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Eroica Fenice

La Tag: intervista contiene 92 articoli

Musica

Thank you for your complaints, intervista ad Emilya Ndme

Thank you for your complaints è il debutto discografico di Emilya Ndme La nostra intervista all’artista Thank you for your complaints è il tuo debutto discografico. Qual è il percorso che ti ha portato a tagliare questo importante traguardo? Ho iniziato ad ascoltare musica davvero molto piccola. Era una necessità, quando si è bambini gli istinti si percepiscono come esigenze e questo era la musica per me. Ho iniziato poi a studiare chitarra classica, poi canto, a scrivere le prime canzoni e a formare band con le quali giravo nei locali dell’alta Toscana. Ventenne, ho partecipato a qualche concorso ed uno il più importante come autrice di testi, Il Premio Lunezia, che mi vide tra i primi 8 autori d’Italia. Ho continuato così, studio, tanto ascolto di generi diversi, tante band, tanti live sopra e sotto al palco, collaborazioni con il mondo del teatro sino ad Emilya Ndme, che è il primo mio progetto da solista e che racchiude la visione sperimentale che ho della musica, i miei gusti e la contaminazione di diverse forme artistiche con le quali mi piace giocare. Il disco si avvale della collaborazione di Valgeir Sigurðsson, storico produttore, tra gli altri, di Björk e dei Sigur Rós. Da Genova ai geyser islandesi il passo è breve, a quanto pare. Valgeir ha masterizzato il disco, è stato decisamente un onore per me. L’ottimo lavoro di mixing di Gabriele Pallanca di Genova Records è stato esaltato dalle sue orecchie sapienti: è stato molto bello per me confrontarmi con una realtà come quella rappresentata da Sigurðsson e devo dire ci siamo intesi bene, ha accolto tutti i miei feedback e mi ha aiutata a raggiungere il suono che volevo dare al disco. L’inglese è la lingua di tutte le canzoni di Thank you for your complaints. A cosa si deve questa scelta? Ai miei ascolti, da sempre molto rivolti alla musica internazionale. I pezzi sono usciti dalla mia testa già in inglese. Negli ultimi anni l’inglese è stata decisamente la lingua con la quale mi è venuto più istintivo scrivere e quindi non ho fatto altro che assecondare il processo. Non ho idea se sarà sempre così ma attualmente questo è ciò che sento di fare. Nell’album mescoli con facilità sonorità differenti, passando dal’ indie rock all’elettronica, attraverso il pop e il glitch. Quali sono le tue principali influenze musicali? Sicuramente è vero, si sentono influenze differenti. La pasta sonora è la stessa ed è il collante del disco. I miei ascolti sono davvero molti: non ho limiti in fatto di gusti musicali, passo dal pop, al jazz, musica classica, indie, elettronica a seconda dell’umore o delle ricerche che sto facendo in quel momento. Se dovessi fare dei nomi attualmente ti direi FKA twigs, Aurora, Florence and the Machine, Daughter, ecc. Accompagno spesso le mie stories su instagram a pezzi che mi piacciono. Non sono molto autoreferenziale quindi seguendomi lì si può viaggiare con me tra i miei ascolti del momento. Il disco è molto eterogeneo a livello di temi […]

