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Eroica Fenice

La Tag: recensione teatrale contiene 82 articoli

Recensioni

Animali da bar in scena al Teatro Bellini

Martedì 18 febbraio è andato in scena Animali da bar, l’ultimo spettacolo targato Carrozzeria Orfeo al teatro Bellini di Napoli: uno spettacolo divertente, dissacrante, che indaga dentro ognuno di noi ma, soprattutto, mette a nudo le pieghe della società. Sei in sala, seduto, in attesa che lo spettacolo cominci: proprio quando le luci cominciano ad affievolirsi, ecco che una voce fuori campo, maschile e cavernosa, ti avverte con tono di minaccia e utilizzando espressioni molto colorite, di spegnere il cellulare, che lo spettacolo sta per iniziare. Si apre il sipario, e ti ritrovi in uno di quei trasandati e un po’ malfamati bar di provincia, popolato dei suoi tipici animali, o soliti avventori: già Stefano Benni, negli anni 70, con il suo Bar Sport ci aveva illustrato e insegnato tutta l’architettura e la microsocietà presente in questa tipologia di esercizi commerciali e, negli anni, nulla sembra essere cambiato. I personaggi che ruotano attorno a questo bancone sono Mirka, la barista ucraina, appassionata di canzoni e cartoni animati Disney, che per arrotondare affitta il suo utero e fa da badante al vecchio proprietario del bar, un misantropo razzista che ormai non esce più di casa, e del quale, proprio per questo, sentiremo per tutto lo spettacolo solo la voce fuori campo; c’è poi Swarovski, uno scrittore alcolizzato, fallito e nichilista fino all’estremo, costretto dal suo editore a scrivere un libro sulla Grande Guerra; Sciacallo, un giovane ragazzo bipolare storpio che, dietro indicazioni di Mirka, svaligia le case dei defunti; Milo, il nipote del proprietario del bar, imprenditore di un’azienda di pompe funebri per animali di piccola taglia; e infine Colpo di Frusta, un attivista buddista, pacifista e ‘melariano’, padre biologico del figlio che Mirka aspetta, che però subisce le violenze domestiche della moglie. Animal da bar, dal bancone del bar al sottosuolo I sei personaggi ruotano attorno a quel bancone raccontando di sé, delle proprie vite, esperienze, illusioni e speranze per il futuro. Costituiscono un’umanità grottesca, estrema, ma soprattutto cruda. Come in “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, i personaggi, uniti dal fatto di essere dei ‘perdenti’ e ai margini delle buone consuetudini della società, analizzano in maniera sempre crudele e senza fronzoli, tutte le azioni e le circostanze che li hanno  portati ad essere quelli che sono: reietti, inetti. Persone profondamente infelici e insoddisfatte, di loro stesse e della società che le circonda. «Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita» Vale dunque la pena andare a teatro e immergersi in tutto questo? Sì, sì e ancora sì: fatevi prendere per mano da questi strampalati personaggi, veri e propri animali da bar, e fatevi guidare in un viaggio attraverso le pulsioni e i pensieri e i sentimenti più reconditi dell’uomo, mettendo in gioco voi stessi. Magistrale il lavoro degli attori, dei registi, degli autori e di tutti componenti della compagnia teatrale Carrozzeria Orfeo, che annuncia anche un futuro spettacolo in arrivo, in collaborazione proprio con il Teatro Bellini di Napoli. In attesa che […]

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Ferrovecchio, in scena al Piccolo Bellini il dramma dell’incomunicabilità

