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Eroica Fenice

La Tag: Napoli contiene 57 articoli

Culturalmente

Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Giovanni Boccaccio è sicuramente maggiormente conosciuto per il suo Decameron, ritratto vivissimo della casistica umana – commedia umana, fra l’altro definito il testo boccacciano, in una chiarissima corrispondenza con la dantesca commedia “divina” – e ricordato per le sue vicende legate all’amico Francesco Petrarca, ma il nome del Certaldese, oltre che ad essere legato alla cultura toscana del XIV secolo è vicinissimo alla cultura partenopea; non soltanto perché ancora nel Decameron, come si ricorda, sono affrescate vicende ambientate nel Regno di Napoli, ma anche perché Boccaccio soggiornò in questi luoghi e fu immerso nella vita della corte angioina a Napoli. Giovanni Boccaccio e il suo “noviziato” napoletano Nei primi decenni del 1300, Giovanni Boccaccio era nel pieno di quello che viene definito il suo noviziato letterario: a questo periodo risale la sua permanenza a Napoli e significativa la cosiddetta “epistola napoletana”, nella quale l’autore mette in scena un “gioco” di rifrazioni plurime e multiformi livelli: il gusto per la quotidianità e per le maschere alter ego dell’autore e onnipresenti – tanto in maniera latente quanto in maniera patente – nella sua produzione letteraria è, in altre parole, evidentissima fin da questa primissima attestazione letteraria. A questo periodo risalgono anche opere più lunghe e complesse: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida delle nozze d’Emilia. La datazione, e di conseguenza l’ordine cronologico di composizione delle opere, resta al momento piuttosto incerta: molte le ipotesi ma pare inesistente, almeno per lo stato attuale delle ricerche, una prova certa e “risolutiva”; fra rimandi, indizi e ricerche filologiche pare più accreditata l’ipotesi per cui, su una linea cronologica le opere succitate possano situarsi in tal modo: Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Teseida delle nozze d’Emilia, con un andamento tutt’altro che lineare dato che molto probabilmente il Filostrato fu redatto in più stesure e durante le pause di lavorazione del Teseida delle nozze d’Emilia; in ogni caso, personalissima idea è quella per cui le opere Filocolo, Filostrato e Teseida costituiscano una triade di opere ben ragionata e ponderata dall’autore che ne fanno una sorta di trittico in cui l’analisi di ogni singolo testo risulta imprescindibile dal contemporaneo vaglio delle altre due opere. Data la complessità della materia e dell’ingegno boccacciano, si comprende allora come la dicitura “noviziato” possa apparire più che altro una “convenzione” per distinguere questo periodo da quello più maturo e avanzato raggiunto con la stesura definitiva del Decameron. Boccaccio a Napoli: le opere Si è accennato alle opere napoletane e ai legami intercorrenti fra esse; ebbene, se nella Caccia di Diana la trama è volta a descrivere l’effetto benefico delle amorose donne sugli uomini – con il tramutarsi di questi da animali ad essere umani – nel Filostrato la trama segue vie contrarie: in esso né arti venatorie né catalogo di bellezze napoletane, bensì il campo di battaglia fra greci e troiani e gli effetti nefasti del “maledetto foco”. Col Filostrato, Boccaccio, insomma, mostra quali tremendi effetti può provocare un amore insano – non a caso, come già […]

