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Eroica Fenice

La Tag: intervista contiene 117 articoli

Musica

Gianfranco Mauto: come far rivivere Piero Ciampi

Gianfranco Mauto ci regala una doppietta di pubblicazioni interessanti. Un disco realizzato in studio dal titolo Il tempo migliore che di recente si arricchisce di un suo duplicato ma in versione acustica. Esce Il tempo migliore – Acustico dove, va sottolineato, gli stessi brani sono realizzati rigorosamente dal vivo con solo pianoforte e voce. La chicca è inoltre racchiusa in questo nuovo brano che non troviamo nel primo disco: si intitola Nero bianco e blu, uno scritto inedito del grande Piero Ciampi che Mauto musica su richiesta di una grandissima come Miranda Martino. Non contenti, in questa release acustica, i due duettano anche assieme per restituire una vita nuova alla penna di un riferimento assoluto della canzone d’autore italiana, mai troppo illuminato come forse meriterebbe. Il pop d’autore di Gianfranco Mauto si fa dunque suono di dettaglio pregiato nel tempo e nella bella saggezza. L’amore e il quotidiano incontrano la storia. Intervista a Gianfranco Mauto Un disco che si divide in due ed è quella la prima curiosità. Dopo la versione in studio, di Il tempo migliore esce la versione acustica di solo piano e voce. Perché? Le canzoni nascono in modi diversi, spesso in modo casuale, semplice, con un solo strumento o una melodia nella testa, e solo successivamente si colorano di arrangiamenti più o meno ricercati; ma nel momento in cui nascono così “nude” che conservano secondo me la loro forza, la loro “verità”, per questo ho voluto fermarle così, pianoforte e voce dal vivo, proprio per fermare nel tempo la loro ragione di essere. Una versione ricca della featuring di Miranda Martino che canta con te un testo inedito scritto da Piero Ciampi… Come nasce tutto questo? Ho conosciuto Miranda e siamo subito entrati in empatia. Lei è una donna ed una artista  eccezionale, piena di energia e sentimento, mi ha sempre raccontato con passione la sua vita ricchissima di esperienze ed incontri ed uno di questi con Piero Ciampi, suo amico, che, frequentando la sua casa romana negli anni ’70 decise, come gesto d’affetto, di regalarle una poesia. Un giorno Miranda mi ha chiesto di musicarla, da lì è nato tutto… Come hai trovato la musica giusta per questo brano? Mi sono avvicinato in punta di piedi a quelle parole scritte nel ’77 da questo grandissimo artista. Ho lasciato che quell’emozione provata nel leggerle la prima volta arrivasse sui tasti del pianoforte: quando l’ho fatta sentire a Miranda e lei si è commossa come me ho capito di aver forse interpretato nel modo migliore che potessi quelle sensazioni. Ad ascoltare i tuoi suoni, il mondo cantautorale di Ciampi come di tanta parte di quella scuola, è assai lontano da te. Come hai vissuto questo accostamento? Nonostante il grande onore che mi è stato concesso ho vissuto questa esperienza come un grande onere ed ho fatto l’unica cosa che potevo fare: rimanere me stesso, con il mio mondo musicale, cercando di rendere attuali quelle frasi e moderno il loro grande messaggio. Delle due anime, di quella in […]

