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Eroica Fenice

La Tag: intervista contiene 113 articoli

Musica

Moltheni ritorna con il nuovo album Senza Eredità

Senza Eredità è l’ultimo album di Moltheni “Senza Eredità” è il nuovo album di Umberto Maria Giardini, in arte Moltheni, da poco disponibile su tutte le maggiori piattaforme di distribuzione. Un’uscita attesissima quella del cantautore marchigiano, a più di undici anni di distanza dal suo ultimo progetto, “Ingrediente Novus”. L’album è infatti una vera e propria chiusura di un cerchio, iniziato ormai anni addietro che porta con sé collaborazioni e progetti di una carriera, fino a questo momento, invidiabile. Moltheni è infatti considerato tra i padri fondatori della scena alternativa ed indipendente italiana, gettando le basi per il movimento indie rock, che poi ha riscosso tanto successo nel nostro paese. Tante sono infatti le collaborazioni di cui si è avvalso l’artista marchigiano, e che testimoniano una stima ed un apprezzamento trasversale da tutto il panorama musicale nostrano: tra i tanti, si annoverano infatti Afterhours, Verdena e Franco Battiato. Eroica Fenice ha avuto l’occasione di parlare con Moltheni, proprio in occasione dell’uscita di “Senza Eredità”. Umberto, da dove nasce il progetto Moltheni? Nasce a Milano nel 1996, ma si concretizza a Bologna nel 1998, grazie all’interessamento di Francesco Virlinzi e della sua etichetta Cycloper records di Catania. Successivamente nel 2005 nasce un idillio tra il progetto e la Tempesta dischi con la quale sono ancora legato. Senza Eredità è il tuo ultimo album, frutto di una lunga gestazione durata un anno e passa. Qual è stata la difficoltà maggiore che hai incontrato durante la lavorazione del disco? La difficoltà maggiore è stata quella di reperire tutto il materiale, che era andato praticamente perduto. Tuttavia Nica Lepira e Massimo Roccaforte mi hanno dato una grossa mano, poi la memoria e qualche demo ritrovato in cantina hanno chiuso il cerchio, dandomi un idea vaga di quello che poteva essere il lavoro definitivo. Successivamente a questa fase è subentrato il problema di completare quello che restava di aperto (alcuni testi, arrangiamenti di alcuni brani), ma nei mesi tutto è scivolato programmaticamente senza intoppi. Le difficoltà si sono equiparate al gusto di lavorare. In Senza Eredità parli di un mancato retaggio, una successione che doveva avvenire e invece non c’è stata. A cosa alludi nello specifico? Parlo di qualcosa che non c’è più e che non lascia nessuna eredità, null’altro. C’è davvero poco da intendere e con significati nascosti. L’eredità in qualsiasi sua forma è qualcosa che può esserci ma anche no. Nel mio caso non lascio nulla a nessuno, poiché non c’è nessuno che la riceverebbe. A che stato evolutivo è la scena alternativa e indipendente italiana, secondo te? Il panorama attuale è ben diverso da quello in cui hai mosso i primi passi, e sei un punto di riferimento per qualsiasi giovane voglia ripercorrere una carriera musicale di questo genere. Non lo so. C’è una canzone in “Senza Eredità” alla quale sei più legato delle altre? Mi affeziono poco ai miei brani, è un limite che ho sempre avuto, sono molto più attratto dalla musica altrui, specie quella passata. Nere geometrie paterne è […]

