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Le bambole down Miniland fra inclusività e accettazione di sé

Le bambole down dell’azienda spagnola Miniland vincono il prestigioso premio come “miglior giocattolo dell’anno 2020” e diventano simbolo di inclusività e di accettazione di sé

A proposito delle bambole down, andiamo un po’ indietro nel tempo nella storia dei giocattoli educativi più noti. Fra il 2015 e il 2016, Rebecca Atkinson, giornalista sorda e ipovedente, Melissa Mostyn, mamma di una bimba sulla carrozzina e Karen Newell, mamma di un bimbo cieco, avevano lanciato l’hashtag Toy like me iniziando la produzione di bambole con caratteristiche simili a quelle dei propri figli e per tutti i bambini con diverse disabilità fisiche. Rebecca, Melissa e Karen avevano poi chiesto anche alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti e di ispirarsi alle idee “casalinghe” dei genitori di bambini disabili per portare sul mercato prodotti nei quali i figli potessero riconoscersi, al di là dei canoni “perfetti” dei soliti giocattoli.

La necessaria risposta alle esigenze dei bambini e il bisogno di dare ad ogni bambino la possibilità di ritrovare nel giocattolo con cui gioca caratteristiche a lui vicine, e non per questo “diverse” in senso negativo, hanno portato nel corso degli anni a rivedere soprattutto l’ideologia dietro al giocattolo, tralasciando la strategia e le tattiche pubblicitarie (si pensi alle Barbie in sedia a rotelle o genderless, lanciate da Mattel come Creatable World).

«La trasmissione dei valori come la tolleranza o il rispetto per la diversità sono aspetti che devono essere messi al centro della produzione di giochi». (sulle bambole down, Victoria Orruño, direttore marketing di Miniland al The Guardian

Sull’onda dell’inclusività e dell’apprezzamento del mercato da parte delle famiglie, anche altri brand hanno annunciato collezioni inclusive e collaborazioni fruttuose: è il caso di Kmart in Australia e Nuova Zelanda, di Toyse in Spagna e dell’organizzazione spagnola per la sindrome di Down.

A tale proposito, dopo alcuni anni, è stata premiata per l’ “obiettivo lavorare sulle diversità”, come “miglior giocattolo scelto dalla giuria dell’anno 2020” dall’Associazione spagnola di produttori di giocattoli (AEFJ), la linea di bambole con sindrome di Down prodotta da Miniland, originaria di Onil, nella provincia di Alicante in Spagna orientale. Queste bambole con diverso colore di pelle e tratti somatici internazionali (dall’asiatico al sudamericano) e di capelli (da poco sono stati introdotti capelli rossi e castani come annuncia El Mundo), hanno pienamente risposto alle richieste dei piccoli consumatori, arricchendo il catalogo e la scelta dei prodotti dell’azienda spagnola. Insieme ad altri giochi educativi (come una linea di giochi eco- friendly per la sensibilizzazione alla sostenibilità ambientale), la Miniland ha ottenuto l’ambito premio con una mini- collection di due bambole e di due bambolotti, di cui due di pelle scura e due chiara.

L’obiettivo è quello di “normalizzare e integrare questi gruppi fin dall’infanzia”: le bambole vincitrici del premio, in vinile senza bpa (bisfenolo A) e ftaltati (agenti plastificanti), hanno pezzi intercambiabili per realizzare, in diverse espressioni del viso, le cinque emozioni fondamentali: gioia, paura, tristezza, rabbia e amore, cui sono associati dal bambino che ci gioca anche cinque colori della pancia. Proprio la dolcezza di queste bambole che «catturano delicatamente (…) quelle piccole caratteristiche speciali che amiamo» (dal blog di Kelle Hampton, mamma di Nella con trisomia 21) ha fatto rivalutare anche alle famiglie giocattoli pensati per bimbi speciali, senza acuire e evidenziare tratti comuni a chi ha questa sindrome, possibile oggetto di scherno e non rispondenti al vero. Allo scopo di stimolare l’intelligenza sociale ed emotiva, le bambole di Miniland accrescono la «consapevolezza, da parte dei bambini, della diversità e dell’inclusione, attraverso la promozione di valori come l’uguaglianza, l’integrazione e l’accettazione» di sé (dal sito), vedendo «differenti realtà» da «normalizzare» (Victoria Orruño). Ad esempio, inscenare un gioco in cui usare le bambole e sceneggiare due diverse versioni di una situazione di disagio può aiutare il bambino a trovare la soluzione ad un problema che lo affligge, incoraggiandolo a generare da solo le sue idee e ad allenare in questo modo la sua intelligenza emotiva, senza che il genitore prevalga con il suo intervento (autonomia emotiva).

Ma questo ‘funziona’ soprattutto se ogni bambino, nella costruzione della propria identità e della conoscenza di sé (vedi D. Goleman, Emotional Intelligence) che influenza la vita umana, riesce a rispondere al suo bisogno di ritrovare in giochi, libri, eroi e perfino pubblicità e cartoni animati, qualcuno che gli somigli. Per non sentirsi solo. Per non sentirsi diverso, in questo mondo in cui essere e vedersi rappresentati sembra ormai esser divenuto un obiettivo davvero difficile.

«Perché si possa incontrare nel gioco la molteplicità delle condizioni umane (…) ognuno è diverso e unico e i bambini sono prima di tutto bambini». (AIPD-Associazione Italiana Persone Down).

Fonte immagine: https://minilandgroup.com

Eleonora Vitale

 

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