Soapland giapponesi: simbolo di prostituzione legalizzata?

Soapland giapponesi: simbolo di prostituzione legalizzata?

Le soapland giapponesi (ソープランド soupurando) sono locali tradizionali giapponesi in cui un cliente uomo può farsi lavare da una prostituta scelta dalla lista di quelle del giorno, e con cui sarà in grado di poter avere un rapporto sessuale completo.

La prostituzione in Giappone ha un lungo excursus storico e legislativo che ne comprende la “legalizzazione”, di cui le soapland giapponesi sono un simbolo rilevante. Tappa fondamentale è il Periodo Edo (1603 – 1868), sotto lo shogunato Tokugawa. 

Vediamo insieme in che lunga tradizione si inseriscono le soapland giapponesi.

Prostituzione in Giappone dal periodo Tokugawa ad oggi

Contraddistinto da un regime militare fortemente autoritario e all’insegna del controllo, la burocrazia dello shogunato raggiunse anche l’industria del sesso, chiamata fuuzoku 風俗 (“morale pubblica”). Le attività sessuali si restrinsero a zone ben circoscritte delle grandi città, creando i famosi distretti a luci rosse. Naturalmente alcune donne riuscivano a sfuggire alla rigidità del governo, praticando la prostituzione di strada. Non dobbiamo pensare che sia facile, invece, per chi lavora nel contesto delle soapland giapponesi odierne.

Tornando alle povere cortigiane, non era una vita facile per chi vivesse all’interno dei quartieri del piacere. La gerarchia nei distretti, a cui faceva capo la Oiran, diveniva condizione di miseria per le più sfortunate. Molte fanciulle che venivano affidate alle case da tè erano, tra l’altro, cedute ai padroni dopo esser state vendute dai propri genitori. Nulla di troppo inusuale per quei tempi. Sono realtà che anche letterati del tempo hanno raccontato nei loro scritti. Si prenda Vita di una donna licenziosa di Ihara Saikaku (1642 – 1693). Non era possibile per le cortigiane pensare di poter scappare via. Il territorio era il primo ostacolo al fine della fuga, a causa di un fiume che ne circoscriveva i confini. Le soapland giapponesi è possibile trovarle proprio nelle aree sopra descritte, e tra quelle moderne annoveriamo Kabukichou (Tokyo) nel famoso quartiere di Shinjuku.

Andando avanti con gli anni, la prostituzione è stata ulteriormente regolamentata, aggiungendo sanzioni. Applicando diverse cesure storiche, si giunge alla legge del 1956. La medesima afferma: “Nessuno può compiere attività legate alla prostituzione o diventarne avventore”. In poche parole, si vieta l’attività e il suo sfruttamento.

Allora è lecito chiederci: “In che modo l’industria sessuale è riuscita e riesce a galoppare, nonostante continue coercizioni?

L’idea giapponese della prostituzione è strettamente connessa a rapporti coitali dietro pagamento, quindi è facile eludere la legge proponendo servizi che si limitano al sesso orale e anale o che comunque non prevedano il coito. Le soapland giapponesi sono controverse ed interessanti da analizzare proprio perché tra i servizi offerti vi è l’amplesso coitale fra clienti e prostitute.

Le soapland giapponesi

In Giappone i bagni pubblici si presentano come veri e propri centri di benessere e cura della persona; e le soapland giapponesi (“terra del sapone”) non seguono un principio tanto diverso, se non consideriamo l’implementazione del sesso al servizio offerto. Il ruolo dell’acqua è sempre stato rilevante sul suolo nipponico, in quanto considerata purificatrice del corpo e della mente. Non è un caso che durante il regime militare dei Tokugawa, il termine coniato per definire l’industria dell’intrattenimento fosse mizu-shoubai (水商売), cui traduzione più accurata è “il business dell’acqua”. Le soapland continuano a “valorizzare” tale aspetto, ma veniamo nel concreto di come lavorano.

Primo passo da seguire è lo shimei (指名), ovvero “la nomina” della prostituta da cui si desidera essere lavati. Grazie ad internet è possibile farsi un’idea della lista delle ragazze del giorno. È possibile anche far indossare alla fanciulla scelta un cosplay o adoperare sex toys per rendere il tutto più spicy. Giunti all’interno delle soapland giapponesi è abbastanza facile intuire cosa si arrivi a sperimentare.

Ciò a cui bisogna star molto attenti è un accurato tariffario che sale vertiginosamente per ogni minima scelta che si compie in previsione di quel giorno, o ora. A partire dal momento della giornata per cui ci si prenota, la ragazza nominata (se è una pornostar la tariffa è ovviamente più alta) e se lo shimei si è svolto online. Qui è possibile vedere come è costruita una classica interfaccia di un sito apposito.

In aggiunta c’è anche il nyuukaikin (入会金), tassa che si paga per la prima volta che si entra in una soapland.

I gaijin (外人), ovvero “gli stranieri”, non sempre hanno il permesso di poter entrare nelle soapland giapponesi. I motivi principali sono:

  • Il suo semplice essere straniero;
  • La mancanza di conoscenza della lingua giapponese, che non garantisce di poter esser informati a puntino su come funziona il servizio.

Per il primo motivo, si tratta di razzismo e pregiudizi sbagliati nei confronti dello straniero, visto come portatore di malattie sessuali e dunque forma di danno per la propria “merce”, come se ciò riguardasse soltanto la comunità occidentale.

Sintetizzando, possiamo arrivare ad affermare a primo acchito che le soapland giapponesi abbiano contribuito ad una “legalizzazione” della prostituzione; e che ne siano divenute un simbolo. Però è giusto domandarci se sia stata davvero legalizzata, o se semplicemente i gestori delle soapland son bravi ad eludere le forze dell’ordine sfruttando la concezione di prostituzione del Giappone, che ha garantito all’industria del sesso di poter correre fino ad oggi, divenendo tra l’altro fonte di lucro con i suoi enormi profitti.

Fonte immagine in evidenza: Wikipedia

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