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Libri

Voler bene in segreto, intervista a Domenico Esposito

In occasione dell’uscita del romanzo Voler bene in segreto Domenico Esposito, già noto alle pagine di Eroica, ci ha concesso un’intervista. Originario del paese avellinese di Cervinara, Domenico Esposito ha iniziato la sua carriera letteraria con i romanzi La città dei matti (Mon&editori, 2009), e Sia fatta la mia volontà – Qui nel mondo (Tempesta Editore, 2011). Con la pubblicazione di Mad World – Il mondo malato nel 2016 Domenico si lega alla casa editrice Eretica Edizioni per la quale ha scritto anche Il Romanziere (2018) e il recente Voler bene in segreto in cui vengono narrate le nuove vicende che coinvolgono Efrem Lettieri, già protagonista di Mad World. Domenico ha concesso ad Eroica Fenice un’intervista in cui parla di questo nuovo romanzo e anche dei progetti futuri. Prima però di lasciarvi alle sue parole ne approfittiamo per ringrazialo per il tempo concessoci, con la speranza di poter ancora parlare con lui in occasione della pubblicazione di un nuovo romanzo. Voler bene in segreto, intervista a Domenico Esposito Vorrei partire da una domanda molto personale. Come è nata in te la passione per la scrittura? Credo dalla difficoltà di esprimermi oralmente fin da quando ero bambino. Non solo perché ero un po’ timido, ma anche perché oggi è difficile dialogare: sembra che le persone siano poco disposte ad ascoltare, soprattutto se esprimi riflessioni troppo diverse dalle “certezze” che ci sono state inculcate. Questo accade in ogni ambito, da quello politico a quello sentimentale, sociale, individuale, religioso, scientifico ecc. (tant’è che le loro risposte sembrano tutte preconfezionate). Ogni volta che mi veniva insegnato qualcosa, soprattutto se ritenuto incontestabile, ne dubitavo e comprendevo che sarebbe stato meglio scriverlo perché si ha il tempo di elaborarlo e metterlo insieme senza che l’interlocutore ti urli addosso o ti interrompa se non vuole ascoltare. Diciamo che la mia scrittura è innanzitutto un atto di ribellione verso la società, a prescindere dal tema trattato. Voler bene in segreto è il nuovo capitolo della saga di Efrem Lettieri, personaggio introdotto in Mad World – Il mondo malato. Nel tempo che trascorre proprio tra la pubblicazione di Mad World e di questo nuovo romanzo, il tuo personaggio come è cambiato? Premetto che il tempo che scorre tra le due pubblicazioni è maggiore rispetto all’ambientazione: sono trascorsi infatti soltanto pochi mesi dall’epilogo de “Il Mondo Malato” e l’inizio di “Voler bene in segreto”. Efrem è comunque un personaggio molto contraddittorio e particolare: non è facile comprendere se sia cambiato o se semplicemente stiamo scoprendo dei suoi lati nascosti. Più che la sua personalità, sono cambiati i suoi rapporti con le persone. Nel romanzo inedito e gratuito “Prigionieri di se stessi” (che può leggere chi non ha letto “Il mondo malato”) si nota l’evolversi dei personaggi che il musicista ha intorno. In “Voler bene in segreto”, in cui il tema principale è l’affetto, o comunque i rapporti umani, Efrem si mostra più fragile, pur non volendo e cercando di mantenere la sua maschera fatta di durezza, ma allo stesso tempo mostrerà […]

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Attualità

Sportello psicologi S.P.UN.TO: intervista agli ideatori

Sportello Psicologi UNiti sul TerritoriO! S.P.UN.TO è un’iniziativa che unisce le professionalità di un gruppo di giovani psicologi decisi a mettere la loro esperienza al servizio della collettività per fronteggiare uno dei lati più oscuro che un’emergenza drammatica come quella del COVID-19 si porta dietro, il senso di smarrimento e di fragilità psicologica che deriva dal prolungato isolamento sociale e dalla perdita di certezze materiali e ideali. La diffusione del coronavirus ha stravolto l’esistenza di moltissime persone colpendole nella sfera sociale ed economica quanto in quella emotiva e personale; la perdita o l’allontanamento forzato dalle persone care, le difficoltà economiche e la distanza sociale hanno amplificato le fragilità portando con sé conseguenze emotive che spesso vengono coperte da più clamorose urgenze materiali. Per offrire supporto alle persone in difficoltà un gruppo di giovani psicologi ha unito le forze per aprire uno sportello psicologi gratuito e aperto a tutti. Attraverso le parole dei suoi ideatori proviamo a farvi conoscere e vivere il loro progetto. Intervista agli ideato dello Sportello Psicologi UNiti sul TerritoriO La pandemia ha amplificato in maniera drammatica le fragilità sociali e psicologiche degli individui ad ogni latitudine, in un contesto così delicato e in un territorio, come quello campano, contraddistinto da criticità pregresse, a chi si rivolge l’iniziativa di S.P.UN.TO e quali obiettivi si prefigge? Come hai giustamente osservato, il territorio campano presenta già forti criticità per quanto riguarda l’accesso all’assistenza psicologica pubblica e gratuita. Con l’impatto che la pandemia ha avuto sul benessere mentale di molti la richiesta di assistenza è aumentata e il servizio pubblico non ce la fa sempre ad offrire supporto, perciò spesso rivolgersi ai privati resta l’unica soluzione. Il problema è che un percorso di supporto psicologico nel privato ha un costo che molti non riescono a sostenere. S.P.UN.TO quindi vuole rivolgersi a chiunque senta di aver bisogno di un supporto psicologico ma non ha grandi disponibilità economiche per intraprenderlo. Noi non abbiamo come obiettivo quello di eliminare una criticità presente, anzi, i problemi nella gestione della salute mentale, e in senso più generale nella sanità pubblica, restano e sono stati indubbiamente amplificati dalla pandemia. Noi vogliamo che questi problemi siano ben visibili perché è arrivato il momento che la politica se ne faccia carico. Iniziative come la nostra o come quella di tanti sportelli di supporto psicologico gratuito che stanno nascendo in questo periodo non possono bastare da sole. Non si può ancora una volta delegare tutto alla buona volontà di singoli, gruppi o associazioni. Serve una presa in carico collettiva e globale, soprattutto a livello governativo. Il nostro obiettivo è semplicemente quello di fornire una terza alternativa a chi sta vivendo un momento difficile e ha come uniche due alternative quella di rivolgersi a un professionista con costi relativamente elevati oppure di non rivolgersi a nessuno. Chi c’è dietro S.P.UN.TO e come nasce questa collaborazione che ha portato all’ideazione di un’iniziativa così importante? Dietro c’è un gruppo di giovani psicologi dislocati su tutto il territorio campano. Ci siamo conosciuti tra i […]

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Musica

Pino Marino: facendo i conti con i nostri “Tilt”

Pino Marino: intervista al cantautore romano Nuovo disco per il cantautore romano Pino Marino, una delle penne a cui va un riconoscimento importante nella recente storia italiana della canzone d’autore. Ad artisti come lui anche il merito di rendere la musica fulcro principale di impegnative attività sociali e collettive. Ed oggi è tempo anche di un nuovo bellissimo disco dal titolo “Tilt”, anche disponibile in una bella release in vinile. Canzoni che denunciano e che scuotono con violenza (a tratti) le tante violazioni di morale e di umanità, di quotidiani tilt in cui stiamo cadendo e in cui trasportiamo di peso le nuove generazioni inermi a tanto decadentismo. Preziose anche le sue collaborazioni, da Ginevra di Marco a Tosca fino all’attore Vinicio Marchioni che a chiusa del disco recita i tanti tilt, le frasi cardine di tutte le canzoni del disco poggiate con grazia ed eleganza su una base circolare e sospesa disegnata per l’occasione anche da Fernando Pantini e Fabrizio Fratepietro. Sono 20 gli anni di grande carriera che si celebrano oggi con un lavoro che davvero ha il dovere di raggiungere ogni possibile via di incontro. Un disco importante, in cui la canzone e la sua parola tornano ad essere valori importanti. Nuovo disco, denuncia sociale che non passa per il sottile. Domanda difficile, forse, ma così mi viene: quanta poesia hai messo in gioco per non essere troppo severo ma senza smussare la punta delle frecce? La poesia (ammesso se ne abbia) si mette in gioco sempre tutta, perché non è possibile usarne un po’, esattamente come non è possibile dire: “ti amo un po’”. (Sorrido ma non mi vedete). E la poesia non è meno severa della prosa, tutt’altro, è solo più chirurgica e meno dispersiva, ammesso che nel mio caso possa essere scomodato questo termine. Diciamo che un linguaggio più carico di visioni, rispetto all’aridità di immaginario che siamo costretti a subire dal nostro circostante contemporaneo, è stato il modo per parlare della nostra condizione in maniera esplicita e in soli 34 minuti. Questa la durata di Tilt. Bellissima copertina. Bellissima foto. L’hai scelta dopo aver scritto il disco o in qualche modo ti ha ispirato parte della scrittura? Quello straordinario scatto di Emad Nassar, fatto a Gaza nel 2015, l’avevo visto nel 2016 quando gli venne attribuito un prestigioso premio fotografico. L’avevo messo in una cartella di immagini da rivedere nel tempo. Quando si è formato il concept che poi ho sintetizzato nel titolo, cercavo un’immagine che riuscisse a rappresentarlo e riaprendo quella cartella è stato evidente quale fosse. Sono stato poi molto felice che Emad, messo a conoscenza di questo progetto discografico, abbia voluto partecipare sostenendolo e concedendomi la possibilità di averla come copertina del mio e del nostro Tilt. Fuggire dalle cose inutili: questo è il significato primo che mi arriva da tutto. Pensi sia questa una soluzione? Scartare, senza fuga, le cose inutili o nocive. Comprenderle per capire cosa abbia generato i Tilt da cui dobbiamo spostarci rilanciando con altre possibilità, […]

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Libri

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (III)

Le immagini poetiche che ne Il Carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019) procedono  in una partitura che da intima si fa oggettiva, andando e riassumere il valore civile, non solo intimistico, di cui il volume è rivestito. L’immagine che dà il titolo alla raccolta esprime, infatti, il senso di un rinnovamento culturale, una speranza per le venture generazioni. Tra poesia intima e civile, dunque, si muovono le parole della curatrice, che si ringrazia per la pazienza e per aver condiviso pensieri e riflessioni sui significati poetici e civili espressi in questa antologia. Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice È forte il senso di appartenenza al proprio paese nei poeti che compongono la silloge del Carro dorato del sole: tra i vari, penso ad alcuni versi Uladzimir Doboǔka, Maksim Tank e Rygor Baradulin; essi sembrano esprimere il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra (coltura/cultura, per riprendere il binomio di Durkaim), un tema, questo, che nella poesia contemporanea si esprime pare anche in certi casi in Ales’ Badak e Aksana Danilčyk attraverso una sorta di disincanto con ogni probabilità dovuto al contesto politico-culturale a cui si è fatto riferimento. Letterariamente, tenendo presente la sensibilità di ognuno, come cambiano, da una sensibilità all’altra, i simboli della poesia bielorussa?  È una domanda molto capiente, è difficile parlare di tutto l’universo della poesia bielorussa che è molto eclettica, perché è rappresentata da varie generazioni di poeti con le esperienze diverse: i più anziani si sono formati  nell’epoca del totalitarismo, degli altri – alla vigilia o subito dopo la Perestrojka –, molti sono stati segnati dal disastro di Cernobyl. I più giovani sono entrati nella letteratura nell’epoca post-sovietica, non hanno nessuna idea del Muro; conoscono bene, invece, la dittatura. Sono diversi, ma c’è un  simbolo che accomuna, anche se in varia misura, tutti i poeti bielorussi compresi quelli inclusi nell’Antologia. È proprio quel simbolo che Lei ha notato: “il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra”, aggiungerei “nella propria Terra” in senso la “Patria”,  la Patria sofferente, la Patria libera. Direi che questo concetto della Patria con la “P” maiuscola, non è molto comune per la poesia italiana contemporanea; un poeta italiano, a mio avviso, ha un po’ di timidezza a pronunciare “la mia amata Italia”. Questo amore forse potrebbe addirittura essere considerato come una manifestazione del “sovranismo”. In questo senso, la poesia bielorussa avrebbe potuto essere accolta con passione da un catalano o un irlandese piuttosto che da un italiano. O forse sbaglio? Comunque Davide Rondoni nella sua prefazione al libro ha colto, con la sua solita sensibilità, l’essenza di questa poesia: “ La voce della poesia Bielorussa… si chiama libertà”. È stato difficilissimo selezionare i poeti e i testi senza sovraccaricare il lettore con argomenti politici e sociali di cui la nostra poesia abbonda. Mi piaceva creare un “mosaico” multicolore e multigenere, dove si intrecciano sofferenza e gioia, tradimento e fedeltà, amore e delusione, proprio come nella vita. I […]

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Libri

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (I)

La pubblicazione in Italia del volume Il carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019), rappresenta l’espressione della cultura poetica della Repubblica Belarus’ soprattutto se si considera il momento storico in cui esso viene alla luce: la dittatura di Lukashenko, infatti, coi suoi metodi repressivi tende a vanificare ogni tentativo di affermazione culturale di Belarus’ dentro e fuori i suoi confini. Complice di tale politica anche l’indifferenza dell’Europa, che ha dato finora poco spazio alle denunce verso la dittatura che falcidia lo stato bielorusso. Tale antologia è, dunque, sintomo di quella rivendicazione da parte degli autori di una identità nazionale, che si costruisce verso su verso. Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice Larisa Poutsileva La poesia come identità nazionale, dunque, parafrasando il messaggio sotteso alla Storia della letteratura italiana di De Sanctis: una intentio, quella dell’antologia poetica in questione, che traspare pagina dopo pagina, nonché dal saggio introduttivo della Curatrice (La giovane letteratura di un antico popolo, pp. 7-12), a cui si cede la parola, quale autentica testimonianza di un lavoro che definisce il progetto storico culturale sotteso a questa antologia. La pubblicazione del Carro dorato del sole costituisce per la diffusione della cultura letteraria bielorussa un momento importantissimo in quanto rende fruibile una letteratura poetica che per lungo tempo, nonostante i lavori di eminenti slavisti da Lei citati nel saggio storico-letterario preposto al volume, è rimasta isolata e sconosciuta ai più. In particolare, la poesia bielorussa cammina di pari passo con l’affermazione dell’identità nazionale e, in un periodo politicamente turbolento per la Repubblica Belarus’ a causa del totalitarismo di Lukashenko, la pubblicazione del volume assume un significato simbolico. Cos’ha significato per Lei, Professoressa Poutsileva, curare questa antologia? Da molti anni avevo questo sogno, presentare agli italiani la poesia bielorussa, quasi completamente sconosciuta per loro. Ho realizzato questo sogno con un gruppo di amici bielorussi e italiani, tutti entusiasti di poesia. Un incontro con l’editore Renzo Casadei, che mi  ha sostenuta, ha fatto nascere questo libro e il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna ha voluto darci il patrocinio. Come Lei giustamente ha notato, la letteratura e in particolar modo la poesia ha giocato un ruolo essenziale nell’affermazione dell’identità nazionale dei bielorussi. È stato un processo che, per alcune ragioni storiche, è durato diversi secoli. Tradurre dei poeti studiati a scuola, che fanno parte della storia del paese, è una grande responsabilità e un grande onore e, non meno, una responsabilità è presentare diverse nuove generazioni di poeti. Sono felice che questo libro rimanga nelle biblioteche universitarie per gli studenti slavisti e non solo. Con questo libro si apre, in qualche senso, una finestra nuova per gli amanti della poesia in Italia. Oltre questo, credo che l’Antologia possa contribuire a comprendere meglio lo spirito dei bielorussi e l’essenza della loro resistenza al regime. La poesia vive adesso nelle strade di Minsk e di altre città bielorusse, alcuni poeti sono stati arrestati, come E. Akulin e D. Strocev. […]

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Musica

Annarè: il “Gluten Free” sbarca anche dentro una canzone

Singolo nuovo che anticipa un disco di inediti di prossima pubblicazione. La giovane Annarè torna a fare del pop d’autore, di moda e di cliché dentro questa liquidità anche molto figurativa e allegorica nella fresca quanto frizzante idea – romantica nelle sue conclusioni – di dare all’amore e alla vita una veste culinaria. “Glutine Free” parla di questo, parla di possibilità, parla di essenza e di decisioni… ma soprattutto parla di socialità e di quel certo modo di essere se stessi. E le chiavi di lettura sono numerosissime e senza fine a volerci davvero sguazzare dentro la melodia di questa nuova canzone di Annarè. Attendiamo il disco e che sia “glutine free” anch’esso… forse… Domanda assai difficile forse: somigli alle canzoni che fai? Te lo chiedo perché in questo suono ampiamente prodotto troviamo distanze di facciata dalla tua figura di donna acqua e sapone… non credi? Somiglio molto alle canzoni che faccio. Mi piace giocare, sperimentare. Il primo album rispecchiava molto il mio lato introverso, emozionale. “Gluten Free” è la mia bandiera personale di svolta: sono passata dal prendere tutto molto seriamente, di petto, a lasciar correre, sorridere e divertirmi. Per questo la scelta di un arrangiamento molto leggero, attinente ai toni della canzone. Certo nell’album non mancheranno canzoni un po’ più intime e vecchio stampo Annarè.. In fondo c’è ancora quella parte di me.. Ma il singolo si abbina molto alla mia faccia, per tornare ad “acqua e sapone”; niente trucchi, niente sovrastrutture, semplice e lineare come lo sono io. Che poi in piccolo è quello che accade nel bel video di animazione: alla fine torni in carne ed ossa e somigli esattamente a quel canone di cui parlavo… Non voglio dare un’immagine di me che non mi rispecchi a pieno. Ecco perché si passa dal cartone animato alla realtà. “Gluten Free” parla di me, parla di persone che ci sono realmente sia nella parte “vera” sia nella parte “cartone”. È tutto semplice, è tutto uguale alla realtà. Sono io in tutto e per tutto.. Dalla musica, all’immagine animata, all’immagine reale. Assenza di Glutine: non pensi sia una mancanza? Trovi che sia una risorsa? Come in tutto ciò che ci circonda, ci sono due possibili chiavi di lettura, due possibili punti di vista: assenza di glutine (mancanza di qualcosa) o gluten free (free come libertà?). Cosa scegliamo: bicchiere mezzo pieno o bicchiere mezzo vuoto? È tutto in prospettiva di ciò che siamo e di come vediamo le cose. Inevitabile chiederti cosa seguirà questo singolo. Un altro video o finalmente il disco? Il disco lo tengo come “Bomba libera tutti”. Quindi seguirà un altro singolo con relativo video! Per l’album, stiamo preparando grandi cose. Paolo Tocco

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Musica

Per le strade del cielo è il debutto di Stefano Bruno

Stefano Bruno è un cantautore milanese, classe 1990, alla sua prima pubblicazione discografica con “Per le strade del cielo”. Diplomato in ragioneria, Stefano Bruno pubblica un album,  frutto di un lungo percorso di crescita personale che gli ha finalmente aperto le porte dell’industria musicale. Abbiamo avuto il piacere di parlare con lui! Ecco il resoconto di questa breve ma intensa chiacchierata in modalità telematica. Stefano Bruno: intervista Per le strade del cielo è il tuo primo album in studio. Qual è stata la strada che ti ha portato fino a questo importante passo? Sicuramente la passione e poi, la pazienza di sopportare e incassare colpi, la voglia di esprimere e tirare fuori qualcosa di personale con la speranza di raccontare intrecciando emozioni e vite di altre persone. È incredibile quanto una canzone può essere personalizzabile e avere un significato diverso per ognuno. Da dove nasce l’ispirazione per la tua musica? Nell’album alterni con grande facilità i molteplici aspetti del pop, dai ritmi latini di “Nicaragua” alla splendida ballata di “Italia Turrita”. Grazie per questa domanda. L’ispirazione può arrivare da qualsiasi cosa e da ogni direzione. Credo che la musica non abbia frontiere, è solo la mente umana che semplifica trovando scuse, un genere o un nome a tutto. Per questo mi piace ascoltare e lasciarmi guidare da qualsiasi suono o musica che sento. C’è chi parla di confusione. io piuttosto preferisco parlare di versatilità. C’è un pezzo a cui sei più legato rispetto agli altri? Credo che sia proprio “Italia Turrita”. Quali sono i prossimi progetti di Stefano Bruno? Hai in mente qualche nuova canzone, collaborazione ecc. Ci sono già nuove canzoni in cantiere e spero di ultimare qualcosa nei prossimi mesi. Anche per quanto riguarda le collaborazioni sto cercando persone nuove con cui lavorare brani nuovi e diversi, che siano miei o per altri artisti.   Ringraziamo Stefano Bruno per la disponibilità e la cortesia. Il suo nuovo album, “Per le strade del cielo”, è ora disponibile presso le maggiori piattaforme di distribuzione. Buon ascolto!   Fonte dell’immagine: https://www.facebook.com/essebrunoofficial/

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Cucina e Salute

Moeh Esse, il mestiere del food blogger: intervista

Moeh Esse, food blogger per passione Marco Melito, in arte Moeh Esse, classe 1991, di mestiere food blogger. La sua pagina conta migliaia e migliaia di iscritti su Instagram, forte di una crescita che pare non esaurirsi nonostante il periodo di crisi per la ristorazione, causato dal Covid. Spulciando il suo profilo social è possibile scrollare centinaia di piatti e pietanze in giro per il napoletano, scovando consigli preziosi che, una volta finite le restrizioni, torneranno di certo utilissime. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Marco, e quanto si leggerà è il resoconto di un piacevole scambio di battute avvenuto telematicamente. Ciao Marco, come hai iniziato la tua attività di foodblogger? Da dove nasce Moeh Esse? Questa è una bella storia, almeno per me che la racconto. La passione per la cucina mi accompagna da sempre, da quando da bambino guardavo mia madre ai fornelli. C’è stato, però, un lungo periodo della mia vita in cui sono stato lontano dal cibo e dalla cucina: sono anni di cui non parlo molto volentieri. Col tempo, comunque, quella passione che era stata un po’ lasciata nei cassetti, è tornata quasi con prepotenza. Avevo già iniziato un discreto percorso su Instagram che mi ha permesso di incontrare Valeria Pezzeri, Licia Sangermano e FoodErgoGram, che hanno iniziato ad invitarmi a pranzi e cene “social”, con stampa e altri foodblogger. Da lì, il passo è stato brevissimo: ho iniziato a recensire locali e ristoranti e poi a proporre le mie ricette. È nato “Unconventional Life”, il mio blog, che ora condivido con LaZimbi. Fondamentale per la tua attività è il tuo lavoro su Instagram. Qual è il tuo rapporto con i social media? Tutto ruota attorno a Instagram (e al blog). È, come tutti i social, facile, diretto e veloce. Puoi pubblicare una ricetta e avere subito il confronto con gli utenti e il pubblico. Poi, ora, con la possibilità delle stories e delle dirette, puoi farti conoscere sicuramente di più rispetto ai soli post. Le persone possono vedere come ti muovi ai fornelli, possono ascoltare la tua voce: diventa un contatto e una conoscenza più intimi. Dall’altra parte, ovviamente, bisogna stare attenti  a non dipendere dai profili, né dal parere dei cosiddetti haters, sempre pronti a criticare ogni minimo dettaglio. Per quanto mi riguarda, cerco di proporre un social semplice, essenziale, senza troppe costruzioni anche e soprattutto nelle foto. L’utente medio cerca spontaneità e sincerità, non profili e personaggi (non più persone) costruiti. Influencer, fotografo, critico gastronomico, giornalista. La tua è una attività dai mille volti e dalle mille competenze richieste. Secondo te, in cosa consiste l’essenza del mestiere del foodblogger? Questo è un discorso difficile da far capire, soprattutto da noi al Sud dove food blogger e influencer sono spesso criticati, ed il cui lavoro è ancora più spesso sminuito, non considerato, sottopagato o addirittura non pagato. Non siamo solo “quelli che cucinano e mangiano”. Siamo persone (molte volte lo si dimentica…) che condividono con gli altri una propria passione. Alcuni di noi (soprattutto da Roma […]