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Musica

Grilli è l’ultima uscita di Lou Mornero

Il ritorno di Lou Mornero con Grilli Lou Mornero, cantautore milanese, è da poco uscito con un nuovo lavoro, “Grilli“, a cinque anni di distanza dall’omonimo EP, tra i prodotti più interessanti della recente scena indipendente italiana. “Grilli” è il frutto di nuova collaborazione con lo storico produttore di Lou, Andrea Mottadelli, e promette di ripetere il successo di quanto fatto in passato. Eroica Fenice ha avuto il piacere di parlare con Lou Mornero del suo nuovo disco, disponibile su tutte le maggiori piattaforme digitali, e quanto segue è il breve resoconto di quanto detto. Ciao Lou, come è nato “Grilli”? Raccontaci la genesi dell’album. Ciao Matteo, come forse sai, è passato del tempo dal precedente lavoro, si parla del 2017 e si trattava di un EP composto da cinque brani. E’ semplicemente riaffiorata la volontà di condividere canzoni inedite in un formato che ne contenesse un numero maggiore e così ne ho confezionate otto nella raccolta intitolata “Grilli”. Non si tratta esclusivamente di materiale nuovo; alcune canzoni infatti arrivano dal passato, anche parecchio in là, ma hanno trovato la giusta collocazione solo oggi. Qual è stato l’aspetto più complesso nel registrare l’album? Hai avuto qualche influenza in particolare? Sicuramente il fatto di lavorare a distanza con Andrea, la mente dietro agli arrangiamenti e alla produzione, non facilita le cose. Io a Milano e lui a Londra, immersi in lunghe sessioni di video call e con l’utilizzo di software che permettono di connettere i pc a distanza. In questo modo ne siamo venuti a capo prendendoci il tempo che ci è voluto, senza particolari pressioni. Questo forse l’aspetto più complesso, se si considera che tutto, eccetto “Ouverture”, è stato suonato e registrato nei nostri home studio evitando agilmente eventuali ostacoli dovuti alle recenti restrizioni che conosciamo bene. Parlando invece di influenze non me la cavo mai granché bene a citare nomi e cognomi. Ascoltando tanta musica diversa pesco inconsciamente un po’ di qua e po’ di là ed è un lato del mio far musica che reputo essenziale. Mi piace mischiare epoche, razze, culture e generi e fortunatamente è un approccio condiviso in egual misura anche da Andrea: per entrambi la musica è una questione che va oltre i generi e i tempi, appunto. C’è un filo comune che lega le canzoni di “Grilli”? Hai un processo creativo ben preciso che ti porta a modellare la tua musica? Il grande nesso tra le canzoni è la vita, di chi le scrive, che si narra al loro interno, l’intenzione sincera e umile di sviscerare i propri mondi attraverso un gusto e una poetica. Anche le musiche, pur spaziando ed esplorando sonorità diverse che ben si amalgamano tra loro, mantengono identità distinte e peculiari accomunate alla base dal livello di produzione che si rivela attraverso la varietà di suoni, accorgimenti e soluzioni che Andrea ha realizzato durante lo sviluppo di ogni canzone. Processi creativi consolidati non ne ho, nasce sempre un po’ tutto dal caso e dalla dose d’ispirazione che mi attraversa […]

