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Eroica Fenice

ideale dell'ostrica

Ideale dell’ostrica: la visione della vita di Giovanni Verga

Ideale dell’ostrica: la visione verghiana della vita

La prima formulazione dell’ideale dell’ostrica da parte di Giovanni Verga si ha in Fantasticheria, una delle novelle di Vita dei campi pubblicata per la prima volta sul “Fanfulla della domenica” il 24 agosto 1879. Fantasticheria è una specie di lunga lettera a una signora esperta del mondo, una dama d’alta società, con la quale l’autore narrava di aver passato quarantotto ore ad Aci Trezza, il villaggio di miseri pescatori divenuto teatro de I Malavoglia.

«Insomma, l’ideale dell’ostrica! – direte voi – Proprio l’ideale dell’ostrica e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non essere nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano mi sembrano – forse pel quarto d’ora – cose seriissime e rispettabilissime anch’esse.»

Così Giovanni Verga compiva, con Fantasticheria, il passo decisivo verso la narrazione della vita degli umili. Cominciava ad operare in lui tutto il fascino di una realtà diversa da quella che fino ad allora aveva influenzato le sue scelte poetiche: Verga non più narratore della vita galante, ma Verga narratore della povera gente, della sua terra d’origine, la Sicilia. Un germe che avvia alla stesura dei Malavoglia, ma anche il germe della pietà umanitaria “nei confronti delle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita” che nasce nello scrittore “galantuomo” del Sud.

Ideale dell’ostrica: Verga tra idealizzazione e impossibilità del mondo arcaico

Con l’ideale dell’ostrica Verga aveva fatto quello che, poco meno di un secolo dopo, farà anche Pasolini: riconoscere la sacralità di un popolo ancora incontaminato dalla artificiosità della vita cittadina e borghese: un popolo di umili sfuggito alla “fiumana del progresso”.

I deboli (i miseri pescatori di Aci Trezza o i miseri contadini del mondo rurale), come ostriche, rimangono attaccati allo scoglio di valori (primo fra tutti la religione della famiglia e il lavoro), credenze e tradizioni nel tentativo di sopravvivere alla “lotta per l’esistenza” ancorati, rinchiusi e difesi in un’atmosfera idilliaca fatta di «pace serena» e «sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione».

Ma la idealizzazione romantica del mondo idilliaco degli abitanti di Aci Trezza, un mondo arcaico rurale che diventa mitico, fatto di innocenza e ingenuità, incontra lo spietato pessimismo verghiano e si trasforma in nostalgia: prende il sopravvento la crudele consapevolezza della impossibilità di esistenza per quel mondo, destinato a subire anch’esso gli influssi della modernizzazione, scontrandosi con la storia e le sue forze disgregatrici.

È proprio con I Malavoglia che assistiamo alla disgregazione di un mondo primordiale; è ne I Malavoglia che il coro meschino, ovvero la voce degli abitanti di Aci Trezza, demistifica e svaluta tutti i valori nobili e puri proposti dalla famiglia Toscano sottolineandone l’inadeguatezza e l’impraticabilità in un mondo che agisce solo in vista dell’ “utile”. E ricostruzione solo nostalgica è anche la apparente ricomposizione finale del nucleo familiare dei Malavoglia attuata dal più piccolo, Alessi, che sembra sanare il conflitto modernità-tradizione innescato dal suo fratello maggiore, ‘Ntoni, svincolatosi dall’universo chiuso del paese, dando il via alla crisi di un sistema e tradendo la religione della famiglia.

Ecco allora la sconcertante scoperta: quel mondo quasi folkloristico è anch’esso dominato dalla lotta per la vita, per cui ogni tentativo di modificare la realtà, quindi la propria condizione sociale, è destinato allo scacco, poiché la realtà è immodificabile, determinata da una sola legge di natura: la legge di sopravvivenza darwiniana, per cui il più forte abbatte il più debole. Neppure la letteratura può modificare la realtà, questa è la sfiducia che caratterizza il pessimismo verghiano, giustificando così la sua tecnica verista e contaminando l’intero «Ciclo dei vinti», «una specie di fantasmagoria della lotta per la vita».

Fonte immagine di copertina: Wikipedia

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