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Eroica Fenice

Le illusioni ottiche nell'arte

Le illusioni ottiche nell’arte

L’arte ha da sempre esplorato il mondo delle linee, dei colori e delle forme per confondere spesso l’osservatore e catturare la sua attenzione con giochi visivi e inganni ottici. Gli artisti hanno esplorato il suo aspetto ludico attraverso l’utilizzo disinteressato di queste illusioni ottiche o, altre volte, vi hanno nascosto un secondo significato, un velo di critica e di trasgressione, più o meno celato.

Gli artisti delle illusioni ottiche

Le illusioni ottiche sono alterazioni della percezione visiva, un modo diverso dei nostri occhi di interpretare la realtà quando essi sono ingannati dalla percezione. L’occhio raccoglie i dati e li porta al cervello che li rielabora, basandosi su esperienze pregresse. Eppure, certe volte, proprio non riusciamo a dare una spiegazione a quello che vediamo, perché i nostri sensi percepiscono come logici e sensati fenomeni che in realtà sappiamo essere illusori.

Una tecnica interessante che sfrutta le illusioni ottiche è il Trompe-l’oeil, letteralmente “inganna l’occhio”. Si tratta della pratica di dipingere su una superficie bidimensionale come una parte, il pavimento o il soffitto uno scenario realistico che, visto da una certa prospettiva, sembra proprio essere tridimensionale. La parete su cui lo scenario o l’oggetto sono dipinti quasi sparisce e sembra lasciar posto alla realtà raffigurata. Un esempio comune è dipingere una finestra che affaccia su uno scenario per cercare di far sembrare più grande la stanza, per dare profondità.

Questa tecnica risale a molti anni fa e l’espressione sembra essere nata nel Medioevo. Nelle opere d’arte si trovano tantissimi esempi di trompe-l’oeil, uno tra tanti la Camera degli Sposi di Mantegna (1474).

Fra gli artisti che si divertivano a giocare con gli inganni visivi c’è Giuseppe Arcimboldo che, nella seconda metà del Cinquecento e nella Corte di Vienna, creò opere d’arte come “Le Quattro Stagioni” (1563). Ortaggi, frutta, elementi naturali creano volti di donne e uomini per celebrare, allegoricamente, un rapporto tra macro e micro cosmo nella corte viennese. L’utilizzo di questa innovativa tecnica di pittura si basa sulla pareidolia, la tendenza a individuare volti umani nelle cose. La nostra mente rielabora le immagini che vede attraverso l’occhio e fornisce un altro significato.

Inganni visivi nell’arte del Novecento

Uno dei più grandi artisti ad aver esplorato questo mondo è stato Victor Vasarely, considerato il maggior esponente di una corrente chiamata proprio Op Art – o Optical Art. Il termine Optical Art design proprio una pittura che sfrutta le illusioni ottiche e i processi percettivi: ambiguità percettiva, movimento ed esplorazioni varie.

Un dipinto che rende l’idea di queste sperimentazioni è Zebre (1942). In esso vediamo linee e contrasti di bianco e nero che sapientemente creano un effetto tridimensionale, dando profondità a questi due animali che magicamente si staccano dallo sfondo.

Un artista a cui spesso pensiamo in campo di illusioni ottiche è Escher. L’artista olandese ha saputo sapientemente giocare con le prospettive e, nei suoi quadri, ci porta quasi a perdere una logica che pensavamo certa, quella dello spazio e del tempo. In Altro Mondo II (1947) entriamo in un universo senza punti di riferimento e in cui l’occhio è confuso e, semplicemente, si sente perso.

Nella litografia Waterfall, Esher ha utilizzato il triangolo di Penrose per tre volte consecutive per creare un canale che sembra in piano, poi in salita, poi in discesa, in un’illusione ottica perpetua contro le regole dell’esperienza e contro le le leggi gravitazionali. Il cervello imbroglia se stesso.

Salvador Dalì è un altro grande sperimentatore nel campo delle illusioni ottiche. Egli è stato uno dei principali esponenti del Surrealismo e ha espresso la sua arte in diverse forme, dalla fotografia, al cinema alla letteratura, oltre che nella pittura. Con Dalì si parla di iperrealismo surreale, con immagini molto realistiche inseriti in contesti assurdi e spiazzanti. Ovviamente siamo nel periodo della psicoanalisi e di Freud e le immagini riprodotte sono anche specchio dei cambiamenti culturali dell’epoca.

Spesso il soggetto delle illusioni ottiche di Dalì è stato il volto umano che tramuta in paesaggi, oggetti o entrambi. Le illusioni sono più o meno nascoste e seguono diversi principi percettivi, dai principi della Gestalt alle illusioni di profondità, fino alle più pure metamorfosi di forma.

Per citare un’opera di Dalì, Apparizione del volto e del piatto di frutta sulla spiaggia (1938) è un dipinto in cui un viso si trasforma in fruttiera e, come se non bastasse, diventa parte del corpo del cane che riempie il resto della tela. L’occhio del cane è tunnel tra le montagne, un ponte diventa il collare.

Le illusioni ottiche nell’arte sono un modo di superare quella realtà che il mondo ci impone, sono un modo per andare oltre l’esistente ed esplorare qualcosa di magico in cui l’unico limite è l’immaginazione.

Fonte immagine: Flickr

https://www.flickr.com/photos/jpgy/20836471440/in/photolist-xKfn2A-QyJjXu-2iFVeNK-2gxfH72-EfmFUx-GMAZDQ-2kJMaKv-2jqjvMR-2m8BGEo-2kWUtSA-NjT7W1-2kY7hGj-2iD9zCM-2kTwbQZ-2kQTrbz-tDBvUd-Q5HQkW-25R4WaS-BE2kXf-XcZADR-2csSNx5-e3uyqw-C1gHLi-2iBXs5G-YycCWU-bpE1Tm-RdjtXj-fcdgys-2kEnEP9-z5EKHk-2hpX8jf-2ktQu3h-2aDppmk-RNPCvo-2geTxCJ-2hurgP2-2m3i8PV-oTeAgf-LB57bW-23zgEED-MREihj-2kxXoZ3-2k7swjq-xsDwME-2jeiZgq-2gNRMqP-2aZkg7E-2m19jTv-23MbQFu-26pUAVA

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