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Eroica Fenice

La Tag: intervista contiene 102 articoli

Musica

Headlight: il lento scorrere del tempo

Decisamente una fusion di alto significato quella che troviamo nel concetto musicale dei giovanissimi Headlight. Band abruzzese che funge – dunque fusion – stilemi pop internazionali, riff che richiamano quel glamour funk digitale, alla melodia che si fa precisa e ricca di cliché… fino a sbocciare dentro un singolo come “This Love” che pare averlo ascoltato da anni. Brani degni aspiranti a rotazioni radiofoniche dove lo stampo inglese svetta su quello americano. E l’Italia sembra sparire delle volte, soprattutto quando la mente creativa è giovanissima, di grandi ascolti più che di contorte e ripetute tradizioni “indie”. Esordio internazionale in quel pieno stile pop mescolato a tantissimo altro… ispirazioni primigenie degli Headlight? Il panorama musicale inglese ha sempre esercitato una forte attrazione su di noi. I Coldplay sono la nostre fonte di ispirazione principale, la band che accomuna i gusti musicali di ogni componente degli Headlight. Un video come “This Love” ha sicuramente decretato un buon successo come primo passo. Secondo voi cosa ci regala il vostro disco che prima non c’era dentro le fila della scena indie italiana? A questa domanda è difficile rispondere, potremmo risultare “presuntuosi” se pensassimo di aver introdotto qualcosa di nuovo nella scena indie italiana. Sicuramente, ci troviamo davanti ad un disco puro, sincero, proveniente da 4 ragazzi che credono nel loro progetto ed in quello che fanno e questa è la cosa più importante. Riferimenti didattici di grandi stili. Torniamo alle ispirazioni. Secondo voi ascoltare musica di grande profilo è un freno alla personalità o uno stimolo a fare di meglio? Non esiste una ricetta per avere maggiori stimoli o maggiore creatività compositiva, tuttavia crediamo si debba ascoltare la musica in cui ognuno di noi si rispecchia maggiormente, che sia di nicchia o per il grande pubblico non ha importanza. La scena di oggi è forse molto meno ispirata di un tempo. Che ne pensate? Forse manca un po’ di personalità, il fatto che alcuni artisti affermati ripropongano modelli del passato la dice lunga, sarà che anche il mercato discografico non permette più di esprimersi liberamente, al 100%, senza essere messi immediatamente in un circuito di nicchia, perché non si rispecchia un modello “idealizzato” e non si rispecchiano i canoni imposti da qualcuno. “Timeline” secondo voi a quale domanda risponde prima di tutto? Al viaggio interiore che ognuno di noi compie in una fase della vita. Paolo Tocco Immagine in evidenza: https://www.facebook.com/HeadlightOfficial/photos/a.1759534294360776/2569772443336953

