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Eroica Fenice

Espressioni dantesche

Espressioni dantesche e la loro spiegazione: le 5 più belle e famose

La Divina Commedia, tra le opere più importanti e studiate non soltanto della letteratura italiana ma mondiale, è caratterizzata da un altissimo tasso di memorabilità: sono tantissime le terzine e le espressioni dantesche che hanno fatto scuola e sono entrate nella mente e nel cuore dei lettori, ad imperitura memoria, per la loro bellezza, la loro musicalità e per la grande attualità di versi che, sebbene scritti in pieno Medioevo, risultano ancora oggi sorprendentemente moderni, dotata com’è la Divina Commedia, come d’altronde ogni grande classico immortale, della capacità di parlare agli uomini di ogni dove e di ogni epoca, perché portatrice di verità e di valori universali.

Scopriamo dunque quali sono le più famose espressioni dantesche e la loro spiegazione

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.”
(Inferno, I, vv. 1-3)

Tra le più famose espressioni dantesche non può mancare l’incipit più memorabile della letteratura mondiale, i tre versi che danno inizio alla Commedia e al viaggio di Dante attraverso i tre regni ultraterreni. Giunto alla metà della sua vita terrena (35 anni circa), Dante si rende conto di aver smarrito la via del bene e di essersi compromesso col peccato. Il suo obiettivo sarà dunque perseguire la salvezza dell’anima, ma per farlo dovrà uscire dalla selva ed attraversare i tre regni che lo condurranno, ancora vivo, al cospetto di Dio dopo aver attraversato tutte le umane sofferenze ed essersi purgato di ogni vizio.

“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese colui de la bella persona
che mi fu tolta, e’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona
mi prese del colui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.”
(Inferno, V, vv. 100-107)

Nel famosissimo quinto canto dell’Inferno, Francesca da Rimini racconta a Dante e Virgilio le circostanze nelle quali nacque il suo amore, proibito e condannato, per il cognato Paolo, che ha condotto entrambi alla morte per mano del marito di lei (che per l’omicidio verrà punito tra i Traditori dei Parenti) e successivamente al cerchio dei Lussuriosi. L’amore nasce dall’incrocio dello sguardo tra due cuori gentili, nobili d’animo, e non lascia scampo all’amato: chi è amato, viene a sua volta colpito dai dardi d’amore e si innamora a sua volta, al punto che il sentimento non si esaurisce neppure dopo la morte: difatti Paolo e Francesca, uniti dallo stesso crudele destino, non sono stati separati neppure nella morte. L’anafora (Amor, ripetuto ad inizio verso per ben tre volte) sottolinea quello che è il motore e la causa di ogni piacere e di ogni dolore, ovvero la signoria di Amore, un Dio al quale è impossibile sottrarsi.

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.”
(Inferno, XXVI, vv. 118-120)

Con queste famosissime parole, Ulisse, relegato con Diomede tra gli Astuti e Consiglieri Fraudolenti, convinceva i suoi compagni a sfidare i limiti imposti da Dio e varcare le colonne d’Ercole, per lanciarsi alla scoperta: ciò che davvero distingue l’uomo dalla bestia è infatti la sete insaziabile di conoscenza, fonte della sua grandezza e anche della sua decadenza, difatti Ulisse ha condotto i suoi compagni e sé stesso alla morte causata dal naufragio della nave. La volontà di perseguire virtute e canoscenza è un dono di Dio (fatti non foste), ma sta all’uomo, essere finito, comprendere i propri limiti e non sfidarli.

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!”
(Pugatorio, VI, vv. 76-78)

Con questi noti e memorabili versi, Dante dava inizio nel sesto canto del Purgatorio, di argomento politico come il sesto canto di ogni cantica, alla celebre invettiva contro l’Italia, tra le più famose espressioni dantesche. Il paese è asservito alle potenze straniere, terra di conquista e di dolore, abbandonato dal suo imperatore e perciò flagellato continuamente da guerre intestine, coperto di vergogna dalla corruzione della Chiesa di Roma, ormai del tutto interessata ai poteri temporali più che a quelli spirituali. Il tema del rapporto tra Chiesa ed Impero era già stato sviluppato nella Monarchia, opera politica fortemente osteggiata e messa al bando perché, contraddicendo la donazione di Costantino, teorizzava che all’Imperatore spettasse la guida temporale e al Papa quella spirituale, e che dunque questi non fosse autorizzato ad alcuna ingerenza in ambito politico.
Questi versi hanno avuto una forte risonanza nella letteratura italiana e hanno dato inizio alla tradizione delle liriche civili italiane, da Petrarca a Leopardi.

“A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa
L’amor che move il sole e l’altre stelle”
(Paradiso, XXXIII, vv. 142-145)

Con questi memorabile versi, Dante conclude non soltanto l’ultima cantica ma l’intera Commedia. Dante si trova nell’Empireo, fuori dal tempo e dallo spazio, un luogo di luce ed amore. Ivi si compie la visione di Dio, esperienza inenarrabile che Dante non riesce a riportare in umane parole (l’alta fantasia qui mancò possa), riconoscendo in Dio, visione che appaga lo spirito e la volontà, l’Amore che tutto muove, la fonte di ogni bellezza e desiderio, la meta del suo viaggio e del viaggio di ogni creatura.

Foto di: loveombra su Pixabay.

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