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Eroica Fenice

I Naturalisti francesi: chi sono e cosa hanno scritto

I Naturalisti francesi: chi sono e cosa hanno scritto

I Naturalisti francesi: chi sono e per cosa vengono ricordati

Intorno agli anni Settanta dell’Ottocento la narrativa francese scopre un modo di raccontare la realtà del tutto innovativo, frutto dello stile imparziale, distaccato e obiettivo di Gustave Flaubert e dell’influsso prodotto dalla visione positivista della realtà sulle scienze sociali: il Naturalismo. Dalla visione scientista tipica del Positivismo gli scrittori naturalisti francesi ripresero, in particolare, due concetti fondamentali: anzitutto, l’idea che «La società è un organismo» vivente – come asserisce Herbert Spencer nei Principi di Sociologia – e perciò analizzabile mediante un meccanismo sperimentale simile a quello delle scienze; poi, la convinzione che l’uomo sia determinato, tanto nel comportamento quanto nella psicologia, da fattori oggettivi di tipo sociale, ambientale e persino etnico.

Fra i primi ad essere influenzati dalle concezioni naturaliste ci furono i fratelli de Goncourt, il cui romanzo Germinie Lacerteux fece molto scalpore tanto per la storia scabrosa (narra di una donna di servizio che vive una doppia vita: da un lato, è presa da una “devozione animale” verso la sua padrona; dall’altro diviene succube di un uomo di cui è innamorata, scivolando così verso il vizio e la morte) quanto per il taglio documentaristico, volto a rappresentare la realtà circostante. Nella Prefazione – che molti critici considerano come un manifesto anticipatore del Naturalismo – Jules ed Edmond de Goncourt chiedono scusa ai lettori, che in genere amano «i romanzi falsi […] che danno l’illusione di essere introdotti nel gran mondo; […] le operette maliziose, le memorie di fanciulle, le confessioni d’alcova, le sudicerie erotiche, lo scandalo racchiuso in un’illustrazione nelle vetrine di librai».

Al contrario di questi, Germinie Lacerteux vuole essere «un romanzo vero», che «viene dalla strada»; ma soprattutto, «severo e puro» nella narrazione, mediante il punto di vista e il metodo dello scienziato, che studia gli aspetti più degradanti della realtà sociale come dei veri e propri casi clinici.

Soltanto più tardi, comunque, i caratteri del Naturalismo vennero fissati. A farlo fu Émile Zola – che ne è perciò considerato il caposcuola – all’interno del saggio Il romanzo sperimentale. Per lo scrittore francese, il romanzo deve essere un vero e proprio studio scientifico: è compito del romanziere operare similmente allo scienziato, individuando cioè le regole che determinano i diversi comportamenti sociali. Sempre come gli scienziati, gli autori naturalisti devono astenersi da qualsiasi giudizio sulla realtà circostante – seppur questa si presenti spesso come spietata ed ingiusta – adottando perciò uno stile assolutamente impersonale ed oggettivo. Fare letteratura diventa così un vero e proprio impegno sociale, che consiste nel denunciare che la decadenza dei singoli e la miseria umana non è un fatto strettamente naturale, ma determinato dal milieu, cioè dall’ambiente in cui si vive. Inoltre, se è vero che il Naturalismo si fonda sull’idea positivista dell’ereditarietà delle tare – siano esse morali, fisiche e psicologiche – e dunque, da qui, la tendenza famigliare alla delinquenza, alla violenza e all’alcolismo, è altrettanto vero che, con la sola eccezione del “pessimista” Guy de Maupassant, tutti gli altri mostrano fiducia nei confronti della scienza, del progresso e dello sviluppo economico come possibilità di liberazione degli oppressi.

Gli scrittori naturalisti francesi e le loro opere più importanti

Fra le opere naturaliste più importanti non si può non citare il ciclo di venti romanzi de I Rougon-Macquart. Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero, pubblicati fra il 1871 e il 1893. L’idea di raggrupparli in questo modo – che avrà molto successo a posteriori, si pensi al ciclo degli Uzeda di De Roberto o al Ciclo dei Vinti di Verga – dipende soprattutto dal ruolo documentaristico che Zola attribuisce al romanzo. In questo modo, infatti, sarebbe stato più semplice seguire le tare ereditarie, i condizionamenti ambientali e il decadimento interni all’intero gruppo famigliare. D’altra parte, però, lo scrittore doveva essersi appassionato a questo tipo di organizzazione, poiché una volta terminato il primo grande ciclo ne scrisse altri due (Tre città 1894-98 e I quattro Vangeli 1899-1903). Al centro dei romanzi ci sono «le ambizioni e le brame di una famiglia negli anni del Secondo Impero»; Zola insiste però, in ciascun romanzo, sui tranches de vie – cioè “quadri di vita vissuta” – rappresentando così, al tempo stesso, l’intera società francese di quegli anni e narrandone tutti gli aspetti, dal più basso e degradante (l’alcolismo ne L’Ammazzatoio, la prostituzione in Nanà e l’omicidio in La bestia umana) al più elevato.

Fra gli scrittori naturalisti francesi c’è poi Guy de Maupassant, discepolo di Gustave Flaubert. Scrisse due importanti romanzi (Una vita e Bel-Ami) e oltre trecento novelle, quasi tutte pubblicate su quotidiani francesi del calibro di «Le Gaulois», «Gil Blas» e «Le Figaro». Altre brevi narrazioni, come Palla di sego del 1880, uscirono su Le serate di Médan, una celebre raccolta collettiva di racconti ispirata da Zola e impostasi, ben presto, come il libro-simbolo del Naturalismo. Lo scrittore racconta – in maniera sarcastica ed amara al tempo stesso – la fuga di un gruppo di francesi da una città occupata dall’esercito prussiano durante la guerra del ’70.

Al contrario di Zola, Maupassant pose un’attenzione maggiore alla lingua e allo stile, che è espressivo e dunque semplice, diretto, fotografico. Influenzato proprio dal maestro Flaubert e dalla filosofia schopenhauriana, egli fu un grande ritrattista del meschino egoismo della piccola borghesia francese: rappresentò personaggi ipocriti e opportunisti, crudeli nell’animo e sempre pronti a sopraffare i più deboli. Si pensi, per esempio, al protagonista di Bel-Ami, Georges Duroy, mediocre, squallido e come naufragato nella sua bassezza morale. La stessa miseria viene descritta in Una vita, dove a Jeanne capitano soltanto delusioni e tradimenti e si lascia, perciò, travolgere dalla sventura. Per questo, Maupassant è senza dubbio lo scrittore naturalista dalla visione più pessimistica ed amara: l’esistenza umana è ancorata ai soli interessi materiali, ai piaceri vani e, per quanto mostri una profonda sensibilità nei confronti degli ultimi e dei sofferenti, non concede alcuno spazio alla fiducia nel progresso e al riscatto sociale.

Immagine: On the Bank of the Seine, Bennecourt, 1868. Oil on canvas, 81.5 x 100.7 cm. Art Institute of Chicago, USA

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