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Eroica Fenice

La Tag: intervista contiene 38 articoli

Teatro

Lo Sgargabonzi al Kestè di Napoli (Intervista)

La serata del 12 giugno è approdato al Kestè di Napoli l’impertinente Alessandro Gori, noto come Lo Sgargabonzi. Stiamo parlando di un interessantissimo personaggio che desta molta curiosità: scrittore, comico, fumettista. Dal 2013 cura l’omonima pagina Facebook e porta in giro per l’Italia il suo spettacolo satirico “Lo Sgargabonzi Live“. Eroica Fenice ha avuto il piacere di scambiare una chiacchierata con lui! Lo Sgargabonzi, intervista Le prima parola che senti di dover proferire quando ti si chiede di te. Guarda, facciamo che va bene qualsiasi parola tranne una: “ciccione”. Grazie. Raccontami de “Lo Sgargabonzi ”. Lo Sgargabonzi è stato il mio blog fin dal 2005 ed è dal 2013 la mia pagina FB. Ma a me piace immaginare Lo Sgargabonzi come un universo che partorisce universi. Un blob scivoloso, cangiante e mutaforma, tempestato da metastasi sotto forma di ossei bussolotti delle sorprese Kinder. Dentro ciascuno una storia che vive di regole e mostri propri. L’avventura letteraria di cui vai più fiero. Sono contento di tutti i miei libri. Sono tutti frutto di anni di lavoro. L’ultimo, Jocelyn Uccide Ancora, l’ho scritto nel giro di tredici anni. Nella scrittura sono un perfezionista e non uno che si accontenta: se il libro non è come ce l’ho in mente non lo pubblico. Qual è il carburante de Le Avventure di Gunther Brodolini? Le Avventure di Gunther Brodolini fu scritto nel 2005 e nasceva dalla voglia urgente, in anni di politicamente correttissimo, di tirar fuori le storie morbose e inquietanti che avevo in testa fin da piccolo. È un libro quasi punk, nonostante il punk non sia mai stato fra i miei riferimenti. Cosa mi dici di Bolbo e Il Problema Purtroppo del Precariato? Bolbo è un’opera fortemente autobiografica, un romanzo decostruito e psichedelico che ha il passo di una rapsodia prog. L’ho scritto col mio amico Gianluca Cincinelli, esattamente come il successivo Il Problema Purtroppo del Precariato, ovvero un libro schiettamente umoristico che mette in scena il nostro sottogenere comico preferito: la commedia dell’imbarazzo. E di Jocelyn Uccide Ancora? Jocelyn Uccide Ancora, edito da minimumfax e adesso in libreria, è un’opera totale sotto forma di un armonico zibaldone di 50 racconti e 10 interludi. Ci sono favole horror, siparietti dadaisti, ipertesti di canzoni alla moda, interviste a personaggi storici, barzellette, poesie, cronache dall’adolescenza profonda, guide pratiche, non tutti sanno che, pagine perdute del diario di Anna Frank e monologhi inediti di Saviano. In un mondo giusto si meriterebbe un successo planetario. Inutile dire che è un libro da ombrellone a dir poco perfetto e che previene il cancro solare lì dove fa ombra. Mi conieresti, al volo, un neologismo per definire ciò che fai durante i tuoi live? Una sorta di assemblea d’istituto. Uno col cappellino e la felpa in pile che legge i propri testi da un foglio a protocollo, senza particolare talento per la recitazione, con una dizione pessima e mangiandosi pure le parole. Potresti darti un voto come comico? Mi darei umilmente 5. Ovvero la media fra lo 0 […]

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Cinema e Serie tv

Giorgio Montanini gira un film. Sì, avete letto bene!