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Musica

Heren Wolf e il suo nuovo singolo: Far | Intervista

Far, il ritorno sulle scene di Heren Wolf Francesco Pio Ricci, in arte Heren Wolf ritorna con Far, il suo ultimo singolo. Già disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione (Youtube, Spotify), la canzone rappresenta il ritorno sulle scene dell’artista irpino, dopo i successi dei singoli Moonlight e Phoenix. Heren Wolf è un personaggio eclettico e dalle mille sfumature, ed Eroica Fenice ha avuto il piacere di parlare con lui. Heren Wolf: l’intervista Far è il tuo ultimo singolo, da dove nasce l’idea della canzone? Ho scritto questa canzone come una lettera d’addio ad una vita che non mi soddisfaceva più. Quattro anni fa mio padre è morto ed improvvisamente tutto intorno a me è diventato estremamente decadente e pieno di dolore. Quindi ho scritto Far nel tentativo di ritrovare la bellezza, usando la metafora del “grembo” come luogo sicuro e primordiale, in cui il dolore non ha ancora impresso le sue orme. Quando facciamo esperienza del dolore, immediatamente quel “fanciullino” in noi che vedeva il mondo come un luogo puro ed incontaminato scompare, lasciando il posto ad un cinico realismo. Con questa canzone dico un po’ addio a quella purezza, per certi versi ingenua perché non contempla il dolore, e cerco di trovare quell’armonia di dissensi che mi consenta di accogliere la sofferenza come esperienza inevitabile.  Se da un lato, Far esprime il mio disperato bisogno di “ricostruirmi” dopo l’urto della perdita di mio padre, mantenendo intatto lo stupore dinanzi alla vita, dall’altro, anela ad un “altrove”, un posto ultraterreno, dove le mie ferite possano essere lenite e devo possa rincontrare mio padre. Empire, Moonlight, Phoenix sono solo alcune tra le precedenti canzoni che hai pubblicato. Come mai la scelta di scrivere esclusivamente in inglese? Il progetto Heren Wolf è nato a Londra due anni fa con il desiderio di arrivare ad un pubblico internazionale. Sin da bambino ho prediletto la musica inglese nei miei ascolti e questo ha fortemente influito sulla mia creatività. Per molto tempo l’inglese ha funto da schermo, proteggendomi dai miei stessi demoni. Con i miei testi affronto momenti dolorosi e traumatici, cercando di trasformarli in qualcosa di più bello e armonioso e grazie all’inglese riesco a pormi ad una certa distanza dagli eventi che racconto.  È da un po’ di tempo, però, che provo a scrivere nella mia lingua madre, spinto da un fortissimo desiderio di creare una connessione più salda con le mie radici e di poter esplorare la mia sfera emotiva a fondo. L’inglese, infatti, nonostante abbia saputo (e continui a) proteggermi, ha anche rappresentato un grande ostacolo nell’espressione della mia emotività, non tanto nella stesura di canzoni ma quanto nella comunicazione dei miei stati d’animo. La lingua ci consente di dare una forma tangibile alla nostra interiorità e non essere completamente padrone dell’inglese (specialmente all’inizio), mi ha portato a chiudermi in me stesso, non avendo un vocabolario emotivo che mi consentisse di venire fuori in tutti i miei colori. Fai parte anche di un collettivo che promuove musica. Di cosa vi occupate […]

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Musica

What Are We Looking For, intervista a Ilario Cusano

Crystal Splinter Museum e l’ultima uscita di What Are We Looking For: intervista a Ilario Cusano Crystal Splinter Museum è il progetto musicale di Ilario Cusano, studente universitario che alla carriera accademica abbina la passione per la musica. Da pochi giorni è disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione il suo ultimo album, What Are We Looking For. Una splendida suite di venti minuti, le cui canzoni si lasciano piacevolmente ascoltare una dopo l’altra, scorrendo via come le pagine di un libro o le sequenze di un film. Un progetto che segue i precedenti lavori di Crystal Splinter Museum (“Growing in Sickness”) e “Dimanche is coma”), e che si inserisce direttamente nella scia di questi ultimi. Ilario odia le domeniche, adora l’universo di Breaking Bad, il cinema d’autore ed è un grande ascoltatore, oltre che produttore, di musica. Abbiamo avuto il piacere di parlare con lui, suo malgrado, in una domenica pomeriggio: segue il resoconto di questa piacevole chiacchierata su What Are We Looking For. What Are We Looking For, intervista a Ilario Cusano Ilario, come nasce il progetto Crystal Splinter Museum? Ho passato i primi anni della mia adolescenza a produrre e registrare nella mia cameretta, senza far ascoltare nulla a nessuno. Me ne stavo interi weekend a masterizzare mixtape. È stato così fino al 2013 anno in cui, complice un furto in casa che mi fece perdere centinaia di dati (e dunque la mia musica), decisi di cambiare il mio approccio: non potevo tenere più ciò che producevo solo per me. A contribuire, sicuramente, la scoperta di un filone musicale che in quel momento storico vedeva in Flatsound uno dei pionieri del genere. Parlo del lo-fi fatto in cameretta, il bedroom pop, la sublimazione dell’indie. Scoprire che non ero l’unico a fare musica nella mia stanza, e che tanti altri ci stavano riuscendo davvero usando i miei stessi mezzi, mi diede la spinta per iniziare a pubblicare i miei lavori. All’epoca del mio primo mixtape (Confident but not enough, 2013) scelsi come nome IK, che era un acronimo un po’ modificato delle mie iniziali. Il passaggio al nome corrente è avvenuto nel 2018, al debutto sui servizi di distribuzione digitale. Ho iniziato a concepire questo progetto non più semplicemente come qualcosa di intimo e prodotto da me in cameretta, ma come un luogo da visitare, una creatura aperta alle contaminazioni nella produzione, alla collaborazione esterna. L’idea per il nome mi venne ascoltando un brano di Mark Kozelek tratto dall’omonimo album, ovvero The Mark Kozelek Museum, dove il cantautore americano si interroga circa la sua legacy, immaginando un museo fatto di memorie, ma anche di oggetti che racchiudono in sé quelle stesse memorie. Proprio nel testo si parla di un cristallo, ed io ho esteso questo concetto al mio approccio tematico. Il cristallo è un materiale limpido, puro, ed il fatto che sia incrinato, scheggiato, segna una certa rottura con questa presunta purezza. Il mio museo narra di memorie scheggiate, di una purezza perduta. What Are We looking For? si ascolta come […]

