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Eroica Fenice

La Tag: intervista contiene 52 articoli

Musica

The Niro si racconta, tra Jeff Buckley e originalità -Intervista

Intervista a The Niro: Davide Combusti dà la voce a Jeff Buckley, raccontandosi e rimanendo se stesso Davide Combusti, classe 1978, è la personalità che palpita dietro l’involucro di The Niro, anche se spesso i confini tra crisalide ed essenza si sfiorano e coincidono. Cantautore e polistrumentista dal respiro internazionale, ha iniziato la sua carriera con un’intensa e fortunata attività live, dividendo addirittura il palco con Amy Winehouse. Ha inoltre collaborato con Chris Hufford, manager dei Radiohead e l’artwork del suo omonimo album di debutto porta la prestigiosa firma di Mark Costabi, autore di cover dei Ramones e dei Guns’n’Roses. Il 4 ottobre è uscito un disco con cinque inediti di Jeff Buckley, “The Complete Jeff Buckley and Gary Lucas songbook”. Assieme al chitarrista Gary Lucas, c’è The Niro, che presta la voce a questa parte di repertorio di Buckley. Abbiamo provato a penetrare i confini del vasto e dissonante universo di Davide/The Niro. A lui la parola. Ciao Davide, grazie per aver accettato di rilasciare quest’intervista. Partiamo con la domanda più semplice, o forse la più difficile. Chi è The Niro e come lo descriveresti a chi lo incontra per la prima volta? The Niro è un cantautore e nasce a Roma. Sono da poco quarantunenne e ho sempre amato la musica. Il mio primo strumento è stato la batteria, perché mio papà era un batterista, e verso i sei anni ho cominciato a suonare la batteria. Verso i tredici ho cominciato con la chitarra, e verso i ventidue o ventitré anni ho cominciato a scrivere canzoni. Il primo progetto di band si chiamava appunto The Niro, poi la band si è disgregata e sono rimasto soltanto io, e siccome nel circuito indipendente romano mi chiamavano tutti The Niro, mi è rimasto appiccicato questo nome. E come mai questo nome? Da cosa è nato? Il nome nasce dalla passione per il cinema che ho sempre avuto, e dal fatto che, quando ho fatto ascoltare le prime composizioni agli amici, ho detto loro che sembrava musica da film. Mi sembrava simpatico fare un tributo al cinema: non avevamo pensato all’inizio a The Niro, ma a Bogart, però era stato già preso da una decina di band nel mondo, mentre The Niro, con questo gioco di parole, non esisteva. E poi comunque aveva un significato sia per gli italiani che per un pubblico internazionale. Spulciando un po’ il web, si evince che hai collaborato con un sacco di artisti, tra cui Amy Winehouse e il manager dei Radiohead. Qual è l’artista che più ti ha insegnato qualcosa e ti è rimasto nel cuore? Il manager dei Radiohead, Chris Hufford, mi chiese di partecipare a un suo progetto, e lì mi piacque molto il fatto che lui avesse avuto molto rispetto nei miei confronti, e questo mi fece pensare che, talvolta, delle situazioni “grandi” sanno essere molto più semplici e rilassate di situazioni più piccole. La cosa bella che ho imparato è che bisogna osare sempre e soprattutto, proprio perché la musica […]