Prendete Giorgio Montanini. Immaginatevelo per nulla sudato. Senza una Tennent’s in mano. Che non ride e non “mazziea” la sua platea dal palco. Mi pare di descrivervi una di quelle complesse e vivaci allucinazioni visive tipiche dell’LSD. E invece no. Giorgio Montanini girerà un film! Eh, avete letto bene. Un film! Chiacchierando con Giorgio, è uscita fuori questa cosa che mi ha un attimo destabilizzata. Ho pensato, lì per lì, che i comici che hanno contribuito negli ultimi vent’anni a far tv, non sono sempre ben visti in Italia… E allora, il comico Giorgio Montanini che c’azzecca col cinema? Il fatto è che il comico è sempre un attore, l’attore può non essere comico. In tutti gli altri Paesi del mondo gli stand up comedians fanno questo tipo di percorso e, aprendo loro le porte del cinema, viene loro riconosciuta una qualità. «Se prendiamo Alberto Sordi, non si può dire che non abbia avuto la possibilità di esprimersi anche in altri ruoli, in maniera egregia, eccellente. La nostra commedia italiana era una commedia fantastica. I film di Alberto Sordi sono esempi straordinari di quella che è la commedia italiana. Purtroppo ci si è persi in un oblio culturale che non poteva durare perché, alla fine, si riemerge dall’abisso. Speriamo che sia questo il momento!» Giorgio Montanini, l’intervista Chiacchierando, mi hai detto che avresti voluto imparare a suonare la chitarra, ma dopo due settimane di esercizio, ti sei reso conto di leggere lo spartito al contrario e hai lasciato perdere! Dimmi un po’ come stai con la prima canzone che ti viene in mente. (Ride, ndr) Confusa e felice di Carmen Consoli. Facciamo Confuso e felice. Hai definito la denuncia per blasfemia che ti è stata mossa un premio alla carriera. Tiriamo un po’ le somme dei tuoi ultimi spettacoli “con la fedina penale pulita”. Sebbene si siano tenuti nel bel mezzo delle temperature estive, ho avvertito una presenza e una partecipazione diversa da parte del pubblico. Ho sentito una sorta di sostegno, attaccamento e piacere diverso nel vedere il mio spettacolo. Non che prima non ci fosse, ma ho sentito un entusiasmo più marcato. L’atmosfera che si è venuta a creare è stata più bella, come rinnovata. Io sul palco t’insulto, ma non ti prendo per il culo, e questa coerenza mi sta ripagando perché la gente conta su di me. Da dove parte la tua comicità satirica? Perché Giorgio Montanini ha scelto di far ridere? Trovo nella comicità satirica la mia capacità espressiva, ricalca perfettamente quello che io voglio dire. Parte da dove è sempre partita. Da duemilacinquecento anni fin qua. Parte da un’insoddisfazione, da una frustrazione, da una presa di coscienza tragica di quella che è la vita delle persone e di ciò che è la tua vita. Tragica nell’accezione anche positiva del termine. Rendendosi conto di quello che siamo, la satira diventa anche una forma egoistica da parte dell’artista per cercare di stare un po’ meglio. L’artista non fa nient’altro che tirare un sospiro di sollievo. Non […]

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Musica

Rocco Rosignoli e il nuovo album Tutto si dimentica | Intervista

Tutto si dimentica è il nuovo disco autoprodotto del polistrumentista e cantautore parmigiano Rocco Rosignoli pubblicato lo scorso 26 Aprile. Ossessionato dalla memoria e dallo scorrere del tempo, Rocco Rosignoli fa della memoria il fil rouge del suo lavoro. In brani come L’ululato e Sul selciato di Piazza Garibaldi questo tema assume una grande connotazione storica e pedagogica, non si lega soltanto all’inarrestabile scorrere del tempo, ma a quegli esempi di lotta per la libertà e i diritti che hanno caratterizzato l’esperienza partigiana della Resistenza. Il racconto di Rosignoli diventa così un monito stimolante e infervorante, allo stesso tempo ispirante e leggero. Emerge anche la componente poetica, ispirata e fortemente legata a quella grande tradizione cantautoriale costituita da Fabrizio De André, Leonard Cohen, Francesco Guccini e Claudio Lolli al quale dedica il brano Piccola canzone per me. Il tutto viene rivestito da una veste musicale folk che conferisce ai temi trattati un tocco di maggior profondità e sapienza. Rocco Rosignoli mette a frutto tutta la sua conoscenza musicale e strumentale inserendo nell’album moltissimi strumenti: dalla chitarra acustica al violino, dalla fisarmonica all’armonium, dal bouzouki al mandolino, passando anche per l’armonica a bocca, il pianoforte e il basso elettrico. Oltre ad essere un polistrumentista, Rocco Rosignoli è anche uno scrittore e coltiva molteplici interessi: è autore di due raccolte di poesie;  dirige il coro di canto popolare “OltreCoro”;  ha ideato alcuni particolari format musicali monografici chiamati “Lezioni-concerto”;  ed è anche curatore del laboratorio “Shir” presso il Museo Ebraico Fausto Levi di Soragna. Di questo e di tanto altro ancora abbiamo avuto possibilità di parlare con il diretto interessato. Intervista a Rocco Rosignoli Suoni la chitarra, il violino, il basso, il bouzouki, il pianoforte, la fisarmonica, l’armonica, l’harmonium indiano e il mandolino. Raccontaci un po’ della tua carriera di musicista, come hai imparato a suonare tutti questi strumenti? Ho iniziato con la chitarra, a 11 anni. C’era questa vecchia chitarra classica in casa e ho voluto tirarla giù dal muro a cui era appesa da anni e provare a suonarla. Mia madre ha voluto fare le cose per bene e mi ha iscritto a una scuola di musica. Mi hanno dato per due anni le basi della chitarra classica. Alla fine del secondo anno mi sono stancato perché a me interessava suonare le canzoni e non fare degli esercizi. Mi sono comprato un prontuario degli accordi e ho cominciato a studiare da solo le canzoni che mi piacevano. Col tempo però ho capito che le basi di chitarra classica che avevo mi rendevano molto indipendente nello studio e mi davano una velocità di apprendimento che altri miei coetanei autodidatti non avevano. E dunque ho ricominciato a prendere lezioni. L’armonica faceva parte dell’armamentario di chi, come me, amava Bob Dylan. Anche quella l’ho studiata con passione. A vent’anni poi ho dato sfogo al desiderio di studiare il violino: è certamente lo strumento che amo di più, suonarlo per me è una lotta costante e richiede tantissimo studio. Il mandolino si accorda come il violino e […]

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Attualità

Evolve, intervista ai fondatori del comitato

EvolveU2019, It’s your turn La Generazione Z, Erasmus o Ryanair, quella dei post-millennials, dei nati dal 1995 in avanti è un’annata che troppo spesso viene bollata con dispregiativi o giudicata negativamente. Tanti sono infatti i luoghi comuni che accompagnano questa generazione, da un’assenza di valori comuni ad un eccessivo attaccamento per la tecnologia e i social network. Evolve è un comitato studentesco, un “libero gruppo di studenti e studentesse” come dice il sito, nato nel febbraio del 2018 a Pomigliano d’Arco. Un gruppo di amici, prima che di studenti e colleghi, accomunati da una forte passione per la politica e per il mondo dell’informazione, che si oppone in maniera forte al clima generalmente nichilista che pervade i nostri tempi, non soltanto tra i più giovani. Un vero e proprio punto di riferimento per un ambiente difficile come la provincia napoletana, con forti ambizioni di espansione a livello regionale e nazionale, con tanti progetti in cantiere e che in un anno e mezzo ha già tenuto numerose iniziative, arrivando sino ad un convegno alla Camera dei Deputati, tenutosi la settimana scorsa. Colpisce, aprendo il sito web di Evolve, la lista di obiettivi così decisa e pragmatica. Tenere informati i cittadini, verificare la corrispondenza dei fatti alla realtà, organizzare eventi e convegni sono solo alcuni tra i punti salienti. Quella dei vent’anni è un’età difficile, è l’età delle scelte e in cui si tende maggiormente all’idealismo, ma questi ragazzi hanno le idee chiare e sanno come realizzarle. Valeria Rea e Alessandro Fusco sono tra i fondatori del progetto. Rispettivamente 19 e 21 anni, studenti di Giurisprudenza e Scienze politiche a Napoli e Bologna, hanno raccontato della loro esperienza e delle loro ambizioni e progetti futuri. Come nasce l’idea di Evolve? Evolve nasce ufficialmente nel febbraio del 2018, in pieno clima elettorale dato dalle allora imminenti elezioni politiche. Forti delle nostre esperienze di rappresentanza, a livello sia locale che provinciale, ci rendemmo conto all’epoca che tra i ragazzi della nostra età c’era una disinformazione generale, una vera e propria disaffezione generale nei confronti di quel dovere civico che poi è il voto. Grazie anche all’aiuto di Vito Fiacco, Michele Guadagni e Domenico De Maria, gli altri ragazzi fondatori del comitato, uniti anche da una forte amicizia, nacquero in quel periodo le prime iniziative di Evolve, specie nell’ambito dei nostri licei (l’Imbriani e il Cantone di Pomigliano d’Arco). Dopo un anno e mezzo, fatti i primi bilanci, ci ritroviamo ancora uniti dalla stessa passione e spirito di iniziativa, per di più con l’aiuto di tutte le persone incontrate in questo percorso che è ancora agli inizi. Senza di queste tanti dei traguardi conseguiti da Evolve non sarebbero stati possibili, dai convegni organizzati alla cura del sito web. L’obiettivo è stato sin dall’inizio quello di un’informazione completamente neutrale, di arrivare il più possibile nei luoghi dei nostri coetanei. Siamo consapevoli di vivere in un’epoca fortemente dinamica e di forti cambiamenti sociali e culturali che influiscono sempre di più sulle nostre coscienze. Siete molto giovani, fate parte di […]

