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Eroica Fenice

profeta di Kahlil Gibran

Il profeta di Kahlil Gibran, recensione

Kahlil Gibran stupisce ancora oggi con  il suo Il profeta

«Tutte le nostre parole sono solo briciole che cadono dal banchetto della mente». (da Il profeta di Kahlil Gibran)

Il profeta dello scrittore libanese Kahlil Gibran è una raccolta di “poesie in prosa” pubblicata nel 1923 a New York dall’editore Knopf. Il profeta cui allude il titolo è Almustafa, ospite nella città di Orphalese, dove ha atteso ben dodici anni prima che una nave proveniente dal paese natale lo riconducesse tra luoghi a lui noti.  

Nel prologo il profeta si strugge perché tanti sono gli anni che ha trascorso a stretto contatto con questa popolazione e in questi luoghi, all’inizio sconosciuti e per questo inospitali. «Lunghi furono i giorni di dolore vissuti dentro le sue mura, e lunghe furono le notti in solitudine; e chi può lasciare il suo dolore e la sua solitudine senza rimpianto?», pensa l’uomo discendendo verso il porto della città e iniziando fin dalle prime righe del libro un dialogo con il lettore che si fonderà su sententiae e frasi scarne che ricordano le sure del Corano.

Al momento della partenza il popolo di Orphalese, riunitosi intorno al profeta, non vuole lasciare partire il “nostro figlio e nostro amato”, “il mezzogiorno nel nostro crepuscolo” e chiede ad Almustafa, impaziente di partire con la nave amica, di trasmettere loro la tua verità, di rivelare loro ciò che è stato a lui rivelato e che intercorre nello spazio tra la vita e la morte.

Kahlil Gibran, un vero incantatore e seduttore di folle ne “Il profeta”

Si aprono, quindi, una serie di domande e di risposte: ogni abitante della città chiede al profeta di parlare di argomenti quali il matrimonio, la preghiera, l’amore, l’amicizia, la morte, la colpa, il bere, il lavoro, il donare…Le risposte del profeta avvengono attraverso metafore tratte dal mondo naturale e analogie con testi non solo sacri quali la Bibbia (soprattutto i Vangeli) e il Corano, ma anche con testi poetici e narrativi.

E così i due sposi devono cantare e danzare insieme, ma ciascuno deve essere solo «come le corde di un liuto, che sono sole, anche se vibrano per la stessa musica»; la preghiera dei boschi e dei mari (in una sfera inaspettatamente panteistica) è sconosciuta agli uomini, ma ciascuno può scoprirla nel proprio cuore; l’amore, assimilato ad un uccello dalle morbide penne che nascondono una spada, «basta all’amore» (e viene in mente la frase: «L’amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé» tratta dal Discorso sul Cantico dei Cantici di San Bernardo); gli amici non devono riempire il vuoto di ciascuna persona, ma essere presenti nei momenti del bisogno («il vostro amico è i vostri bisogni esauditi») e Friedrich Nietzsche, di cui Gibran studiò il pensiero quando si interessava di arte con Auguste Rodin a Parigi nel 1908, avrebbe detto inoltre che «un amico deve essere un maestro nell’arte di indovinare e nell’arte di tacere».

Ma il tema principale (e primo) di quello che qualcuno ha definito “un breviario per laici” è quello dell’amore con un immediato richiamo al primo comandamento cristiano dell’amarsi l’un l’altro: ogni lavoro è inutile se privo di amore (e ciascuno deve essere degno di donare e strumento del donare: ad esempio, se si costruisce una casa, lo si deve fare come se dovessero andare ad abitarci persone care); ogni colpa deve essere valutata con il metro dell’amore (le metafore della donna infedele da giudicare anche in base all’affetto provato dal marito e della pietra angolare, non meno importante della pietra collocata più in basso nelle fondamenta, rinviano al Nuovo Testamento); la morte, vissuta dopo una vita di opere d’amore, è da accettarsi come esperienza non spaventosa, infatti l’unica esperienza esistenziale veramente fondamentale per il musulmano è quella di Allah, il dio che il credente teme, cui è profondamente devoto e che ammira («il vostro timore della morte è come il tremito del pastore davanti al re la cui mano posa su di lui per onorarlo. Non è forse contento il pastore, sotto quel tremito, perché potrà fregiarsi del segno regale?»).

Il libro costituisce, rinviando al pensiero sia orientale che occidentale, lo specchio della personalità dell’autore, “un vero incantatore e seduttore di folle, un cittadino del mondo (come si direbbe oggi), una sintesi perfetta di Oriente e Occidente (libanese di origine, visse negli Stati Uniti praticamente per tutta la vita), ma soprattutto un ineguagliabile maestro spirituale che visse intensamente la vita”, come lo ha definito Francesco Medici, che ha curato e tradotto una delle recenti edizioni de Il Profeta, oggi diffuso in oltre 20 lingue.

Fra i molteplici adattamenti del libro, il film di animazione The Prophet, presentato al Festival di Cannes nel 2014, rappresenta uno dei tentativi più riusciti di far conoscere anche ai più giovani il testo del libanese. Ogni episodio è diretto da un regista diverso con Roger Allers, (noto soprattutto per Il re leone), a occuparsi della cornice e realizzato da nove fra i nomi più importanti dell’animazione (fra questi, i fratelli Brizzi, autori di Babar e di programmi televisivi Disney, e Tomm Moore, fumettista e illustratore candidato all’Oscar per il film d’animazione The Secret of Kells): tutti sono nati da quasi 700 disegni che hanno messo in luce i tanti stili fusi in un unico progetto.

Al termine della lettura de Il profeta, anche la visione del film contribuisce a dar vita a tutte quelle immagini naturali e spirituali cui Almustafa allude nel libro, rendendo al meglio quanto lo stesso autore ha detto del proprio capolavoro: «Non sto tentando di scrivere poesia. Sto cercando di esprimere pensieri. (…) desidero che sia il pensiero a rimanere impresso» e quanto lo stesso lettore ha potuto assorbire, rimanendo affascinato dal misticismo delle sue parole.


Il profeta, Kahlil Gibran

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