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Eroica Fenice

La Tag: Napoli contiene 64 articoli

Culturalmente

Scavi di Pompei, rinvenuto un affresco con due gladiatori

Grandi novità e ritrovamenti dagli scavi di Pompei Pompei, la città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è più viva che mai e continua a sorprendere con sensazionali scoperte; l’ultima in ordine cronologico è stata fatta dal progetto di recupero nell’ambito della Regio V e ha portato alla luce un affresco, nel quale sono perfettamente rappresentati due gladiatori al termine di un combattimento; .  L’affresco di circa 1,12 mt x 1,5mt, rinvenuto in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il Vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, ha forma trapeizoidale, poiché collocato nel sottoscala, presumibilmente di una bottega. Si intravede al di sopra della pittura, l’impronta della scala lignea che molto probabilmente decorava un ambiente frequentato da gladiatori, forse una bettola dotata di un piano superiore, destinato ad alloggio dei proprietari dell’esercizio commerciale o come di frequente, soprattutto vista la presenza di gladiatori, destinato alle prostitute. I due gladiatori sono raffigurati su uno sfondo bianco, delimitato su tre lati da una fascia rossa, nella quale si sviluppa la scena di combattimento. Il primo, appare sulla sinistra, è un “Mirmillone” appartenente alla categoria degli “Scutati” e impugna l’arma di offesa, il gladium (spada corta), un grande scudo rettangolare (scutum) ed indossa un elmo largo dotato di visiera con pennacchi. L’altro, che soccombe all’attacco, è un “Trace”. Gladiatore della categoria dei “Parmularii”, con lo scudo a terra e viene raffigurato con elmo (galea), a tesa larga ed una larga visiera a protezione del volto, sormontato da un alto cimiero. Scavi di Pompei, le dichiarazione di Massimo Osanna “La Regio è la V, non molto lontana dalla caserma dei gladiatori da dove, provengono la maggior parte delle iscrizioni graffite riferite a questo mondo. Nell’affresco ritrovato, di immenso interesse storico e culturale, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue, bagnando i gambali. Non si sa quale sia l’esito finale di quel combattimento, ma in questo caso, c’è un gesto singolare che il combattente ferito fa con la mano, probabilmente per chiedere venia e implorare la propria salvezza. Un gesto generalmente compiuto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia”. Queste le dichiarazioni del direttore generale degli Scavi di Pompei, Massimo Osanna. Gli scavi dell’ambiente all’interno del quale è stato rinvenuto l’affresco, devono ancora terminare quindi potrebbe offrire ancora grosse sorprese. Pompei non smetterà mai di stupirci, con tasselli che emergendo a poco a poco, come un puzzle che pian piano si compone, regalano ogni volta dei meravigliosi pezzi di storia che affascinano sempre più.  