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Napoli e Dintorni

Solfatara di Pozzuoli: notizie storiche e curiosità

La Solfatara, sita a circa tre chilometri dal centro di Pozzuoli, è un antico cratere vulcanico – uno dei quaranta vulcani dell’area flegrea – attualmente ancora attivo, ma quiescente, che rappresenta oggi una sorta di sfiatatoio del magma presente al di sotto dei Campi Flegrei, riuscendo a preservare una pressione costante dei gas sotterranei mediante fenomeni di vulcanismo secondario perduranti da circa due millenni, come fumarole di vapore acqueo, mofete (esalazioni di CO2), solfatare (emissioni calde di composti gassosi dello zolfo) e vulcanetti di fango che eruttano argilla, trasportata in superficie da emissioni di gas. I pozzi di fango bollente che si formano all’interno di esso sprigionano esalazioni tossiche a base di anidride carbonica e idrogeno solforato. Dalla principale fumarola della Solfatara, la Bocca Grande, fuoriescono vapori fortemente tossici; tali esalazioni si depositano sulle rocce circostanti, conferendo una colorazione giallo-rossastra. La sua formazione è avvenuta circa quattromila anni fa: chiamata da Plinio il Vecchio Colles o Fontes Leucogei (dal greco λευκός, “bianco”), con riferimento alle terre biancastre dovute all’azione disgregante del vapore acqueo sulle rocce magmatiche, e considerata da Strabone come la dimora del dio Vulcano e l’ingresso per gli Inferi, la Solfatara è già nota in età imperiale, allorquando diventa oggetto di una attività mineraria per l’estrazione di bianchetto, impiegato come stucco. Tale attività estrattiva raggiunge il suo culmine nel Medioevo, fase in cui si estraggono la polvere d’Ischia, il rosso di Pozzuoli, la terra gialla, la piombina, il bianchetto e lo zolfo. Nell’Ottocento l’area si trasforma in un rinomato stabilimento termale, grazie a vapori, fanghi ed acqua ritenuti terapeutici: infatti, a seguito delle precipitazioni meteorologiche, sono riemerse le fondamenta di piccoli edifici, riferibili agli impianti destinati ai frequentatori che vi giungevano per curarsi. In effetti il suo fango, utilizzato per fini termali, è ricco di minerali quali boro, sodio, magnesio, vanadio, arsenico, zinco, iodio, antimonio, rubidio. La sua acqua termominerale era considerata prodigiosa per la cura della sterilità femminile: in miniatura del Codice Angelico si notano donne immerse fino alla vita in una vasca, mentre tra le rocce un personaggio alimenta le fiamme e le esalazioni provenienti da varie fumarole. Quest’acqua, inoltre, era impiegata per alleviare i sintomi del vomito e dei dolori allo stomaco, per favorire la guarigione dalla scabbia, distendere i nervi, acuire la vista e lenire i brividi della febbre. A tale scopo, sempre nell’Ottocento sono realizzate delle Stufe – chiamate una “del Purgatorio” e l’altra “dell’Inferno” a causa della variazione di temperatura tra le due – ricavate da due grotte naturali rivestite di mattoni, sfruttate ai fini termali grazie ai vapori delle fumarole: oggi non sono più utilizzate, ma nel periodo di piena attività delle cure termali esse consentivano agli avventori di sostare all’interno per pochi minuti, al fine di inalarne i vapori solfurei ritenuti ottimali per la cura di patologie delle vie respiratorie e della pelle.  La Solfatara e il fenomeno del bradisismo Tale attività termale, unitamente all’estrazione mineraria, conosce un graduale declino a seguito dei progressi della scienza medica, fino all’interruzione definitiva […]

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Culturalmente

R-estate al MANN: mostre e caffè all’Archeologico napoletano

MANN: Estate ricca di eventi e mostre al Museo Archeologico di Napoli! « Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,  vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perderesti mai, là su salendo ritrovar potrai »   Si atterra sulla luna entrando al MANN. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli apre al popolo di affezionati e curiosi visitatori invitandoli – giovedì 18 luglio alle 17 – ad una doppia inaugurazione. I versi tratti dal trentaquattresimo canto dell’Orlando furioso richiamano la missione apparentemente impossibile di Astolfo a cavallo del suo ippogrifo: San Giovanni gli rivela il modo in cui recuperare il senno perduto di Orlando, smarrito sulla superficie lunare. La premessa culturale è d’obbligo, quando ci si imbatte in un Museo sconfinato e di prim’ordine quale l’Archeologico partenopeo. Dopo il successo della mostra da record su Canova e l’antico, chiusasi il 30 giugno, ai primi di luglio ha prontamente aperto i battenti una mostra sugli Assiri. Il giorno 11 ha invece ri-aperto – dopo una chiusura ultraventennale – la sezione monumentale sulla Magna Grecia, per visitare la quale bisogna addirittura indossare dei calzari, data la preziosità dei mosaici da “calpestare”. Giovedì 18 ci si concede un bis: in occasione del cinquantesimo anniversario del primo storico atterraggio dell’uomo sulla luna, si presenta una mostra a tema, acutamente intitolata MANN ON THE MOON, e allo stesso tempo si inaugura il MANN-café, per non perdere di vista la dimensione più squisitamente terrena e quotidiana del pubblico museale. Mentre, dunque, nell’atrio del Museo, sino al 30 settembre, si potrà passeggiare tra reperti preziosissimi legati all’iconografia lunare ed alla misurazione del tempo nell’antichità, in una nuova ala dedicata ci si potrà sedere per ristorarsi e sorseggiare un buon caffè napoletano. Particolarmente interessante il menu, che tra le varie bevande à la carte propone la “cuccuma”, per 4 persone, anche in versione destrutturata ideale per l’estate, a mo’ di variante del caffè freddo. Vera chicca da assaggiare lo storico panis Pompeii, a base di farina di farro, pinoli, mandorle, anice e mosto d’uva rossa. Interessanti anche i timballi di pasta, le “scatole di riso” in veste gourmet, o vari piatti cucinati seguendo la tecnica della vasocottura. A presenziare all’evento, e a sottolinearne la portata e la cooperazione internazionale, Mary Ellen Countryman, console generale degli Stati Uniti a Napoli, che ringrazia per la memoria storica della città partenopea e la sapiente lungimiranza che la caratterizza. Ad accompagnarla e ad introdurla il direttore del MANN ormai al suo secondo mandato Paolo Giulierini, che racconta aneddoti gustosi volti a svelare risvolti inediti dell’occasione. «Quando arrivai quattro anni fa a Napoli, da Cortona, non mi spiegavo perché non riuscissi più a dormire. Era il caffè. Qui a Napoli è così: ci si incontra e ci si vede per un caffè, si lavora e si prende un caffè. Non si può vivere senza caffè». In un tragicomico amarcord […]

