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Eroica Fenice

La teoria del piacere

La teoria del piacere di Giacomo Leopardi

La teoria del piacere di Giacomo Leopardi

Nel luglio 1820 Giacomo Leopardi dedica poco meno di venti pagine a quella che lui stesso chiama, in maniera esplicita, «teoria del piacere». Le riflessioni costituiscono un piccolo saggio filosofico steso nell’arco di dodici giorni – dal 12 al 23 a differenza delle altre annotazioni, che hanno una data giornaliera, confluite nello Zibaldone, opera pubblicata postuma tra il 1898 e il 1900 a cura di Giosuè Carducci.

La Teoria del piacere, cos’è

Il ragionamento leopardiano prende inizio dall’idea che esista, in qualsiasi essere umano, un divario incolmabile fra l’aspirazione «al piacere, ossia alla felicità» (r. 5) che «non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza» (rr. 6-7) e il raggiungimento effettivo di questo mediante i «piaceri» finiti ed effimeri che offre la vita reale.

Egli scrive: «Il fatto è che quando l’anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, e non un tal piacere; ora nel fatto trovando un piacere particolare, e non astratto, e che comprenda tutta l’estensione del piacere, ne segue che il suo desiderio non essendo soddisfatto di gran lunga, il piacere appena è piacere, perché non si tratta di una piccola ma di una somma inferiorità al desiderio e oltracciò alla speranza».

Secondo Leopardi, il desiderio del piacere può essere soddisfatto soltanto ricorrendo all’immaginazione; quanto più questa è presente nell’uomo, tanto più egli sarà felice. Tuttavia – continua il poeta recanatese – l’immaginazione «non può regnare senza l’ignoranza, almeno una certa ignoranza come quella degli antichi» – che vivevano in simbiosi con la natura, ed erano dunque capaci di illudersi – o dei fanciulli. Gli uomini moderni si sono invece messi alla ricerca del vero, hanno voluto raggiungere la civilizzazione e, in questo modo, sono venuti a contatto con la vanità delle pie illusioni, il male, il dolore.

Per questo, Leopardi insiste sul carattere illusorio e vano del piacere; esso è una chimera, una condizione inarrivabile, e la sola realtà possibile è quella della noia, ossia il vuoto esistenziale: «Che cosa è la noia? Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo ed il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto».

La teoria in altre opere di Leopardi

La teoria del piacere è affidata non solo allo Zibaldone, ma anche ad alcuni dialoghi delle Operette morali e ad alcune poesie dei Canti.

Nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, per esempio, Leopardi afferma come la felicità stia – più che nell’immediato presente – soltanto nel passato e nel futuro, e sia veicolata dai ricordi e dalla speranza. La possibilità di godere di un desiderio è il massimo a cui l’uomo può aspirare. Il piacere si identifica come «un subbietto speculativo, e non reale; un desiderio, non un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir meglio, un concetto, e non un sentimento».

Ancora, nella celebre canzone Il sabato del villaggio il poeta descrive, nella prima parte, una scena di vita quotidiana in un paese dove gli abitanti si preparano ansiosi all’arrivo della domenica, giorno di festa: una “donzelletta” porta in mano «un mazzolin di rose e di viole» (v.4); la “vecchierella” siede sui gradini e racconta alle vicine della sua vita da giovane; i contadini rientrano dai campi; i bambini giocano festosi. Nella seconda parte, però, egli denuncia il carattere illusorio dell’attesa: il piacere – che ciascuno degli abitanti aspetta impaziente – non arriverà mai; al suo posto, la domenica porterà noia e tristezza («diman tristezza e noia / recherà l’ore» vv. 40-41). Leopardi allarga poi la sua riflessione alla vita: la giovinezza è il tempo in cui si attende con ansia l’arrivo dell’età adulta, proprio come si fa alla vigilia per il giorno di festa che arriverà; tuttavia, il passaggio alla maturità è tutt’altro che privo di dolore. L’attesa del piacere – riprendendo la celebre massima di Gotthold Lessing – si rivela, per il teorico del pessimismo, essa stessa il piacere. Non resta, dunque, che invitare il fanciullo a godere delle illusioni infantili e a non affrettare la crescita: «Godi, fanciullo mio; stato soave, / stagion lieta è cotesta. / Altro dirti non vo’; ma la tua festa / ch’anco tardi a venir non ti sia grave».

Rispetto a questa conclusione, quella de La quiete dopo la tempesta è anche più dura: rivolgendosi alla natura matrigna, il Leopardi chiede se l’unico e solo piacere a cui l’uomo può aspirare è quello di trovare la «quiete», cioè la pace, dopo le pene inflitte dalla «tempesta»: «son questi i doni tuoi, / questi i diletti sono / che tu porgi ai mortali. Uscir di pena / è diletto fra noi. / Pene tu spargi a larga mano; il duolo / spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto / che per mostro e miracolo talvolta / nasce d’affanno, è gran guadagno».

Fonte immagine: Wikipedia

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