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Eroica Fenice

La Tag: Netflix contiene 15 articoli

Cinema e Serie tv

Il caos dopo di te, il nuovo lavoro di Carlos Montero

Dopo il successo di Elite, arriva su Netflix la miniserie Il caos dopo di te, di Carlos Montero, tratta dall’omonimo libro. «Quanto tempo ti ci vuole a morire? » Una scuola della Galizia e una morte che reclama verità e vendetta. Sono queste le coordinate in cui si muove Carlos Montero che, dopo il successo di Elite, torna su Netflix (dall’11 dicembre 2020) con una miniserie di 8 episodi, Il caos dopo di te. Un thriller che sta conquistando le vette della classifica dei titoli più visti della piattaforma.  In un piccolo paese galiziano, una giovane donna, Raquel (Imma Cuesta), cerca di recuperare il suo matrimonio con Germàn (Tamar Novas). Nelle crepe della sua vita sentimentale si infiltra il suo lavoro, supplente e sostituta di una docente d’Italiano morta, ufficialmente suicida. Attraverso una sovrapposizione di piani temporali, le vite delle due donne diventeranno a tratti speculari e Raquel si troverà impigliata nella stessa rete di Viruca (Barbara Lennie), l’insegnante che l’ha preceduta.  Tratta dall’omonimo libro di Montero (El desorden que dejas), Il caos dopo di te si impone, da subito, come una storia avvincente, che costringe lo spettatore a deviare di continuo lo sguardo su presunti colpevoli, complici e assassini. Un mix perfetto di ingredienti: amori giunti al capolinea, relazioni clandestine, tradimenti ed erotismo, adolescenti problematici, traffici illeciti, conflitti generazionali tra padri e figli. Al centro del plot due donne molto diverse tra di loro, eppure, per certi versi, affini. Viruca è una donna indipendente, sicura di sé, magnetica e seducente. Raquel è più timorosa e insicura, ma, in una parabola ascendente, subirà una profonda evoluzione interiore anche grazie all’ingombrante rapporto, fatto di  continua assenza/presenza, con Viruca, conosciuta sommando indizi, ricordi e racconti altrui e divenuta parte integrante della sua vita, un’ossessione.  Montero racconta una società brutale, corrotta, in cui ognuno agisce per un fine, per soddisfare un qualche bisogno. Una società in cui il confine tra colpa e innocenza, verità e apparenza è molto labile. Tutti sono in qualche modo responsabili, invischiati in una rete di tradimenti, ricatti, minacce, menzogne. Tra i numerosi temi trattati, la perdita dell’autorità del ruolo del docente, il cyberbullismo, l’illegale diffusione di materiale intimo, il furto d’identità sui social network. E, sebbene gran parte delle vicende si svolga in una scuola, Il caos dopo di te non è un teen drama, l’universo adolescenziale è solo uno dei tanti tasselli del vortice di oscuri eventi.  Elementi dosati in ogni episodio che rendono Il caos dopo di te una serie godibile, tutta d’un fiato, dall’inizio alla fine.  Fonte immagine: PlayBlog

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Lupin, sulle orme di Arsenio da gennaio su Netflix

