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Fotografi famosi: 10 nomi da conoscere

Fotografi famosi: 10 nomi da conoscere e approfondire

Fotografi famosi a cui ispirarsi, ne abbiamo scelti 10!

Scattare una bella foto non è cosa semplice. Non basta infatti apprendere la tecnica che consente di realizzare uno scatto in maniera corretta, bisogna anche riuscire a produrre un’immagine che comunichi qualcosa e dunque coinvolga chi la osserva. Tutte le foto che negli anni hanno lasciato un segno hanno ottenuto successo soprattutto per questo motivo.

Riuscire a sfruttare il potere evocativo e narrativo della fotografia è cosa solo da artisti veri. Sono tanti i maestri che hanno fatto la storia della fotografia. Impossibile citarli tutti, tuttavia esistono alcuni nomi che un appassionato di questa meravigliosa arte non può non conoscere.

Proponiamo dunque qui un breve elenco di fotografi famosi, dai quali si può solo imparare.

Procediamo per genere: dalla fotografia di guerra al ritratto, dalla fotografia di moda alla fotografia di strada, passando per la fotografia sociale e la fotografia pubblicitaria.

Fotografi famosi – Fotografia di guerra: Robert Capa

Apriamo la nostra carrellata con il più celebre fotografo di guerra, Robert Capa, al secolo Endre Ernő Friedmann.

Capa, nato a Budapest nel 1913, era di origini ebraiche. Iscritto al Partito Comunista locale, dovette lasciare l’Ungheria perchè coinvolto in alcune proteste contro il governo di destra. Pertanto si trasferì a Berlino, dove visse per qualche tempo. Fu proprio nella capitale tedesca che  avvenne l’incontro con la fotografia. Con l’avvento del nazismo, nel 1933, Capa fu però costretto a lasciare anche questa città.

A vent’anni si rifugiò a Parigi. Facendo fatica a trovare un lavoro, accettò di recarsi in Spagna per documentare la guerra civile in corso. Fu proprio durante il suo soggiorno in Spagna che nacque l’idea di adottare lo pseudonimo Robert Capa, scelto un po’ per scimmiottare il nome del celebre registra Frank Capra, un po’ per adottare un nome neutro a cui attribuire i lavori suoi e della sua compagna Gerda Taro, la quale poi, sempre in Spagna, perse la vita in un tragico incidente.

Durante la sua seppur breve carriera, Capa ha realizzato numerosi reportage, documentando cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina (1954). Inoltre, il fotografo ungherese ha documentato lo svolgersi della seconda guerra mondiale a Londra, nel Nordafrica e in Italia, in particolare lo sbarco in Normandia dell’esercito alleato e la liberazione di Parigi.

Era un fotografo audace, sempre in prima linea in ogni guerra, a tal punto da perdere la vita proprio su un campo di battaglia, mentre fotografava. Aveva solo 40 anni, era  il 22 maggio 1954, si trovava in Indocina. Morì per aver inavvertitamente calpestato una mina.

La foto più conosciuta di Capa è quella del miliziano colpito a morte, risalente al 1936. Lo scatto fu realizzato a Cordova e ritrae un soldato dell’esercito repubblicano, con addosso una camicia bianca, nel momento in cui viene colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti. Quest’immagine – pubblicata per la prima volta sulla rivista francese Vu il 23 settembre del 1936, poi su Regards il mese dopo – è senza dubbio la più famosa fotografia di guerra. L’istantanea ottenne però la fama mondiale solo dopo essere apparsa sulla rivista americana Life, il 12 luglio 1937.

Concluso il conflitto spagnolo Capa passò poi a seguire la Seconda guerra mondiale, in particolare lo sbarco degli Alleati in Sicilia e poi quello in Normandia. In Normandia, in particolare, il fotografo ungherese riuscì ad effettuare degli scatti dal centro degli scontri, scatti storici che, tuttavia, sono andati perduti. Un tecnico di laboratorio, infatti, ne distrusse la gran parte in fase di sviluppo. Di quelle foto se ne salvarono solo 11.

