretazione che forse potrebbe reclamare una certa universalità e una certa plausibilità, fosse anche soltanto per il fascino che esercita, è quella di Leopardi.

Nello Zibaldone del 10 febbraio 1821, Giacomo Leopardi scrive di aver ritrovato nella fiaba di Amore e Psiche la conferma di quella sua teoria secondo cui la volontà di conoscere oltre ciò che naturalmente ci viene disvelato è causa di infelicità. Per il recanatese, infatti, tutta la vita dell’uomo tende alla felicità, o meglio al suo desiderio; questo desiderio per definizione è infinito e non può essere appagato da piaceri finiti ed effimeri. Da questo deriva che l’unica fonte di felicità per l’uomo risiede nell’immaginazione e nell’illusione, facoltà che permettono di assaporare l’infinito. Va da sé che anche l’illusione in cui Psiche resta fino al momento in cui decide di scoprire l’identità dell’uomo che la ama e la protegge è fonte di una sua iniziale felicità; felicità infranta dalla presunzione di conoscere più di quanto le sia concesso.

Per dirlo con le parole di Leopardi (Zibaldone, 637-638): «Io non soglio credere alle allegorie, né cercarle nella mitologia o nelle invenzioni dei poeti o credenze del volgo. Tuttavia la favola di Psiche, cioè dell’anima che era felicissima senza conoscere e contentandosi di godere, e la cui infelicità provenne dal voler conoscere, mi pare un emblema così conveniente e preciso, e nel tempo stesso così profondo della natura dell’uomo e delle cose, della nostra destinazion vera su questa terra, del danno del sapere, della felicità che ci conveniva; che, unendo questa considerazione al manifesto significato del nome di Psiche, appena posso discredere che quella favola non sia un parto della più profonda sapienza e cognizione della natura dell’uomo e di questo mondo».

La fiaba, a volte ridotta a elemento esornativo del romanzo di Apuleio, diventa in questa prospettiva il frutto di una profondissima conoscenza dell’uomo e della vita, un monito a godere della felicità che ci conviene, senza guardare al di là delle Colonne d’Ercole, o al massimo limitandoci a immaginare che cosa potrebbe esserci. Per Leopardi la storia di Psiche diventa la dimostrazione ultima del fatto che «l’uomo non è fatto per sapere, la cognizione del vero è nemica della felicità, la ragione è nemica della natura. E questo è l’ultimo frutto ed apice della più moderna e profonda e della più perfetta o perfettibile filosofia che possa mai essere». 

Immagine in evidenza: wikipedia.org

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