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Food

La zuppa di cozze di ‘A Figlia d’o Marenaro: la ricetta

Giovedì santo a Napoli vuol dire zuppa di cozze e zuppa di cozze, per molti ormai, vuol dire ‘A Figlia d’o Marenaro, il ristorante che da anni si è affermato come eccellenza nella ristorazione napoletana per la qualità dei propri prodotti di mare. Abbiamo intervistato per voi Giuseppe Scicchitano, il giovane proprietario del ristorante Innovative di ‘a Figlia d’o Marenaro. Il motto del tuo locale è offrire un’unione tra tradizione e innovazione: partiamo dalla tradizione. Tu sei ‘o nipote d’o marenaro: qual è la storia di tuo nonno? Mio nonno Raffaele, detto ‘o marenaro, negli anni ’40 era solito “dare la voce” nei quartieri popolari, conducendo il carretto del brodo di polpo che, essendo bollente, si riteneva avesse proprietà curative contro la tosse e l’influenza. Fu nel 1955 che infine mio nonno aprì il suo chalet, i cui piatti forti erano zuppa di cozze e caponata, riscontrando un forte successo. La tradizione culinaria è stata poi portata avanti da tua madre, Assunta Pacifico, volto del ristorante ‘A Figlia d’o Marenaro: quale pensi che sia l’insegnamento più importante della “scuola” di Assunta? È proprio da lei che ho appreso lo spirito che guida i nostri ristoranti: nel 1990 mia madre Assunta ha aperto il ristorante ‘A Figlia d’o Marenaro portando avanti la tradizione di famiglia, ma innovandola al contempo arricchendo il menù con piatti tipici della tradizione napoletana di mare. Ed è anche quello che tu hai fatto con il tuo nuovo ristorante Innovative, sito al piano superiore del locale storico in Via Foria 180-182: in che modo la cucina del tuo locale aggiunge qualcosa in più alla tradizione di famiglia? Sono molto legato alle tradizioni della nostra terra e agli insegnamenti della mia famiglia, che ci hanno portato ad essere un nome importante nella ristorazione napoletana e campana. Sono tradizioni che non abbandonerò mai, ma a cui ho voluto apportare un pizzico di innovazione, come espressione di una nuova generazione di ristoratori che vuole esprimersi e portare un contributo alla tradizione. Il menù di Innovative, il mio locale inaugurato il 27 Novembre 2019, offre una vasta gamma di piatti, che spazia tra il classico spaghetto alle vongole e piatti sperimentali come la nostra cheesecake salata con base di fresella, ricotta e tartare di gamberi (di cui noi di Eroica abbiamo parlato qui), che sta riscuotendo un particolare successo tra i nostri clienti. Oggi è un giorno particolarmente importante per le vostre attività, grazie alla vostra famosa zuppa di cozze che, da tradizione napoletana, viene servita il giovedì santo. Qual è il vostro segreto per battere la concorrenza? Anche la nostra zuppa di cozze è stata rivisitata nel tempo: se al principio mio nonno preparava la zuppa di cozze napoletana tradizionale, ovvero solo con polpo, cozze e maruzze, noi l’abbiamo arricchita nel corso degli anni aggiungendo scampi, fasolari e vongole, raggiungendo quello che secondo noi è un connubio perfetto di sapori del mare. Sappiamo di chiedere troppo, ma condivideresti con noi la vostra ricetta? Certamente. Il procedimento è piuttosto semplice: si […]

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Food

Bommarè a Cercola, a gran voce, porta il mare in cucina

Bommarè: il meglio del mare a tavola Apre a Cercola il ristorante Bommarè, il meglio del mare a tavola. Un nuovo indirizzo per appassionati di crudi e crostacei, di ostriche e tartare. Pescato fresco dal mare nostrum e prodotti di pregio provenienti da mari più lontani come il King Crab e il caviale Beluga. Il locale grida al mare in ogni dettaglio: dalle scelte cromatiche degli interni alle vasche per i crostacei e il banco dei pesci a vista. Il progetto Bommarè è figlio del lavoro e delle esperienze dello chef Vincenzo Esposito, dell’imprenditore Vincenzo Amabile e del direttore Gianluca Carbone. La ricercatezza, i dettagli, la qualità dei prodotti e la passione per il mare sono chiaramente percepibili nell’intervista a Vincenzo Esposito e Vincenzo Amabile. Quanto c’è di innovativo e quanto di tradizionale nei piatti? E in che proporzione equilibra queste due tendenze? Non c’è innovazione senza tradizione. La conoscenza della cucina tradizionale è alla base di tutto, del resto non si può fare innovazione se non si ha ben chiara la cucina delle proprie radici. Io ad esempio ho impresso nella memoria l’odore del ragù della domenica, oppure il ricordo di quando da bambino andavo al porto con mio padre per aspettare i pescherecci che rientravano. Con pochi soldi compravamo il pesci “poveri” che poi nelle mani di mia nonna diventavano piatti indimenticabili, lavorati con maestria, utilizzando marinature e fritture oppure prodotti usati per creare primi piatti eccezionali con spaghetti rigorosamente “sciulatielli”. Oggi nella cucina del Bommarè la filosofia è divisa tra 50 e 50: alla tradizione mi piace aggiungere sempre un tocco di innovazione acquisita mediante esperienze di lavoro pregresse, l’impiego di attrezzature e tecniche moderne oltre che un pizzico di personale estro creativo. Bommarè richiama al mare e al mondo acquatico a gran voce, e la scelta di costruire un’eccellenza specializzata nella cucina di mare dimostra un forte legame con esso. Da cosa nasce questo rapporto speciale? E come lo vive? Ho la fortuna di vivere tra il mare e la bellezza del Vesuvio. Il mare mi trasmette calma, serenità e quando penso a quello che ci offre si attiva un meccanismo di voglia di fare, provare, creare. È parte del mio modo di vivere. Chi ha la fortuna come me di vivere vicino al mare può capire perfettamente quello che provo. Gli interni del locale, firmati da uno studio napoletano, mostrano attenzione ai colori, cura e ricercatezza dei dettagli e giochi di equilibri. Tutto ciò come viene riportato nelle preparazioni e nei piatti? La mia cucina è strettamente interconnessa con il lavoro di interior svolto dallo studio We+Falconio Oranges. Lo si può notare ad esempio nell’attenzione che mettiamo nella ricerca di pescato di alta qualità, nella curare delle intensità cromatiche, Nei piccoli dettagli che fanno la differenza e nel tentativo di trovare sempre una forma di continuità e di rimando tra la presentazione del piatto e il design del locale. (Vincenzo Esposito) Cosa significa aprire un ristorante di alta gamma, con prospettive ambiziose e numerose eccellenze in un […]