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Napoli e Dintorni

Universiadi 2019: Napoli è pronta per il futuro

Cerimonia di chiusura Universiadi 2019 allo Stadio San Paolo di Napoli | Recensioni La 30esima edizione delle Universiadi si è conclusa con una spettacolare cerimonia di chiusura nella città di Napoli. Cornice della serata è stato lo Stadio San Paolo, gremito di spettatori e amanti dello sport. Le Universiadi 2019 suggellano la volontà della capitale del Sud Italia di ripartire dalla propria cultura e dallo sport. 60 edifici ristrutturati lasciati in eredità ai giovani della Campania “Abbiamo riqualificato più di 60 strutture sportive” ha affermato il Commissario straordinario delle Universiadi, Gianluca Basile. Salito sul palco del San Paolo, Basile ha voluto sottolineare il senso più importante delle Universiadi 2019: la rinascita delle strutture sportive campane. “Facendo squadra, abbiamo vinto tutti. Napoli è pronta per essere al centro di eventi internazionali, questo è solo un arrivederci. Qui troverete sempre bellezza e accoglienza – ha aggiunto, riferendosi agli atleti provenienti da tutto il mondo – e impianti sportivi incastonati in un contesto storico e artistico millenario“. Le parole di Basile sono state riprese nel discorso del Presidente Internazionale della Fisu, Oleg Matytsin: “Grazie a tutti. Andiamo via da questa città ispirati“. Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha consegnato la bandiera delle Universiadi al sindaco di Chengdu, città della Cina che ospiterà l’evento sportivo nel 2021. Dopo il passaggio del testimone, il braciere italiano si è spento e anche il Vesuvio, posto alle spalle del palco, ha smesso di emettere lava, illuminandosi di brillanti gocce blu. Avevamo visto la rappresentazione artistica del Vulcano partenopeo accendersi di fuoco nel corso della cerimonia di apertura delle Universiadi dello scorso 3 luglio, grazie ad un calcio dato ad una palla incandescente dal capitano del Napoli Calcio, Lorenzo Insigne. Universiadi 2019: record di 44 medaglie vinte dagli Azzurri Hanno sfilato in ordine, ma mescolati tra loro, le centinaia di atleti che hanno gareggiato nei giorni di sfide agonistiche delle Universiadi 2019. In questo modo hanno salutato la città di Napoli, il popolo e gli organizzatori che li hanno ospitati. Uniti e non divisi, senza distinzione di confini né di razze. La festa del San Paolo si è svolta nel segno dell’allegria e della volontà di accomunare i popoli. I The Jackal hanno presentato la serata, tra gag e discorsi di alta riflessione. “In un momento storico dove è facile dividersi, stasera abbiamo capito che se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo farlo solo uniti“. La moglie di Pietro Mennea, Manuela Olivieri, ha ricordato quanto il successo di Mennea sia partito proprio dalle Universiadi. “Il suo record nella corsa è ancora imbattuto dopo 40 anni. Grazie per aver dedicato questa manifestazione alla memoria di mio marito“. Presente al San Paolo anche il Premier Giuseppe Conte che ha affermato: “Questa è stata una grande prova per Napoli e per l’Italia intera“. Danze, spettacoli pirotecnici, musiche e momenti di divertimento hanno intrattenuto il pubblico composto da adulti e bambini e soprattutto gli atleti, ai quali è stata dedicata questa grande festa. Sul palco, inoltre, si sono esibiti cantanti […]

