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Eroica Fenice

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Il mito di Meleagro, tra gli Argonauti e la caccia al cinghiale

I miti, con il loro carattere rituale e la loro componente selvaggia e atavica, costituiscono uno dei lembi più profondi conficcati nella storia dell’umanità, e la mitologia greca è l’involucro in cui è conservata la pelle dell’essere umano, quell’epidermide verace e piena di abrasioni e verità.
Il mito di Meleagro è uno dei più conosciuti e fortunati, sia nel mondo greco e romano che in quello etrusco.

Chi non ha mai visto, anche di sfuggita, l’effigie di un eroe nerboruto e prestante affiancato da un cinghiale?  Oppure quella del medesimo eroe, ma accompagnato da un cane e dal trofeo del cinghiale accanto a sé?
Come è facilmente intuibile, il mito di Meleagro è strettamente collegato a quest’animale, che è la sua cifra, il suo doppio e l’entità che ha sconfitto per guadagnarsi la gloria eterna tra i numi, ma non solo: vi sorprenderete a sapere che il nome di Meleagro è saldamente allacciato anche all’avventura degli Argonauti, a Giasone e compagni.

Meleagro e la sentenza delle Moire

Ma partiamo dall’origine, per tratteggiare adeguatamente il profilo di questo interessante e controverso personaggio.
Meleagro era figlio di Altea e di Oineo, re di Calidone, antica città dell’Etolia posta all’imbocco del golfo di Corinto. Questa paternità era abbastanza incerta, dal momento che si diceva fosse in realtà figlio di Ares in persona, dio della guerra, che era riuscito a far innamorare sua madre Altea.
Sulla fronte del piccolo Meleagro iniziò però a pendere fin da subito un’atroce condanna:
le tre Moire, depositarie degli intricati fili del destino, si presentarono al suo cospetto. 

La sentenza fu fulminea: secondo Cloto, Meleagro avrebbe manifestato indole e lignaggio nobili, secondo Lachesi, avrebbe raggiunto una formidabile gloria eroica sul campo di battaglia, ma secondo Atropo, la sua vita sarebbe stata precaria e orribile.
Sì, perché secondo Atropo, la vita di Meleagro era appesa alle braci di un tizzone ardente: al suo consumarsi, la vita di Meleagro si sarebbe interrotta. La sua vita e la sua morte erano dipendenti da quelle braci che ci consumavano come il dipanarsi dei fili delle Moire.
Altea, per impedire il consumarsi prematuro della vita del figlio, tolse il tizzone dalle braci e lo conservò gelosamente in una cassa nascosta.

Meleagro, tra Argonauti e caccia al cinghiale

Meleagro crebbe sano e forte, mentre il tizzone era al sicuro nella cassa, come se il funesto vaticinio non fosse mai stato pronunciato da Atropo.
Divenne un eccellente lanciatore di giavellotto, e Apollonio Rodio lo annovera tra gli Argonauti, anche se non riferisce nulla di eclatante riguardo qualche sua impresa particolare.
Si unì anche in matrimonio con Cleopatra Alcione, figlia di Idas e Marpessa, e con lei ebbe la figlia Polidora, nota per essere la moglie del guerriero acheo Protesilao.

Ma ciò che è rimasto impresso in maniera rilevante sulla cartapesta del mito di Meleagro, è l’avvenimento della caccia al cinghiale. Come tutto ciò che riguarda le divinità e le cose sacre, l’antefatto scatenante è sempre improntato ad offese capaci di far incapricciare gli abitanti dell’Olimpo: si narra che Oineo, il padre “putativo” di Meleagro, avrebbe recato una poderosa offesa ad Artemide, dea boschiva della caccia.
Il motivo? Durante una festa per celebrare le messi, il raccolto e la mietitura, avrebbe officiato sacrifici per tutti gli dèi.
Ovviamente tutti tranne Artemide.
La dea, pesantemente offesa, si sarebbe vendicata inviando, nel territorio di Calidone, un cinghiale grosso e spaventoso, in modo da funestare le coltivazioni e vanificare i sacrifici degli abitanti e dei contadini della regione.
Tutta la zona di Calidone iniziò a vivere in preda al panico, e Oineo bandì un premio: indisse una travagliata caccia al cinghiale, e promise la pelle e le zanne del mostruoso animale a chiunque avesse avuto l’astuzia e l’ardire di ucciderlo.

Un sacco di eroi risposero all’appello, escluso Eracle perché impegnato nelle sue fatiche: i fratelli Castore e Polluce, Teseo, Piritoo, Giasone, Ificle, Peleo, Nestore, Telamone e anche una vergine originaria dall’Arcadia: Atalanta, una giovane cacciatrice, selvatica e sapiente come la dea Artemide.
Molti eroi non videro di buon auspicio la presenza di una donna nella battuta di caccia, convinti avrebbe portato sfortuna, ma Meleagro, invaghitosi della vergine, minacciò di interrompere la spedizione qualora avessero continuato a falcidiarla con atteggiamenti ostili.

La battuta di cacciò cominciò, e la furia del grosso cinghiale si scaraventò sugli eroi: molti di loro persero la vita, anche i più valorosi, e Atalanta riuscì a salvare di Peleo e Telamone, conficcando una freccia nell’orecchio dell’animale.
Della mischia ne approfittò Meleagro, abile ed eccellente lanciatore di giavellotto, che tramortì infatti il cinghiale con un colpo di giavellotto al cuore.
Meleagro scuoiò immediatamente l’animale, e offrì la sua pelle alla donna che amava, in segno di riconoscenza, poiché era stata lei a rendere possibile la sua morte con il suo intervento, ma gli zii materni dell’eroe si ribellarono e furono uccisi dallo stesso Meleagro in un impeto di ira.
Ne nacque una guerra furibonda, fomentata dagli zii superstiti, che si schierarono contro la città di Calidone: anch’essi persero la vita per mano del temibile lanciatore di giavellotto.

La madre di Meleagro, Altea, sconvolta per quanto compiuto dal figlio, decise di vendicarsi. Allora ricordò il nascondiglio del tizzone a cui era appesa la vita di colui che sembrava ormai potente come un novello Apollo o come un sanguinario Ares in persona, e lo gettò immediatamente tra le braci.
La sua potenza, il suo eroismo guadagnato tra la polvere del campo di battaglia e sfiorando le fauci del cinghiale, si dissolse in un colpo, al consumarsi del legno.
Il destino predetto da Atropo, la terza Moira, si compì così senza far rumore.

Fonte immagine: https://jt1965blog.wordpress.com/2019/01/15/meleagro/

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