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Musica

Moltheni ritorna con il nuovo album Senza Eredità

Senza Eredità è l’ultimo album di Moltheni “Senza Eredità” è il nuovo album di Umberto Maria Giardini, in arte Moltheni, da poco disponibile su tutte le maggiori piattaforme di distribuzione. Un’uscita attesissima quella del cantautore marchigiano, a più di undici anni di distanza dal suo ultimo progetto, “Ingrediente Novus”. L’album è infatti una vera e propria chiusura di un cerchio, iniziato ormai anni addietro che porta con sé collaborazioni e progetti di una carriera, fino a questo momento, invidiabile. Moltheni è infatti considerato tra i padri fondatori della scena alternativa ed indipendente italiana, gettando le basi per il movimento indie rock, che poi ha riscosso tanto successo nel nostro paese. Tante sono infatti le collaborazioni di cui si è avvalso l’artista marchigiano, e che testimoniano una stima ed un apprezzamento trasversale da tutto il panorama musicale nostrano: tra i tanti, si annoverano infatti Afterhours, Verdena e Franco Battiato. Eroica Fenice ha avuto l’occasione di parlare con Moltheni, proprio in occasione dell’uscita di “Senza Eredità”. Umberto, da dove nasce il progetto Moltheni? Nasce a Milano nel 1996, ma si concretizza a Bologna nel 1998, grazie all’interessamento di Francesco Virlinzi e della sua etichetta Cycloper records di Catania. Successivamente nel 2005 nasce un idillio tra il progetto e la Tempesta dischi con la quale sono ancora legato. Senza Eredità è il tuo ultimo album, frutto di una lunga gestazione durata un anno e passa. Qual è stata la difficoltà maggiore che hai incontrato durante la lavorazione del disco? La difficoltà maggiore è stata quella di reperire tutto il materiale, che era andato praticamente perduto. Tuttavia Nica Lepira e Massimo Roccaforte mi hanno dato una grossa mano, poi la memoria e qualche demo ritrovato in cantina hanno chiuso il cerchio, dandomi un idea vaga di quello che poteva essere il lavoro definitivo. Successivamente a questa fase è subentrato il problema di completare quello che restava di aperto (alcuni testi, arrangiamenti di alcuni brani), ma nei mesi tutto è scivolato programmaticamente senza intoppi. Le difficoltà si sono equiparate al gusto di lavorare. In Senza Eredità parli di un mancato retaggio, una successione che doveva avvenire e invece non c’è stata. A cosa alludi nello specifico? Parlo di qualcosa che non c’è più e che non lascia nessuna eredità, null’altro. C’è davvero poco da intendere e con significati nascosti. L’eredità in qualsiasi sua forma è qualcosa che può esserci ma anche no. Nel mio caso non lascio nulla a nessuno, poiché non c’è nessuno che la riceverebbe. A che stato evolutivo è la scena alternativa e indipendente italiana, secondo te? Il panorama attuale è ben diverso da quello in cui hai mosso i primi passi, e sei un punto di riferimento per qualsiasi giovane voglia ripercorrere una carriera musicale di questo genere. Non lo so. C’è una canzone in “Senza Eredità” alla quale sei più legato delle altre? Mi affeziono poco ai miei brani, è un limite che ho sempre avuto, sono molto più attratto dalla musica altrui, specie quella passata. Nere geometrie paterne è […]