Con Ferrovecchio va in scena il dramma della solitudine e della disperata urgenza di comunicazione che accomuna due individui ai margini della società. In programma dal 11 al 16 Febbraio al Piccolo Bellini, Ferrovecchio è il primo dei testi della Tetralogia del dissenno firmati da Rino Marino e portati in scena dalla Compagnia Marino – Ferracane. Su una scena piena di oggetti ma spoglia di emozioni, un uomo dall’aspetto vinto e rassegnato attende, intorno a lui i segni inequivocabili di un mestiere e di una vita che non gli appartengono più. Un catino, una poltrona sdrucita, imposte scolorite dal tempo sono il desolante scenario dei suoi pensieri tinti. Alle sue spalle il cigolio di una vecchia bicicletta rompe il silenzio preannunciando l’entrata in scena di un vagabondo senza nome e senza identità. Nenti ha canciatu, nelle parole del vagabondo e nel suo incessante elenco di oggetti e dettagli che gli passano davanti agli occhi, lo spettatore riconosce con maggior forza l’assoluta immobilità della scena. Tutto è fermo ad un istante ben preciso del passato, ad una vita che non esiste più e al momento esatto in cui il legame tra i due uomini e il resto del mondo si è irrimediabilmente spezzato. E nell’immobile lontananza del passato, il vagabondo scava tirando fuori in forma confusa frammenti di ricordi in cui la dimensione temporale sembra assolutamente relativa. Un vagabondare avanti e indietro nel tempo che suona come una sfida al diffidente mutismo dell’interlocutore. Ne nasce, tra i due personaggi, un confronto che oscilla costantemente tra il più duro realismo e il più ironico surrealismo, un dialogo che si sparge come acqua alimentata dalla sorgente agitata del vagabondo, un fiume di parole a cui il barbiere progressivamente si abbandona vincendo le iniziali ritrosie. I due personaggi si scambiano la pelle e i ricordi riconoscendo, l’uno nell’altro, attraverso uno specchio, la profonda solitudine che li accomuna. In fondo e in forme diverse sono entrambi due vagabondi, due esistenze perdute che vivono ai margini del mondo reale, rinchiusi dal resto dell’umanità in una gabbia di incomunicabilità e isolamento. Le pareti del carcere come l’isolamento del disagio mentale sono i muri che il mondo ha costruito intorno a loro, relegandoli ad una dimensione surreale e marginale; le parole che il mondo gli nega ritrovano ora vita in un discorso sconclusionato che, nell’estrema necessità di comunicazione cui dà voce, restituisce senso e vitalità alle loro esistenze sbiadite. Nell’essenzialità della scena emerge vivida la potenza del dramma cui Ferracane e Marino danno voce e la scena di colpo non appare più così spoglia, bensì si riempie di quell’empatia che i due attori riescono a comunicare. La solitudine e il disagio, il rifiuto e la diffidenza, infine il bisogno disperato di comunicazione sono sensazioni tangibili, immagini reali che prendono forma attraverso le parole dei due attori in un’autenticità che solo la madrelingua siciliana sa restituire. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/332/ferrovecchio

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When the rain stops falling: un viaggio genealogico al Teatro Bellini

Al Teatro Bellini, dall’11 al 16 febbraio, va in scena lo spettacolo When the rain stops falling  di Andrew Bovell, per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e con Caterina Carpio, Marco Cavalcoli, Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Camilla Semino Favro e Francesco Villano. Questo spettacolo ha vinto tre premi UBU nel 2019 (migliore regia, miglior nuovo testo straniero o scrittura drammaturgica e migliori costumi) e riesce a portare sul palco tutta l’energia, la passione, i dubbi e le incomprensioni di una storia di famiglia dal 1959 al 2039. When the rain stops falling: il susseguirsi di eventi che segnano le famiglie ed il tempo La storia di due famiglie, Law e York, si avvicendano in quattro generazioni a partire dal 1959 fino al 2039. Storia di madri, mogli, padri, mariti, donne ed uomini i cui destini si incrociano casualmente per un amore mancato o per un evento macabro. Vite spezzate, morti accidentali, amori per anni curati e mai ricambiati pienamente. I diversi fili che la trama cuce, mescola e rende singolari, riecheggiano dopo anni ed anni di sedute al tavolo di una cucina, all’apertura di una valigia i cui ricordi rimarranno indelebili. La ripetizione di alcune azione narrative sancisce l’attualità del presente nel passato e viceversa ma, soprattutto,  quanto il passato riesca ad influenzare e condizionare il futuro. Ogni protagonista, in fondo, ha dentro sé un comportamento non adeguato, un’inclinazione da non confessare, un desiderio mai avuto, un errore commesso e per sempre ricordato. I nove eccezionali protagonisti si spostano senza flashback da un paesaggio all’altro; da un’epoca all’altra riuscendo a trascinare con sé lo spettatore passando da semplici stanze bianche e sporche ai paesaggi sconfinati dell’Australia; e da un’epoca all’altra rendendo sempre il ritmo straordinariamente incalzante. «Non avere niente da dire è come avere così tanto da dire che non si ha nemmeno il coraggio di cominciare» E questa è una delle frasi chiave che Andrew Bovell inserisce nel  testo e che racchiude lo stare al mondo di tutti i personaggi. Personaggi in eterno conflitto con sé stessi e con un passato che non si chiude mai del tutto. Le cose non dette e i problemi mai affrontati diventano i fantasmi del futuro che continuano ad influenzare le vite dei successori in quell’albero genealogico che tutto collega, ma che poco tiene unito. Magistrale la messa in scena della regista e l’interpretazione dei nove attori in scena. Uno spettacolo, quello di Bovell, che lascia il segno e che riesce a far riflettere su quanto la vita sia fondata su delle scelte delle quali bisogna sempre assumersi le responsabilità per far sì che non rimangano inespresse. Fonte immagine: Teatro Bellini.

