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Eroica Fenice

La Tag: intervista contiene 72 articoli

Musica

Arianna Poli e il secondo EP: Grovigli

Ferrara, classe 1999, Arianna Poli è una cantautrice emergente italiana, che il 20 marzo ha pubblicato il suo secondo lavoro musicale: Grovigli, un EP composto da tre brani, due inediti ed una cover de Le luci della Centrale Elettrica. Dopo un tour che ha portato il suo precedente album, Ruggine, in giro per l’Italia, Arianna torna con un nuovo progetto, che mette in risalto la dimensione acustica e minimale. Un lavoro di sottrazione che dà luce alla voce e alle parole. Registrato a Ferrara presso lo studio SONIKA, prodotto da Samuele “Samboela” Grandi, Grovigli ha il merito di essere un EP asciutto quanto basta, ideale per porsi sulla linea di confine tra il cantautorato d’autore e l’indie. Intervista ad Arianna Poli Qual è l’esigenza di voler far uscire un EP di tre canzoni, di cui una versione acustica di un brano del disco precedente e una cover de Le luci della centrale elettrica. Cosa vuoi comunicare con Grovigli? Prima di Grovigli, io e Samuele, fonico e musicista che mi accompagna nella produzione e nel tour, avevamo registrato e pubblicato un EP di sei canzoni: Ruggine nel 2018. Quando abbiamo iniziato a suonare, ci siamo ritrovati a produrre brani un po’ casualmente, senza l’intenzione di farne un disco per poi andare in tour; per questo abbiamo arrangiato con tanti strumenti, molti dei quali non suoniamo dal vivo. Dopo averlo pubblicato, c’è stato un tour di un anno e mazzo, una sessantina di concerti dove abbiamo suonato con i nostri strumenti e con le nostre forze. Da qui ci siamo resi conto che le canzoni si erano un po’ plasmate e avevano subito un cambiamento. Grovigli infatti è nato perché avevo l’esigenza di riscoprire i brani suonati durante i concerti, in una dimensione che fosse più fedele al live e più fedele a come mi sento di suonare io, esprimendo meglio il senso di ciò che sto cantando. Sono solo tre brani perché volevo si creasse un ponte, tra l’EP precedente, Ruggine, e quello che verrà in futuro. Ruggine, il disco precedente – Grovigli, attuale EP, due titoli che comunicano situazioni da prendere in mano per evitare che si ossidino, o per snodarle da eventuali intrecci. Se è vero che un disco è il completamento dell’altro, qual è il fil rouge che collega i due album? Dal 2018 al 2020, quindi da Ruggine a Grovigli, cosa è rimasto e cosa invece è cambiato? Il fil rouge è il tour: mi sento molto cambiata e penso di aver maturato un modo di suonare diverso dai primi passi mossi live. Il titolo Grovigli traduce il mio pensiero, nell’idea di costruire canzoni più asciutte, rinnovando i brani, avendo come punto fermo gli arrangiamenti portati sulle note del tour. Le canzoni sono rimaste le stesse, perché al centro non c’è un cambiamento ma un processo di maturità: all’inizio quando andavamo a fare i primi concerti, io e Samuele non ci conoscevamo bene a livello musicale; concerto dopo concerto siamo poi riusciti a capirci e sviluppare una […]