Street Photography: Henri Cartier-Bresson e Valerio Bispuri

Nel 1947 a New York Robert Capa fonda, assieme a David “Chim” Seymour, George Rodger, William Vandivert e Henri Cartier-Bresson  l’agenzia cooperativa Magnum, una delle più prestigiose agenzie fotografiche. E’ proprio dell’ultimo dei fotografi appena citati che vogliamo qui parlare, ovvero Henri CartierBresson, forse il fotografo più famoso della storia. Le sue foto sono infatti divenute delle vere e proprie icone e, ancora oggi, sono riconosciute a livello mondiale.

Nato a Chanteloup-en-Brie, a pochi chilometri da Parigi, nel 1908, Bresson era in un primo momento interessato alla pittura. Solo verso i 24 anni infatti si avvicina alla fotografia. Il resto è storia. Bresson si è guadagnato l’appellativo di “occhio del secolo”. Inoltre, è considerato il precursore della street photography.

Nel corso della seconda guerra mondiale il fotografo francese fu arrestato dai nazisti e finì in prigione, dalla quale riuscì poi a fuggire e ad unirsi alla Resistenza. Nel dopoguerra intraprese collaborazioni con alcune riviste di moda e, tra la fine degli anni ’40 e gli anni ‘50 realizzò importantissimi reportage recandosi in Cina, Unione Sovietica, India, Cuba, Giappone, Messico, tanto da essere considerato il padre del fotogiornalismo moderno.

Il fotografo francese è purtroppo scomparso nel 2004 in Provenza, a quasi 95 anni d’età.

“Le immagini non hanno bisogno di parole, di un testo che le spieghi, sono mute, perché devono parlare al cuore e agli occhi”, diceva Henri Cartier Bresson e lui ci riusciva perfettamente.

Fotografi famosi italiani: Valerio Bispuri

Da un grande nome del passato ad un photorepoter  moderno. Stavolta parliamo di un italiano, Valerio Bispuri, i cui lavori vale la pena conoscere.

Nato a Roma nel 1971, Bispuri, dopo la laurea in Letteratura, decide di dedicarsi alla fotografia. Reporter professionale dal 2001, colleziona collaborazioni con numerose importanti riviste italiane ed internazionali come L’Espresso, Il Venerdì, Internazionale, Le Monde, Stern.

Ha realizzato diversi reportage in Africa, in Asia, nel Middle East, ma è in America Latina che Valerio Bispuri ha lavorato maggiormente, tanto che ha vissuto per oltre dieci anni a Buenos Aires.

In America Latina il fotografo romano ha lavorato ad un progetto durato dieci anni, “Encerrados”, un reportage sulle condizioni di vita in 74 prigioni del continente, un lavoro di denuncia per mostrare le condizioni, spesso inumane, in cui versano molti prigionieri. Bispuri racconta con approccio antropologico e giornalistico una terribile realtà. Per realizzare il reportage il fotografo romano è entrato in celle di 4 mq dove vivevano anche 30 persone.

Il lavoro di Bispuri è stato esposto al Visa pour l’Image a Perpignan nel 2011, al Palazzo delle Esposizioni a Roma, presso l’Università di Ginevra, al festival di fotografia di Berlino e a Buenos Aires.

Altro importante progetto di Bispuri, portato a termine nel 2015, durato otto anni, è quello realizzato per denunciare la diffusione del consumo di Paco, una droga a basso costo che uccide migliaia di adolescenti e bambini nei sobborghi delle metropoli sudamericane.

 Il reportage sul Paco è stato  esposto a Roma, Milano e Istanbul.

Bispuri ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali: il Latin American POY 2011; il Sony World Photography Award 2013 (1st prize Contemporary Issues); il Days Japan International Photojournalism Awards 2013 e il 2014 POY (2nd prize, Feature Story Editing – Magazine)

I geni della fotografia di ritratto: Steve McCurry e Helmut Newton

Passiamo ora ad uno dei massimi rappresentanti della fotografia contemporanea, il fotoreporter statunitense Steve McCurry, maestro indiscusso della fotografia di ritratto. Non a caso,  la sua foto della “ragazza afgana”, scattata nel 1984 in un campo  profughi vicino a Peshawar, in Pakistan, è stata nominata “la fotografia più riconosciuta al mondo”nella storia della rivista National Geographic, sulla quale apparve come foto di copertina nel numero di giugno del 1985. L’immagine è stata poi utilizzata sulle brochure di Amnesty International, oltre che su poster e calendari.