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In nome del padre: patriarchi in frantumi

In nome del padre, di e con Mario Perrotta, nel cartellone del Piccolo Bellini dal 4 a 9 febbraio, sancisce l’inesorabile declino del patriarcato. Mario Perrotta, con la consulenza dello psicanalista Massimo Recalcati, con In nome del padre indaga la dimensione del rapporto padre-figlio: tale dimensione complessa e in piena crisi è analizzata con profondità e attenzione per le cause, i sintomi e le conseguenze che tale crisi porta con sé. Perrotta regge da solo l’intero dramma vestendo i panni di tre padri, dando voce ad altrettante dinamiche familiari, spostandosi con la sola lingua su e giù per lo stivale e per la scala sociale. Tre padri ischeletriti si aggirano confusi, disorientati e disarmati su una scena essenziale, tra gli scheletri metallici del Discobolo, del Pensatore e del Galata morente. Perrotta è un caporeparto di una fabbrica, veneto, ignorante, un leader sul lavoro, fragile e insicuro in famiglia. Mortificato e svilito da sua moglie, incapace di instaurare un dialogo con il figlio, indirizzato da un amico, si rivolge ad uno specialista. Le cause del silenzio che regna tra lui e il suo Lessandro, questo padre le rintraccia nel dislivello culturale, nella mancanza di una lingua comune che permetta ad un padre dialettofono di dialogare con un figlio ben istruito, nella mancanza di interessi comuni. Ma il problema non è il veicolo della comunicazione, bensì la posizione degli interlocutori: il timore reverenziale del padre verso il figlio nasconde i cocci di una figura genitoriale andata ormai in frantumi. Questo padre non ha la statura morale e psicologica che gli permetterebbe di essere un modello per suo figlio, una guida: nel tentativo di trovare i confini della figura di padre si affida, allora, allo stesso figlio. Perrotta è il padre di Giada, napoletano, marito tradito e a sua volta traditore. Giovane a tutti i costi, fa serata con la figlia e le sue amiche adolescenti, italianizza l’inglese fino a partorire una mostruosa lingua ibrida, uno slang che lo faccia sentire moderno, al passo con le sue frequentazioni. Guidato solo dai consigli dei tarocchi questo padre perde le coordinate, smarrisce i confini netti e invalicabili del rapporto padre-figlio e produce un cortocircuito, una relazione tra pari pericolosamente equivoca, spaventosamente incestuosa. Perrotta è Sciacca, giornalista e intellettuale siciliano, padre ostentatamente illuminista, comprensivo, presente. Sciacca davanti all’atarassica clausura del figlio Virgilio si interroga, si lambicca in congetture, interpretazioni, indagini diagnostiche improbabili e sconclusionate, per poi fermarsi sulla soglia dei silenzi di suo figlio. Sciacca parla ad una porta chiusa e non osa oltrepassarla: è immobilizzato dal terrore, incapace di entrare nella vita del figlio e farsi da guida.  Alessandro, Giada e Virgilio sono figli orfani di modelli, di guide, figli costretti, di fronte alle continue invasioni di campo dei loro padri, a mettere argini, tracciare confini, innalzare mura e barricate. Sono figli affetti da Hikikomori: la loro difesa è l’isolamento, la chiusura rispetto al mondo, una chiusura che lasci intatta la loro purezza, che lasci loro il tempo per trovare se stessi, per tracciarsi una […]