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Musica

Otto, intervista al cantautore Lorenzo Campese

Il nuovo nemico è il titolo dell’ep di esordio di Otto, progetto musicale guidato dal cantautore, tastierista ed arrangiatore Lorenzo Campese (ex Isole Minori Settime, Greta & The Wheels), pubblicato per Apogeo Records|New Generation. L’ep contiene quattro brani inediti con la produzione artistica di Stefano Bruno e Simone Morabito (Riva). Il mix è affidato a Gianni “Blob” Roma e Matteo Cantaluppi (Ex Otago, The Giornalisti, Bugo), nomi importanti del panorama indie-alternative italiano degli ultimi anni. Il progetto di Lorenzo Campese  Il progetto Otto nasce da un’idea del cantante e tastierista Lorenzo Campese, a cui prendono parte Marco Maiolino (basso e synth bass), Federica De simone (synth e voce), Andrea Moreno (chitarra elettrica) e Mattia Santangelo (batteria). Il frontman del progetto, Lorenzo Campese, è anche co-fondatore della band Isole Minori Settime, attiva tra il 2013 ed il 2017, con cui ha pubblicato l’EP “Elemosina” ed i singoli “Non cambiare traccia” e “Goffredo”. Terminata “l’avventura” con la band, Lorenzo ha fondato Otto, progetto in cui è autore dei brani e cantante solista. Il singolo di debutto di Otto è Rigore per la Juve, prodotto e registrato da Massimo De Vita (Blindur) presso lo studio Le Nuvole, ad aprile 2018. Nel 2019 Otto entra a far parte della famiglia di Apogeo Records | New Generation e pubblica, nel giugno dello stesso anno, il singolo Dietro un vetro, a cui sono seguiti Sposami Maurizio (Dicembre 2019) e Il nuovo nemico (luglio 2020), il brano che anticipa l’omonimo ep, la cui uscita è stata posticipata a causa dell’emergenza COVID19. Intervista a Otto Per saperne di più sul progetto Otto, Eroica Fenice ha intervistato Lorenzo Campese. Come nasce il progetto Otto? «Direi di parto cesareo, viste le tante difficoltà oggettive che molti musicisti stanno incontrando in questo periodo storico. Nello specifico, l’idea di dar vita a Otto nasce dopo lo scioglimento del mio precedente gruppo, Isole Minori Settime. Quel “settime” nel nome s’è trasformato in Otto, che è un po’ la sua continuazione ideale anche se decisamente più breve e facile da ricordare! Otto è anche il mio numero ricorrente, da sempre, per cui è stato piuttosto facile scegliere. Rispetto all’esperienza passata, condivisa con Enzo Colursi e Alessandro Freschi, caratterizzata da una vena più cantautorale in senso classico, Otto è un progetto un po’ più orientato su sonorità elettriche, che mi sono più congeniali, e su una maggiore cura della parte musicale. È la mia prima avventura come cantante solista di una band e autore dei testi, ma anche qui si tratta di un prezioso lavoro di squadra, sia quando ci vediamo a casa per scrivere, sia in sala per raccogliere nuove idee musicali» Il nuovo nemico è il titolo del tuo primo EP, chi è il nuovo nemico? «Il nuovo nemico è quello di cui le persone hanno inconsciamente bisogno. È la valvola di sfogo per le proprie frustrazioni e le proprie paure, la scusa da raccontarsi per non notare le proprie mancanze. Ognuno ha il suo nuovo nemico, ma molto spesso la tendenza è […]