L’identità della ragazza afghana è rimasta sconosciuta fino al 2002, quando McCurry e il suo team del National Geographic organizzarono una spedizione per scoprire se la donna fosse ancora in vita. Dopo mesi di ricerche ritrovarono la donna e il fotografo potè ritrarla nuovamente. Si tratta di Sharbat Gula, all’epoca dodicenne, rimasta orfana.

E’ tuttavia riduttivo parlare solo di ritratto quando si fa riferimento a Steve McCurry. Il fotografo statunitense (nato a Filadelfia il 23 aprile 1950), infatti, soprattutto lavorando per la Magnum Photos (di cui fa parte dal 1986), ha realizzato reportage di ogni genere, spaziando dalla street photography alla fotografia di guerra e dalla fotografia urbana al ritratto.

Iscrittosi inizialmente alla Penn State University per studiare fotografia e cinema, McCurry si laureerà poi in teatro nel 1974. La fotografia resta però uno dei suoi più grandi interessi. Inizia la sua attività di fotografo lavorando per il quotidiano della Penn State: The Daily Collegian. Seguiranno poi due anni di  lavoro al Today’s Post presso il King of Prussia. Successivamente il fotoreporter americano parte per l’India come fotografo freelance.

E’ stato però il servizio realizzato al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan (controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa) a donargli fama e successo. Al suo rientro, McCurry portò con sé rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti. Quelle immagini, pubblicate in tutto il mondo, hanno per prime mostrato il conflitto al mondo intero. Questo reportage è valso a McCurry la vittoria della Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad, un premio assegnato ai fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese.

Oltre a  quello afgano, il fotografo statunitense ha documentato altri conflitti internazionali, tra cui le guerre in Iran-Iraq, a Beirut, in Cambogia, nelle Filippine e la Guerra del Golfo. Le foto di McCurry sono state pubblicate sulle riveste più importanti al mondo, in particolare, il fotografo statunitense lavora spesso per il National Geographic Magazine.

I suoi lavori sono stati riconosciuti in tutto il mondo con l’assegnazione di  numerosi premi, tra cui il Magazine Photographer of the Year, assegnato dalla National Press Photographers’ Association. McCurry ha inoltre vinto per quattro anni consecutivi il primo premio al concorso World Press Photo Contest e per due volte l’Olivier Rebbot Memorial Award.

Il successo di McCurry è dovuto soprattutto alla sua capacità di concentrarsi sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo la distruzione che un conflitto imprime al paesaggio ma, soprattutto, la sofferenza che lascia sul volto umano. Come ha lui stesso dichiarato, la maggior parte delle sue foto è “radicata nella gente”. “Cerco –ha spiegato McCurry – il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.

 Helmut Newton

Australiano di origine tedesca, Helmut Newton è stato uno dei geni della fotografia di ritratto. I suoi ritratti di nudo sono oggi considerati delle opere d’arte, ma la produzione fotografica, piuttosto trasgressiva, di Newton ha sempre diviso il pubblico.

Nato a Berlino da una famiglia ebrea, Newton ha iniziato ad interessarsi alla fotografia fin da piccolo. A 12 anni acquista la sua prima macchina fotografica, e dal 1936 inizia a lavorare con la fotografa tedesca Elsie Neulander Simon, conosciuta come Ill de Yva. Nel 1938 è costretto a lasciare la Germania a causa delle leggi razziali naziste. Si rifugia a Singapore, dove lavora come fotografo per il Straits Times. Viene però internato dalle autorità britanniche di Singapore e espulso in Australia, dove arriva il 27 novembre 1940.  Una volta a Sidney, viene portato al campo d’internamento di Tatura (Victoria) dove rimane fino al 1942 dopo aver lavorato come raccoglitore di frutta. Nell’aprile del 1942 entra nell’esercito australiano come autista di camion dell’esercito. Nel 1945 cambia il suo cognome da Neustädter a Newton, pressappoco la traduzione in inglese del suo cognome tedesco.