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Attualità

Come affrontare la quarantena, i consigli della dottoressa Gaetana Polo

Vi proponiamo di seguito la nostra intervista alla psicologa e psicoterapeuta Gaetana Polo, impegnata da anni in ambito clinico, forense e delle cooperative sociali, per affrontare con più serenità questo periodo di isolamento. È un momento difficile. L’essere umano è per natura un essere sociale. La frenesia della vita quotidiana ci risucchia in una spirale di impegni e faccende che spesso ci allontanano dal nostro io più profondo, ed è per questo che in situazioni di emergenza, come quella che ci troviamo a vivere oggi a causa del Coronavirus, siamo spesso disorientati e la paura prende il sopravvento. L’isolamento forzato a cui siamo costretti, per quando sia per il nostro bene, ci mette di fronte al confronto con noi stessi, quello che spesso ci spaventa più di tutti. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, e spesso cercare aiuto in persone competenti come psicologi e psicoterapeuti può essere una vera e propria salvezza. In un momento come questo, più che mai, l’aiuto di un esperto può essere fondamentale come lo è la dottoressa Gaetana Polo, la quale ci ha concesso la seguente intervista. Come affrontare la quarantena, l’intervista alla psicologa Gaetana Polo -L’essere umano è per natura spinto alla socialità; la mancanza di contatto sociale in che modo influisce sul benessere del singolo? L’essere umano è di per sé un individuo che, durante la sua evoluzione, ha sviluppato un comportamento collettivo che lo induce a intrattenere delle relazioni interpersonali e a sentirsi pienamente realizzato se è in relazione. Sicuramente esse sono fonte di appagamento e senso di sicurezza. La “mancanza di contatto sociale” a cui ci sta costringendo la presenza del COVID-19 incide sul benessere del singolo creando un innalzamento dei livelli di stress emotivo. In questo momento è normale sentirsi spaventati, soli e confusi, quindi bisogna trovare un nuovo adattamento a questo cambiamento spazio-temporale. Fortunatamente dentro ognuno di noi si attivano delle modalità di reazione che ci permettono di tollerare lo stress. Basti pensare alle persone che in questo momento si dedicano di più ai propri hobby, a cucinare o alle tante iniziative che si stanno diffondendo (flash mob), all’utilizzo dei social che in qualche modo mantengono il “senso di collettività” e di “contatto” in un modo diverso. -Cosa possiamo fare per non essere sopraffatti dalla negatività delle informazioni che ci arrivano? Sicuramente la capacità di adattarsi a questo cambiamento di vita dipende da vari fattori, tra cui anche l’agente stressante. Se quest’ultimo viene amplificato notevolmente con numerosi stimoli informativi, tendiamo a essere sovraccaricati e a sentirci sopraffatti, in quanto stiamo ancora costruendo il nostro nuovo adattamento essendo una situazione ancora in fase di emergenza. Pertanto bisognerebbe attenersi solo alle notizie divulgate dalle testate giornalistiche nazionali e rifarsi solo a fonti scientifiche per comprendere al meglio la problematica e il rischio in modo da poter poi prendere precauzioni ragionevoli. Bisognerebbe, in ogni modo, ridurre il tempo che si trascorre a guardare o ascoltare informazioni che possiamo percepire come spaventosi, al fine di limitare anche la preoccupazione e l’agitazione. […]

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Musica

I Lilac Will debuttano con Tales From The Sofa | Intervista

I Lilac Will sono Francesca Polli, Vincenzo Morinelli e Giulio Gaudiello, tre musicisti di Latina unitisi nell’estate del 2014 a Roma. Il loro è un folk sognante dal tono caldo ed introspettivo. In attività dal 2015, il gruppo ha fatto diverse nei locali della capitale, affiancando spesso artisti come Leo Pari, Gnut e Livia Ferri; partecipando anche a eventi come il Roma Folk Contest e il Roma Folk Fest. Nel giugno e nel dicembre 2019 sono poi arrivati Black Show e Tell Me You Love Me, singoli che hanno anticipato l’uscita di Tales From The Sofa uscito lo scorso 10 gennaio per l’etichetta discografica Romolo Dischi. È un disco che non smentisce lo spirito che in questi anni il gruppo ha creato durante le «tante cene finite a suonare total unplugged su un piccolo divano ed una parete lilla a fare da sfondo». Queste atmosfere calde, di intimità, sono così finite in un album di dieci brani, di dieci brevi storie raccontate dal divano. Ne abbiamo voluto parlare direttamente con i Lilac Will, intervistandoli. Intervista ai Lilac Will  C’è qualche collegamento tra il Lilac wine di Jeff Buckley e il nome del gruppo? Il nostro nome racchiude in due parole tante cene finite a suonare total unplugged su un piccolo divano ed una parete lilla a fare da sfondo. Solo dopo ci siamo resi conto che poteva richiamare il pezzo di Jeff Buckley: chissà, magari un giorno ne faremo una cover per alimentare questa leggenda… Tales from the sofa è stato anticipato dall’uscita dei videoclip di Black Show e Tell me you love me, perché avete scelto proprio questi brani e quali sono state le idee per girare i video? Tempo fa siamo partiti per un live alla volta di Mantova e in quell’occasione Giulia, la nostra corista, ha fatto delle riprese durante il viaggio. Dopo aver affidato il montaggio a Paolo Scarpelli, ci sono sembrate perfette per il primo pezzo che abbiamo composto: Black Show, l’inizio del nostro viaggio. Il video di Tell me you love me nasce invece dalla collaborazione con Luca Scalia, che si è occupato di regia e montaggio. Avevamo un’idea ben precisa in testa per “tradurre” la canzone in immagini, volevamo esprimere la difficoltà di trovarsi in una situazione senza riuscire davvero a viverla. Assieme a Luca abbiamo condensato in una giornata tutto il divertimento e le energie possibili per riuscirci. Qual è stata la ricerca musicale per il disco?   Prima ancora della ricerca musicale, è stato come ricercare noi stessi in qualcosa di nuovo: ognuno di noi aveva background differenti e, guardando all’indietro, è davvero bello vedere come senza forzature ci siamo ritrovati a suonare qualcosa in cui tutti crediamo e ci rispecchiamo pienamente. Cosa avete voluto raccontare? Tales from the Sofa parla di storie. Storie che ci hanno colpito, storie personali, di conoscenti o inventate su cui c’è piaciuto riflettere. Pensiamo che l’unico modo per conoscersi di più è confrontarsi con storie che non ci appartengono e questa è stata un po’ […]