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Apologia di Andrea Chiodi: carnage al Mercadante

Dal 28 gennaio al 2 febbraio va in scena al Mercadante Apologia: Kristin e i suoi figli sono i protagonisti di un carnage familiare. Andrea Chiodi mette in scena, con grande fedeltà e sapiente ricostruzione, Apologia, un testo di Alexi Kaye Campbell. La quarta parete è quella di una casa di campagna: dentro, in occasione di una cena di compleanno, va in scena lo psicodramma di una normale famiglia inglese. Elisabetta Pozzi, in una performance fuori dall’ordinario, rende tutta la portata ingombrante e asfissiante di Kristin Miller, storica dell’arte, donna colta, appassionata estimatrice della rivoluzione artistica di Giotto, impegnata, salvatrice e redentrice del mondo occidentale. Kristin è, però, agli occhi dei suoi due figli, anche una madre disattenta, giudicante, distante e talvolta assente. Nelle sue parole tutto il disappunto nei confronti di Peter (Christian La Rosa), finanziere che stupra il terzo mondo, nel pieno di una conversione religione, promesso sposo di Trudi (Francesca Porrini), ragazza americana ultra cattolica, perbene, a tratti perbenista, e Simon (Emiliano Masala) scrittore in crisi, da tempo in depressione, prosciugato dall’amore per Claire (Martina Sammarco), attrice di avvilenti soap opera. Il compleanno di Kristin: quale occasione migliore, per figli e nuore, per una resa dei conti. Lei è una madre assente, insensibile, quasi sorda quando presente; è una suocera esigente, intransigente, intollerante di fronte al pressappochismo, spietata nei giudizi e nelle sentenze. Simon e Peter, da sempre sovrastati dall’ombra asfissiante della madre, vedono in questa reunion l’occasione per guardare in faccia il proprio passato come si fa con una vecchia foto. È l’occasione giusta per la vendetta contro una madre da cui si sono sentiti abbandonati e ignorati, una madre che li considera panni sporchi da lavare in famiglia, che tace i loro nomi nei suoi memoires. Dialoghi fitti, pochi e densissimi silenzi, una fiumana di botta e risposta che cela un innesco, un ordigno pronto a saltare: una macchia di vino su un abito da 2000 sterline sarà la scintilla. Da lì in poi il carnage: ingratitudine, rancore, accuse più o meno velate, vecchi attriti che diventano urti devastanti, rivelazioni, scheletri che escono dagli armadi e fanno danni incommensurabili. Kristin, forse paralizzata dal senso di colpa, finge di non capire, davanti alle proprie responsabilità devia, cambia strada, gira lo sguardo per continuare a non vedere. La soluzione arriva da chi meno te lo aspetti: Trudi, ingenua e semplice ragazza americana, che ha trovato in Gesù la strada in discesa, la soluzione per una vita facile, incarnazione della superficialità americana, è colei che riesce a trovare il filo spezzato in un groviglio di risentimenti e sensi di colpa. Il perdono: è il perdono, che Kristin non ha mai concesso a se stessa, la soluzione. foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/apologia/#gallery/e4b5e24f52ebc566d006664de03a9005/2828

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Peppe Iodice in Jody Beach Party: l’estate a Gennaio al Teatro Augusteo