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Teatro

I Corti della Formica 2019, la XIV edizione al Teatro Tram di Napoli

Presentata in conferenza stampa la quattordicesima edizione de I Corti della Formica, in corso al Teatro Tram di Napoli, evento dedicato ai corti teatrali, in cui la giuria sarà composta da giovani appassionati di teatro, tutti under 25 Dodici spettacoli, divisi in gruppi di tre, per quattro serate: torna anche quest’anno, dopo ben dieci edizioni, il festival de “I Corti della Formica”, il primo ideato e realizzato a Napoli, per iniziativa di Aries Teatro ed Eventi. Giunta alla sua quattordicesima edizione, la kermesse attinge le proprie risorse unicamente dal pubblico, ma nonostante le inevitabili difficoltà che presenta un’impresa del genere, questa manifestazione continua a richiamare ogni anno autori ed artisti da tutto lo stivale, con le loro idee sempre interessanti da sviluppare sul palcoscenico. I corti selezionati (tra i quali due scelti con la collaborazione della rassegna “Le cortigiane” diretta da Tiziana Tirrito) saranno valutati da una giuria composta esclusivamente da ragazzi under 25, scelti a loro volta tra giovani frequentatori di teatro. Le serate in programmazione, come sempre al Teatro Tram di Napoli, termineranno il 13 ottobre: pubblico e giuria potranno assistere ogni sera a spettacoli diversi e al termine di ogni rappresentazione, confrontarsi e scambiarsi opinioni con gli attori del cast intorno ad un determinato argomento. Vari i temi trattati, interessanti ed attualissimi, come le nevrosi, le donne, il revenge porn, l’omofobia, in questo festival ideato e diretto da Gianmarco Cesario e nato nel 2005 con il nome originario “La Corte della Formica”. Tanti i premi destinati ad autori ed artisti I premi saranno consegnati la sera del 18 ottobre, quando la giuria decreterà il vincitore per il Miglior Corto, oltre al Miglior Autore di testo originale, Miglior Attore, Miglior Attrice, Miglior Regista e Migliore Adattamento. Compito della giuria popolare (e quindi del pubblico presente in sala) sarà invece scegliere i quattro finalisti, uno per serata, tra i quali sarà eletto vincitore assoluto quello andato in scena nella serata con maggior affluenza di pubblico. Lo sponsor dell’evento, Ottica Sacco, premierà con targhe speciali lo spettacolo con il Miglior Gusto Estetico, la targa dedicata alla memoria di Daniele Mattera, per lo spettacolo che utilizza espressività corporea, i passaporti per Positano, consegnati dal Gerardo D’Andrea, direttore artistico del Positano Teatro Festival che da otto edizioni riserva una vetrina nell’ambito della sua programmazione, dal nome ‘Il Teatro che verrà’, e tre segnalazioni per la rassegna ‘Acting Drama’ che avrà luogo presso il Teatro Gelsomino di Afragola. Come da due anni a questa parte, sarà il Teatro TRAM, in via Port’Alba 30, ad accogliere la manifestazione, che si concluderà domenica 13 ottobre. Ogni sera si inizierà dalle 20:30, il biglietto costa 12 euro. Per info e prenotazioni: [email protected] TEL. 3421785930 – Fonte immagine: https://www.expartibus.it/napoli-presentata-xiv-edizione-de-i-corti-della-formica/

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Napoli e Dintorni

Arca: il supermarket a Napoli dove non serve denaro

“Arca – l’emporio della solidarietà” è il primo supermercato a Napoli dove è possibile fare la spesa senza utilizzare denaro. Il meccanismo di acquisto avviene attraverso una “speciale” tessera punti che, direttamente alla cassa, converte la spesa in ore di volontariato da praticare presso i servizi sociali. Il supermarket si trova nella zona flegrea, tra Bacoli e Monte di Procida. Il progetto, unico in tutta la Regione Campania, non è riceve finanziamenti pubblici ma è stato realizzato su iniziativa dell’associazione “La Casetta Onlus” e la “Fondazione Progetto Arca” di Milano, oltre che con il supporto di tante attività commerciali napoletane. Sono quaranta le famiglie indicate dai servizi sociali dei due Comuni flegrei che, in condizioni di indigenza, beneficiano del progetto. Il progetto “Arca – emporio della solidarietà” ha un significato molto forte di fronte ai numeri che riguardano la povertà in Italia: oltre un milione e mezzo di famiglie vivono in una situazione di bisogno assoluta, per un totale di 4,5 milioni di persone, il numero più alto dal 2005 ad oggi. E, come spesso accade, le situazioni di disagio sono concentrate nel Mezzogiorno, dove si trova il 45,3% di persone bisognose di tutto il totale nazionale. «Secondo il rapporto 2016 su “Povertà ed esclusione” pubblicato dalla Caritas – spiega Anna Gilda Gallo, presidente della Onlus flegrea – in Italia 1 milione e 582mila famiglie vivono in povertà assoluta. Non si tratta di un disagio economico, ma della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quei beni e servizi necessari per una vita dignitosa. Dal 2007 la percentuale di persone povere è più che raddoppiata passando al 7,6%.» «A Milano, a Roma, a Napoli, e speriamo anche in altre città italiane, il progetto Arca vuole essere presente per aiutare le famiglie in difficoltà, che hanno il bisogno e il diritto di riprendersi e ricominciare a vivere – commenta Laura Nurzia, vicepresidente della Fondazione – Aiutare per noi significa, innanzitutto, soddisfare i bisogni primari attraverso beni semplici proprio come quelli alimentari ma significa anche guardare oltre l’assistenza, credendo in un futuro di autonomia e integrazione sociale per tutti. Questo è il valore imprescindibile della dignità della persona». «Una delle novità che abbiamo voluto introdurre – conclude Mariano Boccia dell’associazione “La Casetta” – è la possibilità per i clienti di ricambiare il servizio ricevuto tramite ore di volontariato da prestare secondo le proprie possibilità, competenze e predisposizioni. Non più, quindi, un semplice dono, ma una nuova dimensione di scambio che gratifica la persona». Anche nel resto del Paese si stanno diffondendo i market in cui non serve denaro per fare la spesa. A Rimini, l”Emporio Rimini” è parte del “Protocollo d’intesa per la lotta allo spreco alimentare” e viene definito come un luogo dove il concetto di “aiutare” è il fattore chiave. A Moderna, invece, si trova l’”Emporio Portobello“, in cui sono attivati servizi di prima consulenza legale e di sostegno per le famiglie che necessitano di aiuto in seguito a problemi legati al lavoro. Infine, […]