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Musica

I Joe D. Palma sono Ok, Tutto Ok | Intervista

Affermano di essere stati rapiti dal fascino delle donne di Gubbio, sirene di questa piccola città di mare in Umbria…No aspettate, c’è qualcosa che non va! Parliamo di Giorgio Cagnin (chitarra, voce), Matteo Stanco (chitarra, voce), Alvise Mutterle (basso), Giacomo Raffaelli (batteria), Andrea Gomiero (tastiere, voce) che insieme formano i Joe D. Palma. Tutto Ok è il loro nuovo lavoro discografico pubblicato lo scorso novembre per La Clinica Dischi. ‘Tutto ok’ come espressione di un mood, di un approccio alla vita della quale non si riesce bene ad afferrare il senso. È una condizione di disagio contrastata con ironia e un po’ di leggera disillusione. «Ma chi l’ha detto poi che è coscienza o moralità?». Il disco prende forma in nove tracce tra scene quotidiane, attese interminabili, aspettative disattese e citazioni del wrestling che puntellano il suo vestito sonoro dancefloor, dalla spiccata attitudine elettronica. Un sound convincente  che in questi anni è stato apprezzato anche su tanti palchi in giro per l’Italia dato che i Joe D. Palma hanno aperto molti concerti per i Pinguini Tattici Nucleari, Coma Cose, Frah Quintale e Giorgieness.  Di questo e di altro ancora abbiamo avuto occasione di parlare stesso con i Joe D. Palma, durante la nostra intervista. Intervista ai Joe D. Palma Come nasce il gruppo? Il gruppo nasce dall’idea di Giorgio e Matteo di fare un po’ quello che gli pareva, suonare quello che non avevano mai potuto scrivere con gli altri progetti che avevano. Prima che uscisse il primo EP siamo stati probabilmente il gruppo che ha cambiato più membri della storia, sarebbe interessante fare un concerto con tutti ragazzi che abbiamo conosciuto. Poi nel 2017 sono arrivati Raffa, Alvi e Gomez e sono effettivamente nati i Joe D. Palma. Com’è nato l’album? È nato a Padova principalmente a casa di Gomez, tra i tramezzini di mamma Stella e i tentativi di far parlare il suo cane Sciro, è stato un processo abbastanza lungo, ma alla fine aveva imparato a dire un sacco di cose. Poi da quando siamo entrati in studio dai ragazzi di La Clinica Dischi il tutto ha iniziato a prendere una dimensione più precisa, dalle pre-produzioni ai mix è stato un gran bel viaggio. Cosa avete voluto raccontare? Abbiamo voluto raccontare quei piccoli disagi quotidiani che stanno dietro le persone normali, in cui i ragazzi della nostra generazione possono trovare un po’ di familiarità, magari in quei richiami malinconici alla nostra infanzia e agli oggetti che l’hanno caratterizzata. Rimane comunque un racconto leggero, ci piace stare sereni, alla fine sta tutto nel titolo dell’album. Qual è stata la ricerca musicale? È stata la cosa più lunga ma anche quella più interessante. Trovare una dimensione che ci caratterizzasse comunque come una band a livello proprio di sound, che non è così semplice nel panorama musicale italiano, riuscire ad unirlo con lo stile che Giorgio ha nello scrivere, che tende al cantautorale. A noi piace l’idea di suonare come una band poco italiana, speriamo di riuscirci. Cosa potete dirmi […]