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Musica

Tonia Cestari racconta la nostra generazione con un nuovo singolo

Arriva Senza Destinazione, l’ultimo singolo di Tonia Cestari, classe 1990, campana, ma conosciuta nello stivale grazie al suo brano Capate nel Muro, finalista del Premio Bianca d’Aponte 2015. Il singolo, approdato su tutte le piattaforme digitali il 17 settembre, con annesso videoclip ad opera del videomaker Frè, prelude l’uscita di un album omonimo, che presto verrà suonato live. Senza Destinazione è un brano dal sapore fresco, polistrumentistico, che rimane impresso nella mente, anche grazie al ritornello pop, gradevole e ricordabile. Andando oltre la superficie musicale, si scorge un testo dal forte impatto, poiché specchio della quotidianità che la generazione dei giovani d’oggi è costretta a vivere: l’ansia di dover trovare il proprio posto nel mondo, ad un ritmo standard e aziendale. La libertà di camminare con il proprio passo, di respirare seguendo il proprio battito, di vivere nel proprio ritmo, è questo che Tonia Cestari racconta, nel giusto mix di verità e leggerezza. Per conoscerla meglio, le abbiamo fatto qualche domanda. Intervista a Tonia Cestari Senza destinazione è il tuo nuovo singolo. Cosa rappresenta per te questo brano? Quali delle esperienze accumulate negli anni ti hanno portata a questa filosofia? “Senza destinazione” è la scelta di essere se stessi, cercare la propria felicità nel presente, il viaggio ideale in cui obiettivi e sogni corrispondono. Spesso si rischia di essere schiacciati tra la pressione delle generazioni precedenti nell’indicarci un percorso convenzionale per realizzarci  e la velocissima realtà attuale, così innaturale per l’essere umano. Siamo sempre tutti messi a confronto: numeri, punteggi, titoli sono un’ossessione, siamo costretti a correre e sgomitare per arrivare primi, altrimenti ci si sente inadeguati e in ritardo. Non a caso l’ansia è un problema tipico della nostra generazione. Bisogna attivare dei filtri verso questi stimoli che ci vogliono sempre migliori di come siamo e riscoprire che il vero traguardo è ben più vicino: la serenità a fine giornata, aver saputo cogliere l’attimo,  aver dato il giusto valore al presente e dedicato del tempo a chi lo merita. Insomma, aver fatto il possibile per migliorarsi e star bene, senza rimpianti. Senza destinazione abbatte i traguardi irraggiungibili, li scompone e ne mette i pezzi sotto il nostro naso giorno per giorno. Ci sono stati dei momenti della mia vita in cui ho pensato di essere nel posto sbagliato, in cui potevo esplodere e scappare. Quando i nostri obiettivi coincidono con i nostri sogni il passo per raggiungerli è più forte, non è mai tempo sprecato. Sappiamo di aver fatto il possibile per noi stessi, anche in vista del futuro che ci piacerebbe vivere, e come va va! Nel ritornello canti “anche se fuori piove, farò un giro in macchina per temperare la mia tensione, senza destinazione”. Mi riporta alla mente quell’idea di libertà e di dover ritagliarsi degli spazi propri all’interno della nostra vita caotica. Tu quanto credi siano importanti questi momenti “senza sapere dove” per una cantautrice? “Senza sapere dove” libera il nostro percorso da ogni aspettativa, perché va bene avere delle aspirazioni e un piano valido per […]

