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Eroica Fenice

La Tag: recensione teatrale contiene 55 articoli

Recensioni

Peter pan forever – Il musical al Teatro Augusteo

Peter Pan torna a volare nella nostra vita, accompagnato dalla sua magica storia, al Teatro Augusteo di Napoli, dall’8 al 17 febbraio. La regia è quella di Maurizio Colombi con musiche di Edoardo Bennato. Lo spettacolo è sicuramente dedicato a tutta la famiglia, non più adatto ai bambini che agli adulti, anzi. Il mondo che viene messo in scena sul palco è familiare a tutti i bambini in sala, forse un po’ meno agli adulti, che proprio come i genitori della famiglia Darling, presi da mille impegni, sono invitati a intraprendere un viaggio che non ha bisogno di tempo e orari prestabiliti, bensì solo di… fantasia.  La trama di Peter Pan, una storia senza tempo Lo spettacolo teatrale riprende il racconto di J. M. Barrie “Peter e Wendy” del 1911. Ci troviamo a Londra, dove un cantastorie promette a tutti i bambini che lo ascolteranno di farli volare con le proprie parole. “Una moneta per una storia, due per una canzone!”, e sulle note di “Ma che sarà…” inizia il viaggio verso una realtà non molto lontana dalla nostra; il cantastorie non è ben visto dai genitori dei bambini che stanno ad ascoltarlo. Vogliono infatti cacciarlo, perché racconta frottole, deviando i bambini dalla realtà. Inizia così il nostro viaggio; la scena si apre sulla camera da letto di John, Micheal e Wendy Darling. I bambini ascoltano le storie raccontate dalla sorella maggiore e si immedesimano nei loro personaggi preferiti: Peter Pan e Capitan Uncino. L’arrivo del signore e della signora Darling, però, rompe l’incanto; presi dai preparativi per la festa a cui devono partecipare, mettono i bambini a letto e allontanano il cane Nana, che funge anche da bambinaia, e che aveva fino ad allora protetto i bambini da ogni pericolo. Il padre inoltre, stanco delle “fandonie” raccontate da Wendy ai suoi fratelli, afferma che quella sarà la sua ultima notte in quella camera. Deve crescere, basta con le storie. Ma sarà quella la notte in cui Peter Pan, tornato in camera dei Darling a recuperare la sua ombra, precedentemente rubata da Nana, asseconderà il desiderio di Wendy, e condurrà i bambini verso la famigerata Isola che non c’è, sulle note dell’omonima canzone. Wendy dovrà in cambio fungere da mamma e raccontare le sue meravigliose favole ai bambini sperduti, che abitano l’isola. Dopo aver insegnato ai tre bambini il segreto per volare, ovvero quello di avere solo pensieri felici, essi affronteranno un viaggio celeste, accompagnati da Trilli, la fatina compagna di Peter. La scena si riapre sulle note de “Il rock del Capitan Uncino”; ci troviamo sul galeone del famigerato nemico di Peter che, insieme a Spugna, il suo consigliere ubriacone, e la sua ciurma, tramano per vendicarsi di un precedente duello con Peter, che ha visto Capitan Uncino perdere la sua mano, andata in pasto ad uno spaventoso coccodrillo. La scena cambia e ci troviamo immersi nella foresta, accolti da una tribù di indiani pellerossa. Nascosti ci sono i bambini sperduti. Questi vivono senza nessuna costrizione e fanno ciò […]