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Musica

Ivo Mancino: intervista al cantautore unplugged

Monologhi è il primo EP di Ivo Mancino, cantautore di Pozzuoli, classe 1998. Composto di 5 canzoni registrate unplugged presso Apogeo Records, l’album è un racconto teatrale, nudo e crudo, fatto di pensieri diversi e prospettive differenti, intessuto di cantautorato italiano, chitarra e voce, malinconia del passato, necessità di mostrare di avere una voce, una voce che dice e sa cosa dire. Intervista ad Ivo Mancino Un EP acustico, voce e chitarra, anacronistico nell’era del suono elettronico, del riempimento di ogni spazio all’interno di un brano. Come nasce l’idea di un EP unplugged? Esigenza o scelta? Dall’esigenza è nata una scelta. Trovandomi da solo a suonare e non avendo musicisti che mi accompagnano, ho deciso di dirigermi verso canzoni autosufficienti, cercando di arrangiarle in modo che bastassero da sole, nude e crude, come erano nate. L’ho scelto anche per una questione di gusto: ho sempre prediletto quel tipo di rappresentazione intima del cantautorato, chitarra e voce, poiché sono cresciuto ascoltando cantautori che si esibiscono unplugged. Infine, perché la mia performance live potesse essere fedele al mio EP, Monologhi. Quali aggettivi utilizzerebbe Ivo Mancino per descrivere la tua musica? Perché? 
È difficile, secondo me, azzardare incasellamenti riguardo la musica. Credo che la mia musica sia varia ma, più che utilizzare aggettivi, azzardo, dicendo i sentimenti che porto nelle mie canzoni: malinconia e speranza. Un po’ tutti noi cantautori ci trasciniamo questo velo di malinconia che pervade ogni musica e ogni testo, in fondo l’arte nasce da un dolore e da una mancanza. L’importante è sapere che c’è uno spiraglio di redenzione, appunto la speranza che tutto possa cambiare ed andare nel verso giusto. Qual è il compito del cantautore in questo secolo? Tu che obiettivi ti sei prefissato? Credo che il cantautore si sia un po’ perso: io l’ho sempre visto come un artigiano, uno scrittore di libri, un pittore. L’artigiano si è perso dietro Poltrone e Sofà, lo scrittore nei Talk Show stile Barbara D’Urso, il pittore nelle grafiche pubblicitarie. Il cantautore dietro certe cifre stilistiche discutibili o, forse, dietro un tipo di musica funzionale. Metto in discussione la parola cantautore, dove già dal nome, il centro erano gli argomenti: un determinato tipo di musica e parole. Oggi, il compito del cantautore è ritornare ad avere una certa autorevolezza ed importanza, senza essere anacronistico. Io, da cantautore, racconto storie, senza pormi obiettivi, perché è un’urgenza, un’emergenza che parte da me, con la speranza che gli altri la recepiscano: un amo che io getto, affinché l’altro possa cogliere nel piccolo, nel dettaglio, una breccia. La tua voce ha molte sfumature blues, si possono percepire anche nella costruzione melodica ed armonica diverse influenze. Quali sono i pilastri musicali da cui attingi? Quanto è importante per te avere dei riferimenti? Il blues è la musica dell’anima ed io sono cresciuto ascoltando blues; in primis perché sono un appassionato di chitarristi di questo genere: ho ascoltato BB King, Stevie Ray Vaughan ed anche il loro modo di cantare mi ha influenzato… mi viene da […]