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Musica

Je Vulesse è il debutto discografico di Ninni

Je Vulesse è l’esordio di Ninni Je Vulesse è il singolo che sancisce il debutto discografico di Ninni, cantautore napoletano che entra così prepotentemente nel panorama discografico nostrano. La sua canzone è già disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione (Youtube, Spotify) e promette un successo non faticherà a tardare nel futuro prossimo dell’artista. Abbiamo avuto la possibilità di conversare con Ninni, rigorosamente in modalità telematica: una breve chiacchierata, su passato, presente e futuro del giovane artista. Je Vulesse è il tuo primo singolo in assoluto. Da dove nasce la passione per la musica? Da piccolo ascoltavo mio padre scrivere canzoni in calabrese durante la notte, nel nostro salotto e lo faceva dopo giornate passate dalla mattina alla sera a lavorare nei cantieri. Ascoltando i dischi che mi passavano i miei fratelli che poi, successivamente, avrebbero messo su una band (i Mamasan) che andavo sempre a vedere sia ai concerti che alle prove. Ho fatto poi, e faccio parte, di una band, i The Collettivo, con cui battagliamo da anni per non far morire di la musica punk qui da noi. Come mai la scelta di scrivere esclusivamente in napoletano? In realtà, nella mia idea di album, che dovrebbe uscire l’anno prossimo, ci sono canzoni in napoletano, alcune in dialetto calabrese, e un paio in inglese. Il singolo sembra parlare di amore, tema che ha fatto storicamente le fortune di poeti e canzonieri. Hai avuto paura nell’affrontare un sentimento così universale? Vero, e soprattutto ci sono coloro che l’hanno fatto in modo meraviglioso! La mia è stata semplicemente una paura che si è poi trasformata in coraggio nello scrivere delle parole per una ragazza di cui mi ero invaghito, per poi scoprire che, come spesso capita, quello che sentivo non era corrisposto. Mi ha appeso!!! Quali sono le tue più grandi influenze musicali? Enzo Gragnaniello, Pino Daniele, Claudio Gnut Domestico, Roberto Murolo, Dario Sansone e i FOJA, la NCCP, ma anche la musica da film e classica, che tanto mi piace, da Ennio Morricone a Vincenzo Bellini. Ninni è il tuo nome d’arte? Speri di continuare ad occuparti di musica in futuro? Ninni è un qualcosa che, ironicamente, dico da anni a tutti i miei amici per comunicare qualcosa in certi momenti. Un giorno, poi, uno dei miei nipotini, Giovanni, mi chiama, improvvisamente, Ninni ed è lì che ho pensato di chiamarmi così. Quanto alla seconda domanda, mi auguro che lo Stato, il Governo, si sbrighino ad aiutare economicamente e non solo, tutti coloro che da anni si occupano e fanno musica, dai tecnici, ai musicisti, ai cantanti. Io, invece, ’speriamo che me la cavo’.   Fonte dell’immagine: ninnisongs