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Food

Cuori di sfogliatella apre a Toledo: twist on classic!

A via Toledo sbarca il nuovo tempio della sfogliatella: Cuori di sfogliatella è pronto a raccogliere il guanto di sfida della golosità, proponendo, nelle sue sfogliatelle, sapori nuovi ed innovativi. Si sa, siamo ormai negli anni della nostalgia, in cui si prendono in prestito dal passato i grandi classici e si rivisitano, proponendoli al pubblico in nuove vesti: ed è proprio questa la missione di Cuori di sfogliatella, storica pasticceria napoletana che, partita 30 anni fa dal Corso Novara, ha da poco inaugurato un nuovo store in via Toledo. Ad attendere i clienti, ci sarà una vera e propria distesa di sfogliatelle, in maggioranza ricce, pronte a soddisfare i palati di tutti, dai più tradizionalisti, ai più eclettici, e magari le svariate combinazioni di gusti e sapori, sia salati che dolci, riusciranno a convincere anche i più reticenti a tentare questo salto, lasciandosi deliziare dai più svariati abbinamenti: troveranno ad attendere, in pole position, la sfogliatella fritta, seguita dalle parimerito (in bontà) sfogliatella borbonica e konosfoglia. Sfogliatella borbonica: un inno al Sud Italia Ma partiamo dalla borbonica, un omaggio dei pasticcieri alle radici del nostro Meridione: scegliendo questo twist on classic, si avrà la possibilità di assaggiare un dolce, assemblato al momento, composto da un cono di sfoglia cavo, riempito con uno strato di ricotta (omaggio alla Sicilia), uno di babà e un altro di ricotta, il tutto ricoperto con un topping al cioccolato, bianco o nero, e guarnizioni a piacere del destinatario di questo piccolo capolavoro di golosità. Il konosfoglia, prodotto ormai ben conosciuto e ben avviato, ha ormai bisogno di poche presentazioni: si potrà gustare un fresco gelato, all’interno di un cono di sfoglia, anziché della classica cialda. Per coloro che invece preferissero il salato al dolce, l’offerta di Cuori di sfogliatella non vi deluderà, potendo vantare, nella sua scuderia, sfogliatelle al pesto, al ragù napoletano, al salame e ricotta, provolone e peperoni, e ancora tante e tante variazioni. Tempi nuovi, sfide nuove: #metticisempreilcuore La sfida della famiglia Ferrieri, però, non è stata solo quella di creare nuovi e particolari abbinamenti di sapore in un classico senza tempo come la sfogliatella, ma è anche stata quella di avvicinarsi non solo allo stomaco dei propri avventori, ma anche quella di arrivare ai loro cuori: in che modo sono riusciti anche in questo? Bé, dedicando una parete del nuovo store, completamente instagrammabile, ai propri clienti, che potranno utilizzarla per scattare una foto con la loro sfogliatella preferita, e lanciando l’hashtag #metticisempreilcuore, ispirandosi alla filosofia che è propria del fiorente brand. Insomma, non resta che andare a provare una delle sfogliatelle proposte da Cuori di sfogliatella nel nuovo store di Via Toledo, scattare una foto davanti alla colorata e allegra parete e, oltre a far sapere in cosa mettete sempre il cuore, schierarvi dalla parte del team #sfogliatellasalata o dell’altro #sfogliatelladolce!