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Libri

Voler bene in segreto, intervista a Domenico Esposito

In occasione dell’uscita del romanzo Voler bene in segreto Domenico Esposito, già noto alle pagine di Eroica, ci ha concesso un’intervista. Originario del paese avellinese di Cervinara, Domenico Esposito ha iniziato la sua carriera letteraria con i romanzi La città dei matti (Mon&editori, 2009), e Sia fatta la mia volontà – Qui nel mondo (Tempesta Editore, 2011). Con la pubblicazione di Mad World – Il mondo malato nel 2016 Domenico si lega alla casa editrice Eretica Edizioni per la quale ha scritto anche Il Romanziere (2018) e il recente Voler bene in segreto in cui vengono narrate le nuove vicende che coinvolgono Efrem Lettieri, già protagonista di Mad World. Domenico ha concesso ad Eroica Fenice un’intervista in cui parla di questo nuovo romanzo e anche dei progetti futuri. Prima però di lasciarvi alle sue parole ne approfittiamo per ringrazialo per il tempo concessoci, con la speranza di poter ancora parlare con lui in occasione della pubblicazione di un nuovo romanzo. Voler bene in segreto, intervista a Domenico Esposito Vorrei partire da una domanda molto personale. Come è nata in te la passione per la scrittura? Credo dalla difficoltà di esprimermi oralmente fin da quando ero bambino. Non solo perché ero un po’ timido, ma anche perché oggi è difficile dialogare: sembra che le persone siano poco disposte ad ascoltare, soprattutto se esprimi riflessioni troppo diverse dalle “certezze” che ci sono state inculcate. Questo accade in ogni ambito, da quello politico a quello sentimentale, sociale, individuale, religioso, scientifico ecc. (tant’è che le loro risposte sembrano tutte preconfezionate). Ogni volta che mi veniva insegnato qualcosa, soprattutto se ritenuto incontestabile, ne dubitavo e comprendevo che sarebbe stato meglio scriverlo perché si ha il tempo di elaborarlo e metterlo insieme senza che l’interlocutore ti urli addosso o ti interrompa se non vuole ascoltare. Diciamo che la mia scrittura è innanzitutto un atto di ribellione verso la società, a prescindere dal tema trattato. Voler bene in segreto è il nuovo capitolo della saga di Efrem Lettieri, personaggio introdotto in Mad World – Il mondo malato. Nel tempo che trascorre proprio tra la pubblicazione di Mad World e di questo nuovo romanzo, il tuo personaggio come è cambiato? Premetto che il tempo che scorre tra le due pubblicazioni è maggiore rispetto all’ambientazione: sono trascorsi infatti soltanto pochi mesi dall’epilogo de “Il Mondo Malato” e l’inizio di “Voler bene in segreto”. Efrem è comunque un personaggio molto contraddittorio e particolare: non è facile comprendere se sia cambiato o se semplicemente stiamo scoprendo dei suoi lati nascosti. Più che la sua personalità, sono cambiati i suoi rapporti con le persone. Nel romanzo inedito e gratuito “Prigionieri di se stessi” (che può leggere chi non ha letto “Il mondo malato”) si nota l’evolversi dei personaggi che il musicista ha intorno. In “Voler bene in segreto”, in cui il tema principale è l’affetto, o comunque i rapporti umani, Efrem si mostra più fragile, pur non volendo e cercando di mantenere la sua maschera fatta di durezza, ma allo stesso tempo mostrerà […]