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Eventi/Mostre/Convegni

L’Institut français Napoli spegne 100 candeline

25/06/1919 – 25/06/2019: è ormai lungo un secolo il rapporto di Fraternité tra la città partenopea e la maison de France à Naples, l’Institut français Napoli (dai più conosciuto come Grenoble, nome del palazzo, sito in via F. Crispi, che ne ospita la sede) In un caldo pomeriggio estivo, si viene accolti nell’ atrio dell’Institut français Napoli da un maestoso allestimento floreale e poetico: un enorme libro aperto ci dà il benvenuto e ci introduce all’ aria di festa e cultura, che subito si respira appena arrivati; il passo riportato, ambientato a Napoli, è tratto da “L’immoraliste” del premio Nobel André Gide. Si sale quindi al piano superiore, e ci si ritrova immersi in un favolistico giardino, in cui da un palchetto l’ambasciatore francese in Italia, Christian Masset, metterà in evidenza, grazie ad un excursus storico, il forte legame che da sempre lega Napoli alla Francia, unite dalla passione per la Liberté; si passerà poi alla lettura, da parte della regista e fondatrice  del Théâtre du Soleil, Ariane Mnouchkine, e dell’attore – Premio David di Donatello – Renato Carpentieri, della conferenza pubblica “À Naples… Reconnaisance à l’Italie”, scritta e pronunciata dallo stesso Gide proprio nella sede dell’Institut français Napoli, nel 1950. Un compleanno ricco (anche) di gusto Terminata la prima e più istituzionale parte della serata, si passa, salendo ancora qualche gradino, alla seconda e più godereccia parte: ospitato sulla Terrazza del Consolato Generale Francese (anche quest’ultimo ha sede nel Palazzo Grenoble), un buffet ricco di manicaretti e delizie per il palato, alcune delle quali ad opera del Maestro pizzaiolo Guglielmo Vuolo, che stuzzicherà l’appetito degli ospiti con i Bottoni, ovvero piccole pizzette fritte a base di acqua di mare, in una edizione speciale e pensata appositamente per la serata. Seguirà a questo uno spettacolo danzante in costumi d’epoca, ad opera della Società di Danza Napoli, che ci farà rivivere le sognanti atmosfere dei valzer e delle quadriglie francesi. Infine, come in ogni festa che si rispetti, non mancherà la torta della storica azienda dolciaria napoletana Gay Odin, come ciliegina sulla torta di questo speciale compleanno. La serata di gala del centenario non è che un proseguimento dei festeggiamenti, inaugurati già a inizio anno con diverse iniziative, tra cui incontri con artisti del calibro di Toni Servillo, Ernest-Pignon Ernest, Jean-Philippe Toussaint, David Foenkinos, Andrea Viliani, che hanno voluto, in un modo o nell’ altro, ricambiare tutto ciò che negli anni l’Institut français ha donato loro in termini di cultura e valori. Liberté, Egalité, Fraternité all’Institut français  In un’atmosfera che non è, oggigiorno, delle migliori per quanto riguarda lo scambio di valori tra popoli e culture diversi, e in cui continuamente viene messa in discussione l’unità e il ruolo fondamentale dell’Unione Europea, questa serata ha anche inteso trasmettere, grazie al discorso dell’ambasciatore Monsieur Masset e alla lettura di quello che è considerato il patrimonio spirituale di Gide, un promemoria per le nuove e vecchie generazioni, a non lasciarsi persuadere dall’ idea che la chiusura all’ altro e la frammentazione dei popoli […]