Lupin, sulle orme di Arsenio da gennaio su Netflix Questa è la storia di un ladro, ma non di un ladro qualunque. È il 1905 quando l’immaginazione di Maurice Leblanc dà vita ad un ladro, elegante e gentiluomo, seduttore e sedotto dalle donne, dal gioco, dal lusso e, ovviamente, dal denaro. Signori e signori: Arsenio Lupin (Arsène Lupin in francese). Ironico, scaltro, astuto e grande trasformista, maestro del trucco e del travestimento, in poche parole, un artista del furto. Ispirato all’anarchico francese e geniale ladro Alexandre Marius Jacob, Lupin fronteggia con gran classe i suoi principali avversari, l’ispettore Garimard della polizia francese e il detective inglese Herlock Sholmes (chiaramente ispirato a Sherlock Holmes). Dall’8 gennaio è arrivata su Netflix la serie Lupin – sulle orme di Arsenio. Cinque episodi (è prevista una seconda parte per un totale di dieci episodi) che non hanno per protagonista il famoso ladro gentiluomo, ma Assane Diope, un bravissimo Omar Sy (irriverente badante in Quasi amici), che, dopo aver ricevuto in dono da suo padre il libro di Lupin, fa della creatura uscita dalla penna di Leblanc il suo mito e la sua fonte di ispirazione. È proprio il piano di un furto ad avviare il plot, il furto di una collana appartenuta alla regina Maria Antonietta, custodita al Louvre. Scopriremo che non è il luccichio dei diamanti ad aguzzare l’ingegno di Assane, ma un motivo ben più nobile e profondo: vendicare l’ingiusta morte dell’amato padre Babakar, accusato e condannato di aver rubato la collana alla intoccabile famiglia Pellegrini.  Inevitabile non pensare alla saga Ocean’s. Come ogni thriller poliziesco che si rispetti, non mancano le innumerevoli peripezie, la donna ricca, gli imprevisti, ingredienti che, amalgamati, permettono di ricostruire, attraverso flashback, le motivazioni e la storia del protagonista, colto anche nel rapporto con il figlio Raoul. Lontano dalla fortunatissima icona della serie manga Lupin III di Monkey Punch, pur senza la cravatta e il suo maggiolino, il nuovo Lupin seduce lo spettatore, tenendolo incollato allo schermo con i suoi continui colpi di scena. Perfettamente calato nella contemporaneità, in una Francia borghese e razzista, il protagonista si trova quotidianamente a lottare con il limite di essere un immigrato. La sua storia getta luci e ombre su una Parigi multiculturale e sulla difficile integrazione sociale.  Mi hai sottovalutato, perché non mi hai guardato. Tu mi hai visto, ma non mi hai guardato. Come non mi guardano loro, quelli per cui lavoro. Che vivono là, mentre noi viviamo qui, che vivono in alto quando noi siamo in basso: non ci guardano. E grazie a questa invisibilità diventeremo ricchi.  E sarà proprio la cecità classista l’arma con cui Assane, addetto alle pulizie nel Louvre, farà del Louvre la cornice del suo geniale colpo. Sarà proprio la sua invisibilità, supportata da insuperabile eclettismo, a permettergli di agire indisturbato nelle sue ricerche e, infine, nella realizzazione del suo piano ultimo. Finita, in breve tempo, in cima alla classifica italiana di Netflix, non ci resta che attendere il seguito di questa più che avvincente prima […]

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Pieces of a Woman, il dolore dopo la tragedia

Pieces of a Woman è un film diretto da Kornél Mundruczó , presentato in concorso alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, durante la quale Vanessa Kirby è stata premiata con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Il 12 settembre Netflix ne ha acquisito i diritti di distribuzione statunitensi e internazionali: il film ha avuto una distribuzione limitata nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 30 dicembre 2020, per poi venire pubblicato sulla piattaforma streaming a livello globale dal 7 gennaio 2021. La storia, diretta da Kornél Mundruczó con la sceneggiatura di Kata Wéber, sua ex partner, e s’ispira ad un’esperienza diretta della scrittrice. Con la firma di Martin Scorsese come produttore esecutivo, racconta un episodio che cambia per sempre il rapporto di Martha (Vanessa Kirby) e Sean (Shia LaBeouf). La trama di Piece of a woman La donna decide di partorire in casa ma la nascita della primogenita si trasforma in un incubo quando durante il travaglio la piccola perde la vita per mano di un’ostetrica confusa e agitata che verrà accusata di negligenza criminale. La vita della giovane coppia viene totalmente stravolta dal lutto, e il momento gioioso dell’ arrivo di una nuova vita, diviene un dramma. Inizia così un’odissea lunga un anno per Martha, che deve sopportare il suo dolore e al contempo gestire le difficili relazioni con il compagno e la dispotica madre che intenta una causa ai danni dell’ostetrica divenuta oggetto di pubblica denigrazione. Pieces of a Woman ha un’aria profondamente intima: è la storia di un dolore taciuto, che rimane inespresso nelle parole ma che viene percepito nelle sue molteplici sfumature, l’ elaborazione del lutto prende pieghe diverse a seconda dei personaggi. Ricercati toni di grigio fanno da sfondo alla vicenda dolorosa che si riflette in un’ ambiente esterno dominato dal disordine e dalla trascuratezza. Nelle sequenze scandite dal silenzio sono racchiusi i pensieri di una donna che impara a convivere con la sua perdita: Martha è la protagonista di una tragedia devastante. La scena iniziale è quella che si presta a un forte realismo e quando il film non è ancora a metà ci si domanda come la giovane donna possa andare avanti dopo quello che le è capitato. Sarà proprio lei a darci la risposta verso il finale, dopo averci tenuto a lungo a debita distanza. Senza fare eccessivi spoiler, Martha riesce ad affermarsi come persona di fronte all’anziana madre che, magari con buone intenzioni, cerca di fare quello che non può e non deve più fare, cioè decidere per la figlia, prendersi carico della sua vita e della sua sofferenza. Ella ci mostrerà a piccoli passi che è possibile giungere a quella luce in fondo al tunnel, attraversando il dolore e dandogli un volto ben riconoscibile. Nascita, morte e rinascita sono gli elementi di un ciclo vitale al quale non possiamo sottrarci. Fonte immagine: https://www.mymovies.it/film/2020/pieces-of-a-woman/