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Eventi/Mostre/Convegni

BaccalàRe, la cultura Michelin approda tra i piatti del popolo

BaccalàRe, torna l’evento food al lungomare Caracciolo Dal 3 al 6 ottobre ritorna  BaccalàRe, l’attesa kermesse culinaria, al lungomare Caracciolo tutta dedicata al baccalà. Nel corso della conferenza stampa, tenutasi mercoledì 25 settembre, si è discusso lungamente su questo singolare evento, ideato da Vincenzo Varriale e che ha siglato la sua terza edizione, sulla tradizione di questa pietanza, dall’uso estremamente popolare e sull’idea, assolutamente avveniristica, di miscelare tradizione e cultura popolare con l’eleganza, la raffinatezza e la qualità della cucina gourmet. Hanno preso parte alla conferenza stampa il giornalista e  noto gastronomo campano, Luciano Pignataro, il presidente della Bcc di Napoli, Amedeo Manzo e il vicesindaco di Napoli, Ernesto Panini. A moderare la conferenza stampa è stato l’ideatore di questo evento, Vincenzo Varriale, la mente di una kermesse culinaria che ha saputo unire la tradizione popolare all’impresa e alla cultura Michelin. Alla conferenza si è posto l’accento sulla straordinaria eclettismo di questo piatto, contravvenendo in particolare sul modo superficiale e asettico di trattare il cibo nel mondo odierno, in un mondo in cui  è andata via via smarrendo la sana abitudine e la conoscenza a saper riconoscere la freschezza dei cibi, attraverso quella manualità e praticità necessaria al popolo che rientra in un’ampia categoria che potremmo definire la cultura della conservazione del cibo; in particolare quella di sapere, in assenza della tecnologia di oggi, dei congelatori, dei frigoriferi, le pratiche necessarie per mantenere in maniera naturale più a lungo possibile la freschezza e la qualità degli alimenti. Ecco che sembra quasi scomparire la pratica dei sottolio oppure l’uso assolutamente vitale che aveva il sale nella conservazione. BaccalàRe, dunque, è un evento che si pone proprio in questa direzione. La kermesse ripristina un modo di concepire la cucina basato esclusivamente sulla qualità, accostando la cucina di alta qualità odierna ad un recupero originale di un piatto che ha lambito del tavole del popolo per più di 500 anni ( apparso in Europa negli anni della Controriforma), considerato da sempre un piatto povero. L’evento food costituisce una kermesse totalmente ecocompatibile e, allestito sul favoloso lungomare Caracciolo, inebrierà l’animo dei visitatori con i sapori unici del filetto del miglior baccalà in circolazione, il Gadus Morhua proveniente dai mari del Nord. Ecco che con gli originali “aperibaccalà” ( aperitivi di baccalà e champagne ) la tradizione trova uno sbocco nel quale poter rifulgere in tutta la sua vividezza, vestendo i panni moderni dei nuovi modi di intendere la cucina sotto il luccichio delle stelle e avvolto dal profumo eterno del mare di Napoli. 11 stelle Michelin: un evento che unisce tradizione e innovazione Ben 11 stelle Michelin allieteranno i palati dei visitatori a partire da Peppe Aversa del buco di Sorrento, Francesco Franzese di Casa del Nonno 13 Mercato San Severino, Paolo Gramaglia del President Pompei, Domenico Iavarone del Josè Restaurant della tenuta di Villa Guerra a Torre del Greco, Giuseppe Misuriello della Locanda Severino Caggiano, Gianluca D’Agostino di Veritas Napoli, Fabio Pesticcio de Il Papavero di Eboli, Pasquale Palamaro di Indaco Regina Isabella […]