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Culturalmente

Visitare Napoli: un percorso di storia, cultura e bellezza

Visitare Napoli di certo è un’esperienza unica, che lascerà esterrefatti, per l’immensa bellezza che la città partenopea racchiude. Naturalmente, chiunque abbia in programma di visitare Napoli, è consapevole, che sia necessario avere del tempo a disposizione per poter ammirare tutto (o quasi) e che sia opportuno fare una selezione accurata di cosa si desideri visitare. La storia di Napoli copre un arco di temporale che abbraccia diversi millenni. La storia della città, si configura come un microcosmo di storia europea costituita da diverse civiltà che hanno lasciato nel corso del tempo, tracce nel suo immenso patrimonio artistico e monumentale. Napoli, non è solo storia, è anche cultura, arte, tradizione, musica-folklore e letteratura, un mix perfetto per chi intende visitare la città, scegliendo in base alle proprie esigenze. Chiunque giunga a Napoli, dal Porto, non può non ammirare la magnificenza del Maschio Angioino, che dà il “benvenuto” alla città; esso è un castello medievale e rinascimentale, simbolo di Napoli. La costruzione del Maschio Angioino, riportato alla luce grazie a lavori di scavo e restauro, si deve a Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea. Attualmente, della fortezza antica (di epoca angioina) è visibile la cappella palatina, alcune torri e le mura e le finestre a croce francesi accanto alla cappella palatina. Oltre alla maestosa bellezza storia e culturale che investe il Maschio Angioino, esso si colora anche di superstizione con la “leggenda del coccodrillo”. Tale leggenda racconta la presenza di un coccodrillo nei sotterranei del Maschio, che a quanto pare, divorava i prigionieri del re. Una delle tante leggende che si raccontano a Napoli, e che è possibile ascoltare soprattutto nei cosiddetti “vicarielli”, ossia nelle piccole stradine che s’intrecciano nella rete urbana della città. Seguendo le orme delle leggende, un’altra tappa importante, per chiunque intenda visitare Napoli, è il Chiostro di Santa Chiara, all’interno del quale, secondo una credenza popolare, vaga il fantasma della Regina Giovanna. Il Complesso Monumentale di Santa Chiara fu edificato tra il 1310 ed 1328 per volontà del re Roberto D’Angiò e della propria consorte. Esso comprende la Chiesa gotica, ma anche, il monastero ed il convento e fu costruito allo scopo di realizzare una cittadella francescana per accogliere nel monastero le Clarisse e nel convento vicino i Frati Minori. Una tappa veloce e soprattutto comoda, anche per chi visita la città portando con sé dei bambini, i quali potranno muoversi liberamente all’interno dello splendido chiostro maiolicato, costituito da ben sessantasei archi a sesto acuto che poggiano su altrettanti pilastrini in piperno rivestiti da maioliche con scene vegetali. Altro simbolo di Napoli, è il Duomo, a soli undici minuti a piedi, dal su citato Complesso monumentale di Santa Chiara. Per arrivare al Duomo, si procede mediante Via dei Tribunali, il Decumano Maggiore, che attraversava per tutta la sua lunghezza l’antica città di Neapolis, fondata dai greci nel V secolo a.C., l’attuale Napoli. Lungo il percorso sono visitabili splendide chiese gotiche, […]