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L’Isola delle Rose raccontata da Sydney Sibilia

Un uomo normale non può farsi un’isola. Italia, 1968. Sono anni di contestazioni, movimenti libertini e progetti utopistici. Italia, 1968. Un ingegnere bolognese, Giorgio Rosa, figlio dei suoi tempi, cerca di dare forma alla libertà che sogna e la immagina in mezzo al mare, a 6 miglia dalla costa romagnola: un’isola di 400 metri quadrati, sostenuta da nove piloni in acciaio, l’Isola delle Rose (in esperanto Insulo de la Rozoj). Un microcosmo indipendente, privo di regole e pregiudizi. Tre rose rosse raccolte sul fondo bianco di uno stemma sannitico il suo simbolo. Tre rose, dal cognome del suo ideatore. Tre rose, dalla sua volontà di vedere fiorire le rose sul mare.  Una vicenda vera, seppur romanzata, quella che Sydney Sibilia racconta ne L’incredibile storia de l’Isola delle Rose, prodotto da Groenlandia e distribuito su Netflix dal 9 dicembre 2020. A vestire i panni di Giorgio Rosa un sempre vincente Elio Germano, da poco premiato al Festival di Berlino, come miglior attore, per l’interpretazione di Antonio Ligabue nel film Volevo Nascondermi. Quella che per gli altri era un ammasso di legno e acciaio, per Rosa era necessità di espressione, bisogno di sovvertire una società omologata, un non-luogo che il 1 maggio del 1968 dichiarò indipendente e di cui si dichiarò presidente. Un vero stato, la Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, con tanto di francobolli, moneta (il Mill, mai battuto) e lingua autonoma, l’esperanto. A sostenere il suo progetto la compagna Gabriella (Matilda De Angelis), nonostante le iniziali riserve, e un gruppo di amici: Pietro (Alberto Astorri), Franca (Violetta Zironi) e l’inseparabile Maurizio Orlandini (Leonardo Lidi), tutti accomunati da un entusiasmo giovanile e sessantottino (Lo senti, st’odore di libertà?!), che dovrà fare ben presto i conti con una politica vecchia e bigotta.  Quattrocento metri per affermare un sogno, pochi mesi per smantellarlo e affondarlo. Perché l’Italia degli anni Sessanta, l’Italia del Presidente Leone (Luca Zingaretti), l’Italia della Democrazia Cristiana guarda con sospetto a quell’idea, e il presidente degli Interni Restivo (Fabrizio Bentivoglio), pur tra i fautori dell’art. 11 della Costituzione, sarà responsabile della guerra dichiarata all’isola, sarà responsabile del naufragio di quell’idea giudicata pericolosa.  Decisamente riuscita l’operazione di Sibilia, che ha affermato di essere da tempo affascinato dalla vicenda di Giorgio Rosa. Un cast di altissima qualità sapientemente scelto, che si muove in una scenografia perfettamente aderente agli anni Sessanta. Impeccabili anche la fotografia, meravigliosi i colori dell’epoca e le colonne sonore, che danno voce agli ideali di quegli anni. Ideali non sempre tradotti in realtà, ma che testimoniano l’importanza dei sogni e del coraggio necessario a realizzarli, perchè, citando l’amico dell’ingegnere bolognese, Maurizio Orlandini, bisogna pur correre dei rischi se vuoi cambiare il mondo.  Di seguito il trailer de L’incredibile storia de l’isola delle rose.  Fonte immagine: https://www.chiamamicitta.it/lincredibile-storia-dellisola-delle-rose-su-netflix-dal-9-dicembre-ecco-il-trailer/    