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Recensioni

‘A Rota, lo spettacolo teatrale tra humanitas e mito popolare

Martedì, 24 settembre è andato in scena all’interno del Chiostro di San Domenico Maggiore lo spettacolo ‘A Rota con Marianita Carfora e Ramona Tripodi, con testo e regia di Ramona Tripodi.  Lo spettacolo ha avuto luogo nel cortile del chiostro, a ridosso dei porticati, conferendo al luogo un’atmosfera a metà tra la dimensione ancestrale e onirica del mito popolare e la schiettezza tragicomica della commedia napoletana tipica dell’epos popolare. ‘A Rota, l’umanità e il mito popolare si fondono in scena Calate nella fase storica postbellica, in una Napoli dilaniata dai bombardamenti degli alleati e dai soprusi dei nazisti, è nel 1946 che le uniche due protagoniste in scena Telluccia ( interpretata da una straordinaria Marianita Carfora) e la errante Madonna dalle scarpette rotte (interpretata dalla stessa Ramona Tripodi) tessono l’ordito di una vicenda ambientata a ridosso del referendum del 2 giugno. Telluccia, impegnata a recuperare e ad accudire gli infanti abbandonati nella cosiddetta Rota, è allo stesso momento un’anima dilaniata dalle contingenze del fato del suo destino, subendo la atroce realtà dei pargoletti esposti nella Basilica dell’Annunziata, vittime della miseria della guerra, della fame più atroce, tra le macerie dei bombardamenti e il pianto lancinante dell’abbandono. Telluccia è per antonomasia la maschera che incarna in sé tutta quella humanitas che sgorga negli anfratti di una Napoli, pregna di cultura popolare. Il personaggio, disegnato magistralmente da Ramona Tripodi, ha una chiara vocazione filantropica e nasconde sotto il velo ombroso del suo animo una energia esilarante tutta napoletana, che si manifesta in vorticosi scatti tragicomici. Tuttavia, la sua profonda essenza di donna del popolo verace, tenace, colma di umanità raggiunge un’alchimia perfetta con l’incontro del mito, della religione e della leggenda popolare. Infatti, Telluccia ha mille perplessità, dubbi e paure sull’incerto futuro dei pargoletti esposti e con l’animo ferito da due guerre si abbandona in instancabili monologhi pieni di un dolore ancora fresco cercando un contatto con un’ al di là, in una dimensione alta e altra dove risiede la verità, chiedendosi continuamente quei “perché”, interrogando di continuo quelle statue silenziose, mute  sotto agli occhi algidi e forse un po’assopiti di un Gesù, che oramai è divenuto suo amico. Telluccia li interroga e si risponde; e sa anche che in quella cappella le si presenta quotidianamente un prodigioso miracolo: La Madonna dalle scarpette rotte, si muove, esce per strada, balla il tango e le parla come una confidente.  La Madonna errante consuma le scarpe poichè esce per strada con lo scopo di sfamare gli orfani e i poveri  ed è costretta a far ritorno nella cappella prima che Telluccia e i pargoli la possano scoprire. Le scarpette rotte della Madonna sono consunte e logore, consumate da quelle pietre scheggiate, pregne di cultura, dalla quale erompe il mito popolare vasto e infinito. Il dialogo incessante tra la Madonna e Telluccia, scandita dalle confessioni di Tellucicia, dalle sue angosce, dalla difficile vita terrena, dalla sua  premura materna sono il punto d’incontro tra un realismo spietato, innervato da una prorompente verve comica e un mito popolare striato […]