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Musica

Luca Notaro e il suo primo album About It: intervista

Il blues è un’attitudine, scorre nelle vene, per suonarlo lo devi sentire dentro e, se lo ascolti da tempo, da quando sei bambino, quel mondo lì ti resta nella testa, ti invade le orecchie, non puoi ignorarlo, perché è parte di te. È blues Luca Notaro, chitarrista e cantante, 23enne campano, che nel maggio scorso ha pubblicato il suo singolo d’esordio intitolato Back Again, un assaggio dell’album “About it” uscito ufficialmente il 27 Novembre 2019, ora disponibile su tutte le piattaforme online. I brani sono portati live in trio: Luca è accompagnato da Valentina Teresa D’Amore al basso e da Diego Varchetta alla batteria, gli stessi musicisti che hanno lavorato alle registrazioni dell’album; una formazione essenziale ed asciutta, che fa emergere la voce scura del cantautore, portando chi ascolta in una dimensione da club inglese, dove le parole spesso non contano, quello che conta è il groove. I brani infatti sono cantati interamente in inglese, una scelta particolare, se si guarda al panorama del cantautorato napoletano, nel quale il dialetto occupa un posto d’eccezione e l’italiano risulta essere la scelta più ovvia per una comunicazione diretta. Una carta giocata bene, quella dell’inglese, perché è tutto molto british, tutto al posto giusto. E per un album così, la scommessa più importante è il live: About It è solo un tester, il live è il vero banco di prova. Intervista a Luca Notaro Da quali esperienze nasce il tuo singolo Back Again? Scrivere ”Back Again” mi ha fatto capire quanto sia importante lasciar andare le persone, anche quelle che non avresti immaginato fuori dalla tua vita. L’ho scritta sicuramente in un periodo di crescita musicale e personale. La chitarra è al centro del tuo lavoro discografico. Quanto lo strumento suonato influenza le sonorità di un brano? Di quali sonorità è costituito Back Again? Tanto! ”About It” è nato e cresciuto secondo l’ottica della performance dal vivo; per quanto riguarda ”Back Again” è nato tutto dal riff di chitarra che lo caratterizza. Mood andante e malinconico, dolcezza dei suoni e quel non so cosa che lo rende quasi etereo, frammentato, opaco nel complesso. Quali brani del tuo Ep consiglieresti a chi non ha mai ascoltato Luca Notaro? Per ”About It” abbiamo fatto una selezione di 5 brani che potessero incarnare in modo più completo possibile le nostre diverse influenze musicali, per cui consiglio di ascoltarle tutte! Di certo si può cominciare da ”Back Again” e ”Strange Kind Of Shuffle”! La scelta dell’inglese nella scrittura è una voglia di internazionalità ed una proiezione della propria musica oltre i confini italiani oppure un’esigenza stilistica? La scelta dell’inglese nasce da un’esigenza stilistica ma non mi dispiace puntare a confini più ampi. Non nascondo che però ho sempre scritto anche in italiano e in cantiere ci sono alcune collaborazioni con artisti del panorama emergente campano. Cosa non può mancare in un tuo live? I miei ragazzi! Valentina D’amore al basso e Diego Varchetta alla batteria. Quali sono i punti di forza della tua performance? La collaborazione e […]