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Libri

Licia Troisi: dal Mondo Emerso a Monster Allergy

Da qualche mese è stata annunciata la collaborazione di Licia Troisi alla stesura del soggetto dei nuovi volumi del fumetto Monster Allergy Evolution edito dalla Tunuè. Scrittrice di fantasy da milioni di copie, Licia Troisi è autrice delle serie di libri Cronache del Mondo Emerso, Le guerre del Mondo Emerso, Le leggende del Mondo Emerso, La ragazza drago, I regni di Nashira, Pandora e La saga del Dominio. Partiamo dall’ultimo progetto, il soggetto di un numero di Monster Allergy Evolution, cosa cambia tra il lavorare su di un libro e su di un fumetto? Innanzitutto, si tratta di un lavoro collettivo. Quando scrivo un libro, ho il controllo di tutto il processo produttivo, e alla fine ho sempre l’ultima parola. Nel caso del fumetto, sono stata solo una rotella di un meccanismo più grande, e devo dire che la cosa non mi è dispiaciuta affatto: a volte è davvero bello lavorare in gruppo, soprattutto quando si condivide la visione d’insieme. Per il resto, Katja e Francesco sono stati molto bravi a farmi sentire subito a mio agio nel team, e alla fine ho potuto apportare un contributo che fosse molto mio, sia in termini di contenuti e immaginario che anche meramente tecnico. Insomma, non mi sono sentita mai un pesce fuor d’acqua, nonostante non fossi nei terreni a me più congeniali. Una carriera che inizia nel 2004 con le Cronache del Mondo Emerso e continua negli anni con numerose saghe fantasy, passando dal Mondo Emerso alla saga del Dominio, dalla ragazza drago a Pandora. Come cambiano negli anni la scrittrice, la sua vita e i suoi personaggi? La mia vita è cambiata in modo radicale; del resto sono passati quindici anni… Quando ho iniziato, ero una studentessa di laurea che viveva coi suoi. Oggi ho il dottorato di ricerca, ho fatto lo scienziato come sognavo da bambina, sono sposata e ho una figlia. Indubbiamente, alcuni di questi cambiamenti sono anche frutto del mio successo. Per quel che riguarda la mia scrittura, spero di essere migliorata stilisticamente, e di essere più abile nel processo di costruzione del mondo e dei personaggi. Se ci sia riuscita, però, sta al lettore dirlo. Dove nasce la sua passione per la scrittura? Ho sempre amato raccontare storie, fin da piccola, e ho iniziato a scriverle quando mi hanno insegnato fisicamente a farlo. Col tempo ho imparato a considerarlo un tratto caratteriale. Perché proprio il fantasy come genere principale? È stata una scelta facile, fatta sin dall’inizio? Cosa pensa di chi lo ritiene un genere “leggero”, per ragazzini? Non è stata realmente una scelta. La prima idea di cui mi fidassi a sufficienza da convincermi a sedermi alla scrivania e scrivere è stata fantasy, e, dato che avevo un gran bisogno di scrittura, l’ho subito assecondata. Col senno di poi, tutte le cose che ho scritto avevano un seme di fantastico dentro, ma non ne ero consapevole. Per quel che riguarda la “leggerezza”, innanzitutto non mi sembra un demerito; la lettura è pur sempre qualcosa che […]