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Culturalmente

Il mito della sirena Partenope, come nasce una città

«Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori… è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città» (Matilde Serao) Come tutte le cose che riguardano la città di Napoli, anche la sua fondazione affonda le radici nel mito e nella suggestione. La nascita di Napoli si intreccia alle vicende di Partenope, figura leggendaria nella quale confluiscono molteplici simboli e miti, echi lontani che giungono a noi dalla lontana Magna Grecia. La stessa identità di Partenope e la sua sorte sono state declinate in interpretazioni discordanti tutte unite da un tratto struggente e passionale che sembra sposarsi perfettamente con la natura della città cui Partenope ha dato i natali. Così di mito in mito, Partenope è dapprima una sirena dal volto virginale che vive tra gli scogli vicino Positano (Li Galli) con le sorelle Ligea e Leucosia. Le tre sirene, figlie della Musa Melpomene e del fiume greco Acheloo, ci vengono descritte da Omero (Odissea, canto XII) come figure femminili crudeli e ammaliatrici che con il loro canto melodioso spingevano i marinai a gettarsi in mare nel tentativo di raggiungerle, andando incontro alla morte. La maledizione che le accompagna le condanna ad una tragica fine quando il loro canto e le loro lusinghe vengano respinte da un uomo. Così Partenope e le sue sorelle vengono condannate a morte dall’astuzia di Ulisse. L’eroe, avvertito del pericolo dalla maga Circe, attraversa il tratto di mare dove risiedevano le sirene legato all’albero maestro della sua nave e impone ai suoi marinai di tapparsi le orecchie. Le tre sirene intonano invano il loro canto e, sopraffatte dalla vergogna del rifiuto, si gettano dagli scogli. La corrente ne trascinerà le spoglie verso coste lontane, Partenope viene condotta tra gli scogli dell’isolotto di Megaride dove sorgeva un insediamento di coloni greci. Raccolta dai pescatori, Partenope sarà venerata come dea protettrice della città che stava sorgendo e le sue spoglie custodite in un sepolcro eretto nel medesimo luogo dove oggi sorge il Castel dell’Ovo. Ancora in molti racconti popolari, ripresi dalla scrittrice Matilde Serao, Partenope è una fanciulla di origine greca perdutamente innamorata dell’eroe ateniese Cimone ma promessa dal padre ad  Eumeo. Per sfuggire all’indesiderato matrimonio, Partenope decide di scappare insieme a Cimone approdando sulle coste campane. Il loro arrivo nella nuova terra è celebrato dalla natura che dal quel momento comincia a produrre una rigogliosa vegetazione creando per i due amanti un vero e proprio paradiso. Qui i due giovani vissero il loro amore e furono in seguito raggiunti dai propri familiari. Partenope diede alla luce 12 figli e venne consacrata come madre del popolo napoletano che grazie e a lei cominciava a popolare quella terra paradisiaca. Un’altra variante del mito di Partenope si diffonde nell’800 e ci restituisce nuovamente l’immagine di una sirena che abitava lungo le coste del Golfo di Napoli. La bellissima […]

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Culturalmente

Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Giovanni Boccaccio è sicuramente maggiormente conosciuto per il suo Decameron, ritratto vivissimo della casistica umana – commedia umana, fra l’altro definito il testo boccacciano, in una chiarissima corrispondenza con la dantesca commedia “divina” – e ricordato per le sue vicende legate all’amico Francesco Petrarca, ma il nome del Certaldese, oltre che ad essere legato alla cultura toscana del XIV secolo è vicinissimo alla cultura partenopea; non soltanto perché ancora nel Decameron, come si ricorda, sono affrescate vicende ambientate nel Regno di Napoli, ma anche perché Boccaccio soggiornò in questi luoghi e fu immerso nella vita della corte angioina a Napoli. Giovanni Boccaccio e il suo “noviziato” napoletano Nei primi decenni del 1300, Giovanni Boccaccio era nel pieno di quello che viene definito il suo noviziato letterario: a questo periodo risale la sua permanenza a Napoli e significativa la cosiddetta “epistola napoletana”, nella quale l’autore mette in scena un “gioco” di rifrazioni plurime e multiformi livelli: il gusto per la quotidianità e per le maschere alter ego dell’autore e onnipresenti – tanto in maniera latente quanto in maniera patente – nella sua produzione letteraria è, in altre parole, evidentissima fin da questa primissima attestazione letteraria. A questo periodo risalgono anche opere più lunghe e complesse: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida delle nozze d’Emilia. La datazione, e di conseguenza l’ordine cronologico di composizione delle opere, resta al momento piuttosto incerta: molte le ipotesi ma pare inesistente, almeno per lo stato attuale delle ricerche, una prova certa e “risolutiva”; fra rimandi, indizi e ricerche filologiche pare più accreditata l’ipotesi per cui, su una linea cronologica le opere succitate possano situarsi in tal modo: Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Teseida delle nozze d’Emilia, con un andamento tutt’altro che lineare dato che molto probabilmente il Filostrato fu redatto in più stesure e durante le pause di lavorazione del Teseida delle nozze d’Emilia; in ogni caso, personalissima idea è quella per cui le opere Filocolo, Filostrato e Teseida costituiscano una triade di opere ben ragionata e ponderata dall’autore che ne fanno una sorta di trittico in cui l’analisi di ogni singolo testo risulta imprescindibile dal contemporaneo vaglio delle altre due opere. Data la complessità della materia e dell’ingegno boccacciano, si comprende allora come la dicitura “noviziato” possa apparire più che altro una “convenzione” per distinguere questo periodo da quello più maturo e avanzato raggiunto con la stesura definitiva del Decameron. Boccaccio a Napoli: le opere Si è accennato alle opere napoletane e ai legami intercorrenti fra esse; ebbene, se nella Caccia di Diana la trama è volta a descrivere l’effetto benefico delle amorose donne sugli uomini – con il tramutarsi di questi da animali ad essere umani – nel Filostrato la trama segue vie contrarie: in esso né arti venatorie né catalogo di bellezze napoletane, bensì il campo di battaglia fra greci e troiani e gli effetti nefasti del “maledetto foco”. Col Filostrato, Boccaccio, insomma, mostra quali tremendi effetti può provocare un amore insano – non a caso, come già […]