Al termine della guerra inizia a lavorare come fotografo freelance, occupandosi  in particolare di fotografia di moda e lavorando con riviste come Playboy. A partire dalla fine degli anni cinquanta in poi si concentra sulla fotografia di moda. Trasferitosi a Parigi nel 1961, intraprende una carriera come fotografo di moda professionista, colloborando con varie riviste tra cui i magazine  Vogue, L’Uomo Vogue, Harper’s Bazaar, Elle, GQ, Vanity Fair, Max e Marie Claire e distinguendosi per il suo stile singolare, incentrato sull’erotismo. Uno stile erotico-urbano che emerge fortemente con la serie “Big Nudes” del 1980, con la quale conosce la fama.

Newton ha lavorato inoltre per Chanel, Gianni Versace, Blumarine, Yves Saint Laurent, Louis Vuitton, Borbonese e Dolce & Gabbana. Nel 1984 ha realizzato insieme a Peter Max il video dei Missing Persons Surrender your Heart. Nell’ottobre 2003 dona una collezione di foto alla fondazione Preußischer Kulturbesitz a Berlino, attualmente esposta al Museo della Fotografia (Museum für Fotografie) vicino alla stazione ferroviaria dello zoo di Berlino, nel quartiere di Charlottenburg.

 Newton ha trascorso gli ultimi anni della sua vita tra Montecarlo e Los Angeles, dove morirà in seguito a un incidente stradale.

La fotografia sociale di Sebastiao Salgado

Quando si parla di fotografia sociale il primo nome che balza alla mente è quello del fotografo brasiliano Sebastiao Salgado. Considerato uno dei più grandi fotografi dei nostri tempi, Salgado è stato più volte nominato fotografo dell’anno per il World Press Photo. I suoi progetti toccano spesso tematiche delicate e in genere sono molto lunghi, tanto da tenerlo occupato per diversi anni.

Salgado, nato a Aimorés l’8 febbraio 1944, ha deciso di intraprendere la carriera di fotografo dopo una missione in Africa. Risale al 1973 uno dei suoi primi reportage in terra africana, quello sulla siccità del Sahel, seguito da uno sulle condizioni di vita dei lavoratori immigrati in Europa.

L’anno seguente per l’agenzia Sygma documenta la rivoluzione in Portogallo e la guerra coloniale in Angola e in Mozambico. Nel 1975 entra a far parte dell’agenzia Gamma poi, nel 1979, della celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos, che lascerà nel 1994 per creare, insieme a Lelia Wanick Salgado, Amazonas Images, una struttura autonoma completamente dedicata al suo lavoro.

Per realizzare i suoi reportage di impianto umanitario e sociale, Salgado dedica mesi, se non anni, ad approfondire tematiche di vario e ampio genere. Basti pensare, ad esempio, che ha trascorso sei anni in America Latina per documentarsi sulla vita delle campagne. Un lungo lavoro dal quale è nato il libro Other Americas.

Successivamente Salgado impiega altri sei anni per la realizzazione di un progetto sul lavoro nei settori di base della produzione: “La mano dell’uomo”, una pubblicazione di 400 pagine, uscita nel 1993, tradotta in sette lingue e accompagnata da una mostra presentata finora in oltre sessanta musei e luoghi espositivi di tutto il mondo.

Altro importante lavoro del fotografo brasiliano è quello realizzato tra il 1993 e il 1999  sul tema delle migrazioni umane.

Le sue opere dunque richiamano l’attenzione su tematiche serie, come i diritti dei lavoratori, la povertà e gli effetti distruttivi dell’economia di mercato nei Paesi in via di sviluppo. Tra le sue raccolte più famose menzioniamo quella ambientata nella miniera d’oro della Serra Pelada, in Brasile: Salgado  ritrae migliaia di persone – giunte da tutto il mondo a causa della presenza di filamenti auriferi nel terreno – mentre si arrampicano fuori da un’enorme cava su scale a pioli e caricano sacchi di fango che potrebbero contenere tracce del metallo.

Curiosità: Salgado ama scattare con le macchine Leica, per la qualità dei loro obiettivi e predilige il bianco e nero. Inoltre, attento alla resa dei toni della stampa finale, applica uno sbiancante con un pennello per ridurre le ombre troppo intense.