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The Queen’s Gambit: la regina degli scacchi su Netflix

Recensione de “La regina degli scacchi” sulla piattaforma streaming Netflix È uscita il 23 ottobre sulla piattaforma di streaming Netflix la nuova serie sul gioco degli scacchi basata sul romanzo di Walter Trevis. Il titolo in lingua originale “The queen’s gambit” allude a una delle mosse d’apertura più famosa nel gioco, il gambetto di donna che poi nella traduzione italiana è diventato un titolo icastico: la regina degli scacchi. Beth Harmon, interpretata da Anya Taylor-Joy, è davvero la regina indiscussa degli scacchi, perché lei ha un talento: un giorno si sveglia e scopre come muovere i pezzi sulla scacchiera. Scopre che lo sa fare, che lo sa fare bene, come nessun altro e che prima di impararlo quei pezzi si muovono da soli nella sua testa come se avessero vita propria. Beth è un genio, pure se ha nove anni e pure se la vita è durissima nei suoi confronti. Per,  rilegata nelle 64 caselle quella vita sembra meno cattiva, o forse lo è lo stesso però resta un gioco e lei è bravissima in quello. In un tempo controverso, nell’America della guerra fredda, in un gioco che è sempre stato primato dei russi e in un contesto di uomini, Beth è elegante, capace, ostinata, gioca con una naturalezza disarmante e brilla. Proprio lì dove vengono offuscati tutti gli altri, lei riesce a brillare. Eppure si sente il peso del talento, lei lo avverte, sa che si può perdere e perdere può persino significare perdersi quando si va al massimo. “Sei la più brava di tutti da così tanto tempo che non sai neanche come sia per tutti noi” le dirà qualcuno in un momento. Perché in fondo bisogna saper essere dei geni e non esserlo e basta. La “regina degli scacchi” non è semplicemente la storia di una donna piena di talento. È la storia di una riconciliazione, tra i ricordi del passato che a volte tornano prepotenti e il futuro, inesplorato, pronto a essere toccato eppure incredibilmente lontano. Ed è anche la Storia, quella con la S maiuscola, di conflitti ideologici e fisici, che però davanti alla competizione, sana, spronante, non può far altro che annichilire. Non importa niente se poi Beth è una donna, è americana o è atea o se i suoi avversari non lo sono perché i pezzi sulla scacchiera non lo vedono e il bianco e il nero è tirato a sorte. Per questo, poi, nella finale del mondo di Beth Harmon, quelle tre mosse d’apertura d4,d5,c4 le conoscono tutti gli spettatori a memoria: gambetto di donna. Sono certi, si chiamano così. Fonte immagine: https://tecnologia.libero.it/regina-scacchi-chi-e-anya-taylor-joy-40322

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Vista per voi: Emily in Paris, nuova serie su Netflix