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Musica

Terraferma, il terzo lavoro in studio di Gerardo Attanasio | Intervista

Chitarre battenti, zampogne e castagnette si scontrano con chitarre elettriche e sintetizzatori nel terzo lavoro in studio di Gerardo Attanasio, Terraferma, pubblicato il 15 giugno 2019 per Blue Bell Dischi. Composto da nove tracce, il disco ha giovato della direzione artistica di Fabio Rizzo. Attraverso il contrasto musicale tra sonorità tradizionali ed ‘elettriche’, Gerardo Attanasio racconta in Terraferma della contaminazione e dell’interazione reciproca dei miti antichi e moderni della provincia napoletana, espressioni delle istanze di una civiltà contadina e premoderna fagocitata e posta ai margini dall’affermazione tecnologica della modernità. Per approfondire questi aspetti, abbiamo intervistato Gerardo che ci ha aiutato a conoscere meglio Terraferma. Intervista a Gerardo Attanasio, autore di Terraferma Com’è nato Terraferma? È un disco dedicato interamente alla provincia napoletana, il luogo in cui sono cresciuto. Ho cercato di raccontarla individuando dei miti antichi e moderni che potessero parlare di questi posti. Poi musicalmente c’è stato un lavoro molto divertente, ho preso strumenti della tradizione e li ho declinati in ambito rock. Quali sono questi miti? Sono partito dalle sirene, queste sirene che non cantano più, e sono arrivato al mito moderno di Don Catellino Russo che è stato un grande velista stabiese che ha avuto una storia incredibile perché perse una gamba in guerra, a Tobruk (Libia), e malgrado ciò vinse di tutto a livello mondiale in categoria lightning. Un’altra storia è quella del generale Avitabile, famoso generale borbonico che governò l’Afghanistan e il Pakistan. Ancora oggi, alcune persone usano il suo nome per spaventare i bambini, storpiandolo in afghano il suo nome diventa Abu Tabela. Sono storie passate, insomma, che raccontano di un mondo scomparso, come la civiltà contadina. Il pezzo che chiude il disco, Nonna Nonnarella, parla appunto di questo. Prende ispirazione dalla musica popolare che però diventa un rock e in quel brano parlo appunto della fine di questo mondo contadino. “Sirene che non cantano più”, a cosa fai riferimento precisamente? Faccio riferimento al fatto che la modernità ha un po’ fagocitato i sogni, i miti e anche certe ingenuità facendo perdere qualcosina. Preciso che non sono assolutamente un nostalgico, però insomma, diciamo che il nostro territorio è stato divorato dalla modernità, dal cemento… Per me le sirene sono un po’ la voce della natura, oltre che delle illusioni che abbiamo distrutto. È un po’ un’elegia, ecco. Che ruolo ha avuto Fabio Rizzo all’interno del disco? Fabio Rizzo è stato fondamentale perché io avevo una sviluppato una mole notevole di materiale e avevo una direzione in testa ma avevo bisogno di qualcuno esterno che mettesse ordine a tutto quello che avevo preparato. Fabio mi ha proprio aiutato a scegliere cosa tenere e cosa rimuovere, poi è stato importante perché ha registrato delle bellissime chitarre che abbiamo suonato insieme: lui è la parte solistica mentre io sono ritmico e arpeggio. Mi ha aiutato a fare ordine e a chiudere il disco in una città nel cuore del Mediterraneo, Palermo, che mi ha ispirato tantissimo perché gli ultimi dieci giorni di lavoro al disco li abbiamo […]