Jody Beach Party è lo spettacolo ideato da Lello Marangio e Peppe Iodice, con regia di Francesco Mastrandrea e ha portato con sé l’odore del mare e il suono dei tormentoni estivi  in sala al Teatro Augusteo le sere del 23 e 24 Gennaio, stravolgendo completamente la percezione dello spazio-tempo. Com’è nata l’idea del Jody Beach Party? Ce lo spiega Peppe Iodice in persona all’inizio dello spettacolo. Non è tanto per andare contro o competere con Lorenzo Jovanotti, quanto il desiderio di vivere la vita di tutti giorni, per quanto abitudinaria a volte, con la voglia di divertirsi. Infatti il Jody Beach Party parte dall’essere spettacolo per diventare un’esperienza condivisa. Il pubblico interagisce attivamente e segue e cambia le carte in gioco, ride e risponde. L’atmosfera che si respira appena si entra in sala è elettrica. Le maschere camminano tra le file e le poltrone con cesti pieni di cibo e vivande, tanto da avere l’impressione di essere al Super Bowl negli U.S.A. Il palco è completamente inondato dalla luce dei fari, forti come il sole in Agosto. Alla consolle c’è Daniele “Decibel” Bellini, speaker dello stadio San Paolo che riesce ad interagire con grande alchimia insieme a Peppe Iodice e a divertire il pubblico con il mix e la scelta delle canzoni. La musica non è solo un accompagnamento, ma vero e proprio strumento di viaggio nel tempo. Tra gli ospiti speciali ci sono i Los Locos, duo italiano di musica latino-americana composto da Roberto Boribello e Paolo Franchetto. Il loro beat ci riporta con un battere di ciglia automaticamente all’inizio degli anni novanta e i colori delle camicie fluo stile hawaiano incoronano l’atmosfera. E tra le note di Mueve la colita  e El tic tic tac abbiamo momenti di “serietà” con un pezzo che si avvicina molto per lo stile ai monologhi di stand-up comedy con temi che trattato l’imprevedibilità e la disorganizzazione del sopraggiungere della morte e un monologo che celebra per vie traverse l’importanza della cultura. A dividere il palco con Peppe Iodice, oltre a ballerini, amici e baristi, c’è Lello Marangio, co-conduttore e la voce indispensabile dell’amico razionale nelle serate di festa, quell’amico che non ti abbandona nemmeno durante le serate in cui hai bevuto un po’ di più. Si raggiunge la sublimazione del party con la celebrazione di un matrimonio, l’amore come parte del divertimento e il sentimento che porta con sé la felicità di una semplice e indimenticabile serata estiva, come quella del Jody Beach Party. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro Augusteo, consultate il seguente sito: http://www.teatroaugusteo.it/1/cartellone_2019_2020_1365226.html

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Malacrescita di Mimmo Borrelli: storia di sangue

Mimmo Borrelli è al Teatro Nuovo, dal 10 al 12 gennaio, con Malacrescita, testo potente e conturbante tratto La madre: ‘i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma  Con Malacrescita Mimmo Borrelli, ancora una volta, ruba, depreda, saccheggia la tragedia greca: lo fa per costruire personaggi dalla statura mastodontica, per raccontare un agghiacciante presente, per turbare e scuotere coscienze, per ottenere la catarsi, per plasmare la sua lingua. Malacrescita porta in scena una rediviva Medea, Maria Sibilla Ascione, figlia di camorrista, moglie di Santokanne, il camorrista Francesco Schiavone, madre di due gemelli che lei stessa rende dementi, avvinazzandoli. Malacrescita nasce dall’inevitabile esigenza di narrare la storia di come un uomo, un marito, un amore possono ridurre una donna, portarla alla più truce, crudele e innaturale delle vendette: quella di Medea sui suoi figli. Mimmo Borrelli presta la sua voce ai due gemelli, figli nati dall’amore di Maria Sibilla per Schiavone, eppure non voluti: quella di Maria Sibilla è una maternità che nasce dal vizio, non dal desiderio. I due gemelli, pasciuti con il vino, vengono resi inabili e abbandonati da una madre che, come Medea, vede in loro l’unica possibilità di vendicarsi del proprio uomo: tutti sapranno che Schiavone è padre di due figli scemi. Sono proprio i gemelli a

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La moderna decadenza nel Satyricon di Piccolo e De Rosa

