Il tatuaggio sul posto di lavoro: è ancora un tabù?

Il tatuaggio sul posto di lavoro: ancora un tabù?

Per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, il tatuaggio ha smesso di diventare il mero capriccio adolescenziale, da mostrare con orgoglio a parenti e amici, ma ha assunto un significato ben più grande, e molto spesso anche di vitale importanza per chi decide di imprimere sulla propria pelle un segno indelebile. I tatuaggi, dalle forme e dalle dimensioni più variegate, assumono tanti ruoli: ci ricordano di un evento o di una persona importante, magari l’amore della nostra vita, o di un parente venuto a mancare, servono da amuleti scaramantici e/o religiosi, rispecchiano la nostra personalità o descrivono una nostra passione. In sintesi, i tatuaggi ci dicono chi siamo.

Il loro significato si apre a molte più interpretazioni di quanto si possa credere. Qualsiasi sia il ruolo del tatuaggio, il suo significato è intrinseco nell’interiorità di chi lo richiede, è perciò molto personale, eppure in una società che cerca di modernizzarsi, il pregiudizio e il giudizio, non richiesti, sono ancora all’ordine del giorno, soprattutto se parliamo della dubbia associazione tra il mondo del lavoro e corpo tatuato.

Tatuaggio sul posto di lavoro, a che punto siamo?

Sul posto di lavoro, accettare o meno la presenza del tatuaggio sul corpo di un proprio dipendente, spesso è a discrezione dell’azienda. Se il disegno non reca alcuna offesa, non è indice di razzismo o violenza, è facilmente accettabile. Se dovesse, invece, essere troppo esplicito, o causa di disturbo in termini di attenzione, qualora non fosse possibile da coprire con i vestiti, allora il tatuaggio potrebbe risultare problematico. La domanda, dunque, sorge spontanea, un tatuaggio può essere criterio di valutazione per una possibile assunzione? E in quali ambiti?

È importante lasciare agli individui la libertà di esprimersi liberamente, a prescindere da qualche disegno in più o in meno sul proprio corpo. È certamente importante, però, anche presentarsi sul posto di lavoro in modo decoroso e rispettoso nei confronti dei propri superiori, ma anche nei confronti del cliente, e in mancanza di questo, è giusto lamentarsi.

Studi hanno confermato, che seppur ci sia un miglioramento nel giudizio di chi si presenta sul posto di lavoro con qualche tatuaggio in più, un velo discriminatorio è sempre presente. È anche vero che è sempre più comune vedere figure come dottori, insegnanti, avvocati, con simboli sul proprio corpo, seppur tenuti con la dovuta discrezione, vale a dire, il più delle volte ben coperti. Tra i luoghi di lavoro dove vige un severo regolamento, il primo a cui pensare è quello del campo militare. Il problema non è avere il tatuaggio in sé per sé, in quanto sembrerebbe concesso, solamente se si è in grado di nasconderlo. Mostrarlo, grande o piccolo che sia, è purtroppo ancora vietato.

È indubbio che sarà ben più difficile per una persona, dotata ad esempio di un ritratto ben visibile sul braccio, passare inosservata durante un colloquio di lavoro, rispetto ad un’altra dalla pelle immacolata, ma forse negli anni, e con un po’ di pazienza, il tatuaggio non sarà più visto come un tabù. Sembra ingiusto discriminare qualcuno per il proprio aspetto, ma non c’è da meravigliarsi più di tanto, se in alcuni luoghi di lavoro, esiste ancora chi per ragioni di altezza o robustezza, viene scartato. L’assenza o la presenza di un tatuaggio segue di conseguenza. L’emancipazione è possibile, ma come tutte le cose, richiede tanto tempo.

Prima di tatuarsi bisognerebbe informarsi sui rischi di una simile scelta e valutare con attenzione quali sono le aspettative lavorative future. È una limitazione, ingiusta e giusta al tempo stesso, e il tutto dipende da quanto una persona è disposta a scendere a compromessi per esprimere sé stessa.

 

Fonte immagine per l’articolo “tatuaggio sul posto di lavoro”: pexels.com

Print Friendly, PDF & Email

A proposito di Martina Calia

Classe 1997, laureata in Mediazione Linguistica e Culturale e attualmente specializzanda in Lingue e Letterature europee e americane presso L'Orientale di Napoli. Lettrice accanita di romance in ogni sua forma, che a tempo perso, si cimenta nella scrittura creativa sia in italiano, ma soprattutto in inglese.

Vedi tutti gli articoli di Martina Calia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *