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Eroica Fenice

La Tag: commedia dell’arte contiene 7 articoli

Teatro

El Romancero de Lazarillo e la transcultura tra passato e futuro

Un palco allestito sotto le stelle, un teatro all’aperto inscritto in un’atmosfera paesana in cui sorprendentemente si respira una festosa pluralità culturale, quella degli stand gastronomici di Intrecci, il Festival della cucina mediterranea, che offre la possibilità di degustare abitudini culinarie e tradizioni con cui vari popoli imbandiscono le loro tavole, devolvendo l’intero guadagno all’Associazione SOS Sostenitori Ospedale Santobono. È questo lo squisito scenario in cui, a Città della Scienza, ha avuto luogo lo spettacolo teatrale El Romancero de Lazarillo il 30 settembre 2017, curato dall’Associazione Teatrale Aisthesis e messo in scena dalla rassegna teatrale itinerante I viaggi di Capitan Matamoros. Una rivisitazione modernissima  e un tripudio di esperienze culturali Tutta l’energia di questo banchetto interculturale sembra fatalmente assorbita da Luca Gatta, protagonista indiscusso della scena; e non soltanto perché è l’unico personaggio a librarsi sul palco assumendo voci, facce, ruoli e comportamenti sempre nuovi, ma soprattutto per il connubio tra naturalezza e tragicità che riesce a realizzare con la propria performance. Prende possesso del palco con un’originalissima rivisitazione del cinquecentesco Lazarillo de Tormes, primo romanzo della tradizione occidentale moderna, che verte sulle vicissitudini del servo Lazarillo, che si racconta e si vive mentre vagabonda in cerca di fortuna per la Spagna. Dando prova di un’eccelsa padronanza linguistica ed esibendosi in capriole, giravolte e acrobazie varie (indice di notevoli abilità ginniche) sbandiera a tutti come il vero teatro sia sodalizio tra mente e corpo. Con grande eclettismo Luca Gatta frammenta il proprio io per essere voce di tutte le peripezie a cui il servo Lazarillo si deve sottoporre per ascendere alla dimensione borghese. Le sue disgrazie, il suo tormentato girovagare, il suo vendersi a padroni diversi (portando sulla scena molti topoi medievali) confluiscono in un’esibizione strabiliante, condotta nella totale assenza di quinte. L’attore si identifica in un giullare dal piglio drammatico e inquieto, con una tragicità sempre rispettosa del carattere narrativo dell’opera. Un trionfale ritorno alla commedia dell’arte che disseppellisce il gusto medievale, con quella particolare trasposizione del testo dalla prosa alle ottave. Un linguaggio ibrido, ponte tra modernità e antichità, che aiuta lo spettatore a calarsi nel passato inscenato ma con i piedi ben piantati nel proprio presente. Una commedia che, fedelissima al progresso e alla molteplicità culturale, resuscita la tradizione del romanzo e l’atmosfera medievale. L’attore veste i panni di un impeccabile cantastorie, in un sortilegio quasi inquietante, che lo fa rimanere Lazarillo per tutta la durante dello spettacolo ma lo trasforma anche in tutti i personaggi in cui egli si imbatte. Con pochi oggetti di scena e il suo retroscena culturale, l’esibizione vuole ricongiungere alle origini del teatro. A tu per tu con il protagonista de El Romancero de Lazarillo Alla fine dello spettacolo ho raggiunto la star della sera per congratularmi della sua notevole capacità di immedesimazione. Luca Gatta si dimostra piacevolissimo e professionale anche di persona. “Ho fatto quello che ha fatto Gauguin, che alla fine della sua vita ha ricominciato a dipingere il suo villaggio natale. Ho vissuto tra le montagne avellinesi, dopo ho […]

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Recensioni

“Né serva né padrona”: le donne e la Commedia dell’Arte alla Basilica dello Spirito Santo

Nella seconda settimana del Festival internazionale di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros – Storie di migranza, la sera di giovedì 21 settembre è tutta al femminile, con lo spettacolo Né serva né padrona, un vero e proprio One Woman Show all’interno della sagrestia della Basilica dello Spirito Santo, sede dell’Associazione Culturale Medea Art. Italia, Sedicesimo secolo: divieto per le donne di calcare le scene e severe condanne da parte della Chiesa verso le eretiche che osavano trasgredire e dedicarsi a quelle forme d’arte ‘scandalose’ e indegne. In tali temperie culturali, donne coraggiose e intraprendenti si distinsero per i loro meriti nell’arte oratoria, poetica, musicale e persino comica, come l’attrice padovana Isabella Andreini e la famosa cantante napoletana Adriana Basile.  Le personalità di queste brillanti figure femminili rivivono sulla scena con Claudia Contin Arlecchino, autrice, attrice, regista e artista figurativa, nonché prima donna ad interpretare il personaggio di Arlecchino, e grazie alle musiche di Luca Fantinutti. Claudia Contin Arlecchino, spogliandosi dei tradizionali panni della maschera del buffo Arlecchino, con i quali fa il suo ingresso sulla scena, svela al pubblico tutti i retroscena del mestiere di attrice, con grande autoironia e comicità, passando attraverso l’interpretazione dei diversi ruoli femminili della Commedia dell’Arte (dalla servetta, all’innamorata, alla cortigiana) e mostrando le movenze tipiche e la gestualità che contraddistingue tali figure, in un continuo coinvolgimento degli spettatori che crea un clima di ilarità ed improvvisazione. Donne e teatro: dalla Commedia dell’Arte al Terzo Millennio alla Basilica dello Spirito Santo Dall’aperitivo a base di polenta, al ‘punzecchiamento’ giocoso degli uomini presenti nel pubblico, Claudia veste e sveste i panni dei suoi personaggi, con un viaggio attraverso i secoli, il cui trait d’union è l’emancipazione della figura femminile e la rivoluzione portata dall’ingresso della donna sulle scene. Attraverso due coraggiose donne del Cinquecento, Isabella Andreini ed Adriana Basile (baronessa per ‘meriti d’arte’), simboli di tale emancipazione, si arriva fino alle donne del Terzo Millennio, con la stessa Claudia. In una ‘confessione scritta’, l’attrice spiega le ragioni che si nascondono dietro la scelta della maschera di Arlecchino e la convivenza con questo personaggio, chiudendo la sua performance con una riflessione che si ricollega al titolo e all’essenza stessa di tale spettacolo: “Né serva né padrona, ma libera persona”.

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Comunicati stampa

“I viaggi di Capitan Matamoros – Storie di Migranza”: la quarta edizione del Festival della Commedia dell’Arte

Giunge alla quarta edizione il Festival Internazionale della Commedia dell’Arte “I viaggi di Capitan Matamoros – Storie di Migranza”, tre settimane all’insegna di spettacoli e meeting nei luoghi storici più suggestivi della città di Napoli, dalla Basilica dello Spirito Santo, alla Chiesa di San Gennaro all’Olmo, alla Sala delle Colonne, fino alla Basilica dell’Annunziata. “Storie di Migranza”, un progetto di Coop En Kai Pan, sotto la direzione artistica del regista, formatore e attore Luca Gatta, parla di confronto e dialogo tra le culture, che si incontrano e sperimentano nuove forme di convivenza attraverso la Commedia dell’Arte, nella consapevolezza che «…fare teatro significa soprattutto trovare l’altro dentro di sé. È questo, infine, il messaggio che vogliamo passare», come sottolineano le parole di Luca Gatta. Un festival dell’incontro e della comunicazione Un festival all’insegna della comunicazione tra i popoli, con eventi di grande spessore, fra i quali lo spettacolo “Nè serva nè padrona”, una riflessione sul ruolo del teatro nell’emancipazione della donna tra ‘500 e ‘700, con il ritorno sulla scena, dopo la partecipazione all’edizione precedente, di Claudia Contin Arlecchino, primo Arlecchino donna d’Italia. A seguire, lo spettacolo “Jabberjoyce“, ispirato ai romanzi Finnegans Wake di James Joyce e Alice nel paese delle meraviglie e Oltre lo specchio di Lewis Carroll, e che sarà protagonista dell’incontro “La maschera nella contemporaneità”, organizzato in collaborazione con il Conservatorio di San Pietro a Majella. Tra le novità di quest’anno, vi è la creazione di una sezione dedicata ai ragazzi e le famiglie, con lo spettacolo di burattini “Un Babalào mi raccontato che” di Bottega Buffa Circo Vacanti e I burattini di L. Gottardi, ispirato alla danza degli Orixà brasiliana, e, dall’incontro tra la Commedia dell’Arte e la fiaba Hansel e Gretel, “La fattura della cipolla” di Associazione Teatrale Aisthesis e Ilaria Scarano. Nell’ultima settimana di programmazione del festival, è previsto, invece, il debutto dello spettacolo “Dentro la tempesta” (regia di Luca Gatta) dell’Associazione Teatrale Aisthesis, nato all’interno del progetto Dentro La Tempesta – L’altro nello sguardo dell’altro, dall’esperienza dell’Associazione Teatrale Aisthesis ad Avellino con ragazzi migranti provenienti dal Mali, Costa d’Avorio, Camerun e Gambia. Un’altra novità di quest’edizione è il coinvolgimento delle associazioni che si occupano della valorizzazione e della diffusione del patrimonio artistico della città e che accompagneranno il pubblico, prima degli spettacoli, in passeggiate e visite guidate nelle location del Festival, grazie alla collaborazione con le associazioni napoletane Curiosity Tour, Medea Art e Insolita Guida. ACCORDI DI PARTENARIATO La quarta edizione del Festival è stata organizzata anche grazie ai nuovi accordi di partenariato con l’Arlecchino Errante di Pordenone, ventennale Festival di Commedia dell’Arte, con LegaCoop Campania, e Fondazione Idis – Città della Scienza, e grazie al riconoscimento internazionale dell’EFA (European Festival Association) con il bollino di qualità EFFE Label 2017-2018. In particolare, grazie al partenariato con Fondazione Idis – Città della Scienza vi sarà l’inserimento all’interno del Festival dell’excursus eno-gastronomico “La tavola di Matamoros: il cibo e la fame nell’epoca Rinascimentale e Barocca della Commedia dell’Arte”. A chiusura del Festival, quest’anno a Bagnoli, andrà in scena “El […]