È uscita il 2 ottobre su Netflix la nuova serie Emily in Paris, spensierata commedia americana in dieci puntate diretta da Darren Star, creatore di Sex and the City. «Pardon her French»: è il motto scelto per accompagnare la locandina delle avventure di Emily, interpretata da Lily Collins, una giovane ragazza americana che si ritrova a dover partire per la meravigliosa capitale francese per cogliere al volo un’irripetibile offerta di lavoro. La direttrice dell’azienda di marketing per cui Emily lavora, infatti, le concede il posto di un anno di esperienza a Parigi, inizialmente a lei destinato, all’interno della piccola società francese “Savoir”, appena acquisita dal gruppo americano che la donna presiede. Dalla sua vita ordinata e squisitamente americana di ragazza sportiva «ovvia, priva di mistero, che pensa di poter aprire tutte le porte» e che corre otto chilometri in quarantuno minuti per le vie di Chicago, già nel corso della prima puntata Emily si ritrova a fare le valigie ed atterrare nella Ville Lumière, invero restituita in posa da cartolina, al massimo del suo splendore. Sin dall’arrivo della protagonista nella capitale francese, lo spettatore più attento potrebbe però avvertire “puzza di cliché”: addirittura l’agente immobiliare che le mostra l’appartamento al quinto piano senza ascensore in cui Emily abiterà – nell’esclusivissima Place de l’Estrapade, nel 5. arrondissement – finisce per corteggiarla, il che rappresenta, a nostro modo di vedere, uno dei leitmotiv (limitanti ed irrealistici) dell’intera serie, ovvero il piacere a tutti ed il doverlo per forza fare, pena l’essere esclusi dai cosiddetti “ambienti che contano”. Emily in Paris: recensione «Sono qui per aumentare la visibilità o per piacere a tutti?» è, del resto, un interrogativo che la stessa Emily pone al suo team, pardon: alla sua équipe, nei primi giorni in cui viene vessata dai colleghi di lavoro, inorriditi dal fatto (per loro inconcepibile) che la ragazza non parli il francese e che anzi pretenda di voler americanizzare la loro francesissima società. Ma Emily resta sul serio la ragazza americana alla conquista dell’Europa: esperta di marketing e social media come la maggior parte dei teenager statunitensi, Emily vive su Instagram. Non è un’esagerazione se pensiamo al fatto che il titolo stesso della serie – Emily in Paris – diventa il nickname del suo nuovo account, che passa dall’avere una cinquantina di follower ad arrivare a contarne più di ventimila. Come? Con un – alquanto poco probabile – coup de theatre: relegata dalla direttrice dell’agenzia ad occuparsi di pubblicizzare un prodotto sulla secchezza vaginale, Emily lo fa nel meno classico dei modi. Con un post in cui fotografa il prodotto e si pone una domanda grammatico-sociale: perché il termine “vagina”, in francese, è di genere maschile e non femminile. La questione incontra – di nuovo: addirittura! – l’attenzione di Carla Bruni e Brigitte Macron, che ritwitta il post della ragazza e la consacra ad un futuro di influencer, il che la renderà ancora più invisa ai già invidiosi colleghi di lavoro. Nel frattempo Emily ha almeno trovato un’amica: Mindy Chen, ragazza cinese […]