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Napoli e Dintorni

Carcere di Poggioreale, tra rivolte e degrado

Il Carcere di Poggioreale fu costruito nel 1914 nel pieno di un processo che, dalla fine del XVIII secolo, rese la prigione sostitutiva della pena di morte e delle punizioni corporali. Queste ultime, in realtà, persistevano anche nelle carceri e, in Italia, fino a circa cinquant’anni fa erano usate per mantenere “disciplina” e sopprimere eventuali ribellioni tra le celle. La pena di morte, invece, fu abolita nel 1945, con la Liberazione dal nazi-fascismo, e ufficialmente nel 1948, con la Costituzione Repubblicana. Poggioreale fu, però, una “necessità” per affrontare il sovraffollamento delle carceri in funzione all’epoca. Era, ed è tuttora, una “casa circondariale”, i cui detenuti sono in attesa di giudizio o condannati a pene inferiori ai cinque anni. Nel tempo, i reparti hanno preso il nome di città Italiane: Napoli, Milano, Livorno, Genova, Torino, Venezia, Avellino, Firenze, Salerno e Roma. Il punto massimo di sovraffollamento nel carcere di Poggioreale avvenne nella prima metà degli anni ‘40 e nell’immediato dopoguerra, vista la presenza di numerosi prigionieri politici e di commercianti della “borsa nera”. Fu in parte occupato dai tedeschi che, cinque giorni dopo l’armistizio, aiutarono i detenuti a fuggire. Tra le varie rivolte contro le condizioni igieniche del carcere, quella del 31 maggio 1972, quando dal padiglione Genova i detenuti devastarono ogni cosa, abbatterono i cancelli e saccheggiarono i magazzini. Furono due giorni di scontri con la polizia, durante i quali un detenuto di 19 anni fu ucciso da un colpo di pistola. I detenuti furono poi ammassati nei sotterranei e molti furono trasferiti. Ma nel carcere di Poggioreale si è consumata anche una vera e propria faida, durante la guerra di camorra tra i Cutoliani e gli appartenenti alla Nuova Famiglia organizzata, durante la quale era la camorra stessa a stabilire le regole di vita tra le celle. Il carcere di Poggioreale viene, ancora oggi, definito il “carcere peggiore d’Italia, sia per i diritti umani che per il degrado”. Secondo il rapporto del 2018 dell’associazione “Antigone”, la struttura ospita 2.299 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 1.611 posti. Nonostante le numerosi ristrutturazioni, le condizioni generali sono ancora inadeguate e incompatibili con ciò che prevede l’attuale ordinamento penitenziario. Alcuni esempi: celle che ospitano fino a 12 detenuti, assenza di stanze adibite alla socialità, mancanza di docce, umidità degli ambienti. Tra i più degradanti, il padiglione Roma, che “ospita” detenuti transessuali, tossicodipendenti e sex offenders tra muffa, finestre rotte, assenza di intonaco e docce comuni distaccate dalle celle. Ma le criticità presenti nelle celle sono numerosissime: non sono garantiti 3 mq calpestabili per detenuto, non tutte le celle sono riscaldate adeguatamente e dotate di acqua calda, non ci sono schermature alle finestre, non è assicurata la separazione dei giovani dagli adulti. Inoltre, sette reparti su dieci non hanno spazi di socialità all’interno dei padiglioni, comportando una limitazione nei movimenti dei detenuti e la loro permanenza all’interno della cella per moltissime ore. Solo nel 2017, si contano 290 casi di autolesionismo, 2 suicidi, 8 morti e 199 scioperi della fame. I […]

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Napoli e Dintorni

Monte di Procida, storia e leggenda della terrazza flegrea

Monte di Procida, nel punto più estremo della penisola flegrea, era un villaggio appartenente alla città di Cuma e, per questo, fu chiamato per secoli “Monte Cumano”. Le testimonianze sulla sua storia provengono, in particolare, da Dionigi di Alicarnasso (VI secolo a.C.) e risalgono al neolitico medio-superiore. Dopo la fondazione della colonia di Miseno, Monte di Procida ne fu affiliata al punto da mutare nuovamente il suo nome e divenire “Monte Miseno”. Ma lo splendore dei Campi Flegrei iniziò a vacillare con le devastazioni dei barbari del V secolo d.C., che spinsero molti uomini e molte donne a spostarsi verso Napoli e lasciare Cuma, Pozzuoli e Miseno. Quest’ultima fu, poi, distrutta dai Saraceni intorno all’850 d.C. e annessa all’isola di Procida. L’area fu interamente ricoperta di vegetazione selvaggia, una vera e propria foresta che Re Ferdinando I destinò alle cacce reali. I Procidani consolidarono la propria presenza sul Monte con la costruzione della Chiesa della Madonna Assunta (attualmente sito architettonico di rilievo, costruita simbolicamente verso il mare e l’isola di Procida), un graduale disboscamento, la semina del grano e la coltivazione vitivinicola. Oggi, Monte di Procida è un Comune Italiano che conta più di 12mila abitanti, all’interno della Città Metropolitana di Napoli. Nacque amministrativamente con il Referendum del 27 gennaio 1907, che sancì la separazione della terraferma e dell’isolotto di San Martino dal resto del Comune di Procida. Monte di Procida è nota come la “terrazza” dei Campi Flegrei poiché da diversi punti panoramici è possibile ammirare il Golfo di Napoli, la Penisola Sorrentina e Capri (a est), le isole di Procida e Ischia (verso Sud), le isole di Ventotene, Ponza e il Circeo (a ovest). Nelle vicinanze sono, poi, visibili: il Golfo di Baia e Pozzuoli, Nisida, Capo Posillipo, Bacoli, Capo Miseno, Miliscola, la collina di Torregaveta, il litorale Domitio, l’Acropoli di Cuma e il lago Fusaro con la Casina Vanvitelliana. Il patrimonio più prezioso per Monte di Procida è, infatti, quello delle bellezze ambientali e paesaggistici, con panorami marini di rara bellezza, caratteristici per i colori tipici dell’area. Un esempio è l’Isolotto di San Martino, di appena 1600 mq, a cui si accede attreverso uno stretto tunnel, seguito da un fragile pontile. La principale manifestazione religiosa nel Comune di Monte di Procida è la Festa Patronale dell’Assunta dal 13 al 17 agosto, durante la quale avviene la processione del 15 agosto, di secolare tradizione: la statua dell’Assunta (che risale al 1814, opera dello scultore napoletano Francesca Verzella) viene trasportata a spalle dai marinai Montesi in servizio di leva per le strade principali del paese. Rappresenta la festa dei marinai e degli emigranti, che tornano per ringraziare la Madonna e la venerazione viene fatta risalire al culto per la dea Minerva. A Monte di Procida è legata anche la leggenda di Acquamorta, una piccola spiaggia da cui partivano le flotte cumano-siracusane. Si narra che un ricco proprietario terriero di nome Cosimo avesse un’unica figlia, bellissima, di nome Acqua, la quale un giorno si recò in spiaggia da sola per fare […]

