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Eroica Fenice

Lucifero (secondo Dante)

Lucifero (secondo Dante): tra paura e solennità

La letteratura, nel corso dei secoli, ha fornito le più svariate raffigurazioni del diavolo: con il Lucifero (secondo Dante), assistiamo, come ha detto ironicamente il filosofo Emil Cioran, alla «maggiore riabilitazione del Diavolo che un cristiano abbia intrapreso».

Vexilla regis prodeunt inferni

Il canto XXXIV dell’Inferno inizia con l’unica frase tutta in latino della cantica: significa “si avvicinano le insegne del re dell’inferno” ed è una citazione del celebre inno di Venanzio Fortunato, dove al posto delle insegne della vera croce, per le quali fu composto entrando poi nella liturgia della Settimana Santa, Dante aggiunge “inferni”, per introdurre la visione di Lucifero.
Data la complessa stratificazione plurilinguistica della Commedia, possiamo dedurre, azzardando, che l’uso del latino servisse a conferire solennità al personaggio, ipotesi suffragata dal fatto che la citazione riprendesse un inno religioso. Ci ritroviamo così, da subito, in un clima di orrore religioso e di magnificenza.

Secondo una tradizione medievale di esegesi biblica, Lucifero era uno dei Serafini, l’angelo più bello e luminoso del Creato (il nome latino vuol proprio dire “portatore di luce”, in quanto derivante da lucifer, composto di lux –luce- e ferre –portare-). Egli aspirava orgogliosamente ad essere al pari di Dio e per tale peccato di superbia, primo di tutti i tradimenti, fu scagliato a testa in giù dal Cielo verso la Terra: essa, spaventatainorridita, si ritrasse da lui, dando origine alla voragine infernale nell’emisfero nord, e alla montagna del Purgatorio in quello sud.

Lucifero (secondo Dante): la descrizione del canto XXXIV dell’Inferno

Lucifero (secondo Dante), imperador del doloroso regno (espressione chiaramente opposta all’imperador che là sù regna, con cui il Sommo Poeta si riferisce a Dio nel primo canto della Commedia), è gigantesco: le sue dimensioni gli conferiscono sì una natura esclusivamente materiale, priva di qualsiasi spiritualità (e infatti a Dante appare, in lontananza, come una macchina, simile a un mulino a vento), ma anche una sua grandiosità. Dante lo descrive direttamente nel canto XXXIV dell’Inferno, come un’enorme e orrida creatura, pelosa, dotata di tre facce su una sola testa e tre paia d’ali di pipistrello. Lucifero è confitto dalla cintola in giù nel ghiaccio del Cocito, nel fondo dell’Inferno, punto più lontano da Dio, ed emerge solo il suo lato superiore; in ognuna delle tre bocche maciulla un peccatore. Sono i peccatori supremi, traditori delle due istituzioni che, se funzionanti, avrebbero assicurato, secondo Dante, la felicità umana, ovvero l’Impero e la Chiesa: le bocche laterali maciullano i corpi di Bruto e Cassio, traditori e uccisori di Cesare, mentre la bocca centrale maciulla il traditore direttamente responsabile dell’arresto e della morte in croce di Cristo, Giuda Iscariota.

Le tre teste sono di diverso colore: quella al centro è vermiglia (rossa), quella a destra è tra il bianco e il giallo, quella a sinistra è simile al colore della pelle degli Etiopi (nera). I tre colori sono stati variamente interpretati, così come le tre facce, ma nessuna ipotesi è pienamente convincente. Il rosso rappresenterebbe la violenza sanguinaria, ma anche il sangue versato di Cristo e la vergogna. Il nero rappresenterebbe la paura e il buio che ottenebra la coscienza. Il giallo rimanderebbe all’invidia.

Il mostro sbatte le ali, producendo un vento freddo che fa ghiacciare le acque del lago di Cocito, dove sono confitti i traditori, ripartiti nelle diverse zone (Caina, Antenòra, Tolomea, Giudecca). Piange con i sei occhi, e le lacrime gocciolano giù per i menti mescolandosi alla bava sanguinolenta. Il peccato di Lucifero (secondo Dante) consiste proprio nel tradimento, poiché osò ribellarsi contro il suo Creatore, ecco quindi il motivo della sua collocazione al centro del Cocito, ovvero del IX Cerchio dove sono puniti i traditori. È anche una bizzarra parodia e un rovesciamento della Trinità, e il vento che spira dalle sue ali, secondo alcuni commentatori, alluderebbe al concetto dello Spirito Santo.

Lucifero (secondo Dante) non interagisce minimamente con i due pellegrini, isolato nella sua inarrivabile solitudine. Dante e Virgilio si aggrappano al pelo del mostro e scendono lungo le sue costole, oltrepassando la crosta di ghiaccio e ritrovandosi nell’altro emisfero, dove di Lucifero sporgono le zampe. Una volta qui, i due poeti raggiungono una piccola apertura nella roccia, da dove iniziano a percorrere una “natural burella” (uno stretto budello sotterraneo) che mette in comunicazione il centro della Terra con la spiaggia del Purgatorio, posta agli antipodi di Gerusalemme. Questa scalata tramite il principio del male può anche essere letta in senso allegorico, quale condizione necessaria di conoscenza totale prima di ascendere alla purificazione del Purgatorio.

Lucifero (secondo Dante): non un uomo dannato, ma un angelo sconfitto

La particolarità della rappresentazione di Lucifero nella Commedia consiste nell’esclusione di qualsiasi componente grottesca. In questo Dante si distingue da molta iconografia medievale, che amava raffigurare i diavoli, Satana compreso, in modo ridicolo. Il particolare delle ali e delle tre facce (antitesi della Trinità) sono le uniche concessioni al mostruoso: sono assenti tutti gli elementi grotteschi (corna, code di serpente, zampe artigliate, e quant’altro) tipici delle coeve raffigurazioni letterarie e iconografiche (si pensi al diavolo dei mosaici del Battistero di Firenze che Dante conosceva molto bene e da cui ha preso ispirazione per le tre teste e i sei occhi). La raffigurazione dantesca però, come già detto, lungi dall’essere ridicola, vuole in realtà essere una sorta di trinità negativa che sia speculare a quella, perfetta, di Dio.

Il Lucifero (secondo Dante) non è un uomo dannato, ma un angelo sconfitto e reso impotente: se ne può avere orrore, ma non prendersene gioco.

[Fonte immagine: wikipedia/Gustave Doré – canto 34 – Inferno]

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