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Recensioni

Una pura formalità di Annamaria Russo, il dramma dei ricordi

Nella cornice del Real Orto Botanico va in scena, per la rassegna “Brividi d’Estate” organizzata da “Il Pozzo e Il pendolo“, il dramma dei ricordi e delle identità sospese di Una pura formalità (regia di Annamaria Russo). Riadattamento teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore, Una pura formalità è un intenso rompicapo che gioca con il tema del ricordo sovrapponendo identità reali e surreali nella dolorosa ricerca della verità. “Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle! … Ricordare, ricordare è come un po’ morire.” Notte fonda e cupa, il silenzio caricato di tensione dal rombo dei tuoni e dall’impetuoso scroscio di una pioggia torrenziale. La luce si accende su una scena spoglia ed essenziale, una solitaria stazione di polizia di un remoto paesino di campagna, il sordo ticchettio della pioggia che gocciola dal soffitto riecheggia esasperando l’ansia dello spettatore. Sulla scena irrompono due figure, un agente di polizia conduce un uomo infreddolito e fradicio di pioggia. L’uomo è stato fermato in un bosco dove vagava sotto la pioggia incessante, l’uomo non ha documenti e fornisce spiegazioni contraddittorie e confuse del suo stato. Poco lontano, nel medesimo bosco e nella medesima notte viene rinvenuto un cadavere dal volto sfigurato. Si apre così quello che all’apparenza è un mistero di cui tutti, spettatore incluso, sembrano conoscere la soluzione tranne l’accusato. Onoff è uno scrittore di grande fama, ad interrogarlo per una “pura formalità” un commissario che ama e conosce profondamente tutte le sue opere. Nella spasmodica ansia di un convulso interrogatorio i dettagli della faccenda emergono con apparente chiarezza facendo risaltare per stridente contrasto i vuoti di memoria e le contraddizioni di Onoff. Le macchie di sangue sugli indumenti dello scrittore, l’inquietudine che traspare da ogni suo gesto, la reticenza ed imprecisione di tutte le sue risposte, il tentativo di fuga dell’accusato, l’arma del delitto, tutti i tasselli sembrano incastrarsi alla perfezione inchiodando Onoff alle sue responsabilità. Ma nel corso dell’interrogatorio, i dubbi dello spettatore invece di dipanarsi si fanno più densi, le identità e i ruoli si confondono e nulla è più come appariva all’inizio. La vittima sconosciuta assume identità diverse, l’editore, l’agente, la seconda moglie dello scrittore diventano personaggi sovrapponibili, volti sconosciuti immortalati in fotografie che lo scrittore scatta per fissare i ricordi della sua vita. Il ruolo di accusatore ed accusato diventano confusi e l’atteggiamento ambiguo del commissario spinge lo spettatore a mettere in dubbio l’intero impianto accusatorio. La stessa identità dell’accusato è messa in dubbio, la sua biografia, che il commissario conosce nei minimi dettagli, è in realtà frutto di una costruzione fittizia funzionale all’immagine pubblica che lo scrittore è costretto a dare di sé. Il suo stesso nome e la sua opera più famosa si rivelano una finzione. Entrambi rubati ad un barbone che lo scrittore considera suo maestro. Il dramma che attanaglia Onoff e tiene con il fiato sospeso lo spettatore troverà la sua soluzione […]

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Teatro

The Handmaid’s Tale, racconto distopico di una donna-oggetto

È andato in scena il 6 luglio alla Galleria Toledo The Handmaid’s Tale- Il racconto dell’Ancella, spettacolo tratto dal romanzo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza. Non ci sono dialoghi ma solo un lungo, intenso monologo, recitato dalla talentuosa Viola Graziosi, che con grande pathos trasporta lo spettatore nel distopico mondo di Gilead, dove la donna è tale solo se in grado di partorire un figlio. Le altre sono non-donne, ribelli, amorali, usurpatrici indegne di un corpo fatto esclusivamente per generare vite. The Handmaid’s Tale e la lotta per la rivendicazione del corpo femminile A Gilead, la famiglia non può certo dirsi “tradizionale”: è composta da un Capitano, una moglie sterile e un’ancella fertile, utilizzata come mero strumento di concepimento. Una volta adempiuto al loro dovere, le ancelle vengono allontanate dal bambino che hanno messo al mondo, che diventa a pieno titolo figlio “legittimo” dei padroni. Difred è l’Ancella del Capitano Fred Waterford, sposato con Serena Joy, e come tutte le altre indossa un lungo abito rosso, il colore del sangue, e un cappellino bianco con le alette che servono a coprire il volto, mascherando la sua femminilità. Le ancelle passeggiano  due a due, con il capo chino, rompendo il silenzio per pronunciare espressioni come Benedetto il frutto, Possa il signore schiudere, Il signore ci ha mandato bel tempo, Sia lode. Un repertorio di frasi di circostanza che diventa l’unico modo per comunicare, dato che i libri sono stati mandati al rogo e scrivere è severamente vietato. L’unica lettura concessa è la Bibbia, testo ritenuto utile per l’educazione di donne devote e sottomesse all’autorità del pater familias. June lavora nel campo dell’editoria, è sposata con Luke ed è madre di una bambina. Immagina di comprare una casa grande col giardino e l’altalena, poco importa il fatto che non può permettersela: è una giovane donna libera, padrona del suo corpo e della sua mente, piena di entusiasmo, passione e curiosità, circondata dalle persone che ama. Dopo una guerra civile la vita di June viene completamente stravolta, perché il regime teocratico totalitario di Gilead prende il comando nella zona un tempo conosciuta come Stati Uniti e le donne in età fertile vengono allontanate dalle loro famiglie per trasformarsi in incubatrici a servizio di ricchi senza scrupoli. È così che June diventa (proprietà) Di-Fred, costretta a subire la mortificazione del suo corpo di donna attraverso un atto sessuale che non può essere chiamato copulazione, dato che manca il consenso di entrambi i partner, né stupro, in quanto è stato sottoscritto un accordo. Il tutto sotto gli occhi di Serena, che a differenza delle altre mogli non prova malvagia soddisfazione ma solo inerme disgusto e repulsione. Chi di noi sta peggio, lei o io?  Viola Graziosi portavoce dei diritti delle donne La scena si apre con una serie di scarpe rosse disposte sul palco, richiamando l’immagine delle manifestazioni contro la violenza sulle donne. Ed è proprio di violenza che si parla ne Il racconto dell’ancella, lettura scenica elaborata da Loredana Lipperini per […]