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Musica

I viaggi di Pietruccio Montalbetti | Intervista

Intervista a Pietruccio Montalbetti «La curiosità è quella che ti porta avanti nel tempo, bisogna sempre essere curiosi» Pietro “Pietruccio” Montalbetti è lo storico leader del gruppo beat/pop italiano dei Dik Dik. In attività dal 1965, il musicista milanese si esibisce ancora oggi con il gruppo in giro per tutto il mondo. Spinto da un’insaziabile curiosità, Pietro Montalbetti ha scoperto negli ultimi anni una prolifica verve da scrittore, ha infatti scritto 5 libri: “I ragazzi della via Stendhal”, “Settanta a settemila. Una sfida senza limiti di età”, “Io e Lucio Battisti“, “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro” e “Amazzonia. Io mi fermo qui. Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili”. L’ultima pubblicazione, edita nel 2018 da Zona Music Book, è il resoconto di un suo viaggio in solitaria attraverso la foresta amazzonica del Perù e dell’Ecuador, che ha raccontato anche attraverso l’ultimo disco da solista Niente, edito da Saar Records. Non è stato comunque il primo viaggio in solitaria. Montalbetti ha infatti affrontato altri itinerari estremi, esplorando l’Africa o per esempio scalando la vetta dell’Aconcagua, la cima più alta della catena montuosa delle Ande. Soprattutto, non sarà il suo ultimo libro, ci ha infatti rivelato di averne già pronti altri otto! Abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo Giovedì 16 Maggio alla fiera FIM di Milano e ci ha raccontato dei suoi interessi, che cerca sempre di stimolare in maniera eterogenea. Per esempio, usa il suo account Instagram per raccontare aneddoti e curiosità su alcuni dei grandi nomi della storia della musica rock e legge libri di astrofisica. Ciò che proprio non riesce a digerire sono il calcio, la politica e il rap italiano (il rap italiano è proprio un tabù). «Non ti allarmare di invecchiare perché è una prerogativa negata a molti», di questo antico detto indiano Pietro Montalbetti ha fatto un mantra. Nel viaggio ha scoperto una possibilità per conoscere se stesso ma soprattutto le svariate ed eterogenee sfumature del pianeta. Il viaggio (in solitaria) è secondo lui un’esperienza dalla forte valenza formativa che insegna l’umiltà e il rispetto per il diverso. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro ancora in una lunga chiacchierata. Intervista a Pietruccio Montalbetti Inizia il suo libro dicendo che esistono tre tipologie di viaggio, quali sono? C’è quello estremo, poi c’è quella del viaggio tutto organizzato con pullman e grandi alberghi e infine c’è la mia tipologia: io me ne vado da solo, facendo anche delle cose molto impegnative. Non ho mai rischiato la vita ma ho comunque scalato montagne da solo, come il Kilimangiaro. Sono stato in Africa, in Tibet, in Nepal, in India. Ho sempre viaggiato da solo con un sacco, adeguandomi alle situazioni del momento. Questo tipo di viaggio ti insegna molte cose. Ti insegna che cos’è questo pianeta e com’è la gente nel resto del mondo. Non bisogna guardare sempre il mondo attraverso gli schermi dei cellulari, soprattutto per i più giovani: è alla lunga molto dannoso. Un messaggio che voglio dare è che per essere rock non è […]