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Cinema e Serie tv

Enola Holmes: nascosti nei misteri di Londra

Enola Holmes come nuovo detective: la chiave degli enigmi La nostra recensione del nuovo film prodotto da Netflix: Enola Holmes. Perchè scegliere proprio questo da un lungo catalogo? Profumo di legna bruciata e di carta consumata. Soffi di vento che attraversano una finestra; il brivido di un mondo sospeso tra fantasia e realtà dove ogni situazione sembra così vicina al possibile e così legata all’improbabile. È in questo sogno ad occhi aperti che Enola Holmes ci trascina quasi prendendoci per mano. Millie Bobby Brown, vestita dalla protagonista di questa misteriosa storia, si trasforma dalla timida bambina di Stanger Things all’entusiasta sorella minore del più importante investigatore di tutti i tempi: Sherlock Holmes. Ad accompagnarla nella sua interpretazione, un cast vario formato da attori tra i più conosciuti del cinema americano; tra questi spicca Helena Bonham Carter riconosciuta per il suo ruolo di Bellatrix Lestrange in Harry Potter, che questa volta veste gli intriganti panni della signora Holmes, il tassello scomparso di una storia da completare pezzo per pezzo; e poi una serie di attori alle primissime armi, tra i quali riconosciamo l’eccellente interpretazione di Louis Partridge, già visto di sfuggita nella terza stagione de ‘’I medici’’ e questa volta impegnato nei panni del Visconte Tewkesbury, un giovane conte in fuga dal suo futuro. La regia, curata da Harry Bradbeer, è dinamica, ricca di continui spunti e altalenante tra momenti comici -ma mai banali- e spunti interessanti, battute dirette al cuore di ogni spettatore senza lunghi giri di parole.  Enola Holmes: la scelta del proprio futuro La Londra grigia e misteriosa che ci viene mostrata, stereotipo sempre apprezzato del carattere vittoriano che si lega tipicamente ai film di Sherlock Holmes, risalta con un contrasto; la vivacità della vita di campagna in cui Enola ha vissuto fino ai sedici anni e dalla quale sarà trascinata via. L’improvviso cambio d’atmosfera dipinge lo sfondo del percorso di crescita che la protagonista è costretta ad affrontare. E così la sua intera infanzia in campagna, con la sola compagnia della madre e della cameriera è dipinta di un giallo opaco, ricordo di un passato strappatole via, mentre l’intero presente è posto su uno sfondo più blu e grigio. La storia di Enola si costruisce lungo il suo percorso e tocca i temi più vari, dalla crescita, al futuro, alla singolarità, sfiorando anche se in piccola parte il femminismo. Lascia grandi e piccoli riflettere sull’importanza di ogni scelta, di ogni azione, di ogni parola. Ed è proprio la scelta per la costruzione di questo film a renderlo coinvolgente e mai noioso. I personaggi sembrano costruirsi insieme alle loro storie man mano che la pellicola scorre, l’intera trama, un po’ come la vita della protagonista, si svolge in un presente accattivante dove anche il più piccolo dei dettagli può trasformarsi in un indizio da seguire. L’immagine è dunque quella di un film interattivo, dove attraverso le parole – e i giochi che si possono creare con queste- la protagonista darà sempre occasione di conversare con il quarto schermo, coinvolgendolo e sottolineando la consapevolezza della sua presenza.   Vi è l’impressione di seguire Enola, di camminarle dietro, di nascondersi, lottare e sbagliare con […]

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Libri

Reed Hastings e Erin Meyer raccontano Netflix | Recensione

L’unica regola è che non ci sono regole (Netflix e la cultura della reinvenzione) è il nuovo saggio di Reed Hastings e Erin Meyer edito da Garzanti editore che racconta Netflix. La trama Non è mai esistita, prima d’ora, un’azienda come Netflix. E non solo perché ha rivoluzionato l’industria dello spettacolo, o perché è in grado di fatturare miliardi di dollari l’anno, o perché le sue produzioni sono viste da centinaia di milioni di persone in quasi 200 paesi. Quando Reed Hastings ha avviato la sua attività, che nel 1997 consisteva nel vendere e noleggiare dvd per corrispondenza, ha infatti sviluppato principi radicalmente nuovi e controintuitivi: a Netflix, gli stipendi sono sempre più alti dei concorrenti. A Netflix, il punto non è lavorare tanto. In questo libro per la prima volta Reed Hastings, con l’autrice bestseller Erin Meyer, descrive la geniale filosofia alla base del suo progetto e della sua vita, e narra storie inedite su tentativi, passi falsi ed errori compiuti, offrendo l’affascinante e completa immagine di un sogno che non smette mai di reinventarsi. Il libro parte con l’entusiasmante racconto di una Netflix all’epoca a “portata di stanza”. A fare da sfondo è la famigerata Blockbuster, l’azienda che noleggiava cassette e predisponeva punizioni per chi non portava in tempo indietro i suoi prodotti. È l’analisi attenta e curiosa di come un colosso epocale come Blackbuster non sia riuscito a stare a passo con i tempi, mentre una piccola realtà come Netflix sia stata investita dal lusso e dall’onere di un cambiamento d’epoca consistente. Il libro espone un entusiasmamene racconto circa i cambiamenti che Netflix ha subìto: si è passati dai dvd ai servizi di streaming, da produzioni esterne fino a quelle interne, basti pensare alla famigerata Stranger things. Fino a toccare argomenti come “l’espansione”. Netflix, infatti, partendo dagli USA si è estesa in tutto il mondo. Il libro racconta principalmente la “cultura Netflix”, ovvero una sorta di decalogo a voce alta su come una piccola azienda sia stata capace di tanto successo. La cultura Netflix ci viene raccontata come una sorta di storia in cui le leggi non scritte appaiono come una lama a doppio taglio. C’è da puntare, infatti, l’attenzione su alcuni termini: sincerità e densità di talento. Nella sua complessa narrazione, infatti, c’è la chiara spiegazione di come per l’azienda sia essenziale il concetto di “feedback”. Dire la verità, anche a discapito delle gerarchie aziendali, sembra essere infatti, la base di tutto. Così come il concetto di densità di talento: secondo lo studio Felps, infatti, il comportamento di uno riesce ad influenzare quello dell’intero gruppo. Va da sé che maggiore è la concentrazione di talento in un numero ristretto di persone, maggiori saranno i risultati positivi riguardo un progetto. Ritornando al concetto di feedback, è importante sottolineare come non siano mai necessari quelli volti a screditare il lavoro altrui, quanto piuttosto è necessario rispettare la legge delle A. Occorre infatti, aiutare con il proprio suggerimento, essere attuabile, apprezzarlo, accettarlo o respingerlo a seconda dei casi, ma […]