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Libri

Un giro di giostra: il romanzo di Roberto Colantonio

Un giro di giostra è il nuovo libro dello scrittore Roberto Colantonio, edito da GM Press. Un giro di giostra: sinossi del libro “Novembre 1992. La Prima Repubblica sta morendo sotto i colpi di “Mani Pulite”. Inizia lo sciopero dei dipendenti del Monopolio di Stato sui tabacchi; è l’epoca d’oro del contrabbando delle “bionde”, agevolato dal continuo stato di guerra nei Balcani, sull’altra sponda dell’Adriatico. Niente e nessuno sarebbe stato più come prima dopo questo gigantesco giro di giostra. Giuseppe, detto Jo, torna a Lava, il suo paese natale, alle pendici del Vesuvio, dopo aver inutilmente tentato la fortuna altrove. Rincontra il suo amore di sempre, Maria, che ha sposato il suo migliore amico. Insieme, i tre tenteranno il colpo che gli permetterebbe di lasciarsi Lava alle spalle.” https://www.gmpress.it/prodotto/un-giro-di-giostra/ “Fu come uno sparo”, si legge in un passo del breve ma intenso libro di Roberto Colantonio; una narrazione semplice, scorrevole che entra nella mente, conducendo inevitabilmente a riflettere. Le parole che compongono le pagine del libro sono quasi come degli “spari” che uno dopo l’altro, quasi a raffica, si posizionano lì, in una scrittura che abilmente racconta di un ragazzo tornato al proprio paese di origine, in Campania. Lava, il paesino dagli orrendi fili di plastica colorati posizionati davanti alle porte d’ingresso a fare da tenda e a togliere l’aria. La sensazione era quella di trovarsi in un grande zoo, col mostro (il Vesuvio) che dall’alto osservava tutto. Il protagonista di “Un giro di giostra”, Giuseppe, detto Jo, è piuttosto controverso, si potrebbe definire ermetico nel suo modo d’essere e comportarsi. Osserva quel paesino dal quale partì, con lo spirito di chi vorrebbe rivoluzionare tutto. Un paese buio, in cui tutto è spento, ma non le descrizioni minuziose dell’autore, Roberto Colantonio. Jo non chiede consigli, sembra quasi non voler agire e pensa, tanto, spesso e intensamente con rammarico a ciò che è stato e ciò che probabilmente non potrà più essere. Il titolo del libro probabilmente rappresenta un po’ la metafora dell’esistenza, una giostra che fin quando gira, diverte e riesce a cancellare, seppur per poco tempo, i pensieri, i problemi, i rimorsi, quasi confondendo la mente per poi fermarsi e far ritorno alla realtà, bella o brutta che sia. Una giostra sulla quale si decide di salire e dalla quale necessariamente bisogna poi scendere. Un po’ come le situazioni che Jo, il protagonista del libro, vive con gli altri personaggi, che gli fanno da spalla, in un ambiente che pullula di emozioni, suggestioni e rimembranze. La redazione di Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare l’autore del libro intitolato “Un giro di giostra“, Roberto Colantonio, che con gentilezza e premura ha risposto a qualche domanda. L’intervista all’autore Roberto Colantonio Salve Signor Roberto Colantonio, innanzitutto complimenti per il libro. Come prima cosa Le chiedo, da cosa e come nasce l’ispirazione di scrivere un libro breve ma così ricco di significato, con una storia così “particolare”? “La ringrazio per le belle parole. Il libro ha avuto una gestazione molto lunga ed […]

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Culturalmente

Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Luciano D’Auria

Proseguiamo con un’altra intervista che ho realizzato nel 2015 rivolta a un altro cittadino lucano di Tito (PZ) in merito al sisma dell’Ottanta che colpì Irpinia e Basilicata. Oggi diamo la parola a Luciano D’Auria. Se ogni parola spesa sul terremoto del 23 novembre potesse trasformarsi in un mattone, forse la ricostruzione sarebbe già completata. Purtroppo è più facile parlare o scrivere che posare mattoni, diceva Vittorio Sabia (giornalista di Potenza). Nella situazione di emergenza creatisi immediatamente dopo il sisma, i problemi più urgenti furono relativi ai soccorsi e alle prime iniziative per affrontare l’evento. In un primo momento, essi furono soprattutto di carattere organizzativo. Centinaia di migliaia di italiani accolsero l’appello del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che invitò la gente a mobilitarsi per soccorrere le popolazioni più colpite. Moltissimi si misero in viaggio per portare beni di prima necessità: tende, roulotte, ambulanze, materiale medico, ecc. ; a questi volontari si aggiunsero coloro che nelle proprie città organizzarono raccolte di aiuti, fondi e coperte. La loro opera fu così proficua che si posero le basi di un’istituzione che agisse in casi di emergenza. Infatti, come primo effetto delle polemiche scoppiate subito dopo il sisma per i mancati interventi preventivi, ci fu l’adozione – dopo dieci anni – del regolamento attuativo della legge del 1970 istitutiva di un sistema di Protezione Civile Nazionale. Ci si sensibilizzò, quindi, intorno alla necessità di una cultura diffusa in questo campo proprio in seguito all’esperienza dell’Irpinia. Si cominciò a integrare il lavoro dei volontari nel sistema istituzionale dei soccorsi, favorendo in tutto il paese la crescita di una cultura della responsabilità civica e della prevenzione. Il sisma dell’Ottanta a Tito Intervista a Luciano D’Auria (72 anni – pensionato); a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati.) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Ero a tavola con la mia famiglia quando sentimmo tremare all’improvviso. Il terremoto ci colse impreparati, non sapevamo come comportarci. Prendemmo immediatamente qualche vestito e uscimmo spaventati. La notte dormimmo in quattordici persone circa in un casolare di campagna, dove restammo per più di qualche giorno. Ponendo la suddetta data come spartiacque tra il “prima” e il “dopo”, secondo lei cosa è cambiato a Tito? Dopo il terremoto diventammo comm’ sc’bandati e fu così per più di qualche tempo. La maggior parte delle abitazioni fu distrutta e la gente soffrì molto per questo. Il Comune offrì contributi alla popolazione che aveva subito danni e io in prima persona ho usufruito di un po’ di soldi, con i quali mi sono potuto costruire una casa in campagna. Ero un muratore, quindi a me non andò poi così male, nonostante tutto. Nel mio campo c’è stato molto lavoro in più dopo l’Ottanta, infatti a quel tempo ebbi vari lavori da eseguire. Prima del terremoto le case erano costruite solo con terra e pietre, non c’era cemento, in seguito invece i materiali utilizzati furono sabbia, blocchetti antisismici, ferri nei […]