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Teatro

Carmine Del Grosso, un comedian beneventano al Nord

Carmine Del Grosso si esibirà domani alle ore 22.00 alla Stand Up Comedy del Kestè di Napoli Carmine, oltre ad essere un comedian, è anche autore e speaker radiofonico. Il suo show #Solo, uno spettacolo tra amici si presenta, appunto, come una semplice “chiacchierata tra amici” in cui dialogare e confrontarsi sui problemi della nostra società. Vincitore del Premio Ottovolante nel 2012, Del Grosso fa parte della StandUp Comedy di Sky Italia. Lo abbiamo intervistato prima della performance. Ciao, Carmine. Ci parli di te e della tua comicità? Sono beneventano e vivo a Milano da 5 anni. Ho scoperto la comicità a Roma dove ho frequentato l’Accademia Teatrale e alcuni laboratori comici. Sono sia autore che attore comico. Ho collaborato come autore per la Rai e attualmente faccio parte del team della StandUp Comedy di Sky Italia. Sto girando l’Italia con lo spettacolo intitolato #Solo. La mia comicità si basa sulla visione della realtà attraverso gli occhi dissacranti di un trentenne. Molte delle cose che racconto sono autobiografiche e altre parlano del nostro rapporto coi social network. Sono un campano atipico. Il mio accento e il mio stile di vita non vengono riconosciuti come campani. Sono astemio e non mangio molti carboidrati.  Credi ci siano delle differenze tra la Comedy Americana e quella Italiana? Mi fa piacere rispondere a questa domanda, perché, di solito, mi viene chiesto soltanto se c’è differenza tra il cabaret e la comedy. Noi abbiamo una tradizione diversa da quella americana, parlo di usi e costumi, di modi di fare. Veniamo dalla Commedia dell’Arte. C’è soprattutto una linea generale che tutti i comici del Mondo seguono: salire sul palco con i panni di se stessi. I monologhi possono essere satirici, oppure analizzano semplicemente la realtà quotidiana. Questo è il clima che troviamo ovunque, cambia solo il metodo. La percezione dell’arrivo della comedy in Italia è stata distorta. Si pensava fosse una sorta di satira accelerata e quindi si è creata una frattura comunicativa. Solo grazie a Netflix, negli ultimi 5 anni, siamo arrivati ad un’espansione verso un pubblico di giovani ed è questo il vero successo della comedy italiana. I ragazzi prima non andavano più agli spettacoli dei comici. Pensi che le barriere tra la comicità del Nord  e quella del Sud Italia siano state superate? A me piace quando ci si prende in giro sulle proprie origini. Molto probabilmente ci sono ancora delle differenze tra Nord e Sud ed è giusto che ci siano, parlo di differenze culturali. La comicità si basa su un’alterazione della realtà. Quindi se io sono nato a Napoli e voglio prendere in giro una persona che è nata a Milano lo faccio. L’importante è che ci sia parità tra i due. Quando un milanese mi sfotte chiamandomi terrone, non me la prendo perché cerco di sfotterlo di conseguenza. Bisogna essere alla pari nella presa in giro, non deve esserci alcun scalino tra le due parti. Abbiamo invece superato l’idea che chi è nato al Sud abbia una marcia in meno. Puoi […]

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Musica

Alberto Mancinelli e Tutto l’amore che c’era | Intervista

Alberto Mancinelli, musicista e cantautore siciliano, ha mosso i primi passi nel mondo della musica negli anni ’90 nella band Electric Bayons con la quale ha partecipato ad importanti rassegne e festival di musica emergente come il Tavagnasco Rock e Ritmi Globali a Treviso. In seguito allo scioglimento del gruppo, Alberto Mancinelli non si è fermato ed ha continuato a scrivere e comporre musica. Tutto l’amore che c’era, disco autoprodotto e pubblicato il primo Marzo dello scorso anno, è la prova tangibile della passione di Alberto che ha riarrangiato, grazie alla regia musicale di Antonio “Don Antonio” Gramentieri, alcuni brani scritti venti anni fa, affiancandoli a delle tracce nuove di zecca. Alla realizzazione del disco hanno contribuito anche le percussioni di Piero Perelli e Denis Valentini, la voce di Elisa Ridolfi, le tastiere di Nicola Peruch e il violino di Vicki Brown. Composto da 10 tracce, il disco presenta un’elegante scelta musicale, dieci ballad caratterizzate da influenze country e blues, passando anche per sonorità più rock. Un piccolo album dei ricordi costruito da Alberto Mancinelli con disincanto ma anche con un pizzico di malinconia e tenerezza. Intervista ad Alberto Mancinelli Tutto l’amore che c’era è il tuo ultimo album. Cosa rappresentava e cosa rappresenta adesso questo amore per te? L’idea d’amore descritta nelle dieci canzoni che compongono l’album non è necessariamente legata a una relazione sentimentale o a persone specifiche. In queste canzoni si parla di amore per dei luoghi in cui s’è vissuto o soltanto immaginati, per un’utopia, per una vita che si è sognata. Sono cartoline dal passato, infatti molte di queste canzoni sono state scritte anche vent’anni fa. Adesso le guardo con un misto di tenerezza e distacco. Come è nata quest’idea di dare una nuova veste musicale a canzoni come Lentamente, È meglio andare e Il gesto? Avevo registrato queste canzoni molti anni fa in altri progetti musicali. Ma non mi avevano mai convinto gli arrangiamenti di allora. Le ho riprese per farle suonare in maniera più convincente. Poi avevo notato che erano tutte legate da un filo impercettibile di amore per qualcosa. E così le ho messe insieme ad altre canzoni più recenti che avevano uno stile e un sentimento abbastanza simile. Come avete lavorato tu e Antonio Gramentieri “Don Antonio” al disco, qual è stata la ricerca musicale? Mi sono fidato del suo intuito, del suo grande talento e della sua enorme conoscenza musicale. Abbiamo gusti e visioni molto simili. Parliamo un linguaggio musicale che ci accomuna. Ho fatto ascoltare a lui le dieci canzoni nude e crude con voce e chitarra. Inizialmente pensavamo a un album più acustico e immediato. Dopo alcuni mesi, ci siamo trovati nel suo studio di registrazione e abbiamo suonato dal vivo insieme agli altri musicisti. Dei bravissimi musicisti come Piero Perelli alla batteria e percussioni, Nicola Peruch alle tastiere, piani elettrici, hammond e synth, e la partecipazione di Elisa Ridolfi alla voce, dell’americana Vicki Brown al violino e Denis Valentini alla voce e percussioni. Gli arrangiamenti venivano fuori […]