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Musica

Out of the Past: la musica contemporanea di Gian Marco Castro

1995, Sicilia: sono queste le coordinate spazio temporali di Gian Marco Castro, pianista dall’età di 11 anni, compositore di premiate colonne sonore e di musica contemporanea. Ha all’attivo un EP “Healing” e un album intitolato Out of the past, uscito con l’etichetta discografica INRI Classic: due tasselli di un puzzle che aspetta il proprio completamento con un concept album. Al centro di questa trilogia, il tema del viaggio: un viaggio che interseca ispirazioni e esperienze, fondendo il modello di piano solo all’elettronica. Gian Marco Castro, come ti sei avvicinato alla composizione? Cosa significa per te comporre? Ho iniziato come pianista ed ho intrapreso lo studio del pianoforte ad 11 anni, quando frequentavo le scuole medie. Sono poi entrato al conservatorio e da quel momento c’è stato un cambio repentino di idee: mi sono dapprima avvicinato alla composizione, poi alle colonne sonore e alla musica contemporanea, approcciando un nuovo percorso di studio fatto di elettronica e elettroacustica. A 18-19 anni ho composto demo per colonne sonore: è così che ho conosciuto Riccardo Cannella, regista di Palermo, con cui ho collaborato per alcuni suoi lavori. Grazie a lui ho avuto modo di ascoltare Richter, appassionandomi sempre più alla musica contemporanea; infatti è dal 2016 che scrivo brani strumentali contemporanei. Out of Past è il mio ultimo album, secondo di una trilogia che ha come tematica il viaggio e che aspetta il 2020-2021 per concludersi con l’ultimo progetto: un concept album. Riguardo la composizione, per me è un continuo trasformare le mie emozioni in musica; tutto influenza la mia ispirazione ed il mio stile compositivo: i luoghi che visito, le persone, gli eventi, ciò che mi circonda. Gian Marco Castro, uscire con INRI Classic è un grande biglietto da visita. Quali sono stati i passi che ti hanno permesso questa collaborazione? Ero su Instagram, sono incappato nelle stories di Levante, siciliana come me, di cui apprezzo tanto la musica; curioso di sapere da quale etichetta fosse prodotta, ho poi avuto modo di scoprire che la INRI aveva anche un reparto neoclassico. Così ho inviato il materiale alla INRI Classic, credendo fosse un messaggio spedito per caso, invece dopo circa due mesi ho ricevuto una risposta: erano interessati alla mia musica e mi hanno richiesto altre demo. Da lì un contratto, un’esperienza molto entusiasmante, che mi ha dato fiducia, perché quando un’etichetta così importante apprezza la tua musica, davvero avverti di essere sulla strada giusta. La mia idea era quella di produrre un EP, la INRI mi ha chiesto un album e per me è stata un richiesta positiva: ho arricchito il mio progetto, trasformandolo con brani composti appositamente, che ormai sono i preferiti di tutto il disco. Se dovessi scegliere due brani del tuo album per far entrare l’ascoltatore nel tuo mondo, quali sceglieresti? Sceglierei Through your eyes poiché è un brano piano solo: sono nato come pianista, il pianoforte è la base della mia musica;  affiancherei a questa scelta Fall is coming, un brano che ha il pianoforte, ma anche gli archi, […]

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Musica

Jacopo Facchi esordisce da solista con Stray Dogs | Intervista

Dopo alcuni progetti con gruppi come gli Odd Trio e gli Even, Jacopo Facchi trova la sua dimensione musicale individuale nella chitarra acustica. Pubblicato lo scorso 20 settembre Stray Dogs, il suo EP d’esordio da solista, esprime bene la spiccata propensione cantautoriale di Jacopo Facchi. Influenzato dallo stile di chitarristi acustici come Chet Atkins e Mark Knopfler, il cantautore bresciano classe ‘90 racchiude in cinque tracce i pensieri, le riflessioni e le esperienze maturate dopo un intenso anno e mezzo passato negli Stati Uniti. Un viaggio di lavoro diventato un’opportunità di crescita e definizione non soltanto musicale ma anche umana. Attraverso le sonorità acustiche e folk di Stray Dogs, Jacopo Facchi rievoca quelle atmosfere sognanti e avventurose, di quell’America dei grandi viaggi e degli spazi sconfinati. La bussola di questo breve ma intenso viaggio è stata soltanto una, la sua chitarra acustica: la condizione senza la quale non sarebbe partito. Intervista a Jacopo Facchi Incuriositi dagli immaginari evocati da Jacopo Facchi, abbiamo deciso di intervistarlo. Siamo riusciti a contattarlo telefonicamente mentre era a Berlino, questa volta non per un viaggio di lavoro ma per una vacanza e senza la chitarra (dannate policy di Ryanair!).  Stray Dogs nasce dopo un anno e mezzo passato negli Stati Uniti, cosa puoi raccontarci a riguardo? Sì, praticamente io sono andato negli Stati Uniti per lavoro. La domanda è stata: «Ti va di andare un anno e mezzo negli Stati Uniti?», ho detto subito di sì, l’unica condizione era di portare la chitarra con me. Fa un po’ ridere però è davvero l’unica cosa che ho chiesto. Dunque, sono partito con questa chitarra acustica e, una volta là, soprattutto all’inizio, ci sono stati molti momenti da solo. Quindi ho avuto l’occasione di suonicchiare nei pub e in quei momenti suonavo tanto. È stata una bella spinta, suonavo con la chitarra acustica e di conseguenza sono nati questi pezzi molto incentrati su chitarra e voce. Da lì la decisione di unire alcuni brani in un EP. Dal punto di vista concettuale, le canzoni non sono molto legate una all’altra: alcune parlano di viaggi, altre di pensieri… Però rappresentano un po’ quella che è stata la successione di pensieri durante questo annetto. Una volta registrato il disco ho aggiunto altri strumenti però l’idea di presentarlo in giro in acustico è per riproporre i brani così come sono stati scritti. Infatti, sto cercando di suonare in locali piccoli, non troppo luminosi, sempre abbastanza intimi. Qual è il tuo lavoro? Sono un solution architect, un lavoro che non c’entra nulla con la musica. Lavoro con software e automazione, macchinari praticamente. Il mio ruolo è creare progetti. Il lavoro negli Stati Uniti riguardava appunto questo quindi. Quel lavoro riguardava la stessa azienda che ha anche una sede in America. Ai tempi lavoravo al supporto tecnico e mi era stato chiesto di mettere in piedi il reparto del supporto tecnico nella sede americana e quindi sono andato lì per quello. Poi dopo un anno e mezzo il reparto si era formato […]