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Culturalmente

Tito, il sisma dell’Ottanta – Intervista a Pasquale Giosa

Torniamo a parlare di quel terribile sisma che colpì Irpinia e Basilicata quarant’anni fa, il 23 novembre del 1980, e in particolare della fase di ricostruzione; oggi daremo la parola a Pasquale Giosa, cittadino lucano del comune di Tito (PZ). Generalmente, per quanto riguarda la fase preliminare della ricostruzione, si previdero 14.000 alloggi provvisori e l’utilizzazione di containers. Col decreto legge n. 75 del 1981, poi convertito nella legge n. 219 del 1981, vennero stanziati 550 miliardi di lire per l’acquisto e la realizzazione delle dimore. L’edilizia industrializzata avrebbe dovuto far parte della fase di ricostruzione vera e propria e non si prevedevano problemi di urbanizzazione pesante. Questi erano i programmi iniziali, ma poi si fece ricorso alla prefabbricazione pesante, con conseguente aggravamento della spesa rispetto all’edilizia tradizionale e difficoltà per gli abitanti per i difetti strutturali. I protagonisti della ricostruzione furono – ai sensi della legge n. 219 del 1981 – i comuni, che avrebbero dovuto essere indirizzati, coordinati e controllati dalle regioni, oltre che dal governo centrale. All’edilizia abitativa furono destinati quasi 14000 miliardi e numerosi proprietari di alloggi avanzarono richieste di contributo senza che il sisma avesse causato loro alcun danno effettivo, mentre i tecnici progettisti spesso rilasciarono perizie giurate attestanti il falso e fecero incetta di lavori non eseguibili nei tempi preventivati. A molte imprese di costruzione furono addebitate l’utilizzazione di ditte appaltatrici e di fornitori fuori dalle corrette regole del mercato e violazioni delle norme a tutela dei lavoratori. Per quanto riguarda il collaudo delle opere ci fu un’insufficiente opera di controllo e scarsa qualificazione professionale da parte di tecnici. Oltre proprio ai tecnici, ai progettisti e alle imprese di costruzione, trassero vantaggio dall’andamento dell’opera di ricostruzione anche i proprietari d’immobili e gli istituti di credito. Alcune filiali di banche nazionali e locali furono favorite dalla legge n. 219 del 1981 e da due leggi successive (n. 187 e n. 898 del 1982) che consentivano ai cittadini di avvalersi di banche di fiducia per la gestione dei contributi, prevedendo il ricorso ad anticipazioni. Le banche trassero un beneficio dai ritardi della ricostruzione e utilizzarono le risorse ottenute estendendo il proprio ambito di attività con l’acquisizione, ad esempio, di partecipazioni nelle stesse imprese impegnate nella ricostruzione. La responsabilità di questi fenomeni ed eventi è ravvisata nello stesso governo e nelle regioni. Il sisma dell’Ottanta, il caso di Tito Intervista a Pasquale Giosa; (82 anni – pensionato) a. 2015 (Si sono lasciati il più possibile invariati i modi di esprimersi e il “linguaggio” parlato usato dagli intervistati) Cosa serba la sua memoria del drammatico 23 novembre 1980? Erano le 19.34 e mi trovavo a casa mia con mia moglie e mia figlia. Tremò e noi provammo tanta paura. Ci riparammo sotto l’arco della porta, mia figlia voleva scappare, ma io non glielo permisi perché le pietre cadevano come la pioggia. Non sapevo dove fossero gli altri miei due figli in quel momento e questo mi preoccupava maggiormente. Abbiamo vissuto la nottata all’aperto. Ricordo che dopo qualche settimana […]