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Maradonapoli è o cunto ‘e Napule su Netflix

Su Netflix è arrivato Maradonapoli. Leggi qui la nostra recensione! Il rapporto tra cinema e sport, forse le due più grandi manifestazione della cultura popolare del Novecento, è sempre stato complesso. D’altronde, come potrebbe essere altrimenti? A farla da padrone, c’è il limite intrinseco del tempo, della durata di un prodotto audiovisivo, che, limitata per piacere ad un pubblico quanto più vasto possibile, si trasforma in una semplice celebrazione di un singolo momento o torneo nella carriera di uno sportivo. Negli ultimi tempi però il documentario sportivo, genere cinematografico spesso bistrattato, ha trovato nuova linfa vitale, grazie ad interessanti esperimenti visivi estremamente lontani l’uno dall’altro.  Si pensi a The Last Dance, discusso panegirico che comunque ha portato le vicende di Michael Jordan e compagni nelle case di milioni di persone, o ai tecnicismi esasperati di Faraut e il suo L’impero della perfezione. Entrambi prodotti dal successo e dalla riuscita, per motivi diversi, evidente, ma che comunque lasciavano ambedue volutamente in disparte il racconto del dietro delle quinte, di chi soffre e gioisce alle gesta del proprio campione preferito. Maradonapoli, recentemente distribuito su Netflix è, da questo punto di vista, un prodotto estremamente intrigante perché riesce a dire qualcosa di nuovo sul giocatore di calcio di cui si è storicamente più parlato, in Italia e non solo, e del suo complesso rapporto di odi et amo con la città che lo ha eletto a proprio figlio prediletto. Diego Armando Maradona è infatti l’indiscussa figura di riferimento di questo splendido documentario firmato da Alessio Maria Federici. Pur recitando una parte per lui completamente nuova e che a prima non si assocerebbe al suo carisma leggendario, in campo e fuori: un ruolo di supporto, da attore non protagonista, che infatti non compare mai direttamente se non in qualche intervista di repertorio, firmata dall’altrettanto leggendario Gianni Minà. A parlare, in Maradonapoli, sono infatti le persone, la gente che lo ha accolto e lo ha amato fino alla follia, arrivando a chiamare i propri figli Diego o tatuandosi il suo viso sul proprio corpo. In Maradonapoli ci sono commercianti, artigiani, impiegati, professori universitari, antiquari, casalinghe, trasportatori, parroci, pizzaioli, ristoratori. L’effetto placebo di Diego Tutti accomunati da un’unica, grande passione, pian piano diventata alla strenua di una fede religiosa e che ha segnato in maniera indelebile la loro esistenza, quella per Diego Armando Maradona. Non importa avere vissuto o meno quegli anni, dal 1984 al 1991, segnati dal successo ma anche una personale discesa agli inferi, lenta ma vertiginosa. Maradona è, nel bene e nel male, che piaccia o meno, una presenza che aleggia ancora nelle strade di Napoli, dai vicoli del centro storico ai quartieri più benestanti, e Maradonapoli da questo punto di vista restituisce bene l’immagine di un uomo che in realtà non se è mai andato per davvero dalla città. Ogni napoletano infatti, in cuor suo, conserva un’immagine, un ricordo di Diego e dei suoi anni napoletani. Un discorso che prescinde dall’età, perché anche i giovanissimi, che in quel periodo non c’erano, hanno […]