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Teatro

I Viaggi di Capitan Matamoros, due chiacchiere con gli attori del LICOS

Questa sera, alle ore 20.00 presso la Sala del Capitolo di San Domenico Maggiore, in occasione de “I Viaggi di Capitan Matamoros” andrà in scena in anteprima lo spettacolo “Cunti di Sfessania”, nato dal lavoro svolto da Luca Gatta, direttore artistico della rassegna, con gli attori del progetto LICOS (Laboratorio Internazionale di Composizione Scenica), a cura dell’Associazione Teatrale Aisthesis. Il LICOS è un training che dura nel tempo, risultato di una ricerca attoriale di oltre dieci anni e che tocca le principali questioni dell’artigianato teatrale, attraverso un viaggio tra culture e discipline differenti, e le tradizioni orientali e occidentali. Come afferma lo stesso Luca Gatta, L’obiettivo centrale del lavoro è quello di creare un teatro di gruppo che abbia come fine la ricerca di nuove forme espressive e che si fondi sul dialogo transculturale, favorendo perciò l’integrazione e l’interazione tra soggetti provenienti da culture ed esperienze differenti. Il lavoro è condensato attorno alla Commedia dell’Arte, intesa non solo come genere teatrale, ma anche come strumento pedagogico: gli attori sono accompagnati in un cammino antropologico alla ricerca del proprio archetipo, inteso come oggetto misterioso che ci conduce in un viaggio verso noi stessi, dei tipi originari su cui modellare figure più complesse. Diamo oggi la parola agli attori del LICOS, ai quali abbiamo chiesto di parlarci della loro esperienza e del personaggio che interpreteranno, a partire dal proprio archetipo. Intervista agli attori del LICOS Angela Dionisia Severino Ho conosciuto il LICOS due anni fa, grazie a un’amica, che aveva seguito  una giornata di seminario con Luca Gatta e la maschera che mi è stata assegnata è Arlecchino. Di lui penso… che non pensa! Perciò mi permette di lavorare su un altro livello, rispetto ai personaggi ‘pensanti’ e pieni di coscienza: un livello più senziente che psicologico, più azione e meno riflessione, più necessario che pensato, più contadino che intellettuale. Da questa esperienza ho imparato, anzi sto imparando, come usare la mia cassetta degli attrezzi fisici e vocali per costruire scene e ri-costruire la vita in scena. In breve questo: acquisire strumenti e tecniche della nostra e di altre tradizioni per entrare in nuove posture e animarle con rigore. Paola Maria Cacace Faccio parte del LICOS da un anno e mezzo e sono entrata in questo gruppo di ricerca dopo aver fatto un incontro con il regista Luca Gatta. Nella commedia ricopro il ruolo di Pantalone, archetipo del vecchio di cui riesco a restituire i duemila anni d’età attraverso una precisa postura del corpo. Pantalone mi dà la possibilità di rappresentare tutti i vecchi del mondo vissuti nei secoli, nella gobba che ho costruito su di me porto lo spessore di una vita vissuta pienamente. È saggio, egoista, poeta, bambino, innamorato, impotente, presuntuoso e riesce a farmi lacrimare sotto la pelle di cuoio che indosso. Per me calzare la maschera di Pantalone significa privarmi della mia persona e cercare un’altra voce, un altro respiro e un altro corpo che probabilmente mi troverò a riconoscere allo specchio tra cinquant’anni.  Quest’esperienza mi ha insegnato l’artigianalità del teatro. […]

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Teatro

Arlecchino e il suo doppio: Arlecchino secondo la Compagnia Hellequin

Altro giro, altra corsa! Dopo l’ottimo El Romancero de Lazarillo e l’interessante incontro-dibattito La maschera nella contemporaneità, il carrozzone itinerante della rassegna I viaggi di Capitan Matamoros ha proposto, sempre nella Sala del Capitolo nel chiostro di San Domenico Maggiore, uno spettacolo che ne incarna pienamente spirito, carisma e intenti. Arlecchino e il suo doppio della Compagnia Hellequin di Pordenone, infatti, racconta del contrasto costitutivo della fragile anima dell’artista moderno. Scissa tra la naturale inclinazione al dramma e all’inquietudine e l’ardore scanzonato e comico, essa è in pellegrinaggio perpetuo. A rappresentarne i poli opposti sono due personaggi iconici, il povero ma sempre energico Arlecchino e l’enigmatico principe Amleto, che, per il tutto il corso della rappresentazione, si rincorrono, avvicendano, e, in fine, si fondono, decretando come impossibile la vittoria dell’essere sul non essere. La narrazione procede, quindi, per fasi alterne, con la maschera nera del personaggio della Commedia dell’Arte che diventa lo spartiacque tra le voci, che parlano linguaggi ma anche lingue diverse: inglese (Amleto) e un italiano caleidoscopicamente ricco di varianti dialettali (Arlecchino). Arlecchino e il suo doppio, uno spettacolo rock della Compagnia Hellequin! Come questa pietra/ così fredda/ così dura/ così prosciugata/ così refrattaria/ così totalmente/ disanimata/ Come questa pietra/ è il mio pianto/ che non si vede. Lo spessore drammaturgico dell’opera, oltre che dalla profonda indagine artistica e socioculturale sul ruolo dell’attore e dell’essere in quanto tale nella società moderna, è dato anche dai numerosi riferimenti alla letteratura novecentesca (Ungaretti, Leonard Cohen e Christa Wolf) e alle canzoni che hanno caratterizzato gli anni 70’, come Mercedes Benz di Janis Joplin. Lo spettacolo, fortemente impressionistico e suggestivo, vive dei gesti, del canto e del talento spropositato di Claudia Contin Arlecchino, la prima donna al mondo ad aver interpretato il carattere maschile della maschera bergamasca. L’attrice è anima, corpo, ed esistenza stessa di questa recita che porta avanti con passione e carattere in ogni sua scena e che non è pensabile senza di lei sul palco, non così tragicamente bella com’è, almeno. ——————————————————– Prossimo spettacolo della rassegna: Mercoledì 28 settembre 2016 h 20.00 Chiesa antica Complesso Monumentale Donnaregina Vecchia CRUDELE D’AMOR di Associazione Teatrale Aisthesis Info e prenotazioni: Cell.: 339 623 52 95 (anche whatsapp) Email: tizianaaisthesis@gmail.com, coop.enkaipan@gmail.com Web: https://iviaggidicapitanmatamoros.wordpress.com/ Jundra Elce