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Libri

Gocce di Lavinia Alberti: recensione e intervista all’autrice

Gocce è una silloge scritta da Lavinia Alberti e pubblicata per Controluna edizioni di poesia (durante lo scorso gennaio); il testo che si apre con la prefazione di Giuseppe Barbera può definirsi – e ricalco le parole del prefatore – una raccolta di «suggestioni spontanee […] ridondanze e nenie». Gocce: il testo di Lavinia Alberti Suggestioni spontanee, si diceva: in Gocce troviamo, infatti, scorrendo nella lettura, un ripetersi di parole e suoni che ripercorrono lo schiudersi continuo di emozioni «ingenue e lontane» attraverso il rinnovarsi di «morbide intuizioni di senso». Bagliori, Fantasmi, Frammenti, Tutto dentro me, Epilogo: questi, nell’ordine, i titoli delle parti in cui è diviso il testo e in cui sono distribuite e radunate le varie composizioni; una sorta di percorso personalissimo e cinetico in cui fra luci e ombre si muovono i versi, le percezioni intime e le intuizioni di Lavinia Alberti. È suggestiva la scelta di definire “atti” le suddette parti, quasi a dare una patina teatrale al testo, una sorta di volontà di coscienza del fenomenico e mutevole e, al contempo, una ricerca di conoscenza definita del reale: forse anche in tal senso trova ragione d’essere l’epigrafe scelta, tratta da Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa («La mia anima è una misteriosa orchestra: non so quali strumenti suonino e stridano, dentro di me: corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco solo come una sinfonia»): un’orchestra di suoni fra le maschere plurime della vista. Intervista a Lavinia Alberti Gentile Lavinia, come nasce la tua scrittura? Come concepisci i tuoi versi? Ho sempre avuto una grande passione per la scrittura: questa si è consolidata in un momento molto particolare della mia vita, nel 2018, anno di profondi cambiamenti per me, in cui il mio sentire ha preso una piega nuova. La svolta, che è quella che ha poi dato vita alla silloge, è avvenuta quasi per caso, un pomeriggio di febbraio, quando, presa da un amaro sconforto e una profonda delusione sentimentale, ho sentito una profonda esigenza interiore, quasi un richiamo, un istinto e un desiderio profondo di sfogare determinati vissuti, di metterli su carta. Più scrivevo e più mi rendevo conto che trovavo sempre nuovi spunti per scrivere versi; affioravano prepotentemente nella mia mente volti, immagini di vita quotidiana, gesti… ed è così che nel giro di pochi mesi mi sono ritrovata a comporre 65 poesie. A quel punto è nata in me la voglia di pubblicare una raccolta che ho scelto di intitolare “Gocce”, proprio perché queste poesie sono nate simbolicamente goccia dopo goccia, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno. Concepisco i miei versi come una fonte di guarigione e dunque con una funzione terapeutica, catartica. La poesia è per me uno strumento potentissimo che mi permette di esplorare i meandri della mia mente, i miei processi consci e inconsci, le mie ombre e le mie luci. È un mezzo che mi ha dato la possibilità di guardare in modo nudo e crudo le parti di me che ho sempre lasciato in penombra. Grazie […]

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Libri

Next Stop Rogoredo, l’Inferno sulla Terra: intervista a Micaela Palmieri, giornalista del Tg1