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Lettera a un bambino mai nato. Madre, sost. femminile singolare

Lettera a un bambino mai nato. Madre, sost. femminile singolare: Il pozzo e il pendolo ci regala nuovi “Brividi d’estate” con la lettura di “Lettera a un bambino mai nato”. L’Orto Botanico, una scenografia essenziale, luci basse, ombre, la voce di Rosalba Di Girolamo, le parole di Oriana Fallaci, musica. “Stanotte ho saputo che c’eri”. “Essere madre non è un mestiere e nemmeno un dovere, essere madre è un diritto”. Lettera a un bambino mai nato è la paradossale celebrazione della vita, della scelta di dare la vita pur continuando ad essere, ad esistere come donna oltre che come madre. Lettera a un bambino mai nato è la storia di una una donna che prima è stata una figlia non desiderata e che ora è madre di un figlio non cercato. Rosalba Di Girolamo mette in scena il dubbio, il ripensamento, la lacerante scelta tra essere donna e essere madre, poiché l’essere madre a volte esclude la possibilità di essere donna. 3 settimane: 2 mm e mezzo eppure il tuo cuore, in proporzione, è 9 volte più grande del mio. Questo essere che ancora non esiste è presente e la sua sola presenza le impone di donargli la vita anche se c’è un padre che medita su come disfarsene; di metterlo al mondo anche se il mondo è un mondo difficile, un mondo di uomini, un mondo che pensa al maschile; di farlo nascere anche se questo bambino potrebbe non volerlo, perché farlo nascere è la cosa giusta. A 5 settimane sei 3 mm, simile ad una larva, un essere senza volto e senza cervello, un essere che ignora di esistere. La protagonista è una donna continuamente preda del dubbio e di umori variabili e discordanti, che vede in questo bambino, in questo essere che “le ruba se stessa”, che “respira il suo respiro“, una minaccia alla sua esistenza come donna, come giornalista.  6 settimane: un pesciolino con le ali, la scienza mi ha dato la certezza che esisti. Questa donna farà un figlio senza un uomo in un mondo fatto su misura per gli uomini: allora lei dovrà proteggere se stessa e il suo bambino dagli sguardi scandalizzati, dal biasimo e dalla silenziosa condanna del farmacista che le vende la luteina, del sarto a cui chiede un cappotto più “abbondante” per l’inverno che verrà, del commendatore “che aveva grandi progetti per lei”, della sua amica sposata al quarto aborto in 3 anni. Nonostante ciò, il solo pensiero di uccidere questo bambino la uccide: lo proteggerà da tutto e da tutti, ma non da se stessa.  2 mesi: l’embrione diventa feto. Le cose si complicano. Il commendatore ha un progetto cucito addosso a lei, il medico le impone il riposo. La tenerezza della maternità non scalfisce la fierezza di essere donna. Essere donna mentre si è madre sta diventando sempre più difficile; scegliere diventa sempre più doloroso.  3 mesi: 6 cm e 8 grammi Il padre che voleva disfarsene, che cercava soluzioni ad un “crimine” commesso in due, ci ripensa: questo bambino […]