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Musica

Gennaro Ferraro: il trombettista jazz esordisce con It’s Right

Gennaro Ferraro è un trombettista jazz, che con It’s Right, il suo disco d’esordio, propone una nuova interpretazione di alcuni standard jazz, lasciando intravedere anche una vena compositiva, data la presenza di due brani originali all’interno dell’album. Il jazz suonato da Ferraro fotografa un determinato suono immerso all’interno di una concezione di libertà dello strumento: attraverso i sei brani pubblicati, infatti, il musicista delinea un sound che riprende il jazz nordeuropeo ma sottolinea la musicalità melodica intrinseca all’interno di ogni strumento, strutturando brani piacevoli all’ascolto anche per chi non è conoscitore del genere. La contaminazione blues, bossanova e swing riecheggia nell’album, definendo una tracklist vivace con un suono corposo ed attento. Nel primo album di Ferraro sono tanti gli artisti ed i musicisti presenti: Mario Nappi al pianoforte, Daniela de Mattia alla voce, Corrado Cirillo al contrabbasso e Luca Mignano alla batteria. Abbiamo intervistato Gennaro Ferraro It’s right è il tuo primo disco da solista e si apre con un brano di Freddie Hubbard che, come hai anticipato è l’artista che ti ha influenzato negli ultimi anni di studio. Il terzo brano è di Miles Davis, il quarto di Benny Golson. Come mai la scelta, in un primo lavoro, di inserire standard jazz oltreché brani di propria composizione? Come primo album ho pensato più a spingere sul mio suono, volendo soffermarmi su ciò che mi ha formato in questi anni. Ho poi scelto due brani di mia composizione che fossero in linea con il discorso musicale che stavo portando avanti in questo disco. I lavori futuri si baseranno di più sull’idea di me “compositore”, in “It’s right” volevo si caratterizzasse un suono, il mio suono, per questo ho utilizzato anche standard, proprio perché si evidenziasse il mio modo di improvvisare e di suonare. Qual è l’idea di suono alla base di It’s right? La scelta stilistica ha lo scopo di trasmettere alle persone il mio modo di suonare in un determinato momento storico; il disco l’ho registrato a Giugno e già adesso sento di star cambiando il mio suono. Per questo avevo voglia di immortalare, come in una fotografia, la mia idea musicale di quel determinato periodo: ho perciò preso brani di diversa tipologia, dandogli la stessa idea di insieme, la stessa impronta, creando un unico discorso musicale. Appena dodicenne inizi a frequentare il Conservatorio di Musica “G. Martucci” di Salerno, conseguendo il diploma di solfeggio con il maestro Tancredi e frequentando la classe di tromba con il docente Nello Salza. Dopo tre anni sei al Conservatorio di Benevento “Nicola Sala”, proseguendo gli studi, privatamente, con il maestro Nicola Coppola. Una vita segnata dagli studi. Quanto conta oggi lo studio accademico per un musicista? Dipende da ciò che si vuole. Il conservatorio è secondo me importante per due fattori: innanzitutto per formare la disciplina da musicista, la dedizione allo strumento; poi c’è la possibilità di fare esperienze e di conoscere nuove persone: io ho girato un bel po’ di conservatori, avendo prima intrapreso il percorso classico poi quello moderno. Lo studio accademico mi ha portato ad approfondire […]