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Food

Le Esperienze Borboniche all’Archivio storico di Napoli

L’Estate dei Borbone, il quarto e ultimo appuntamento della kermesse Esperienze borboniche all’Archivio storico   All’Archivio storico, uno tra i più sofisticati e ricercati locali di via Manzoni, punto di riferimento della movida chic e borghese napoletana con la sua atmosfera così “lounge” e il suo stile drammatico e raffinatamente too much, vanno in scena le Esperienze Borboniche. Con Esperienze borboniche,  l’Archivio storico ha voluto coniugare storia e cibo, identità locale e ricerca enogastronomica, tradizione storica e culinaria e ardite sperimentazioni. Il risultato è stato un viaggio suggestivo e inebriante all’interno della storia e della geografia culinaria della Napoli borbonica, una città sfacciatamente bella e artisticamente fervida. Ogni evento è stato incentrato su uno degli aspetti della storia dei Borbone, famiglia che ha intrecciato la sua storia a quella di Napoli dal ‘700 fino all’Unità d’Italia: argomento del primo appuntamento sono stati gli amori dei Borbone; protagoniste del secondo incontro sono state le regine appartenenti alla dinastia francese; poi è stata la volta dei primati del Regno borbonico. Il quarto e ultimo incontro, invece, è stato dedicato alle estati dei Borbone e quindi alle loro residenze estive: ogni piatto proposto, che sarà possibile scegliere tra le proposte del nuovo menu estivo dell’Archivio storico, è stato studiato dallo chef stellato Pasquale Palamaro affinché richiamasse le atmosfere marine delle residenze borboniche estive. Quindi “Il Falconiere” (spigola fritta, ravanello marinato, fiori e zucchine) ci racconta della reggia di Quisisana, “Un calamaro per una Genovese” (spaghetto mantecato con genovese di calamaro) è abbinato al Palazzo reale di Ischia; la Crepinette di vitello, zafferano, provola e pinoli ci porta alla Reggia di Caserta, mentre “Alì Babbà” (babà al rum e crema al cardamomo) è un richiamo alla Reggia di Portici. Nel menu, inoltre, non è mancato un tributo ai Campi Flegrei e alla sua tradizione vinicola: ai piatti sono stati abbinati tre vini Carputo, nota azienda di Quarto rappresentata da Valentina Carputo, responsabile del marketing dell’azienda di famiglia. I vini proposti sono tra i vini di più nobile e lunga tradizione della zona flegrea e sono prodotti con le uve dei vitigni della famiglia Carputo: “Lapilli”, una Falanghina extra dry metodo charmant, una Falanghina Campi Flegrei D.O.P. e un Piedirosso Campi Flegrei D.O.P. All’evento ha presenziato anche Tommaso Luogo dell’AIS Napoli, che ha curato personalmente la nuova carta dei vini estiva: una carta dei vini definita “interregno” e arricchita da racconti e aneddoti legati alla tradizione vinicola del territorio. Ma l’Archivio storico è anche “Premium bar“, per cui ad aprire la cena ci ha pensato Salvatore D’Anna, bar manager dell’Archivio con un’ardita rivisitazione di un evergreen della miscelazione all’italiana, il Negroni, che per regalarci un viaggio nel mare del golfo di Napoli, diventa Negroni all’aria di mare.  Lo stile della ricetta resta intatto: uno spirito botanico, un vermouth, un liquore d’aperitivo e un bitter; ma il Negroni all’aria di mare è bianco e non più rosso e viene servito colmato da un’aria di mare che lo rende salino oltre che tremendamente scenico.  

