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Eroica Fenice

Paola Riccora

Paola Riccora: la donna che lanciò Eduardo

Questa è la straordinaria storia di Paola Riccora, una ragazza di buona famiglia, nata sul finire dell’Ottocento a Napoli, e con un futuro ben delineato dal padre avvocato di origine lucana: quello di moglie e madre devota. Ma un’immensa passione per il palcoscenico le scorre nel sangue sin da piccola, quando accompagna la mamma a teatro e organizza recite a casa, uniche evasioni consentite. Il caso, in seguito, la indirizzerà dietro le quinte, facendola emergere quale autrice di successo e destinandola a essere, in senso cronologico, una fra le prime donne-commediografe d’Italia e madrina nazionale di Eduardo.

La protagonista è Emilia Vaglio: a circa vent’anni, la ritroviamo moglie dell’avvocato Caro Capriolo e madre di due figli. Quando, nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, Caro è richiamato alle armi, Emilia deve procurarsi un lavoro che assicuri tranquillità al precario andamento familiare. Si rivolge, dunque, ai clienti del marito, alcuni dei quali operanti in campo teatrale. Passione e necessità s’intrecciano in un’avventura inaspettata: tradurre commedie brillanti dal francese al napoletano per il “Teatro Nuovo” diretto da Eugenio Aulicino. È così che afferra il proprio istinto d’artista, arroventando la lingua di Molière col brontolio del Vesuvio e dando ai personaggi connotati spavaldamente partenopei. Trovandosi a esercitare in un’epoca che suggerisce pudore, si firma al maschile, Paolo Riccora, anagrammando nome e cognome del marito, sentendosi fragile e non ancora abbastanza scaltra per saltellare indenne tra i rischiosi sentieri del “mestiere teatrale”. Quando, però, il pubblico di volta in volta acclama l’autore, sul palcoscenico non si presenta mai nessuno: «Il signor Paolo Riccora è assente da Napoli», spiega Aulicino. I trionfi si susseguono e l’enigma incuriosisce tutti; giornali e caffè parlano di questo misterioso autore, finché la grande Matilde Serao vuole vederci chiaro… Ed è proprio lei a svelare al mondo che dietro Paolo Riccora si nasconde, in realtà, una donna, una quieta madre di famiglia, che di notte, china dinanzi a una scrivania, plasma personaggi e annoda intrecci. Dopo questa rivelazione, Emilia decide di svelarsi al femminile. Scrittrice prolifica, con l’audacia dell’emergenza, Paola si butta a capofitto nella stesura di circa una sessantina di pochades, fra cui le celebri “‘Nu mese ô frisco” e “La presidentessa”. «Cominciavo ad aver fede in me stessa e non mi bastava più il ridurre, trasformare, rimaneggiare commedie straniere. Aspiravo, naturalmente, a qualcosa di più originale e di più ampio respiro». Con “Nevicata d’aprile” del 1920, Paola inaugura una produzione originale che le assicura, in tutta Italia, molti anni di solida fama.

Paola Riccora incontra un giovane alto, magro, dal volto scavato: Eduardo

Commediografa ormai del tutto autonoma, Paola Riccora concilia famiglia e lavoro, sotto le luci della ribalta. La fama è tale che nella quieta casa di via Carlo Poerio, nell’elegante zona Chiaia, entra, un giorno, un giovane alto, magro, dal volto scavato: si chiama Eduardo De Filippo. Lo accompagnano il fratello e la sorella, Peppino e Titina. Ma cosa vuole questo gracile attore dalla signora Riccora? «Voglio ‘na cummedia, donna Paola. Avete qualcosa nel cassetto?». I fratelli De Filippo, già in auge con pezzi popolareschi, sono in cerca del salto nazionale, attraverso un testo più robusto, dai risvolti drammatici. E lo compiono grazie a lei con “Sarà stato Giovannino”, del 1933; la commedia si svolge all’interno di casa Apicella, dove Giovannino è l’ospite povero, parente poco gradito e capro espiatorio del quotidiano familiare. La commedia attira sui De Filippo e sulla Riccora l’attenzione della critica più avvertita, ma soprattutto pone l’accento sulle qualità di Eduardo come attore drammatico e non meramente farsesco, imponendolo all’attenzione dei critici, strappandogli l’abito troppo stretto d’interprete dialettale e facendogli mietere successi anche al Nord. Eduardo sarà sempre molto grato a quella “casalinga”: «Carissima D. Emilia, che diavolo avete combinato? Non c’è che dire: ce ponno cchiù ll’uocchie… L’invidia non ci lascia tranquilli. Il successo è stato pieno sotto ogni punto di vista. Tutta la stampa è d’accordo e finanziariamente è stato un vero trionfo».

Dopo altre due commedie, la collaborazione s’interrompe. Del resto, alla scrittrice giungono, incalzanti, le richieste di altre compagnie teatrali: Raffaele Viviani, Ettore Petrolini, Dina Galli. La sua vena di autrice si conserva viva fino a quando se ne va in una sera del 1976, mentre, all’età di novantuno anni è ancora lì, di notte, nel suo studio di via Carlo Poerio, a rammodernare e correggere sue vecchie commedie: continuano a richiedergliele da tutta Italia. Lascia al mondo il suo lungo cammino tra le parole. Questa, una sintesi dei suoi pensieri: «Come chiudo il bilancio della mia carriera di commediografa? Con un passivo di molte amarezze e qualche delusione. Con un attivo di soddisfazioni morali che le compensano. Un pareggio, come vedete, che non tutti bilanci raggiungono. E che mi permette di guardare al passato con la serenità di chi sa di non aver completamente perduto il suo tempo».