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Libri

Maicol&Mirco, intervista all’autore de Gli Scarabocchi

Gli Scarabocchi di Maicol&Mirco sono diventati una delle novità più interessanti del fumetto italiano, con oltre 140mila sostenitori su Facebook. Nel 2018 l’autore, Michael Rocchetti, ha deciso di raccogliere la sua intera produzione in un’opera omnia dal titolo ARGH. Fra ironia amara e profondo nichilismo si muovono, nel mondo del fumetto contemporaneo italiano, Gli Scarabocchi di Maicol&Mirco. Un disegno nero, appena accennato, su uno sfondo rosso sangue: sono questi i tratti distintivi delle tavole che tanto successo stanno avendo sul web. Ma non fatevi ingannare dal nome scarabocchi. Queste illustrazioni si propongono come massime di filosofia esistenziale, capaci di mostrarci un vero e proprio cosmo nascosto; riescono, nella loro brevità, a schiudere dinanzi all’uomo l’assurdità dell’esistenza umana, facendocela amare ancora più intensamente. Di questo, e di molto altro ancora, abbiamo parlato con Maicol&Mirco. L’intervista a Maicol&Mirco Partiamo dal nome d’arte, Maicol&Mirco. Immagino ci sia chi, ancora, pensa siate in due. Perché hai deciso di mantenere questo nome? Chi è, oggi, ‘Mirco’? Un nome finto non è più finto di un nome vero. Entrambi non li scegliamo davvero. Entrambi hanno infiniti limiti nel rappresentarci per quello che davvero significhiamo. Cosa importa chi è Mirco? Ma ancor più: cosa importa chi è Maicol? Il fumettista Gipi dice che hai «la capacità di andare in profondità con due frasi». Ma quanto è complesso condensare tematiche così importanti in poche battute e senza apparire banale? Questo andrebbe chiesto ai nostri personaggi, veri autori delle nostre storie. Per quello che posso conoscerli, posso solo provare a tirare a indovinare: le parole davvero utili sono pochissime, un vero vocabolario non dovrebbe essere più spesso di un depliant di sconti di un supermarket. Tutte le altre parole sono state inventate per le sfumature. E questo non è davvero tempo di sfumature. I nostri personaggi non vorrebbero quasi nemmeno parlare. Quando vi si vedono costretti ne usano giusto un pugno. Le sfumature diventano gesti, lacrime, situazioni. Basta poco per raccontare tanto, se si vuole raccontare il vero. Credo che i nostri personaggi ragionino così.          S-ragionino così. Lo sfondo rosso e un disegno minimale sono i tratti distintivi dei tuoi fumetti. Come mai questo colore e perché hai preferito, a un disegno più complesso, questa essenzialità? Il rosso, come tutto ciò che funziona, è venuto per caso. Ma non per caso è rimasto. Ormai è diventato parte del nostro raccontare, addirittura del nostro lessico. Un alfabeto cromatico di due colori, rosso e nero. Pochi come i nostri segni, le nostre parole. Di tanti solo i personaggi. In fila davanti a quella tomba che sono i nostri occhi. Dietro a Gli Scarabocchi, che toccano – in chiave nichilista – temi quali la felicità, la solitudine o la morte, ci sono studi filosofici? E quanto c’è, invece, di autobiografico? Sono storie inventate, quindi tutte autobiografiche. Non è possibile davvero inventare qualcosa. Tutto è un pezzo di noi. Sarebbe bello poterci abbandonare, sfuggire. Ma non si può. Le nostre guerre, anche quelle a bordo di astronavi o in […]