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Musica

Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore

Intervista al cantautore Gianluca De Rubertis. Gianluca De Rubertis è un musicista e cantautore italiano. La violenza della luce è il suo nuovo album, inciso per la Sony Music e reperibile dallo scorso 23 ottobre. In occasione dell’album, abbiamo intervistato il cantautore leccese, polistrumentista, voce solista e già cofondatore del gruppo Studiodiavoli (insieme a Matilde De Rubertis , a Riccardo Schirinzi ea Giancarlo Belgiorno ) e membro del duo Il Genio insieme ad Alessandra Contini. Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore Gianluca, come nasce il tuo percorso musicale? Molti anni fa, con una pianola giocattolo, un’adolescenza passata a suonare gli organi a canne nelle chiese. Vuoi introdurci alla tua musica ? Direi che va ascoltata, come potrei introdurvici a forza? Cosa segna per te La violenza della luce ? Cosa vuoi comunicare ai tuoi ascoltatori? Non credo che si abbia la volontà precisa di comunicare qualcosa che si è stabilito: sarebbe un po ‘come tradire quell’afflato meraviglioso che ti coglie quando scrivi qualcosa di veramente nuovo. Questo disco è sicuramente importante per me, credo di aver realizzato qualcosa che riesce a penetrare i cuori degli altri. L’album è il primo realizzato attraverso l’etichetta Sony Music; cosa ti aspetti da questo “nuovo inizio”? Per esperienza ti dico che è sempre ottimo cosa non avere alcuna aspettativa, meglio concentrarsi nel lavoro e cercare di raccogliere il massimo possibile da quello che hai seminato. Ricordi ai nostri lettori i primi appuntamenti itineranti in cui ti esibirai e presenterai La violenza della luce ? Qui di itinerante mi pare che ci sia ben poco, il periodo non consente quasi nulla, ma mi sto organizzando per dei live su piattaforme stream e qualche presentazione in store indipendenti. Vuoi anticipare ai nostri lettori i tuoi prossimi progetti musicali? Spero che dalla primavera si possa tornare live , lavorerò incessantemente per regalare a questo disco un tour . Ringraziando Gianluca De Rubertis , ricordiamo il collegamento ipertestuale alla sua pagina telematica personale: https://www.gianlucaderubertis.it/ Fonte immagine in evidenza: Ufficio stampa

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Musica

Arcadia Lost, il check point di Marius W. Arcadio: intervista

Arcadia Lost, il check point di Marius W. Arcadio: intervista Arcadia Lost è l’ultimo progetto discografico di Marius W. Arcadio, studente di Filosofia da poco trasferitosi a Torino, ma nato e cresciuto nel napoletano. Mario Salzano, questo il suo vero nome, agli studi accompagna anche la passione per la musica e ha da poco pubblicato uno splendido progetto discografico, un concept album, di quelli che non se ne vedono più in giro. Arcadia Lost è infatti un prodotto di pregevole fattura, che si compone di otto canzoni, quattro delle quali già note e incise nel precedente EP Belèm. Trentatré minuti intensissimi, legati però da temi e caratteristiche comuni che vanno a comporre il denominatore comune del progetto. La perdita di sé stessi, la crescita e la rivoluzione interiori sono infatti temi trasversali e comuni ad ogni generazione, ma che rivivono con forza ed originalità  nelle otto canzoni di Arcadia Lost. Gli elementi alla base del disco pochi ed essenziali, come qualsivoglia registrazione amatoriale si rispecchi: una voce profonda, la chitarra, accompagnata dalle necessarie sperimentazioni e variazioni elettroniche del caso, ed una scrittura tagliente nella quale qualsivoglia millennial può facilmente immedesimarcisi. Abbiamo avuto il piacere di parlare con Mario di Arcadia Lost e quanto si legge è il resoconto di una simpatica ed informale chiacchierata telematica. Intervista a Marius W. Arcadio Da dove nasce l’idea di Arcadia Lost? «Arcadia Lost è il prodotto musicale dei miei due ultimi anni di vita, lo specchio dell’insieme di esperienze che mi hanno accompagnato e soprattutto segnato in questo lungo periodo. Tra queste c’è di sicuro il mio Erasmus a Lisbona, dove ho iniziato a costruire le fondamenta per questo album. Oltre questo ci sono stati tanti altri fattori successivi che hanno plasmato Arcadia Lost che, volendo sintetizzare semplicisticamente, parla di una ricerca della strada verso casa che passa prima da quella sbagliata. Non si tratta per forza di un lavoro autobiografico, per citare Conor Oberst dei Bright Eyes “se avessi voluto parlare esclusivamente di me stesso avrei scritto un’autobiografia”, ed è proprio per questo che non mi piace tanto andare nei dettagli del “concept” dietro l’album. La mia parte preferita è proprio quando un’altra persona viene a darmi un’interpretazione diversa dalla mia. Arcadia Lost rappresenta per me un certo tipo di “check point” e, non a caso, ho deciso di pubblicarlo subito dopo essermi trasferito a Torino per iniziare la magistrale del mio percorso di studio, come a mettere un punto ancora più significativo alla fine di questo capitolo e girare pagina in modo altrettanto deciso». Arcadia Lost è un disco dal forte impatto già dal punto di vista visivo, con quella copertina onirica e quel sottotesto lunghissimo, alla Fiona Apple. “The big mess we were building so carefully like a popsicle stick palace just to show it proudly to the universe” è parte del testo di una canzone che avrebbe dovuto rappresentare la “title track” dell’album (The Big Big Mess). Tuttaiva, durante la fase di ultimazione dell’album ho deciso di non includerla per […]