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Teatro

Consegne, una performance da coprifuoco | intervista

“Consegne // una performance da coprifuoco” arriva a Napoli dal 15 dicembre, grazie al Collettivo lunAzione. Lo spettacolo ha debuttato a Bologna lo scorso novembre con la compagnia Kepler-452: si tratta di un percorso-performance site specific e vedrà in sella a Napoli Cecilia Lupoli, nel ruolo di attrice/rider. L’adattamento per la città partenopea è a cura di Eduardo Di Pietro, l’organizzazione di Martina Di Leva e il coordinamento tecnico di Tommaso Vitiello. Un corriere si sposterà per le strade per effettuare le consegne, attraversando la notte desolata. Lo spettatore – o più spettatori che abitano allo stesso indirizzo – seguiranno sulla piattaforma Zoom il percorso-performance che condurrà il rider a bussare proprio alla sua porta per un incontro finale. “Consegne, una performance da coprifuoco”, intervista al regista In un momento in cui i teatri e – più in generale – i centri di produzione culturale sono chiusi, diventa molto complesso costruire narrazioni e rappresentazioni “artistiche” del reale. L’idea del “percorso-performance” è una sperimentazione in tal senso? Nella versione di “Consegne” a cura del Collettivo lunAzione c’è senz’altro un interesse sperimentale in questa direzione, che tra l’altro coinvolge il tentativo di commistione tra differenti strumenti comunicativi (videochiamata via Zoom e audio-narrazione in cuffie wireless dal vivo) che si adeguino alle esigenze dell’attualità e riecheggino come caratteristiche proprie della comunicazione contemporanea. Tali strumenti, assieme all’attrice-rider Cecilia Lupoli e al suo Piaggio Liberty 50, compongono l’atto performativo: la città deserta, le finestre illuminate, la notte, diventano inoltre personaggi che accompagnano il percorso. Qualsiasi momento di grandi trasformazioni, di traumi più o meno forti e, tra gli altri, i timori e le restrizioni del presente, necessitano di rielaborazioni del reale che ci consentano di comprendere e metabolizzare il dolore, la morte, il disorientamento, la solitudine. Il teatro può ancora farlo: ha bisogno delle sale teatrali da abitare, ma non ne ha bisogno per esistere. Perchè la scelta è ricaduta prioritariamente sui rider? Il rider è un simbolo di questi tempi: è il lasciapassare per il coprifuoco, può viaggiare liberamente nella notte e la sua attività prospera nella pandemia – o meglio, le aziende di delivery prosperano mentre i rider corrono da un indirizzo all’altro. Queste figure nuove e solitarie, operose e fuggevoli, sono state considerate essenziali dalle direttive, anche a fronte delle chiusure generalizzate a causa dell’emergenza sanitaria. “Consegne” parte così da un’attrice, rappresentante di un lavoro che – come tanti altri – non è stato ritenuto essenziale. Questo dispiega una sfilza di interrogativi: chi può definire cosa è essenziale? E soprattutto cos’è l’Essenziale? La ricerca di risposte condivise con lo/gli spettatore/i, assume le forme di un vagabondaggio notturno, dissimulato da una consegna: in fin dei conti un pretesto per dar vita a un incontro. Con “Consegne” il teatro scende dunque in strada e si traveste da corriere per indagare le infinite possibilità di incontro racchiuse nella sua figura. Il Collettivo lunAzione è da anni impegnato nella promozione e nello studio del teatro come forma di espressione ad alta funzione sociale. Qual è, dunque, […]

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