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Attualità

Sportello psicologi S.P.UN.TO: intervista agli ideatori

Sportello Psicologi UNiti sul TerritoriO! S.P.UN.TO è un’iniziativa che unisce le professionalità di un gruppo di giovani psicologi decisi a mettere la loro esperienza al servizio della collettività per fronteggiare uno dei lati più oscuro che un’emergenza drammatica come quella del COVID-19 si porta dietro, il senso di smarrimento e di fragilità psicologica che deriva dal prolungato isolamento sociale e dalla perdita di certezze materiali e ideali. La diffusione del coronavirus ha stravolto l’esistenza di moltissime persone colpendole nella sfera sociale ed economica quanto in quella emotiva e personale; la perdita o l’allontanamento forzato dalle persone care, le difficoltà economiche e la distanza sociale hanno amplificato le fragilità portando con sé conseguenze emotive che spesso vengono coperte da più clamorose urgenze materiali. Per offrire supporto alle persone in difficoltà un gruppo di giovani psicologi ha unito le forze per aprire uno sportello psicologi gratuito e aperto a tutti. Attraverso le parole dei suoi ideatori proviamo a farvi conoscere e vivere il loro progetto. Intervista agli ideato dello Sportello Psicologi UNiti sul TerritoriO La pandemia ha amplificato in maniera drammatica le fragilità sociali e psicologiche degli individui ad ogni latitudine, in un contesto così delicato e in un territorio, come quello campano, contraddistinto da criticità pregresse, a chi si rivolge l’iniziativa di S.P.UN.TO e quali obiettivi si prefigge? Come hai giustamente osservato, il territorio campano presenta già forti criticità per quanto riguarda l’accesso all’assistenza psicologica pubblica e gratuita. Con l’impatto che la pandemia ha avuto sul benessere mentale di molti la richiesta di assistenza è aumentata e il servizio pubblico non ce la fa sempre ad offrire supporto, perciò spesso rivolgersi ai privati resta l’unica soluzione. Il problema è che un percorso di supporto psicologico nel privato ha un costo che molti non riescono a sostenere. S.P.UN.TO quindi vuole rivolgersi a chiunque senta di aver bisogno di un supporto psicologico ma non ha grandi disponibilità economiche per intraprenderlo. Noi non abbiamo come obiettivo quello di eliminare una criticità presente, anzi, i problemi nella gestione della salute mentale, e in senso più generale nella sanità pubblica, restano e sono stati indubbiamente amplificati dalla pandemia. Noi vogliamo che questi problemi siano ben visibili perché è arrivato il momento che la politica se ne faccia carico. Iniziative come la nostra o come quella di tanti sportelli di supporto psicologico gratuito che stanno nascendo in questo periodo non possono bastare da sole. Non si può ancora una volta delegare tutto alla buona volontà di singoli, gruppi o associazioni. Serve una presa in carico collettiva e globale, soprattutto a livello governativo. Il nostro obiettivo è semplicemente quello di fornire una terza alternativa a chi sta vivendo un momento difficile e ha come uniche due alternative quella di rivolgersi a un professionista con costi relativamente elevati oppure di non rivolgersi a nessuno. Chi c’è dietro S.P.UN.TO e come nasce questa collaborazione che ha portato all’ideazione di un’iniziativa così importante? Dietro c’è un gruppo di giovani psicologi dislocati su tutto il territorio campano. Ci siamo conosciuti tra i […]

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Musica

Pino Marino: facendo i conti con i nostri “Tilt”