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Attualità

Beeing e l’apicoltura urbana | Intervista a Roberto Pasi

Beeing è una startup fondata da Roberto Pasi e Gabriele Garavini, con sede a Faenza, che offre assistenza e consulenza agli apicoltori. Tra i servizi offerti, la startup vende delle innovative arnie come B-Box che permettono anche ai più inesperti di avvicinarsi all’apicoltura in modo semplice ed immediato: senza dover indossare guanti, maschere e altre ingombranti protezioni. Grazie all’attivazione di un dispositivo montato e creato da Beeing sulla B-Box, le api potranno soltanto uscire nella parte in cui producono il miele. In modo tale che, una volta uscite tutte, si possa recuperare il miele senza alcun fastidio. Alla produzione autonoma di miele si unisce l’aspetto di design, accurato e innovativo, e  anche quello ecologico per combattere il trend negativo della moria delle api. L’inquinamento ambientale e l’uso spropositato di pesticidi mettono infatti a rischio la vita delle api e con esse un intero ecosistema con la relativa filiera agri-alimentare. Questi insetti dalla caratteristica tinta gialla e nera svolgono un ruolo fondamentale nella gestione e nella manutenzione del nostro ecosistema essendo le responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali presenti sul pianeta. In questo modo garantiscono circa il 35% della produzione mondiale di cibo. (Dati Ispra) Di questo e di tanto altro abbiamo parlato con Roberto Pasi, fondatore di Beeing. Intervista a Roberto Pasi, fondatore di Beeing Inizierei chiedendoti com’è nata la vostra startup. Tutto nasce da quando da piccolo aiutavo mio nonno, che faceva l’apicoltore, a gestire le api, facendo quello che può fare un bambino insomma. Mi sono appassionato con lui. Da quando è mancato mio nonno ho portato avanti io le arnie, una quindicina di arnie che avevamo di famiglia. In seguito, ho iniziato a lavorare come coordinatore di un acceleratore di startup e quindi mi sono appassionato a tutto ciò che riguardava il mondo dell’innovazione digitale. Lavorando con l’innovazione ho conosciuto Gabriele che è attualmente il mio socio. Chiacchierando con lui del mio hobby sono venute fuori varie idee di come il digitale e le innovazioni digitali anche semplici potessero semplificare un po’ il lavoro degli apicoltori. Le prime idee sono nate quindi due anni fa e da lì abbiamo iniziato a creare i primi dispositivi digitali: antifurti, gps, strumenti per misurare temperatura, umidità dentro le arnie. Poi dopo abbiamo iniziato a lavorare sul tema dell’apicoltura urbana e sviluppare le nostre arnie per la città. Uno dei vostri progetti è appunto la B-Box, un’arnia per la casa. Esatto, uno dei progetti principali, l’ultimo e il più nuovo è appunto la B-Box. Nasce dal fatto che sono sempre più le persone interessate a dare un contributo diretto per salvare le api e sono sempre di più le persone interessate a consumare miele, un prodotto molto più sano di tutti gli altri zuccheri raffinati. Tra l’altro le api iniziano a soffrire pesantemente le tecniche di agricoltura intensiva e quindi si è scoperto che in città spesso stanno meglio che in campagna, perché i fiori di città, che sono molti e tra l’altro le città hanno […]