Fotografia pubblicitaria: Elliott Erwitt

Altro nome importante della fotografia che non si può non conoscere è quello di Elio Romano Erwitz, alias Elliott Erwitt, rappresentante della fotografia pubblicitaria e documentaria.

Erwitt, nato a Parigi nel 1928 da genitori di origine russa, ha vissuto fino al 1938 in Italia. L’anno successivo, a causa del fascismo, la sua famiglia fu costretta ad emigrare negli Stati Uniti, dove entra in contatto col mondo della fotografia. Dal 1942 al 1944 studia fotografia al Los Angeles City College e dal 1948 al 1950 cinema alla New School for social Research.

La sua carriera fotografica ha inizio negli anni ’50  quando lavora come assistente fotografo per l’Esercito americano in Francia ed in Germania. Successivamente subisce l’influenza di fotografi famosi come Edward Steichen, Robert Capa e Roy Stryker. Quest’ultimo, all’epoca direttore del dipartimento di fotografia della Farm Security Administration, lo assunse per lavorare su un progetto fotografico per la Standard Oil.

In seguito Erwitt inizia a lavorare come fotografo freelance per riviste quali Collier’s, Look, Life e Holiday o aziende come Air France e KLM. Nel 1953 entra a far parte della famosa agenzia Magnum Photos, ottenendo molta visibilità. Da allora infatti intraprese progetti fotografici in tutto il mondo.

Il fotografo di origine francese si è distinto per i suoi scatti in bianco e nero che ritraggono situazioni ironiche ed assurde di tutti i giorni. Erwitt è infatti noto per aver raccontato gli aspetti più ridicoli del genere umano.

Nella sua carriera ha però più spesso fotografato i cani, oggetto di quattro dei suoi libri: Son of Bitch (1974), Dog Dogs (1998), Woof (2005) e Elliott Erwitt’s Dogs (2008).

Fotografia di moda: Giovanni Gastel e Patrick Demarchelier   

Continuiamo la nostra top 10 di fotografi famosi con le fotografie di moda di Giovanni Gastel e Patrick Demarchelier.

Il primo, milanese di nascita (27 Dicembre 1955), nipote di Luchino Visconti, mostra fin da piccolo la sua vocazione artistica. All’età di dodici anni entra in una compagnia di teatro. Successivamente, negli anni Settanta “incontra” la fotografia e  inizia a lavorare come fotografo con ritratti, still-life, servizi di moda per bambini e foto per matrimoni.

Nel 1981 avviene l’incontro che gli cambia la vita con colei che diventerà la sua agente, avvicinandolo al mondo della moda: Carla Ghiglieri. Inizia così a lavorare con le riviste internazionali più prestigiose: “Vogue“, “Mondo Uomo“, “Donna“, “Elle“, “Vanity Fair“,” Amica“, “Glamour” ecc. Inoltre, idea le campagne pubblicitarie dei più famosi brand internazionali: Dior, Trussardi, Krizia, Tod’s, Nina Ricci, Versace, Acqua di Parma.

 Dal 1996 al 1998 è stato presidente dell’Associazione Fotografi Italiani Professionisti.

Nel 1997 la Triennale di Milano gli dedica una mostra personale, curata dallo storico d’arte contemporanea, Germano Celant, in cui vengono presentate circa 200 fotografie.

Nel 2002, nell’ambito della manifestazione La Kore Oscar della Moda, riceve l’Oscar per la fotografia.

Gastel si distingue per il suo stile elegante caratterizzato da una poetica ironia e da una composizione equilibrata che gli deriva dalla sua passione per l’arte. In particolare si rifà alla Pop Art per gli still-life  e all’opera fotografica di Irving Penn.

Il fotografo milanese utilizza le tecniche “old mix”, quelle a incrocio, le rielaborazioni pittoriche, gli sdoppiamenti e le stratificazioni, fino al ritocco digitale.

Patrick Demarchelier

Il secondo fotografo di moda scelto è Patrick Demarchelier. Francese di nascita (Le Havre, 21 agosto 1944), ma americano d’adozione (vive a New York dal 1975),  Demarchelier è attualmente il principale fotografo del magazine di moda americano Harper’s Bazaar.