Pino Marino: intervista al cantautore romano Nuovo disco per il cantautore romano Pino Marino, una delle penne a cui va un riconoscimento importante nella recente storia italiana della canzone d’autore. Ad artisti come lui anche il merito di rendere la musica fulcro principale di impegnative attività sociali e collettive. Ed oggi è tempo anche di un nuovo bellissimo disco dal titolo “Tilt”, anche disponibile in una bella release in vinile. Canzoni che denunciano e che scuotono con violenza (a tratti) le tante violazioni di morale e di umanità, di quotidiani tilt in cui stiamo cadendo e in cui trasportiamo di peso le nuove generazioni inermi a tanto decadentismo. Preziose anche le sue collaborazioni, da Ginevra di Marco a Tosca fino all’attore Vinicio Marchioni che a chiusa del disco recita i tanti tilt, le frasi cardine di tutte le canzoni del disco poggiate con grazia ed eleganza su una base circolare e sospesa disegnata per l’occasione anche da Fernando Pantini e Fabrizio Fratepietro. Sono 20 gli anni di grande carriera che si celebrano oggi con un lavoro che davvero ha il dovere di raggiungere ogni possibile via di incontro. Un disco importante, in cui la canzone e la sua parola tornano ad essere valori importanti. Nuovo disco, denuncia sociale che non passa per il sottile. Domanda difficile, forse, ma così mi viene: quanta poesia hai messo in gioco per non essere troppo severo ma senza smussare la punta delle frecce? La poesia (ammesso se ne abbia) si mette in gioco sempre tutta, perché non è possibile usarne un po’, esattamente come non è possibile dire: “ti amo un po’”. (Sorrido ma non mi vedete). E la poesia non è meno severa della prosa, tutt’altro, è solo più chirurgica e meno dispersiva, ammesso che nel mio caso possa essere scomodato questo termine. Diciamo che un linguaggio più carico di visioni, rispetto all’aridità di immaginario che siamo costretti a subire dal nostro circostante contemporaneo, è stato il modo per parlare della nostra condizione in maniera esplicita e in soli 34 minuti. Questa la durata di Tilt. Bellissima copertina. Bellissima foto. L’hai scelta dopo aver scritto il disco o in qualche modo ti ha ispirato parte della scrittura? Quello straordinario scatto di Emad Nassar, fatto a Gaza nel 2015, l’avevo visto nel 2016 quando gli venne attribuito un prestigioso premio fotografico. L’avevo messo in una cartella di immagini da rivedere nel tempo. Quando si è formato il concept che poi ho sintetizzato nel titolo, cercavo un’immagine che riuscisse a rappresentarlo e riaprendo quella cartella è stato evidente quale fosse. Sono stato poi molto felice che Emad, messo a conoscenza di questo progetto discografico, abbia voluto partecipare sostenendolo e concedendomi la possibilità di averla come copertina del mio e del nostro Tilt. Fuggire dalle cose inutili: questo è il significato primo che mi arriva da tutto. Pensi sia questa una soluzione? Scartare, senza fuga, le cose inutili o nocive. Comprenderle per capire cosa abbia generato i Tilt da cui dobbiamo spostarci rilanciando con altre possibilità, […]

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Libri

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (III)

Le immagini poetiche che ne Il Carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019) procedono  in una partitura che da intima si fa oggettiva, andando e riassumere il valore civile, non solo intimistico, di cui il volume è rivestito. L’immagine che dà il titolo alla raccolta esprime, infatti, il senso di un rinnovamento culturale, una speranza per le venture generazioni. Tra poesia intima e civile, dunque, si muovono le parole della curatrice, che si ringrazia per la pazienza e per aver condiviso pensieri e riflessioni sui significati poetici e civili espressi in questa antologia. Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice È forte il senso di appartenenza al proprio paese nei poeti che compongono la silloge del Carro dorato del sole: tra i vari, penso ad alcuni versi Uladzimir Doboǔka, Maksim Tank e Rygor Baradulin; essi sembrano esprimere il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra (coltura/cultura, per riprendere il binomio di Durkaim), un tema, questo, che nella poesia contemporanea si esprime pare anche in certi casi in Ales’ Badak e Aksana Danilčyk attraverso una sorta di disincanto con ogni probabilità dovuto al contesto politico-culturale a cui si è fatto riferimento. Letterariamente, tenendo presente la sensibilità di ognuno, come cambiano, da una sensibilità all’altra, i simboli della poesia bielorussa?  È una domanda molto capiente, è difficile parlare di tutto l’universo della poesia bielorussa che è molto eclettica, perché è rappresentata da varie generazioni di poeti con le esperienze diverse: i più anziani si sono formati  nell’epoca del totalitarismo, degli altri – alla vigilia o subito dopo la Perestrojka –, molti sono stati segnati dal disastro di Cernobyl. I più giovani sono entrati nella letteratura nell’epoca post-sovietica, non hanno nessuna idea del Muro; conoscono bene, invece, la dittatura. Sono diversi, ma c’è un  simbolo che accomuna, anche se in varia misura, tutti i poeti bielorussi compresi quelli inclusi nell’Antologia. È proprio quel simbolo che Lei ha notato: “il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra”, aggiungerei “nella propria Terra” in senso la “Patria”,  la Patria sofferente, la Patria libera. Direi che questo concetto della Patria con la “P” maiuscola, non è molto comune per la poesia italiana contemporanea; un poeta italiano, a mio avviso, ha un po’ di timidezza a pronunciare “la mia amata Italia”. Questo amore forse potrebbe addirittura essere considerato come una manifestazione del “sovranismo”. In questo senso, la poesia bielorussa avrebbe potuto essere accolta con passione da un catalano o un irlandese piuttosto che da un italiano. O forse sbaglio? Comunque Davide Rondoni nella sua prefazione al libro ha colto, con la sua solita sensibilità, l’essenza di questa poesia: “ La voce della poesia Bielorussa… si chiama libertà”. È stato difficilissimo selezionare i poeti e i testi senza sovraccaricare il lettore con argomenti politici e sociali di cui la nostra poesia abbonda. Mi piaceva creare un “mosaico” multicolore e multigenere, dove si intrecciano sofferenza e gioia, tradimento e fedeltà, amore e delusione, proprio come nella vita. I […]