“Next stop Rogoredo”: intervista a Micaela Palmieri, giornalista del Tg1. Storie di dolore e solitudine: agire per non aspettare l’inevitabile. Ci sono storie che vengono a bussare alla tua porta, ed è inutile aspettarle o porgere l’orecchio al buio. Quelle storie arrivano, prorompenti e vive, e ti trascinano nella vita che pulsa, nella vita che non fa domande e che merita di essere impressa su carta, come se l’inchiostro potesse restituire nuova linfa e dignità a un marasma che giace lì, con tutte le sue contraddizioni. Questo è il caso di “Next Stop Rogoredo”, il libro della giornalista del Tg1 Micaela Palmieri che scandaglia, accarezza ed esplora uno dei tanti Inferni sulla Terra, il bosco di Rogoredo, a poche fermate dalle vetrine patinate e dai grattacieli sfavillanti di Milano. Aggiungere altro non servirebbe a molto: a Micaela la parola. Buongiorno Micaela, grazie mille per aver accettato di rilasciare questa intervista. Innanzitutto, partiamo con la domanda più semplice (o più difficile, a seconda dei punti di vista). Chi è Micaela Palmieri e come si presenterebbe? Come nasce in lei l’esigenza della scrittura e della comunicazione? La domanda è quasi esistenziale. Chi sono? Una persona che cerca sempre di non dire ‘sono fatta così’ ma che prova a fare un passo in più o in meno, a seconda delle situazioni, e prova anche a essere migliore, a lasciare un segno nelle persone e nelle vicende della vita. Prima che scrivere ho sempre amato visceralmente leggere. Poi da lì si è rafforzata la mia passione per la scrittura, per le storie, per le narrazioni e ci ho provato. Parliamo del libro, “Next Stop Rogoredo”: come ti è venuta l’ispirazione che ti ha portato a scriverlo? Next stop Rogoredo è stato per me un libro molto sofferto. Racconta vicende che ho vissuto e che mi hanno cambiato. Conoscere storie di dolore e solitudine come quelle che racconto nel libro mi hanno spinto a farle conoscere di più anche agli altri. Non credo si abbia la vera percezione di quanto la droga sia presente soprattutto tra i ragazzi e i giovanissimi. Ho scritto e raccontato tramite un’inchiesta che ho fatto negli anni per il Tg1 perché bisogna agire, aiutare le persone, non aspettare l’inevitabile. La droga sta distruggendo tanti ragazzi in gamba, tante giovani coraggiose vittime della solitudine e dell’indifferenza. Non possiamo stare a guardare. Per scrivere questo libro, hai passato una notte nel bosco della droga: a livello umano, emotivo, come descriveresti questa esperienza? Il bosco di Rogoredo è un luogo impossibile da descrivere con il mezzo limitato che sono talvolta le parole. Ho sintetizzato con ‘l’Inferno’. Ma non so se sia esauriente. È un luogo di dolore, solitudine, violenza, un posto in cui i sentimenti non ci sono più, le sensazioni neppure, c’è solo il vuoto. Ci sono solo vite piene di niente. Adesso la situazione a Rogoredo è migliorata grazie all’intervento di una task force di Istituzioni, forze dell’ordine e comunità ma il mostro della droga non è sconfitto, anzi è ancora […]