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Napoli e Dintorni

Solfatara di Pozzuoli: notizie storiche e curiosità

La Solfatara, sita a circa tre chilometri dal centro di Pozzuoli, è un antico cratere vulcanico – uno dei quaranta vulcani dell’area flegrea – attualmente ancora attivo, ma quiescente, che rappresenta oggi una sorta di sfiatatoio del magma presente al di sotto dei Campi Flegrei, riuscendo a preservare una pressione costante dei gas sotterranei mediante fenomeni di vulcanismo secondario perduranti da circa due millenni, come fumarole di vapore acqueo, mofete (esalazioni di CO2), solfatare (emissioni calde di composti gassosi dello zolfo) e vulcanetti di fango che eruttano argilla, trasportata in superficie da emissioni di gas. I pozzi di fango bollente che si formano all’interno di esso sprigionano esalazioni tossiche a base di anidride carbonica e idrogeno solforato. Dalla principale fumarola della Solfatara, la Bocca Grande, fuoriescono vapori fortemente tossici; tali esalazioni si depositano sulle rocce circostanti, conferendo una colorazione giallo-rossastra. La sua formazione è avvenuta circa quattromila anni fa: chiamata da Plinio il Vecchio Colles o Fontes Leucogei (dal greco λευκός, “bianco”), con riferimento alle terre biancastre dovute all’azione disgregante del vapore acqueo sulle rocce magmatiche, e considerata da Strabone come la dimora del dio Vulcano e l’ingresso per gli Inferi, la Solfatara è già nota in età imperiale, allorquando diventa oggetto di una attività mineraria per l’estrazione di bianchetto, impiegato come stucco. Tale attività estrattiva raggiunge il suo culmine nel Medioevo, fase in cui si estraggono la polvere d’Ischia, il rosso di Pozzuoli, la terra gialla, la piombina, il bianchetto e lo zolfo. Nell’Ottocento l’area si trasforma in un rinomato stabilimento termale, grazie a vapori, fanghi ed acqua ritenuti terapeutici: infatti, a seguito delle precipitazioni meteorologiche, sono riemerse le fondamenta di piccoli edifici, riferibili agli impianti destinati ai frequentatori che vi giungevano per curarsi. In effetti il suo fango, utilizzato per fini termali, è ricco di minerali quali boro, sodio, magnesio, vanadio, arsenico, zinco, iodio, antimonio, rubidio. La sua acqua termominerale era considerata prodigiosa per la cura della sterilità femminile: in miniatura del Codice Angelico si notano donne immerse fino alla vita in una vasca, mentre tra le rocce un personaggio alimenta le fiamme e le esalazioni provenienti da varie fumarole. Quest’acqua, inoltre, era impiegata per alleviare i sintomi del vomito e dei dolori allo stomaco, per favorire la guarigione dalla scabbia, distendere i nervi, acuire la vista e lenire i brividi della febbre. A tale scopo, sempre nell’Ottocento sono realizzate delle Stufe – chiamate una “del Purgatorio” e l’altra “dell’Inferno” a causa della variazione di temperatura tra le due – ricavate da due grotte naturali rivestite di mattoni, sfruttate ai fini termali grazie ai vapori delle fumarole: oggi non sono più utilizzate, ma nel periodo di piena attività delle cure termali esse consentivano agli avventori di sostare all’interno per pochi minuti, al fine di inalarne i vapori solfurei ritenuti ottimali per la cura di patologie delle vie respiratorie e della pelle.  La Solfatara e il fenomeno del bradisismo Tale attività termale, unitamente all’estrazione mineraria, conosce un graduale declino a seguito dei progressi della scienza medica, fino all’interruzione definitiva […]