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Teatro

I Viaggi di Capitan Matamoros, intervista a Luca Gatta

Spettacoli, workshop, mostre e dibattiti. La rassegna itinerante di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros è alle porte. Abbiamo avuto il privilegio di intervistare Luca Gatta, direttore artistico della rassegna e regista degli spettacoli della associazione teatrale Aisthesis. Intervista a Luca Gatta Da Goldoni ad oggi, la trasformazione della commedia dell’arte secondo voi. Partiamo dall’assunto che per me Goldoni già non è più Commedia dell’Arte. Goldoni ha riformato la commedia italiana dando valore predominante al testo, pertanto, ha tradito quello che è il primo assunto della Commedia dell’Arte, chiamata anche commedia improvvisa, in più, dando valore alla parola, ha introdotto una dimensione psicologica della scena che nel ‘400, ‘500, ‘600 non esisteva. Parlare oggi di Commedia dell’Arte significa non riferirsi a Goldoni, ma guardare a Stanislavskij, Copeau, Mejerchol’d, Ėjzenštejn, che con la loro avanguardia, hanno ri-teatralizzato il dramma, dando più valore alla scrittura scenica che al testo. La rivoluzione del Teatro nel ‘900 secondo me è questa: ciò che Goldoni nel ‘700 aveva riformato, nel ‘900 viene ricomposto. Per noi di Aisthesis significa questo il recupero della Commedia dell’Arte, seguire il solco di Maestri quali Artaud, Copeau, Mejerchol’d, Stanislavskij.  Come si posiziona la commedia dell’arte in questo momento storico in cui il teatro sembra essere in crisi? A me il teatro non sembra in crisi. Il teatro non può essere in crisi, semplicemente dagli anni ’60 in poi, il teatro, per forza di cose, è uscito dai luoghi canonici per diventare un teatro che dalla visione passa alla partecipazione, ecco anche spiegato il perché della presenza all’interno della nostra rassegna di Giuliano Scabia che è stato uno dei protagonisti e fautori di questo passaggio. Oggi è in crisi quel teatro che non permette all’essere umano di parteciparvi. Il teatro entra in crisi quando non trova più una giusta collocazione nella società, quando non trova più il modo di rapportarsi con questa, quando non ha più una comunità a cui rivolgersi come accadeva nella Grecia antica. Si parla di crisi del teatro, ormai, da più di un secolo. Si è parlato di crisi quando è nato il cinema e di nuovo con la tv. Secondo me il teatro è in crisi se lo si guarda dal punto di vista del contenitore, i teatri stabili per intenderci, dal punto di vista istituzionale, perché lo Stato non stanzia più fondi, perché vengono tutelate solo grandi strutture a scapito di altre, ma da un punto di vista della partecipazione del pubblico, della creazione e della circuitazione di opere, il teatro non mi sembra in crisi, è semplicemente cambiato il gusto delle persone, che non vogliono più i “vecchi salotti” in cui “assistere” al teatro, ma cercano piuttosto luoghi della partecipazione. Qualche anticipazione sugli spettacoli in programma Quest’anno abbiamo deciso di ampliare il format originario de i viaggi di Capitan Matamoros, rassegna nata due anni fa essenzialmente per presentare i nostri lavori, ospitando spettacoli di altre compagnie, ma che per noi sono fondamentali. Arlecchino e il suo doppio di Ferruccio Merisi, con Claudia Contin, è […]