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Musica

Viky Rubini pubblica l’EP Tra le mie coste | Intervista

Viky Rubini, bergamasco classe ’95, è uno studente di medicina, scrittore ma, soprattutto, musicista. Con già all’attivo un libro Il filo di Arianna (Edda edizioni, 2016) e un tour con la band ÀWARÉ, dopo il primo album da solista, Resilienza, con il progetto Viky Twisterman, l’8 Marzo pubblica l’EP Tra le mie coste, disco interamente autoprodotto. L’EP si compone di 5 tracce che ruotano intorno al concept del naufragio. Un espediente immaginativo per rievocare quelle sconvolgenti esperienze emotive che stordiscono ed ottenebrano ma dalle quali, una volta usciti dalla tempesta, si può trarre una nuova consapevolezza. Viky si definisce “un naufrago abbarbicato dietro la grancassa”, un’immagine che descrive la tensione fisica e nervosa evocata dal disco, che nasce dall’unione (ma anche dalla tensione appunto) delle melodie acustiche della chitarra di  Viky e di sonorità di matrice digitale. Per poter conoscere più a fondo Viky Rubini e il suo nuove EP Tra le mie coste, abbiamo fatto qualche domanda all’artista bergamasco. Intervista a Viky Rubini Tra le mie coste si sviluppa intorno il concetto di naufragio, cosa puoi dirci di più? Da piccolo sono “annegato” un paio di volte. Una volta mi hanno dovuto rianimare. Quindi ho una certa familiarità con il senso di impotenza che si ha quando non si riesce più a stare a galla. Ho provato la stessa sensazione qualche mese fa, però dal punto di vista emotivo. Sono sicuro che tutti noi abbiamo provato quella roba lì, quindi non mi dilungo: lascerei parlare la musica. In cosa si differenzia dal tuo primo album da solista Resilienza? Resilienza è nato in studio, da frammenti di pezzi scritti negli anni, ogni pezzo con una sua identità. Questo disco invece è nato in un secondo, con pezzi tra loro fortemente concatenati. Un big-bang a cui ho dovuto dare forma. Altra differenza importante: Resilienza è stato suonato da più persone (Luca Mandelli e Guido Montanarini alla batteria, Francesco Mancin al basso), ed è stato registrato e mixato da Fabio Intraina. Questo disco l’ho scritto, suonato, registrato e mixato completamente da solo. Joao Ceser mi ha poi fatto la finalizzazione. Per te l’utilizzo della musica elettronica “è una piccola rivoluzione copernicana”, cosa intendi? Ero uno di quelli “la musica elettronica non è musica, basta schiacciare play e fa tutto da solo”. Poi Joao Ceser, produttore e amico, mi ha dato due dritte su come usare Ableton e ho trovato una miniera di suoni, di idee. È come aver sempre vissuto in una valle in cui si parla solo dialetto e trovarsi a Londra col dizionario di inglese! Come riesci a conciliare i tuoi impegni da studente di medicina con quelli del tuo progetto solista e quello della tua band ÀWARÉ? Sono contemporaneamente un pessimo studente ed un pessimo musicista. Comunque ad ottobre usciremo con un terzo progetto musicale segretissimo! Cosa vuoi raccontarci, invece, de Il Filo di Arianna, il romanzo che hai pubblicato nel 2016? È il romanzo che ho scritto per ringraziare il mio professore di greco e latino del liceo. […]

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