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Libri

Ricordati di me: intervista ad Emanuele Bosso

Emanuele Bosso, studente di Lettere Moderne e curatore della rubrica (su Instagram) “#unlibrosospeso“, ha pubblicato quest’anno il suo primo romanzo, Ricordati di me (edito per la casa editrice GM press); per l’occasione, abbiamo intervistato l’autore. Ricordati di me di Emanuele Bosso: l’intervista Emanuele, studi Lettere, sei stato libraio, curi una rubrica di libri e sui libri: quanto e in che modo il sapere umano, la letteratura, le emozioni, le storie, sono il nutrimento delle tue parole, dei tuoi pensieri, della tua vita? Le parole, e in particolar modo i libri che le contengono, sono i pilastri della mia vita. Senza, mi sentirei perso, costantemente in pericolo. La verità è che ho bisogno di storie, di immergermi in vite completamente diverse dalla mia, di provare emozioni contrastanti e poco coerenti con il mio carattere. Tutto questo si riflette inevitabilmente sul mio modo di relazionarmi con gli altri: i libri accrescono la mia sensibilità, la delicatezza, la comprensione verso il prossimo. Mi definirei un “profondo romantico” e questo mio modo di essere deriva dai libri che ho letto. “Unlibrosospeso”: come nasce il titolo e l’idea? Vuoi parlarci in dettaglio della tua rubrica? Il titolo della rubrica è un chiaro riferimento a “Un caffè sospeso”, un’iniziativa tutta napoletana attraverso la quale, chi prende un caffè al bar, ne paga un altro per chi verrà dopo, che non può permetterselo. L’idea nasce da questo meraviglioso gesto e dalla mia volontà di condividere e lasciare in sospeso le sensazioni provate dopo la lettura di un libro. Ho cominciato quasi per gioco, adesso collaboro con grandi case editrici e sul profilo siamo in ottomila a condividere la passione per i libri e per le storie. È per me un traguardo incredibile che testimonia ancora una volta, come i libri siano aggregazione e partecipazione e non qualcosa di solitario e noioso come spesso vogliono farci credere. In Ricordati di me vengono affrontati temi profondi quali il dramma della mancata maternità (e paternità), l’infanzia desiderata, le distanze cagionate dalla mancanza di comunicazione, di dialogo; come sono nate e maturate dentro te queste riflessioni? Tutto nasce dalla volontà di scrivere un romanzo di un certo spessore introspettivo, che indagasse in profondità la psicologia di tutti i personaggi. Di conseguenza, ho dovuto documentarmi molto prima di cominciare a scrivere, anche perché quasi tutte le tematiche trattate non mi appartengono in senso stretto. Per me scrivere vuol dire soprattutto mettersi in gioco, sperimentare e conoscere nuovi punti di vista. Diciamo che quando devo creare una storia, preferisco sempre allontanarmi dalla mia comfort-zone e scoprire nuove sfumature e altre intensità. Le vicende raccontate nel testo si svolgono fra Napoli e Rocca San Felice; quanto la scelta dei luoghi ha influito sulla costruzione dei personaggi e sulle loro vicende? Rocca San Felice, molto più di Napoli, è stato un luogo fondamentale per la costruzione e caratterizzazione dei personaggi. Per chi non lo sapesse, è un piccolissimo paese in provincia di Avellino, con poco più di mille abitanti. Ho scelto di ambientare il romanzo […]

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Musica

I Dade City Days ritornano con Free Drink | Intervista

I Dade City Days nascono a Bologna nel 2013. Formato da Michele Testi (batteria, drum machine), Mara Gea Birkin (basso, voce) e Andrea Facchini (voce, chitarra, synth), il gruppo fa il suo esordio discografico nel febbraio 2016 con VHS (etichetta Swiss Dark Nights), album dall’anima elettronica new wave e shoegaze. Nel nuovo lavoro, Free Drink, uscito per Nesc’i Dischi lo scorso 15 novembre, la band mantiene la sua attitudine dream new wave virando su una scrittura maggiormente narrativa che si affaccia su relazioni e storie d’amore fugaci, della durata di un drink. Da diversi anni in giro per l’Italia, da Cerea (Verona) a Reggio Calabria, con anche due date all’estero, in Austria e Slovacchia, i Dade City Days ci hanno raccontato di Free Drink e del processo creativo dal quale è nato. Intervista ai Dade City Days Cosa potete dirci di Free Drink? Avevamo voglia di sperimentare cose diverse, pur rimanendo ancorati a quello che avevamo fatto con il primo disco. Ci piaceva l’idea di riuscire a continuare a scrivere in italiano dando più spazio alla voce che in un genere come il nostro è spesso molto più dentro al suonato. Il primo pezzo abbozzato fu “Astro Pop”, era immediato e rimaneva molto in testa e capimmo che poteva essere la strada giusta per un nuovo lavoro. Volevamo che il disco e soprattutto i contenuti fossero più narrativi, che parlassero di cose reali, situazioni vissute, insomma un bel cambiamento per noi. I titoli dei brani corrispondono a nomi di cocktail? Non l’abbiamo deciso subito, abbiamo sempre chiamato le bozze dei brani in modi abbastanza semplici: jeans, dream, playlist, più che altro per capirci tra di noi quando le dovevamo provare. Poi è nata “Long Island” e ci piaceva il fatto che un titolo del genere trasmettesse subito un’immagine, un sapore, ed essendo un disco dai contenuti molto notturni e da club abbiamo pensato di identificare ogni pezzo con un cocktail che lo potesse caratterizzare. Alcuni sono drink molto popolari, altri come “Astro Pop” o “Hi-Fi” sono stati scelti più per il nome e il concetto che a sua volta richiamava. Avete tantissimi live in programma, qual è stato il riscontro del pubblico finora? È ancora presto da dire, ma abbiamo notato un po’ più di attenzione, forse perché dopo il primo disco c’è sempre un po’ più di curiosità di sentire i pezzi nuovi. È anche più difficile capire quali pezzi mettere in scaletta e come amalgamare i brani vecchi e nuovi tra di loro. Cosa è cambiato nel processo di composizione tra il primo disco e questo? “VHS” era più diretto, abbiamo suonato tanto durante le prove e da lì sono nate le idee per andare in studio. Abbiamo anche iniziato a suonare i brani dal vivo ancor prima che venissero incisi e quindi decidevamo cosa funzionava e cosa no anche grazie alla risposta del pubblico durante i live. “Free Drink” è stato praticamente l’opposto. Le idee dei brani sono partite da Andy con chitarra e voce, Mara dopo […]

