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Eroica Fenice

Metrica latina: alcuni principi generali

Metrica latina: istruzioni per l’uso

Metrica latina, origini etimologiche

La parola metrica, che si ricollega nell’etimologia al concetto di misura, indica l’insieme dei metri, ossia dei periodi ritmici dai quali veniva misurato, nella sua durata e variamente caratterizzato nel ritmo, il verso di tipo classico; essa, insieme ad altri espedienti della versificazione e all’eventuale raggruppamento strofico dei singoli versi, costituisce l’elemento basilare della poesia.

La metrica classica, ideata dai Greci, adottata e rielaborata dai Romani, è la metrica quantitativa per eccellenza: in essa, cioè, il ritmo è strettamente connesso con la quantità o durata delle sillabe. Che cosa fosse precisamente tale quantità a base vocalica, non sappiamo; il senso vivo di essa si perdette sul finire dell’età pagana, pertanto i moderni solo imperfettamente percepiscono il verso antico, nel quale senza dubbio prevaleva un accento musicale. 

Nozioni generali di prosodia e metrica 

Richiedendo il ritmo intervalli fissi di tempo, le sillabe furono divise in due categorie e la durata delle sillabe brevi fu impiegata come unità di misura, mentre alle lunghe fu assegnata una durata doppia; la successione di sillabe brevi e lunghe in una stessa parola o in una serie di parole formava i diversi “piedi”, unità ritmiche analoghe alla battuta musicale; il gruppo di due o più piedi uguali formava la serie ritmica detta colon (gr. κῶλον); il gruppo di due o più cola formava il periodo ritmico detto “metro” che, se scritto sullo spazio di una riga, era chiamato dai Latini versus.

Ogni piede si scompone in due parti: il tempo forte colpito dall’ictus – l’accento ritmico, o percussione – e corrispondente a maggiore intensità di voce, e il tempo debole. I versi classici, per lo più, si compongono di piedi uguali e desumono la denominazione generale dal piede che li costituisce, o talvolta dal poeta che per primo li adoperò.

I principali piedi sono: il giambo, dal ritmo molto vicino a quello del linguaggio parlato; il trocheo, dal ritmo poco meno agile; il dattilo, il piede dell’epopea antica; lo spondeo, dal ritmo lento; l’anapesto, un dattilo a rovescio. La denominazione del verso evidenzia la tipologia dei piedi che lo compongono: ad esempio, l’esametro dattilico è formato da una sequenza di sei dattili; il senario giambico, il metro più adoperato dai Romani nei testi teatrali, è formato da una successione di sei giambi.

Molti versi erano tipicamente connessi con determinati generi poetici: gli esempi più noti sono offerti dall’uso dell’esametro nell’epos e del distico elegiaco nella poesia amorosa; la satira, invece, si volse ai ritmi giambici e trocaici, che in seguito furono adottati dalla tragedia e dalla commedia per le parti dialogiche.

Caratteristiche della metrica latina 

Le convenzioni prosodiche del latino non coincidono interamente con quelle del greco e, soprattutto in età arcaica, quando il processo di acculturazione da parte dei Romani della più sofisticata cultura greca era in pieno svolgimento, i modelli greci furono adattati con grande libertà dagli autori latini. La differenza più consistente rispetto a quella greca risiede nel fatto che, dato il diverso carattere della lingua e la natura soprattutto dinamica o espiratoria dell’accento, l’ictus latino spesso coincise con l’accento tonico della parola, che era molto meno indipendente dalla quantità della sillaba rispetto all’accento greco: pertanto, l’accettazione dei metri greci richiese ai poeti romani un intelligente adattamento alle esigenze della lingua nazionale.

Circa il saturnio, il verso indigeno anteriore all’introduzione dei metri greci, dalla struttura estremamente fluida e imprevedibile, i punti di vista discordano: è probabile che nei primi secoli il verso avesse un ritmo accentuativo di origine indoeuropea, e successivamente, in fase soprattutto letteraria, diventasse quantitativo, perché più adatto alla natura della lingua latina. Nella poesia latina la massima polimetria coincise con il periodo arcaico; le commedie plautine, la cui versificazione era incomprensibile già per Orazio, offrono, specialmente nelle parti liriche, molti problemi non ancora risolti. Verso il I sec. a.C. alcuni poeti lirici, soprattutto Catullo e Orazio, mirarono a riprodurre con la maggiore esattezza possibile certi metri greci; infine, nella tarda antichità, un’artificiosa rinascita della polimetria greca fu perseguita da Ausonio e da Prudenzio.

Benché per tutto il Medioevo sino al’Umanesimo, e da questo ai giorni nostri, si sia continuato a verseggiare in latino secondo i principi della metrica classica, il senso immediato del verso quantitativo andò man mano spegnendosi in armonia con la generale trasformazione della lingua latina. Gradualmente sorse una metrica del tutto diversa, fondata sul principio accentuativo, che dà valore all’accento tonico delle parole, e sillabico, che tiene conto del numero delle sillabe: una metrica, insomma, a carattere ritmico invece che melodico. Si comprende, dunque, l’importanza che successivamente in essa venne assumendo la rima, per marcare il nuovo periodo ritmico. 

Fonte immagine: https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Virgil_Mosaic_Bardo_Museum_Tunis.jpg

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