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Libri

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (I)

La pubblicazione in Italia del volume Il carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019), rappresenta l’espressione della cultura poetica della Repubblica Belarus’ soprattutto se si considera il momento storico in cui esso viene alla luce: la dittatura di Lukashenko, infatti, coi suoi metodi repressivi tende a vanificare ogni tentativo di affermazione culturale di Belarus’ dentro e fuori i suoi confini. Complice di tale politica anche l’indifferenza dell’Europa, che ha dato finora poco spazio alle denunce verso la dittatura che falcidia lo stato bielorusso. Tale antologia è, dunque, sintomo di quella rivendicazione da parte degli autori di una identità nazionale, che si costruisce verso su verso. Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice Larisa Poutsileva La poesia come identità nazionale, dunque, parafrasando il messaggio sotteso alla Storia della letteratura italiana di De Sanctis: una intentio, quella dell’antologia poetica in questione, che traspare pagina dopo pagina, nonché dal saggio introduttivo della Curatrice (La giovane letteratura di un antico popolo, pp. 7-12), a cui si cede la parola, quale autentica testimonianza di un lavoro che definisce il progetto storico culturale sotteso a questa antologia. La pubblicazione del Carro dorato del sole costituisce per la diffusione della cultura letteraria bielorussa un momento importantissimo in quanto rende fruibile una letteratura poetica che per lungo tempo, nonostante i lavori di eminenti slavisti da Lei citati nel saggio storico-letterario preposto al volume, è rimasta isolata e sconosciuta ai più. In particolare, la poesia bielorussa cammina di pari passo con l’affermazione dell’identità nazionale e, in un periodo politicamente turbolento per la Repubblica Belarus’ a causa del totalitarismo di Lukashenko, la pubblicazione del volume assume un significato simbolico. Cos’ha significato per Lei, Professoressa Poutsileva, curare questa antologia? Da molti anni avevo questo sogno, presentare agli italiani la poesia bielorussa, quasi completamente sconosciuta per loro. Ho realizzato questo sogno con un gruppo di amici bielorussi e italiani, tutti entusiasti di poesia. Un incontro con l’editore Renzo Casadei, che mi  ha sostenuta, ha fatto nascere questo libro e il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna ha voluto darci il patrocinio. Come Lei giustamente ha notato, la letteratura e in particolar modo la poesia ha giocato un ruolo essenziale nell’affermazione dell’identità nazionale dei bielorussi. È stato un processo che, per alcune ragioni storiche, è durato diversi secoli. Tradurre dei poeti studiati a scuola, che fanno parte della storia del paese, è una grande responsabilità e un grande onore e, non meno, una responsabilità è presentare diverse nuove generazioni di poeti. Sono felice che questo libro rimanga nelle biblioteche universitarie per gli studenti slavisti e non solo. Con questo libro si apre, in qualche senso, una finestra nuova per gli amanti della poesia in Italia. Oltre questo, credo che l’Antologia possa contribuire a comprendere meglio lo spirito dei bielorussi e l’essenza della loro resistenza al regime. La poesia vive adesso nelle strade di Minsk e di altre città bielorusse, alcuni poeti sono stati arrestati, come E. Akulin e D. Strocev. […]

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