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Eroica Fenice

Roma antica e fascismo

Roma antica e fascismo: un rapporto mendace

Roma antica e fascismo. Quali sono le differenze? E quali, invece, i punti in comune tra queste due differenti epoche storiche?

A partire dal 1921, con la trasformazione del movimento in partito, la propaganda fascista si è nutrita costantemente di riferimenti a Roma antica, proponendosi come «la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma», secondo quanto sostenne Mussolini stesso nel suo discorso di proclamazione dell’impero; sicché la romanità divenne uno dei principali strumenti simbolici del fascismo, al fine di definire la sua individualità politica, la sua organizzazione, il suo stile di vita e gli obiettivi della sua azione. Tuttavia, vi sono moltissime motivazioni concrete, per cui il fascismo come fenomeno storico non è assolutamente accomunabile alla storia di Roma antica.

Roma antica e fascismo, le differenze

Innanzitutto la prima grande differenza è la presenza, nel regime fascista, di un solo uomo al comando: dopo la marcia su Roma, infatti, il re Vittorio Emanuele diede a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo, sicché il partito fascista divenne l’unico partito, con il totale controllo. Mussolini si ritrovò così a governare un intero paese senza che l’incarico venisse conferito, vigilato e rinnovato da un Parlamento attivo e da una pluralità di partiti politici che giustificassero le prerogative del leader. I romani, invece, non avrebbero mai accettato un solo uomo alla guida senza che questi avesse un conferimento legale derivato da un dibattito politico: essi, infatti, pur avendo conosciuto la monarchia, a partire dalla nascita della Repubblica in poi si dotarono di assemblee legislative e comizi politici, con l’incarico di guidare lo Stato mediante due consoli, che dovevano controllarsi a vicenda. Era, inoltre, possibile nominare un dittatore, ma tale magistrato straordinario era nominato in momenti di particolare emergenza e per un tempo massimo di sei mesi; similmente l’imperatore era un supremo garante e protettore militare della Repubblica, il cui ruolo e le cui funzioni dovevano essere sempre monitorate dal senato. Ciò spiega perché tutti gli uomini dotatisi di un potere eccessivo non giustificato dal senato fossero neutralizzati, in primis Giulio Cesare.

L’importanza del dibattito politico e l’estraneità della discriminazione razziale nella Roma antica

Un seconda grande differenza tra Roma antica e fascismo è il dibattito politico: durante la dittatura fascista furono negate le libertà fondamentali, di opinione, stampa e associazione, sicché l’esistenza del solo partito fascista eliminò ogni dibattito politico tra forze avverse. Nel mondo romano, invece, era forte la necessità di un confronto e, benché il cittadino romano non potesse protestare né organizzare un partito personale, questi poteva fruire di una forma di rappresentanza politica mediante un sistema di clientele: tutta la storia politica romana, infatti, è stata caratterizzata dal continuo dibattito tra gentes e leader politici.

Un terzo elemento riguarda l’indipendenza delle scelte in politica estera: Mussolini, infatti, dopo essersi imposto a livello ideologico come ispiratore di Hitler, si lasciò da questi veicolare in relazione all’entrata in guerra dell’Italia, a seguito dell’evolversi degli eventi e delle prime vittorie della Germania nazista in Europa: una decisione che ebbe esiti nefasti per il nostro paese, militarmente non adeguato. I romani, invece, non avrebbero mai concesso ad un alleato di influenzare e dirigere la propria politica estera, e una testimonianza è offerta dai rapporti con l’Etruria, allora principale potenza italica, senza il cui sostegno l’antica e ancora debole Roma monarchica riuscì a conseguire l’autonomia.

L’aspetto più palese di lontananza è costituito dalla discriminazione razziale: il fascismo, infatti, benché non esordisse come movimento razzista, in un secondo momento, trascinato dall’ideologia nazionalsocialista, giunse ad approvare il Manifesto della razza e a promulgare le leggi razziali (1938), che imponevano una divisione basata sui caratteri biologici contro gli ebrei. Al contrario, la storia romana non ha mai conosciuto differenziazioni concepite su base razziale, limitandosi a valutazioni di sviluppo di civiltà o a incomunicabilità di tipo religioso: non solo, infatti, le differenti minoranze erano rispettate ed integrate con leggi apposite per una loro pacifica convivenza nell’impero, ma più della metà degli imperatori romani proveniva dalle province; inoltre, Roma è riuscita ad integrare nella compagine imperiale popoli lontani e molto diversi fra loro.

Il rapporto con le colonie e i rischi di una “fascistizzazione” della storia romana

Infine, il fascismo avviò la costituzione di un impero, conquistando colonie in Libia ed Etiopia, ma attuando una politica coloniale esclusivamente di propaganda e di sfruttamento dei territori, senza alcuna volontà di promuovere un’assimilazione e uno sviluppo di tali aree, creando benessere ed infrastrutture. Al contrario, nel mondo romano ciascuna provincia, una volta inglobata nella sfera d’influenza romana, era considerata parte integrante dell’impero e ne condivideva il livello di sviluppo, mediante un vero e proprio processo di romanizzazione: tale inclusività tipicamente romana consentiva, ad esempio, la scalata sociale dei liberti, schiavi affrancati – i cui figli erano cittadini romani effettivi – che in taluni casi riuscirono a ricoprire anche ruoli di rilievo nella burocrazia imperiale.

Del resto, per Mussolini la storia antica non aveva alcun valore intrinseco, in base a ciò che egli stesso ribatté allo storico ed ex ministro dell’istruzione Pietro Fedele, preoccupato per la distruzione dei resti dell’urbanistica popolare della Roma medievale: «Se necessario demoliremo anche le melanconie del senatore Fedele, che si commuove ridicolmente per un mucchio di latrine». Insomma, la “fascistizzazione” della storia romana da parte del regime mussoliniano, radicatasi anche in alcune personali convinzioni politiche odierne, produce una distorsione considerevole: giacché, tutto ciò che è basato sul totalitarismo e sulla violenza non ha nulla a che fare con il vero studio della storia.

Immagine in evidenza: Wikipedia

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