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Culturalmente

Youth Acerra, intervista al segretario Silvio Nuzzo

Youth, presente e futuro di Acerra Youth Acerra è un progetto nato ad Acerra nel 2018, inizialmente grazie all’azione di quattro amici e studenti universitari. Diventata formalmente un’associazione un anno dopo, è ormai una realtà consolidata, dalle molteplici sfaccettature, e che col passare del tempo ha raggiunto sempre di più un ruolo importante per la città di Acerra. Un comune dalla storia antichissima, che affonda le proprie radici all’età romana e che negli ultimi tempi ha avuto una storia bistrattata ma che, grazie proprio a progetti come Youth, prova a risollevarsi. Abbiamo parlato, rigorosamente in modalità telematica, con Silvio Nuzzo, studente di giurisprudenza presso la Federico II e tra i maggiori promotori di Youth, nonché segretario: una chiacchierata informale, su passato, presente e futuro dell’associazione. Youth Acerra: intervista a Silvio Nuzzo Silvio, come nasce Youth? Youth Acerra nasce concretamente come progetto associativo esattamente un anno fa, di questi tempi, grazie all’idea di un gruppo prima tutto di amici: Francesco Esposito, Giovanni Bruno, Mattia Brasile, oltre al sottoscritto. Noi quattro eravamo e siamo tuttora legati dall’aver frequentato il Liceo Alfonso Maria De’ Liguori e di aver fatto attivismo studentesco: io, Francesco e Giovanni come rappresentati di istituto, Mattia come rappresentante di consulta. Una volta finito il liceo, noi, che siamo della generazione ’95, ’96, ’97, ci siamo ritrovati praticamente spaesati, nel senso di aver perso quel punto di riferimento costituito dal nostro liceo; tuttavia, era sempre forte in noi la voglia di fare qualcosa, colmando proprio questa lacuna. Nell’estate del 2018, dopo l’esperienza dell’associazione Ex studenti del liceo, realizziamo di voler fare un passo in più, in termini di respiro ed idea progettuale: Youth, appunto. Youth nasce concettualmente su determinati presupposti: Acerra non godeva di una comunità giovanile, ma di tante realtà parcellizzate, come istituti, circoli etc.; questo era dovuto principalmente ai luoghi della nostra città, che di fatto sono dei “non luoghi”, praticamente né frequentati né attivati. Siete un’associazione culturale e le attività di cui vi occupate sono molteplici, principalmente sul territorio acerrano. Nel contesto di una città così complessa, come si inserisce Youth? L’obiettivo che ci siamo posti sin da subito è stato quello di ritessere l’attività giovanile di Acerra, attraverso modalità che tendessero sostanzialmente all’aggregazione. Gli strumenti utilizzati e gli sforzi messi in atto da questo punto di vista sono stati molteplici: “Acerra Social Sunday”, ad esempio, di cui andiamo molto orgogliosi e che consiste in dei piccoli talk tra giovani della comunità, magari affermati in svariati campi professionali. Il secondo modo è rappresentato da attività che definiamo “ludiche”, tra cui senz’altro il “Giovedì Universitario”. Il terzo volano è stata la promozione culturale e sociale: qualunque tipo di attività, ad eccezione dei primi appuntamenti del già citato Acerra Social Sunday, non è stata mai organizzata da sola. Acerra pullula di associazioni e per questo il nostro mantra è quello di non fare mai da soli: attraverso questa rete, abbiamo lanciato numerosissime iniziative di elevato carattere culturale, dalla rinascita del “Cinema Italia”, con la famiglia Puzone, passando per il […]