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Easy, Chicago e relazioni sotto la lente di Joe Swanberg

Easy: la nuova stagione della nota serie tv su Netflix! Easy non è una serie come le altre. Assolutamente. Innanzitutto per il cast: un cast corale che comprende attori e attrici del calibro di Orlando Bloom, Elisabeth Reaser, Emily Ratajkowski. In secondo luogo, per la lavorazione che ha condotto all’uscita delle tre stagioni su Netflix: l’autore, produttore e regista Joe Swanberg (uno degli inventori del cosiddetto filone “mumblecore“, caratterizzato da improvvisazione dei dialoghi, recitazione naturalistica e un uso ridotto di location) ha tenuto segreto il tutto per molto tempo, rendendolo pubblico solo al termine delle riprese. La sua intenzione era quella di filmare, almeno la prima stagione, in completa libertà, senza senza essere osservato, girando la città di Chicago in lungo e in largo e con la possibilità di improvvisare ciò che stava prendendo corpo sul set. Proprio di Chicago è, infatti, il ritratto che, nonostante la coralità delle storie raccontate, l’autore intende realizzare. Una scelta comunque inusuale nel mondo delle serie tv, dove gli scenari preponderanti sono New York e Los Angeles. E ancora, Easy non è una serie come le altre perché è una serie antologica: ogni episodio è a se stante (può essere visto indipendentemente dalla volontà di completare l’intera stagione), e ogni episodio ha un titolo realizzato con stile e immagine differenti. Esplora le vicende di personaggi diversi che si destreggiano tra l’amore, le relazioni, la tecnologia e i problemi quotidiani della vita adulta. Una coppia con due figli che cerca una nuova intesa sessuale riappropriandosi di ruoli di genere stereotipati e convenzionali; una ragazza che si innamora di una vegana e prova a seguire il suo stile di vita per non sentirsi inferiore; due fratelli che realizzano una piccola distilleria di birra illegale; una coppia che cerca di avere un figlio, con l’intrusione di un amico (ed ex ragazzo della moglie); un “graphic novelist” di mezza età che si confronta con una “selfie artist”; una coppia di bell’aspetto che cerca di rivitalizzare la propria vita sessuale attraverso l’uso dell’app Tinder. Si tratta di trame moderne, spesso introspettive, anche provocatorie, sicuramente riconducibili a momenti di vita di coppia che moltissimi vivono quotidianamente, e che catturano le paure di entrambi i sessi, l’infedeltà, il terrore per il futuro, senza che emerga però alcun punto di vista giudicante. Lo strumento di analisi è il sesso, in tutte le sue forme, come semplice divertimento, come dovere coniugale da risanare disperatamente, come tabù da rompere, adultero, sicuro e incerto, etero e lesbico, a pagamento. In ogni caso, le diverse scene non hanno alcun filtro, con una verosimiglianza in cui è facile immedesimarsi, e sono state premiata dalla critica come “sex positive“. Infine, Easy è anche denuncia sociale, con uno sguardo alle tecnologie che rasentano l’assurdo, che incentivano la mera apparenza a discapito di un’etica che risulta necessaria nelle parole, ma mai coerente nei fatti. E Swanberg è molto attento nel suo approccio alle diversità che intende rappresentare: Danielle MacDonald, ad esempio, non appare in alcun modo come “cicciona emarginata”, ma come teenager […]

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