Dagli anni ’70 a oggi ha realizzato le copertine delle più importanti riviste di moda tra cui, oltre ad Harper’s Bazaar, Vogue, Rolling Stone, Glamour, Life, Newsweek, Elle, Esquire e Arena Homme. Inoltre, nel 2005 e nel 2008 ha realizzato il Calendario Pirelli. Ancora, ha creato campagne pubblicitarie per importanti marchi quali  Ralph Lauren, Calvin Klein, Clairol, Giorgio Armani, TAG Heuer, Chanel, Lacoste, GAP, Gianni Versace, L’Oréal, Céline, Louis Vuitton, John Richmond, Revlon, Yves Saint Laurent, Lancôme, Elizabeth Arden e Gianfranco Ferré.

Demarchelier si è distinto per il suo stile sobrio ed elegante. Ha fotografato diversi volti noti del mondo dello spettacolo, ma in particolare è ricordato come il primo fotografo non delle isole britanniche ad aver fotografato la principessa Diana Spencer.

Curiosità:  Patrick Demarchelier viene citato più volte nel film “Il diavolo veste Prada”.

La fotografia paesaggistica: Ansel Adams

Chiudiamo questa breve carrellata di maestri della fotografia con uno dei massimi rappresentanti della fotografia paesaggistica: lo statunitense Ansel Easton Adams (San Francisco, 20 febbraio 1902 – Carmel-by-the-Sea, 22 aprile 1984), famoso per le sue fotografie in bianco e nero di paesaggi dei parchi nazionali americani, nonchè come autore di numerosi libri di fotografia, tra cui la trilogia di manuali di tecnica, The Camera, The Negative e The Print.  Inoltre, Adams è stato tra i fondatori dell’associazione Gruppo f/64 insieme ad Edward Weston, Willard Van Dyke e Imogen Cunningham.

L’avvicinamento di Adams alla fotografia avviene nel 1916, quando all’età di 14 anni, durante una vacanza con la sua famiglia allo Yosemite National Park, gli viene regalata la sua prima macchina fotografica, una Kodak Brownie. La passione per la fotografia andrà di pare passo con quella per la natura durante tutta la sua carriera.

Nel 1919 si iscrive al “Sierra Club”, una delle più antiche ed importanti organizzazioni ambientaliste americane, di cui diviene fotografo ufficiale nel 1928 e nel cui consiglio di amministrazione entra a far parte nel 1934.

Le fotografie di Adams hanno portato alla luce le tematiche ambientali, dando testimonianza di quello che erano i parchi nazionali prima degli interventi umani e dei viaggi di massa.

Nel 1932, con l’intento di riunire alcuni fotografi aderenti alla “straight photography” (fotografia diretta, non alterata dall’utilizzo di filtri o obiettivi pre-esposti e di particolari procedimenti di sviluppo e stampa), fonda il Gruppo f/64 nel quale entrano a far parte John Paul Edwards, Imogen Cunningham, Preston Holder, Consuelo Kanaga, Alma Lavenson, Sonya Noskowiak, Henry Swift, Willard Van Dyke, ed Edward Weston. Il nome del gruppo rimanda chiaramente all’apertura del diaframma che forniva in media la miglior resa ottica della lente.

Qualche anno più tardi, nel 1952, insieme ad altri colleghi, Adams dà vita alla rivista Aperture. Mentre nel 1966 viene eletto membro dell’American Academy of Arts and Sciences.

Tra le altre cose, Adams ha avuto il merito di aver inventato il sistema zonale, ossia una tecnica che permette ai fotografi di trasporre la luce che essi vedono in specifiche densità sul negativo e sulla carta, così da ottenere un controllo migliore sulle fotografie finite.

Curiosità: nel 1984, il “Minarets Wilderness” dell’Inyo National Forest venne ribattezzato “Ansel Adams Wilderness”. Mentre, nel 1986, una cima di 3.584 metri nella Sierra Nevada, venne ribattezzata Monte Ansel Adams.

Finisce qui, con lui, la nostra carrellata di fotografi famosi.

Fotografi famosi, volumi di riferimento

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