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Libri

Aksana Danilčyk: un itinerario poetico

Nella poesia di Aksana Danilčyk è espressa la significanza di un viaggio, una partenza e un ritorno: un ponte, quasi, che attraverso l’esperienza poetica dell’autrice collega la Bielorussia all’Italia e viceversa. Nei suoi versi si fondono la lingua di Maksim Bogdanovič e Dante Alighieri, di Jakub Kolas e Ugo Foscolo, per mezzo della quale nei suoi componimenti si respira un afflato ora civile, ora esistenziale, ora immaginifico, ora figurativo. In tal senso, la suggestione che pervade i versi di Aksana risulta manifesta grazie a una plasticità che fa sì che l’immagine si dipinga innanzi agli occhi del lettore: chi legge i versi di Aksana Danilčyk partecipa alla sua poesia mediante l’atto visivo. Nel Canto del ghiaccio, recente silloge di Aksana pubblicata in Italia, è infatti possibile scorgere l’immanenza delle immagini e dei paesaggi che unificano il suo immaginario poetico costituito da una consapevolezza plurima e plurilinguistica. Cara Aksana, la prima domanda che può venir spontanea riguarda il tuo rapporto con la letteratura italiana: in cosa la cultura bielorussa e quella del nostro paese si sono incontrate? Per dare una risposta un po’ più approfondita bisognerebbe rifare tutto il percorso. In breve: nel Rinascimento, nel Romanticismo, ma anche nel XX secolo con gli studi dell’Istituto di Europa Orientale. Dante ad esempio è presente in opere di molti scrittori bielorussi. Ho provato a rispondere a questa domanda nei miei saggi i nei miei articoli, ma ho fatto anche la tesi del Dottorato sulla concezione dell’uomo nella narrativa bielorussa e italiana dedicata alla seconda guerra mondiale. Quando per la prima volta ho visitato l’Italia, ho visto a Napoli un monumento ai caduti. Non sapevo nulla di questo periodo in Italia e ho fatto la tesi proprio per capire come sono andate le cose. Alla fine grazie allo studio della cultura italiana ho scoperto molte cose della cultura bielorussa.  In che modo la cultura italiana interferisce con la tua poesia? Raccontaci la tua esperienza poetica nel comporre Il canto del ghiaccio. Per un autore è sempre difficile decifrare le proprie opere, pensare alle influenze è compito dei critici. Posso solo dire che sicuramente lo studio di una letteratura come quella italiana con una storia così ricca e lunga ha cambiato prima di tutto la mia visione del mondo oltre che della cultura in generale. Poi anche nelle mie poesie ci sono i riferimenti espliciti o impliciti alle opere degli scrittori italiani e naturalmente ai luoghi.  Il canto del ghiaccio è una raccolta di poesie scelte, adattate alla traduzione in un tempo relativamente breve. Praticamente sono passati tre-quattro mesi da quando mi è arrivata la proposta di Aldo Onorati e di Armando Guidoni di pubblicare il libro alla stesura insieme al traduttore Marco Ferrentino della prima bozza. Invece, le poesie sono state scritte in un periodo molto lungo. E ho cercato ovviamente di inserire anche quelle con riferimenti “italiani” per ringraziare una terra che mi ha insegnato molto, insieme alle persone che hanno contribuito alla mia formazione personale e professionale, prima di tutto la famiglia […]