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Musica

Simone Piva e la sua musica di frontiera | Intervista

Simone Piva e i Viola Velluto iniziano a muovere i primi passi nel mondo della musica nel gennaio del 2008. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti e, soprattutto, tanta musica. Il cantautore, insieme alla sua band di supporto, è infatti da più di 10 anni in giro per lo stivale e conta all’attivo cinque dischi: Ci Vuole Fegato Per Vivere, Polaroid…di una vecchia modernità, SP&iVV, Il Bastardo e Fabbriche, Polvere e un Campanile nel Mezzo pubblicato lo scorso maggio per Music Force, Toks Records e distribuito da Egea Music. In questi anni, hanno anche aperto i concerti di importanti artisti come Sick Tamburo, i Fast Animals and Slow Kids e i Zen Circus.   Nella sua musica Simone Piva utilizza il Nord-Est italiano, il suo Friuli, come un espediente per raccontare la Provincia, una provincia intesa come margine, come quelle frontiere del Far West, terre sconosciute da conquistare. Tra citazioni di film western e di Charles Bukowski prende forma un racconto di fatica, lotta, sudore, ma anche di rinascita e speranza. Il tutto condito da solide sonorità rock che attingono spesso dal mondo del country e del folk.  Per saperne di più, abbiamo fatto qualche domanda a Simone che ci ha raccontato del suo ultimo album e di altro ancora.  Intervista a Simone Piva  “Fabbriche, polvere e un campanile nel mezzo” è il tuo nuovo lavoro discografico, cosa puoi raccontarci? È un album polveroso, dove ogni canzone è il resoconto di questa Italia vista con gli occhi di un bandito del Nord Est. In “Hey Frank” canti «Non c’è più una Provincia, nella Provincia», cosa intendi? Intendo dire che esistono di nuovo le Frontiere, tutto muta e cambia ed è nuovamente conquistabile. Che collegamento c’è tra la tua terra, il Nord Est, e le atmosfere da Far west evocate nella tua musica? “Nord Est” e “Far West” che, inoltre, sono anche due brani del tuo precedente album “Il bastardo”. Ci sono molte similitudini tra loro, sono sporchi e selvaggi. “Nord Est” e “Far West” sono due brani che cercano di riprodurre le atmosfere di questi ambienti dimenticati. In queste atmosfere western non possono non venire in mente i film di Sergio Leone, al quale hai anche dedicato un brano, “Sergio Leone” per l’appunto. Ci sono altri punti di riferimento e influenze che magari nelle canzoni non emergono esplicitamente? Nelle mie canzoni si trovano molti punti di riferimento, alcuni espliciti, altri meno. Il tutto per omaggiare film, poesie o racconti che mi hanno particolarmente colpito e che alla fine hanno il mio stesso punto di vista. Con i Viola Velluto suoni dal 2008, dunque oltre dieci anni di attività. Come giudichi la vostra carriera fin qui? Abbiamo preso grandi soddisfazioni tra alti e bassi. Avete suonato insieme a Roy Paci e Aretuska nel 2010, inoltre avete aperto i concerti di band come gli Zen Circus e i Fast Animals And Slow Kids. Cosa puoi raccontarmi di questi artisti, chi di loro ti è rimasto più impresso? Mi sono rimasti tutti impressi […]