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Musica

Kuadra: Cosa ti è successo. L’ultimo album | Intervista

I Kuadra sono Yuri La Cava (voce), Emanuele ‘Zavo’ Savino (chitarra), Van Minh Nguyen (batteria) e Simone Matteo Tiraboschi e Cosa ti è successo è il loro quarto disco uscito lo scorso 7 ottobre per Maninalto Records!. Sotto la direzione artistica di Giulio Ragno Favero (One Dimensional Man, Teatro degli Orrori), tra sonorità rock, nu-metal con forti contaminazioni elettroniche, prendono vita le liriche rap dal forte gradiente immaginifico e onirico di Yuri che si sviluppano su temi politici ma anche su scene di vita quotidiana. Quella raccontata dai Kuadra è un’umanità degradata e sconfitta che, però, nel raccogliere i propri cocci e le proprie forze, riesce sempre ad afferrare un barlume di riscatto. In attività dal 2005, la band ha macinato in questi tanti chilometri, collezionando moltissimi concerti in Italia ma anche in Europa. Sulle loro attività e in particolare sul loro ultimo lavoro, abbiamo rivolto qualche domanda ai Kuadra durante la nostra intervista. Intervista ai Kuadra Come è nato il gruppo? Il gruppo è nato per condividere qualcosa insieme, come tutte le band che nascono quando si è giovani. Suonare perché suonare è la ricompensa di sé stesso. Trasformarlo in un progetto artistico solido è stato graduale. Il segreto è la comunione d’intenti. Nessuno di noi ha mai scelto il calcetto al posto delle prove o il compleanno della zia. Riguardo l’album cosa potete dirmi? Abbiamo discusso molto prima di metterci a comporre. Yuri ha deciso che il disco avrebbe parlato direttamente con il pubblico e che i testi avrebbero raccontato di tutti attraverso dei personaggi chiave, degli archetipi. Dopo un disco molto introspettivo avevamo l’esigenza di un disco espressivo, forte e aperto verso l’esterno. Qual è stata la direzione artistica che Giulio Ragno Favero ha voluto dare al disco? Partiamo dal presupposto che se facessimo una lista dei nostri 10 dischi italiani preferiti degli ultimi 25 anni Giulio apparirebbe nei primi 5 o come musicista o come produttore o come tecnico del suono. È stata la nostra prima scelta. Gli abbiamo spedito le preproduzioni il sabato e il lunedì ci ha risposto dicendoci che il materiale gli piaceva parecchio e che avremmo dovuto parlare di persona. Siamo andati da lui e ci ha detto come poteva valorizzare la parte più interessante del disco: sviluppare i temi musicali dei pezzi e aggiungere quella parte elettronica che non avevamo sviluppato completamente. Ci siamo fidati. È uno straordinario direttore artistico, di una sincerità disarmante nel bene e nel male. Poi ora abbiamo Kole alle tastiere che fa la differenza dal vivo. Focale. Punti di continuità e differenza con i tre precedenti lavori? I testi di Yuri sono uno dei fili conduttori, la sua retorica rap si è evoluta, si è raffinata fino all’intimismo del disco scorso. Questo disco ha preso il meglio e l’ha trascritto creando undici ritratti nitidi. Per quanto riguarda la musica sono cambiati diversi elementi, gli ultimi due dischi hanno la formazione attuale. Ci diamo la possibilità di suonare sia con il piglio vecchio che come ci va […]

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