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Musica

Eugenio Bennato, la musica e la letteratura: intervista

Ed è a lui che volevamo e dovevamo arrivare: Eugenio Bennato! Protagonista italiano indiscusso di quel tipo di musica che nasce spontaneamente nelle classi non dominanti di una nazione, la musica popolare o folkloristica. Eugenio Bennato, intervista (2017/2018) Nel 1969 il cantautore napoletano Eugenio Bennato, insieme a Giovanni Mauriello, fonda la Nuova Compagnia di Canto Popolare, dando il via alla ricerca della musica etnica in Italia. Ai due si affiancano altri giovani musicisti provenienti dalla “Scuola Napoletana”, interessati come loro alla rinascita della musica popolare. Eugenio Bennato imbocca la strada per tournée di successo in Italia e all’estero. Cosa l’ha spinta a interessarsi alla musica? Da bambino era quasi un obbligo. Mia madre ci assegnò un maestro di musica per impiegare il tempo libero. Poi, penso che sia Napoli ad avermi indotto una passione per i suoni diretti, reali della chitarra classica, degli strumenti a plettro, della musica che trasuda dalle mura di questa città. Ma soprattutto – a un certo punto – mi sono accorto di avere qualcosa da dire in musica e ci ho fatto caso seguendo un filo che si ricollega alla mia formazione di liceo classico ma anche alla mia frequentazione dell’università, dove ho studiato fisica. La musica è quest’equilibrio tra il sentimento e la ragione. Cosa vuole comunicare attraverso la musica? Non c’è l’intenzione di comunicare ma la necessità di esprimere qualcosa. Poi ti ritrovi dei temi. Io sicuramente dei temi precisi ce li ho, sono innanzitutto il Sud e la scoperta di qualcosa che non era venuto a galla prima. Mi viene in mente il primo lavoro che feci da compositore, che riguarda la regione Basilicata. Era ambientato lì e si trattava de L’eredità della priora di Carlo Vaganello, sceneggiato televisivo di Rai Uno. Veniva fuori la lotta dei briganti della Basilicata e il mistero di questa regione, le sue streghe, le sue fattucchiere, i suoi riti magici ma soprattutto la voglia di riscatto. Quindi, i temi che comunico nella musica sono innanzitutto il Sud e poi un Sud sempre più a Sud, a cominciare dalla risonanza della musica araba della costa dal Marocco all’Egitto, per finire nel Sud dell’Africa nera. Questi sono presenti nella mia musica, non solo attraverso i temi ma anche attraverso le sonorità. Sono stato il primo a inserire le voci di altri Sud nella musica. Perché le sta a cuore il tema del Sud? All’inizio è un fatto puramente estetico. La musica non può prescindere per me dalla ricerca della bellezza. Perciò, sin da ragazzino trovavo che le sonorità di questo Sud sommerso fossero più affascinanti di quelle del Nord-Ovest vincente. Inoltre nel Sud c’è questa verità maggiore, dovuta al fatto che si parla di un universo, di una parte di mondo che è sempre stata sottomessa e repressa. Quanto conta per un musicista avere un’identità ben definita? Penso che sia una cosa fondamentale. Questo in tutte le manifestazioni della vita ma, soprattutto, in tutte le manifestazioni dell’arte. L’arte è qualcosa che rappresenta il nuovo. I grandi artisti – mi […]

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