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Musica

Giuseppe Calini e il suo rock | Intervista

Una passione viscerale di lunga data quella che unisce il rocker di Legnano classe 1966 Giuseppe Calini e il rock. Per lui non è soltanto un genere musicale, ma «un modo di essere». Una passione che dura da quando Giuseppe Calini era un bambino, che strimpellava una chitarra regalatagli dallo zio e che trova il suo incipit discografico nel 1986, con Spirito Libero. Da allora, sono seguiti altri 16 dischi, ultimo di questi Verso l’Alabama, pubblicato due anni fa per Music Force. Il viaggio rock di Giuseppe Calini è però ben lungi dal concludersi, il musicista è infatti alle prese con il suo prossimo disco: un altro tassello del suo viaggio rock’n’roll. Intervistato da noi, il rocker ci ha parlato di questo e di tanto altro ancora. Questa è l’intervista. Intervista al rocker di Legnano Giuseppe Calini Qual è stato il tuo primo approccio alla musica? Da piccolo, un mio zio mi regalò una chitarra, poi i primi 45 giri ed ebbi  fortuna ad aver avuto 12 anni nel periodo più bello della musica, fine anni ’70. Uscirono “Love is in the air”, “Born to be alive” e rimasi fulminato da “Whatever you want”. Altri tempi, altra musica. Chi è Giuseppe Calini al di fuori della musica? Lo stesso. Il rock non lo si fa, lo si è. Da Spirito Libero, il tuo primo lavoro discografico pubblicato nel settembre 1986, a Verso l’Alabama, il tuo ultimo album pubblicato due anni, conti all’attivo 17 album. Come è evoluto il tuo stile musicale in questi anni? La mia musica è sempre stata la stessa. Non mi sono mai piaciuti i gruppi che cambiavano direzione artistica. Certo l’evoluzione c’è ed è normale che con le nuove tecnologie i suoni si evolvano ma la radice deve rimanere la stessa. Per me il rock è un modo di essere. Con l’esperienza che ho potrei suonare tanti tipi di musica ma non li sentirei miei quindi non lo faccio. Suono quello che sono. Cosa puoi dirmi di “Verso l’Alabama”? Qual è stata la ricerca musicale seguita? “Verso l’Alabama” è un album che racchiude vecchie canzoni tutte risuonate e remixate. Ho voluto riproporre insieme a grandi musicisti questi pezzi con suoni più moderni ma senza perdere l’essenza del vero rock. Quello senza fronzoli, senza effetti, senza finzioni. Sei al lavoro su nuovi progetti? Puoi svelarci qualche anteprima? Visto che “Verso l’Alabama” è piaciuto tanto, ho deciso di … “ritornarci”. Sto infatti lavorando alla realizzazione del nuovo album che i si intitola “Torno in Alabama” 11 nuovi brani, tutti inediti. Qualche valzer, un po’ di rap. No dai, scherzo. Solo rock, puro e semplice rock! Hai delle date in programma? Prima il nuovo album. È un lavoro lungo, ci vorranno ancora alcuni mesi. Grazie per l’intervista. Keep on rockin my friend! Fonte immagine: Ufficio Stampa Music Force