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Musica

Al blu mi muovo, il nuovo album di Fabio Cinti

Intervista al cantautore Fabio Cinti in occasione dell’uscita del nuovo album: Al blu mi muovo. È un piccolo scrigno Al blu mi muovo, l’ultimo album di Fabio Cinti, cantautore raffinato ed elegante, con le sue canzoni bucoliche e terapeutiche, delizia le orecchie più sensibili. Seguendo i passi di Battiato, come Dante fa con Virgilio, Fabio Cinti dimostra di essere un uomo in primis e poi un cantastorie dalla penna delicata e dal verso intimo ma universale, grazie all’utilizzo di un linguaggio intriso di figura ma molto efficace nella sua resa finale. Dopo l’adattamento gentile al Padrone della Festa, il cantautore si cimenta in 8 brani dai 3 ai 4 minuti e mezzo di durata, con più piani emotivi di immagine, che si scoprono man mano che si affrontano gli ascolti: una tecnica come quella delle scatole cinesi, l’una rinchiusa nell’altra, ben esplica il tentativo più che soddisfacente di Cinti; un ascolto superficiale scorge il minimo, più le orecchie si abituano alla gentilezza, più i messaggi invadono il sottotesto e arrivano a dipingere il quadro emozionale più puro. Intervista a Fabio Cinti: Al blu mi muovo e prospettive musicali Nella prima traccia del disco canti: «tra gli alberi combatto la mia guerra e dietro l’ombra ti vengo a incontrare». Qual è la necessità che ti spinge oggi a pubblicare Al blu mi muovo? Quali sono gli alberi tra cui combatti musicalmente? In realtà gli alberi sono miei alleati. Sono un rifugio, un nascondiglio, sono la mia casa (sono proprio tra gli alberi) e sono la mia forza, perché passo ogni giorno del tempo tra loro. In realtà non avevo nessuna esigenza o necessità di pubblicare questo album… Anzi, non avrei voluto farlo! Però si realizzano molte cose per gli altri, o perché ci si rende conto che, anche inconsapevolmente, indirettamente, si può cambiare qualcosa, anche di molto piccolo. E così, pensato e realizzato in questo modo, diventa anche terapeutico. Scrivere testi metafisici ma al contempo così terreni. Vieni in Giorni tutti uguali, in cui affermi che non puoi «fermare l’attimo della felicità», in cui si vede la scrittura bucolica, quasi lirica. Cos’è per te scrivere? Nella tua composizione dei brani, come ti approvi alla produzione del testo? Sono arrivato alla notorietà (personale, non universale) che quando scrivo un testo ci deve essere una commozione interna imprescindibile che mi spinge a farlo. Non vuol dire che devo piangere! Ma che lo stato emotivo che mi attraversa in quel momento deve essere in qualche modo sconvolgente. Così è stato per Giorni tutti uguali in cui cercavo di osservare cosa ci fosse oltre la consuetudine. È inevitabile che si fonda, in questo modo, la proiezione mentale del mondo, la sua rappresentazione, con la realtà sensibile. Lo scorso album è stato un adattamento gentile al cantautorato di Battiato. In questo album, se c’è, cosa rimanda a Battiato? Battiato c’è sempre, in tutto, ci sarà per ogni cosa che scriverò, perché ho imparato a scrivere attraverso l’ascolto e lo studio delle sue canzoni quando avevo quattordici anni. […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Galleria Toledo riparte con Doppio Sogno: l’intervista a Laura Angiulli

Galleria Toledo riparte con Doppio Sogno: l’intervista alla direttrice Laura Angiulli La ripartenza di una rassegna teatrale dà un forte segnale di voler ritornare alla normalità. Se poi a ripartire è Galleria Toledo, allora napoletani e non saranno ancora più felici di vedere le loro sere d’estate piene di ottima cultura. Galleria Toledo riparte da Villa Pignatelli alla Riviera di Chiaia, storica location di rara eleganza e di molto affetto per gli abitanti di Napoli, con la ventesima edizione di “Doppio Sogno”, la rassegna estiva di cinema, musica e teatro in programma dal 25 giugno al 6 luglio; l’edizione 2020, dieci serate con film d’autore, concerti, incontri e azioni performative, è organizzata dal Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo con la direzione artistica di Laura Angiulli, Titolo di quest’anno è “Doppio Sogno – Remote Control, oltre la delimitazione” sui temi del confinamento, della costrizione coatta e della sofferenza del cambiamento: un titolo quanto mai pregnante in un periodo dove abbiamo dovuto modificare molto delle nostre vite. In attesa degli appuntamenti della rassegna, abbiamo intervistato la direttrice artistica Laura Angiulli: regista, insegnante, direttrice. Laura Angiulli è una donna che non ha bisogno di presentazioni: protagonista della vita culturale napoletana da oltre tre decenni, una vita non semplice, che lei affronta con l’arma più forte che ci sia: la conoscenza e la cultura. Nel 1991 apre un teatro ai Quartieri Spagnoli: una sala dove la parte migliore di Napoli si è incontrata, ha discusso ed incantato il pubblico. Il resto, è storia conosciuta per gli amanti e non. L’intervista a Laura Angiulli e la rassegna Doppio Sogno Buonasera Laura, grazie per averci concesso questa intervista. Come si sente il team di Galleria Toledo a far ripartire la rassegna? Emozionato? Siamo molto, molto emozionati: è il primo vero segno di normalità per noi far ripartire il tabellone, da Villa Pignatelli poi… un posto al quale siamo molto legati. Siamo sicuri che la rassegna sarà capace di incuriosire ed invogliare le persone. Come ha impiegato il tempo del lockdown? Io? Io non mi sono mai fermata! La cultura non si ferma, la scrittura degli spettacoli nemmeno. Devo dire che ci siamo fermati davvero sul più bello, stavamo per mettere in scena il Giulio Cesare di Shakespeare… quindi, puoi capire quanta amarezza c’è stata. Ma non è mancato il lavoro da fare. Inoltre, insegno Regia in un corso di laurea magistrale all’Accademia delle Belle Arti e quindi le mie lezioni sono andate avanti. Ho dovuto calcolare e studiare la modalità di lezione ancor meglio del solito, ma devo dire che c’è stata molta soddisfazione. E’ stato singolare e bello poter entrare nelle camere dei miei studenti attraverso le loro webcam, ci siamo ripromessi di incontrarci dopo il corso per poter condividere una pizza, finalmente dal vivo. Quindi, Lei cosa ne pensa? Ci sarà ancora spazio per fruire di didattica ed arte a distanza? Io penso decisamente di sì: va da sè che non potrà mai essere l’unico metodo, però ritengo che “misto” ad altre forme di fruizione della didattica sia un metodo […]