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Interviste emergenti

Vittorio Passaro: un ResoCunto

Vittorio Passaro è un giovanissimo attore teatrale partenopeo, a un passo dalla sua prima esperienza da regista nello spettacolo ResoCunto. Lo ricordiamo per aver interpretato, nel suggestivo spettacolo “Animae in San Lorenzo”, il poeta latino Giovenale e il rivoluzionario napoletano Masaniello, interpretazione, soprattutto quest’ultima, che difficilmente chi ha avuto il piacere di vedere potrà dimenticare. Quando hai iniziato a recitare e come è nata questa passione? Ho incominciato a 9 anni a fare teatro, ovviamente con il teatro amatoriale, non professionista. Con i laboratori scolastici la mia passione è aumentata grazie alle mie insegnanti di teatro che mi “obbligavano”, fortunatamente, a conoscere il teatro in tutte le sue forme; poi a 16 anni andai a fare il provino per Masaniello di Tato Russo, passai le prime selezioni e ai call back fui scartato, qui decisi che un giorno l’avrei fatto per mestiere. A 19 anni, il giorno del mio esame di maturità, il pomeriggio, dopo l’esame che andò malissimo, corsi a fare un provino per l’Augusteo, dove poi ho incominciato la mia carriera e dove un grande professionista, Michele Danubio mi prese sotto la sua ala per farmi da maestro. Dato che questo è un mestiere, come i mestieri ha bisogno anche di artigianato ed è quello che ha fatto con me Michele: mi ha insegnato le basi e non solo per fare questo mestiere, in particolar modo la commedia dell’arte, grazie alle quali ho potuto dedicarmi a ResoCunto anche come regista e drammaturgo. Hai fatto del teatro il perno della tua vita: quanto è difficile per un giovane napoletano di neppure venticinque anni vivere della propria passione? Vedi, non è semplicissimo, ma è proprio questa difficoltà che ti fa reagire, ti dà gli stimoli per trovare soluzioni a questa desertificazione di pubblico imminente del teatro napoletano prima e italiano poi. Il nostro mestiere ha bisogno e ha avuto sempre bisogno delle difficoltà per poter sopravvivere: durante il periodo della commedia dell’arte i commedianti venivano messi in condizioni lavorative pessime, i teatri chiudevano e riaprivano continuamente per giochi politici, per gli stessi giochi gli attori venivano appesi a forche o fucilati. E ho notato che la soluzione la stiamo cercando proprio noi giovani, aprendo spazi e realtà teatrali, creando compagnie; quando le cose sono i movimento è sempre simbolo di rivoluzione, di rinnovamento, vuol dire che qualcosa sta succedendo e sta per succedere. Come è nata la compagnia Naviganti Inversi? Nei NiV sono entrato in un secondo momento, però l’ho vista quasi nascere, ho partecipato fin dalla prima produzione. Nacque dall’esigenza dei tre soci fondatori Ursula Muscetta, Maurizio Capuano e Marco Serra proprio per quel bisogno di creare lavoro, produrre, unire le forze per superare questo ostacolo che ci attanaglia, il lavoro mancante. Il ResoCunto, spettacolo in scena dal 6 all’8 marzo allo ZtN, è il tuo primo spettacolo da regista in cui, però, non lascerai il ruolo di attore. Cosa ti ha portato a tentare la strada della regia? Era una strada che primo o poi avrei voluto affrontare e devo […]

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