Al San Ferdinando va in scena la rivisitazione teatrale e moderna del Satyricon di Petronio, lo spettacolo ispirato all’opera di Petronio su testo di Francesco Piccolo e regia di Andrea de Rosa sarà in programma fino al 19 Gennaio. Su una scena ostentatamente dorata si muovono personaggi che rappresentano i tipi e gli stereotipi della società contemporanea, fissi nell’immobilità dei luoghi comuni che ne disegnano i tratti distintivi e indaffarati nell’intessere relazioni realissime e modernissime nella loro vacuità. Siamo ad una festa che è anche una cena, una cena Trimalchionis dei giorni nostri che ripropone una delle innumerevoli e ripetitive celebrazioni che affollano la mondanità cittadina. Ma è una celebrazione che, lungi dall’essere gioiosa condivisione, è uno spietato specchio della decadenza e della povertà di contenuti e valori che ne animano i protagonisti. Come nel ritratto che Petronio ci da della decadenza dell’Impero Romano e della sua classe dirigente, la rilettura di Piccolo guarda ai tratti più moderni di quel ritratto di 2000 anni portando in scena con ironia la drammaticità della decadenza contemporanea. Una decadenza morale, quella su cui si sofferma il Satyricon di Piccolo e De Rosa, la cui più moderna e drammatica manifestazione è la povertà e ripetitività del linguaggio quale espressione dello smarrimento di pensieri e contenuti. Così sulla scena i personaggi si rincorrono e si sfuggono in una danza frenetica ma sempre uguale, un ritmo convulso ed agitato fatto di gestualità convenzionali nel quale si riconosce in trasparenza l’assoluta assenza di una direzione. Animati dall’urgenza di una manifestazione e riaffermazione delle proprie convinzioni, gli invitati si perdono di fatto in un flusso nevrotico di conversazioni vuote che ruotano intorno a temi e codici linguistici stereotipati. Luoghi comuni, citazioni pseudo-intellettuali e banali cliché scandiscono il ritmo della conversazione e delle relazioni umane con l’anestetica freddezza del metronomo che segna il tempo della scena. Nel caos di parole vuote e conversazioni sterili si riconosce tuttavia il tentativo disperato di distrazione dalle inquietudini e dal senso di smarrimento che attanaglia tutti i personaggi. Così il ritmo estenuante è interrotto all’improvviso da parole scandalose che ammutoliscono la scena con la loro autenticità. Fragilità, necessità, dolore sono verità che lasciano tutti senza parole e danno lo spunto ai singoli personaggi per lanciarsi in monologhi apparentemente vibranti. Il ritmo si innalza in maniera iperbolica dando l’impressione di segnare finalmente una direzione, ma la ripetizione di schemi linguistici convenzionali priva le parole del loro senso più profondo e la conversazione si disperde nuovamente nei mille rivoli della banalità e superficialità. Uniche voci fuori dal coro di questo moderno Satyricon sono quelle di Trimalcione e della giovane moglie Fortunata. I due personaggi incarnano l’eterno dualismo tra cultura e potere del denaro. Con la sua concreta e volgare praticità, Trimalcione (Antonino Iuorio) impone il suo punto di vista riaffermando il peso che hanno nell’esistenza quotidiana il denaro e la capacità di affermazione degli individui. Quello di Trimalcione è però un punto di vista che si riveste di parole altisonanti e citazioni dotte per poter […]

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In girum imus nocte et consumimur igni: la deriva dell’uomo postmoderno

In girum imus nocte et consumimur igni, Roberto Castello e ALDES presentano l’epopea dell’uomo postmoderno al ridotto Bellini. Il 3 volte Premio UBU Roberto Castello porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini con In girum imus nocte et consumimur igni(Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco), uno spettacolo di danza, cinema e teatro, che prende il titolo da un enigmatico palindromo latino di incerta origine, e che affronta, in modo del tutto inedito e sperimentale, la crisi dell’uomo. ALDES è una sorta di compagnia acefala, priva di un capocomico, una compagnia di artisti e operatori culturali che dal 1993 si occupa di sperimentazione artistica. ALDES, sotto la direzione di Roberto Castelli,  fonde le arti, abbatte i muri tra cinema, teatro, danza, musica nella convinzione che l’arte possa parlare a tutti di tutto. L’arte può e deve parlare di ciò che artistico non è, come la confusione, lo smarrimento e il disorientamento dell’uomo nel presente. Quattro attori vestiti di nero (Alice Giuliani, Mariano Nieddu, Giselda Ranieri, Stefano Questorio) si muovono convulsamente, scompostamente, come in trance. Non c’è colore, non ci sono parole: una luce bianca, fredda, illumina a tratti, taglia la scena, crea immensi bui, vertiginosi coni d’ombra. Una danza frenetica, ritmata ma convulsa occupa la scena: 60 minuti di musica, un loop elettronico, assordante e ossessivo, accompagna il naufragio dell’uomo, della società, dell’Italia contemporanea. Lo spettatore, ipnotizzato dalla musica e dalle immagini, si immedesima negli eroi di una tragedia: una tragedia in cui non c’è violenza, non c’è sangue, ma solo smarrimento, caos, perdizione. Gli eroi di questa tragedia non combattono, non aspirano, non corrono: si muovono a vuoto, sbattono come mosche in un barattolo, cercando un dio nel denaro e nella vanità e stanchi, sfiniti e avviliti smarriscono la strada. In girum imus nocte et consumimur igni è il commovente ed empatico ritratto della misera condizione umana, un ritratto che non vuole condannare, stigmatizzare, che non ha la presunzione di offrire soluzioni, vie d’uscita o di fuga, ma solo vuole testimoniare, riferire, fotografare, gettare luce sul presente. É, dunque, lo spettacolo a dare un senso al titolo e non viceversa: il palindromo latino di incerta derivazione, nello spettacolo di Roberto Castello, prende la forma di un girovagare nelle tenebre, alla vana ricerca di una luce. foto: comunicato stampa