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La Tempesta di Shakespeare: un surreale pastiche letterario

Luca De Fusco stravolge Shakespeare e regala al pubblico di Pompei Theatrum Mundi una Tempesta sotto forma di pastiche artistico. Il 20 giugno la prima de La Tempesta di Luca De Fusco al Teatro Grande di Pompei, primo spettacolo dell’edizione 2019 di Pompei Theatrum Mundi. Dopo il debutto a Pompei, lo spettacolo andrà in scena al Teatro Romano di Verona il 28 e 29 giugno 2019  La tempesta di Shakespeare, per esplicita volontà del regista, diventa un enorme contenitore in cui si amalgamano immagini surreali, clamorosi anacronismi, arditi accostamenti, citazioni letterarie e cinematografiche. In una scenografia essenziale, ma all’occorrenza immaginifica e onirica, semovente e magica, convivono Machiavelli e Jocker, il Re Sole e la Decalcomania di Magritte; la musica si mescola alla prosa, Shakespeare incontra De Filippo, la tragedia si risolve in farsa, Giunone si veste da Marilyn, la vendetta sfuma in perdono. La Tempesta, riadattata e diretta da Luca De Fusco, va in scena nel chiuso della biblioteca di Prospero: il protagonista, interpretato da Eros Pagni ed ispirato più o meno inconsapevolmente a Renato De Fusco, padre del regista ed emerito storico dell’architettura, dalla dimensione protettiva e claustrofobica della sua biblioteca manovra come abile demiurgo ogni avvenimento, personaggio o evento per piegarli al proprio progetto di vendetta e rivalsa. Prospero, malvagio e sadico come la più vendicativa delle Medee, gioca come il gatto con il topo con i suoi personaggi: li ipnotizza con la sua “musica fatata”, sconvolge le loro menti e li fa sbandare, li piega al suo volere, li seduce, li circuisce e li raggira. Il Prospero di De Fusco si presenta fin dall’inizio come un appassionato letterato che ha votato tutto se stesso al sapere, all’arte e alla conoscenza, come un “sovrano che aliena la sovranità”, per cui “la biblioteca è un regno più che sufficiente”. Prospero è a tal punto intriso di letteratura e teatro da diventare lui stesso drammaturgo, autore di trame e personaggi: tutto ciò che accade accade perché è Prospero a volerlo, a prevederlo, a renderlo possibile, in un intreccio sapiente tra caparbia volontà e provvidenziale predestinazione. E allora i personaggi che ruotano attorno al protagonista o sono suoi complici, come l’affascinante e naïf Ariel, interpretato dalla bravissima Gaia Aprea, o narcotizzate marionette che rincorrono illusioni. Ma Prospero non vuole davvero il potere né la vendetta: ha trascurato il trono fino a perderlo e alla fine del dramma concederà al fratello usurpatore un perdono neanche richiesto. Il motore di Prospero è la volontà di autoaffermazione, il desiderio di controllo, il sadico compiacimento che prova nel manovrare e manipolare. Al centro de La Tempesta ci sono anche i torbidi e ciclici giochi di potere, in cui il tradimento genera tradimenti, l’usurpatore finisce per usurpare: in una inevitabile e perversa anaciclosi, in cui ognuno vuole essere “re di se stesso”, i vari personaggi, da Prospero al fratello Antonio fino al mostruoso Calibano (interpretato dalla stessa Aprea), tradiscono e usurpano poiché traditi e usurpati. In questi torbidi giochi si muovono, però, anche personaggi dotati di […]