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Culturalmente

R-estate al MANN: mostre e caffè all’Archeologico napoletano

MANN: Estate ricca di eventi e mostre al Museo Archeologico di Napoli! « Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,  vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perderesti mai, là su salendo ritrovar potrai »   Si atterra sulla luna entrando al MANN. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli apre al popolo di affezionati e curiosi visitatori invitandoli – giovedì 18 luglio alle 17 – ad una doppia inaugurazione. I versi tratti dal trentaquattresimo canto dell’Orlando furioso richiamano la missione apparentemente impossibile di Astolfo a cavallo del suo ippogrifo: San Giovanni gli rivela il modo in cui recuperare il senno perduto di Orlando, smarrito sulla superficie lunare. La premessa culturale è d’obbligo, quando ci si imbatte in un Museo sconfinato e di prim’ordine quale l’Archeologico partenopeo. Dopo il successo della mostra da record su Canova e l’antico, chiusasi il 30 giugno, ai primi di luglio ha prontamente aperto i battenti una mostra sugli Assiri. Il giorno 11 ha invece ri-aperto – dopo una chiusura ultraventennale – la sezione monumentale sulla Magna Grecia, per visitare la quale bisogna addirittura indossare dei calzari, data la preziosità dei mosaici da “calpestare”. Giovedì 18 ci si concede un bis: in occasione del cinquantesimo anniversario del primo storico atterraggio dell’uomo sulla luna, si presenta una mostra a tema, acutamente intitolata MANN ON THE MOON, e allo stesso tempo si inaugura il MANN-café, per non perdere di vista la dimensione più squisitamente terrena e quotidiana del pubblico museale. Mentre, dunque, nell’atrio del Museo, sino al 30 settembre, si potrà passeggiare tra reperti preziosissimi legati all’iconografia lunare ed alla misurazione del tempo nell’antichità, in una nuova ala dedicata ci si potrà sedere per ristorarsi e sorseggiare un buon caffè napoletano. Particolarmente interessante il menu, che tra le varie bevande à la carte propone la “cuccuma”, per 4 persone, anche in versione destrutturata ideale per l’estate, a mo’ di variante del caffè freddo. Vera chicca da assaggiare lo storico panis Pompeii, a base di farina di farro, pinoli, mandorle, anice e mosto d’uva rossa. Interessanti anche i timballi di pasta, le “scatole di riso” in veste gourmet, o vari piatti cucinati seguendo la tecnica della vasocottura. A presenziare all’evento, e a sottolinearne la portata e la cooperazione internazionale, Mary Ellen Countryman, console generale degli Stati Uniti a Napoli, che ringrazia per la memoria storica della città partenopea e la sapiente lungimiranza che la caratterizza. Ad accompagnarla e ad introdurla il direttore del MANN ormai al suo secondo mandato Paolo Giulierini, che racconta aneddoti gustosi volti a svelare risvolti inediti dell’occasione. «Quando arrivai quattro anni fa a Napoli, da Cortona, non mi spiegavo perché non riuscissi più a dormire. Era il caffè. Qui a Napoli è così: ci si incontra e ci si vede per un caffè, si lavora e si prende un caffè. Non si può vivere senza caffè». In un tragicomico amarcord […]

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