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Musica

It’s never too late-a migrant mixtape: la voce dei migranti in un album Hip Hop

Grazie all’Associazione Youthink, nasce il nuovo album “It’s never too late – A migrant mixtape”, in collaborazione con l’MC Mauro Marsu dei Resurrextion. Il mixtape è il frutto del workshop Hip Hop- a self empowerement, che ha visto la partecipazione di migranti di etnie diverse, tutti con il desiderio di voler esprimere dissenso (“Sputo le mie liriche contro lo stupido razzismo”) e quindi valori come l’amore, la giustizia e la solidarietà. Un album attualissimo e ricco di messaggi necessari, che è stato realizzato seguendo quella che viene definita dallo stesso Mauro Marsu “pedagogia dell’Hip Hop”. La musica è crescita, unione e l’Hip Hop è una disciplina di strada, aggregante e dissacratoria, adattissima a un album come It’s never too late che racchiude in sé una protesta sotto varie vesti: inni, preghiere, incoraggiamenti, appelli. Ma all’Hip Hop si uniscono generi come il reggae o il latin american in un plurilinguismo che è la chiave di lettura di tutto il disco: “Accorciamo le distanze dentro un suono, scansiamo il male e prendiamoci il buono”. Abbiamo intervistato Raffaella Monia Calia, presidente dell’associazione, e Mauro Marsu, genitori del progetto. “It’s never too late – a migrant mixtape”: intervista L’associazione Youthink promuove vari workshop artistico-espressivi; inoltre, non è la prima volta che la musica diventa strumento di integrazione e aggregazione culturale. Come nasce allora la scelta di un progetto Hip Hop, vi siete ispirati a qualcuno? Raffaella Monia Calia: L’idea nasce dalla lunga amicizia e collaborazione negli anni con Mauro D’Arco (Mauro Marsu), collega sociologo, che all’epoca si laureò alla Federico II con una tesi sull’Hip Hop. Quando abbiamo avviato le attività di mediazione interculturale, nei diversi Centri di Accoglienza della provincia di Avellino, dopo una prima fase in cui il lavoro è stato orientato verso gestione dell’emergenza (cure mediche, beni di prima necessità etc.), orientamento e sostegno, io personalmente, poiché credo fortemente nel potenziale espressivo dei linguaggi artistici, anche in direzione della rimotivazione e del potenziamento dell’autostima, ho pensato che Mauro ed il suo Hip Hop potessero essere delle figure chiave per la realizzazione di uno dei laboratori. Ricordo che lo chiamai e ricordo anche che alcune delle persone con cui parlavo dell’idea mi consideravano quasi una “folle”. Anche perché l’accoglienza è quasi sempre gestita con una logica assistenzialista che non promuove l’autonomia e che non valorizza le potenzialità dei ragazzi africani e non solo. Si pensa al migrante con un pensiero stereotipato, senza comprendere che i ragazzi sono tutti portatori di storie diverse, in quanto l’essere umano è unico nella sua complessità, con tratti sicuramente simili, ovviamente, se si proviene dallo stesso mondo culturale. L’Africa è un continente enorme, paragonare un guineano con un nigeriano è come paragonare un italiano con uno svedese. Inoltre, alcuni ragazzi provengono dai villaggi, sono musulmani con bassa scolarizzazione, altri da centri urbani, di fede cristiana e con scolarizzazione media. Altri ancora arrivano dal Bangladesh, dal Pakistan etc.  Un macrocosmo culturale accomunato, sicuramente, dall’indole pacifica di questi popoli. I ragazzi e le ragazze che abbiamo incontrato sul nostro […]

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Libri

Fabio Carta: intervista all’autore di Ambrose e Arma Infero

Intervistiamo Fabio Carta, scrittore di fantascienza, laureato in Scienze Politiche, autore del libro Ambrose e della serie Arma Infero (Il Mastro di Forgia, I Cieli di Muareb, Il Risveglio del Pagan ed un quarto volume in uscita). Classe 1975, Fabio Carta ha esordito nel 2015 con il primo volume di Arma Infero, Il Mastro Di Forgia, seguito da I Cieli di Muareb nel 2016, Ambrose nel 2017 e Il Risveglio del Pagan nel 2018. Dalle scienze politiche alla fantascienza, come ha iniziato a scrivere? C’è molta politica nella fantascienza e non parlo soltanto degli sviluppi che dagli anni ’80, e mi riferisco al cyberpunk, hanno portato al successo una visione della fantascienza che si pone in polemica con la contemporaneità immaginando un futuro in cui i difetti del presente sono portati al parossismo. La vicinanza tra fantascienza tout court e la politica è stata infatti, di recente, evidenziata dal famoso autore Ted Chiang (suo il racconto che ha ispirato il film Arrival) in un’intervista su Repubblica. Per Chiang, la fantascienza tutta, presentando e ipotizzando l’esistenza di mondi e realtà diverse, è un ottimo esercizio intellettuale alla diversità, contro ogni visione monolitica del proprio stile di vita. Non poca roba, quindi… Detto questo, non voglio presentarmi come una specie di intellettuale politicamente impegnato. Nel mio anelito alla letteratura “sci-fi” c’è molta più ingenuità, vanità e voglia di giocare di quanto vorrei mai ammettere. Ha scritto soprattutto opere distopiche, qual è la sua visione del futuro? Nei suoi libri ci sono rimandi a temi politici ed attuali? La distopia è la vita nelle macerie che custodisce in sé i germi di una rinascita, carica di quelle speranze che spesso fanno anche ben volere la catastrofica “tabula rasa” da cui tutta la vicenda ha origine. In “Arma Infero” la catastrofe è praticamente innestata in ogni epoca del background, prima, durante e dopo gli eventi narrati; si respira una inevitabilità storica che opprime gli uomini e, nella sua spaventosa grandezza, ne ridicolizza ogni sforzo, impregnato di misere vanità e aspirazioni. In “Ambrose”, in quanto cyberpunk d.o.c. (o almeno spero) la polemica e la critica di costume sono decisamente più chiare e palpabili. Ma come ho detto, anche qui la rovina generale è il preambolo inevitabile a una rinascita. Intervista a Fabio Carta, autore di Ambrose e Arma Infero Il linguaggio dei suoi libri a volte potrebbe essere giudicato desueto o molto tecnico, è una scelta voluta? Secondo lei influenza la godibilità dei testi? Il mio linguaggio era quasi un obbligo nella prima persona di “Arma Infero”: in fondo a parlare era un pomposo maniscalco, impegnato in un’altisonante agiografia messianica. Che altro aspettarsi? In “Ambrose”, invece, ho cercato di creare un contrasto tra la narrazione in terza persona, molto forbita, e lo slang quasi incomprensibile dei personaggi, su cui però primeggia lo spettro anacronistico dell’entità che dà il titolo al libro. Per rispondere: sì, ho voluto e ricercato quel tipo di linguaggio. È funzionale a una fruizione facile e d’intrattenimento? Non so, non credo. Ma […]