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Il maestro e Margherita: in scena l’umano e il sovrumano

Al Mercadante, dal 10 al 15 dicembre, va in scena Il Maestro e Margherita, romanzo dalle immagini potenti e oniriche di Bulgakov, riscritto da Letizia Russo. Chiunque abbia letto Il maestro e Margherita andrà a teatro incuriosito e allo stesso tempo prevenuto; si siederà sulla sua sediolina di velluto con lo sguardo di chi pensa: “non ce la faranno mai!”. Poi lo spettacolo ha inizio e, nell’arco di quasi 3 ore, ondate di immagini, suoni, parole e colori investono lo spettatore, lo stordiscono. Ventuno personaggi, undici porte che danno su una scena scarna, spoglia, essenziale. Undici porte ingoiano e risputano continuamente personaggi, oggetti, voci, storie. Bulgakov ci propone una verità poco plausibile, troppo assurda per risultare credibile, troppo terrificante da poter accettare: è la verità del sovrumano. Solo un’architettura impressionante, complessa e solida come quella costruita dalla regia di Andrea Baracco e dalla scenografia di Marta Crisolini Malatesta poteva rendere efficacemente la terrificante assurdità del sovrumano. A sigillare i pezzi di questa mirabile e funambolica architettura, una sequenza di immagini di rara potenza: una Pietà in cui sono le braccia di Ponzio Pilato (Francesco Bonomo) a tenere il corpo morto di Jeshua (Oskar Winiarski); anime dannate per l’eternità sfilano su passerelle di legno; una corda diventa le onde di un fiume; un treno in corsa, dalle luci accecanti che invadono la sala, mozza il capo di Berlioz (Francesco Bolo Rossini). «La magia nera non è poi così nera per un popolo che ha rinunciato al mistero», denuncia Margherita. Satana è a Mosca e presto tutta la città se ne accorgerà. Il perturbante e seduttivo Woland, che ha la voce e il corpo di un magnetico Michele Riondino, con il suo seguito demoniaco composto dal gatto Behemoth (Giordano Agrusta), il mago/ maggiordomo Korov’ev (Alessandro Pezzali) e la pestifera strega Hella (Carolina Balucani), ha tutta l’intenzione di portare scompiglio e disordine, nella Russia comunista, in un mondo ormai appiattito, disidratato dall’avidità e dalla cupidigia. Nel mondo di Bulgakov l’unico Dio è Satana: è lui a decidere il corso degli eventi, è lui a decidere cosa ne sarà di ogni personaggio. Woland, come un Dio capriccioso e ammaliatore, gioca con le persone, le manipola, le confonde, taglia e cuce a suo piacimento il tempo e lo spazio. I personaggi, da questo gioco, ne escono scossi, provati, sfibrati. Solo Margherita riesce a muoversi con sicurezza in un mondo di ombre e forze demoniache, a guardare in faccia, senza paura, la terrificante realtà del sovrumano. “Questa pace che non è pace è la sola cosa che mi fa paura” Per Margherita la vita senza il Maestro, l’uomo a cui è legata da un amore irriducibile, è una prospettiva spaventosa, agghiacciante, è una pace che non è pace: dunque, quando Satana, un Dio che ama gli uomini nella loro libertà, le darà la possibilità di scegliere, Margherita preferirà l’Inferno ai doni di Dio. Abbiate letto o meno Il maestro e Margherita, andate al Mercadante e immergetevi nel mondo pirotecnico e caleidoscopico di Bulgakov! foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/  

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