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Culturalmente

Porto di Napoli: un rapporto di interdipendenza con la città

Il Porto di Napoli è uno dei più importanti d’Europa, con i suoi 12 km di estensione dal centro della città verso la sua parte orientale. Il Porto di Napoli è delimitato a ponente dall’antico Molo San Vincenzo, volto alla difesa del porto, e a levante dalla diga foranea Emanuele Filiberto duca d’Aosta. Le prime opere portuali risalgono al Medioevo nell’ambito del porto romano di Vulpulum, seguite poi nei secoli dalla costruzione di numerose opere foranee. Storia del Porto di Napoli La fondazione del Porto di Napoli s’inserisce nell’ambito della colonizzazione greca. Il periodo più florido, e quindi lo sviluppo vero e proprio del porto in età greca, si ebbe alla metà del V secolo a.C. periodo durante il quale, grazie all’influenza ateniese, divenne uno dei più importanti del Mediterraneo. Per quanto concerne l’età romana, è certificata la presenza di un grande bacino ben protetto che occupava l’area di piazza Municipio. Infatti, proprio in quell’area, recentemente sono state rinvenute cinque imbarcazioni e l‘antica banchina portuale durante gli scavi per la realizzazione della stazione Municipio. Con lo svilupparsi della dominazione normanna, il porto conobbe un periodo di grande splendore; ma il periodo di massimo splendore si ebbe con l’avvento degli Angioini, nella seconda metà del XIII secolo, sotto il regno di Carlo I d’Angiò, grazie al quale il Porto di Napoli si ampliò, arricchendosi di nuovi edifici parallelamente allo sviluppo della città. Sotto il Regno dei Borbone (XVIII secolo) il Porto di Napoli si afferma come uno dei più attrezzati e forti a livello europeo. A Napoli attraccavano navi veneziane, genovesi, inglesi, turche, danesi ed altre. Anche la flotta militare mercantile, affidata all’intervento del ministro Acton, fu resa molto più potente. Fu il governo del ventennio a conferirgli l’importanza sempre crescente con la quale è giunto ed è conosciuto tutt’oggi. Il Porto di Napoli oggi Il Porto di Napoli rappresenta, come dice l’accezione stessa, una sorta di porta di ingresso della città partenopea, attraversata quotidianamente da innumerevoli turisti e cittadini, dove lavoratori e merci s’intrecciano. Attualmente la maggior parte dei traffici marittimi sono concentrati nei due moli principali: il Molo Angioino, il Molo Beverello, dove attraccano gli aliscafi che collegano Napoli con le isole del Golfo (Capri, Ischia, Procida) e Calata di Massa, da dove partono i traghetti e le navi veloci. Dal Porto di Napoli, essendo esso centrale, sono raggiungibili alcuni dei principali punti di interesse della città; tra questi, il Palazzo reale, il Maschio Angioino, Piazza Municipio, la Galleria Umberto e il Vomero, tutte facilmente raggiungibili a piedi. Ricordiamo che, il mare, nel tempo, ha rappresentato la principale risorsa per le città portuali, strumento fondamentale per gli scambi tra popolazioni, genti, culture e tradizioni. Grazie ai vari Porti, si sono innescati diversi processi di sviluppo locale e soprattutto una continua trasformazione degli approdi, degli elementi naturali e dell’ambiente costruito. Esistono città che, nel corso del tempo sviluppano un rapporto di interdipendenza con i propri porti, una tra queste è sicuramente Napoli; infatti, è proprio in questa ottica che il Porto di […]

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