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Musica

Little Room, il nuovo album di Oscar Molinari

Oscar Molinari è un aspirante cantautore della provincia napoletana. Un giovane come tanti, che alla passione innata per la musica accompagna gli studi universitari presso la facoltà di Fisioterapia. Little Room è il titolo del suo secondo disco, disponibile da pochi giorni presso tutti i maggiori canali di distribuzione. Un lavoro intimo e semplice, quasi ruvido nei suoni e nei testi, frutto del lavoro solista di un giovane che compensa la pochezza di mezzi a disposizione con una fortissima voglia di mettersi in gioco. Seconda produzione originale del giovane Oscar, dopo Something in Our Heads, pubblicato ad inizio luglio con le medesime modalità di distribuzione. La storia di Oscar è insomma la storia di un ragazzo che non si arrende, che insegue i propri sogni e le proprie passioni in un’area che solitamente non è mai stata troppo fertile per la scena musicale. Little Room è il tuo secondo album, Oscar, un traguardo importante e raggiunto in poco tempo, per di più praticamente da solo. Il disco nasce dalla vita vissuta, quella che ogni giovane della mia età vive quotidianamente. Un’esistenza fatta di amicizia, amori, musica, università, treni che passano: è così che è nato Little Room, tra un pensiero e l’altro, un accordo e l’altro suonato magari per ingannare il tempo. La stanza piccola del disco non è un luogo immaginario di fuga: è proprio la mia cameretta, il mio personale rifugio che mi tiene al sicuro dalle ansie e dalle preoccupazioni. Da dove nasce l’ispirazione per la tua musica? Ho sempre ascoltato musica fin da piccolo, non saprei neanche definire un momento preciso nel quale questa passione è cominciata. Più che altro mi ha sempre appassionato la capacità della musica di ergersi a linguaggio universale, di mettere in contatto persone che altrimenti non si sarebbero mai rivolte la parola. Per dire, quando mi esibisco nei locali, ancora oggi l’emozione più grande è quella di vedere la gente cantare le tue canzoni, anche se scritte in inglese, una lingua non così parlata dalle nostre parti. Ascoltando Little Room e Something in Our Heads colpisce subito la presenza di musica con testi scritti esclusivamente in inglese. A cosa è dovuta questa scelta così singolare? In realtà non ho mai pensato troppo a questa scelta, ho sempre avvertito la scrittura in inglese come un passaggio spontaneo e non frutto di chissà quali pensieri. Questa lingua mi permette di dare un’interpretazione più aperta a ciò che voglio comunicare, a differenza magari dell’italiano che per la ricchezza di termini si presta poco a questa vaghezza. In più è praticamente da sempre la musica dei miei modelli e punti di riferimento dal punto di vista musicale, per cui anche indirettamente subire una certa influenza era quasi inevitabile. Hai parlato di modelli e punti di riferimento.  A chi ti ispiri generalmente per la tua musica? Non ho modelli e punti di riferimenti precisi, sono cresciuto con l’influenza del rock classico con band come Led Zeppelin, Deep Purple e Pink Floyd, per poi passare a periodi […]

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