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Musica

Bad Vibes: intervista al rapper Ganoona

In occasione dell’uscita del suo ultimo brano Bad Vibes abbiamo intervistato Ganoona Nome d’arte Ganoona, come mai questa scelta e quale il nome all’anagrafe? All’anagrafe mi chiamo Gabriel, nome esotico perché sono italo-messicano. Il nome d’arte è preso in prestito da un romanzo, “Amore a Venezia. Morte a Varanasi”: il personaggio principale di questo libro fa dei viaggi fino ad arrivare a Varanasi, in India, dove impazzisce e inizia a vedere questa presenza, Ganoona, che gli fa delle rivelazioni sulla vita. L’ho preso in prestito per fare un po’ la stessa cosa nella mia di vita: con la mia musica cerco di dire e di dirmi quello che non sempre ho il coraggio di dire nella vita reale. Cosa cerchi di far emergere nella tua musica? Riassumerlo per tutta la mia musica è un po’ complicato: in generale la mia scrittura è volta a conoscere me stesso. Poi nel momento in cui una canzone esce diventa di tutti, ognuno dà la sua interpretazione e ci si rispecchia in maniere diverse, che io non posso neanche immaginare. Se dovessi scegliere una costante nelle mie canzoni a livello di messaggio forse è quella di non voltare mai le spalle alle nostre sensazioni, di scappare quindi da quello che è il quieto vivere e cercare il conflitto interiore che porta sempre a qualcosa di buono. Passando alla carriera, dal Messico all’Italia, qual è stata la tua carriera fino ad oggi? Sono arrivato a fare musica “seriamente” abbastanza tardi, artisticamente parto facendo l’attore: ho studiato teatro, ho lavorato come attore e ai tempi ho anche fondato una compagnia teatrale itinerante. Nel frattempo facevo rap poiché la mia prima passione musicale è stato il rap, ma lo facevo segretamente, quasi non credendoci tanto, poi il teatro stesso mi ha aiutato a guardarmi allo specchio e dire “no, è questo quello che vuoi fare veramente, è quello che sei veramente”. Ci è voluto un po’ per ammetterlo e quando l’ho fatto ho avuto la fortuna di iniziare subito a girare la scena rap underground. Mi sono messo in gioco, mi sono messo a studiare musica, mi sono diplomato in canto e pianoforte moderno e grazie a questi studi si sono molto allargate le mie prospettive musicali. Hai detto che il teatro in un certo senso ti ha anche aiutato a capire che la tua strada sarebbe stata la musica, in che senso? Il teatro ti mette davanti a te stesso: spesso si fa l’errore di pensare che il teatro ci insegni a mettere su delle maschere, in realtà ci insegna a toglierle. Se non siamo veri e non siamo noi stessi su un palco veniamo percepiti come finti, non siamo credibili anche se stiamo recitando un personaggio diverso da noi. Però è sempre da noi, dal nostro essere umani che dobbiamo attingere, dentro di noi c’è di tutto: ci sono gli istinti d’amore, gli istinti violenti, gli istinti meschini, quelli nobili. Dentro di noi abbiamo un po’ tutti tutta l’umanità, quindi in realtà è un conoscersi […]

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