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Teatro

Giulietta e le altre di Wanda Marasco: lacrime unite in una catena

Giulietta e le altre, scritto e interpretato da Wanda Marasco, che ha magistralmente vestito i panni di queste grandi donne, da Giulietta a Medea, da Antigone a Nora, è andato in scena per la prima volta, in assoluto, ieri, 13 giugno (replica stasera alle ore 19), presso la Sala Assoli, in occasione del Napoli Teatro Festival Italia, suscitando grande entusiasmo e commozione nel pubblico. Venite. Chisto è ‘o finale. ‘E llacreme hann”a cad’ ‘nterra e po’ hann”a ruciulia’ pe’ tutto ‘o munno, comme a ‘na catena… Una stanza semibuia, una donna scalza, con i capelli legati e un abito azzurro, che entra in scena bisbigliando parole tra sé e sé. Un grande tavolo di legno, vuoto, eppure pieno, imbandito di storie. Storie di donne. Storie diverse, ma tenute insieme dai fili dell’amore, della passione, della rabbia, dell’odio e di quella resilienza di cui maestro sa essere l’animo femminile. Voce narrante quella della balia, che si accinge a impastare pane per le sue bambine, donne cresciute, invecchiate, eppure mai morte. Giulietta e le altre, di e con Wanda Marasco Donne che da secoli continuano a vivere calcando tavole di teatri e che in fondo si annidano in ognuno di noi. Si raccontano, mettendo a nudo, in modo disarmante, il loro universo interiore, così complesso e per questo così affascinante. Intenso il monologo di Giulietta, simbolo di impulsività, passione e idealismo. La sua infatuazione adolescenziale viene elevata al rango di amore sacro, che la unirà al suo amante su letto di morte. Morte che toccherà anche ad Antigone, figlia di Edipo, eroina romantica e ribelle che, sola, si oppone al dominio ingiusto di un tiranno. Antigone, nata non per condividere l’odio, ma l’amore. Per lei nessuna legge umana può contrariare certi principi: nessuno può impedire la sepoltura di un corpo, nemmeno se appartiene ad un traditore, soprattutto nessuno può vietare ad una sorella di seppellire il proprio fratello. Ipnotizzante il discorso rabbioso e drammatico di Medea, la maga della Colchide tradita da Giasone in nome di leggi che, da barbara, non può capire. Furiosa, ma fin troppo razionale, si vendica del marito, macchiandosi del peggiore dei crimini: l’uccisione dei figli. Forza e disperazione, lucidità e follia, dolcezza e violenza. I toni luttuosi diventano d’improvviso festosi: è Natale e Nora gioca con i suoi bambini, lei, un giocattolo tra i giocattoli, che decide si spogliarsi del suo ruolo di bambola: grande inno alla libertà, insopprimibile, dell’essere umano. E quando tutte loro stanno per sedere a tavola, arriva a chiudere il cerchio di quel dolore, che sembra non conoscere spazio e tempo, Filomena. Filomena Marturano, che proprio non ce la fa a non iniziare il suo racconto dal vico San Liborio e proprio non ce la fa a trattenere le lacrime, quelle lacrime che per una vita intera le sono rimaste bloccate dentro.  Intanto il pane è pronto e Giulietta e le altre, queste bambine, invecchiate ma mai morte siedono a tavola e parlano e ridono, e ridono e parlano, dimenticandosi di tutto il resto, mentre il buio […]

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Recensioni

Shakespeare amore mio: in viaggio nell’umanità di Shakespeare con Maximilian Nisi

Shakespeare amore mio: lo spettacolo di Maximilian Nisi che mette in scena l’umanità dei personaggi shakespeariani Con “Shakespeare amore mio”, interpretato dall’attore Maximilian Nisi, si è conclusa la rassegna “Tutto il mondo è palcoscenico” diretta da Gianmarco Cesario e ambientata nel suggestivo scenario del Succorpo Vanvitelliano della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore di Napoli. La rassegna teatrale, ormai giunta alla sua quarta edizione, è un omaggio all’opera di William Shakespeare e alla sua così moderna capacità di scandagliare l’animo umano e i controversi sentimenti che lo dominano. Accompagnata dalle dolcissime note dell’arpa del maestro Gianluca Rovinello, l’emozionante voce di Nisi ci conduce per mano in un viaggio dentro i dubbi esistenziali e le travolgenti emozioni dell’animo umano. Su uno sfondo di immobili e geometriche simmetrie, prendono vita alcuni degli umanissimi drammi nati dal genio del drammaturgo inglese. Ma ad essere messi in scena non sono semplicemente i personaggi shakespeariani bensì le loro personalità, i desideri che animano le loro azioni, i drammi e i dubbi che turbano le loro coscienze. Attraverso le parole di Romeo, Amleto, Otello, Macbeth, Riccardo II e Marco Antonio, Nisi dà corpo alle loro molteplici e complesse psicologie, invitando lo spettatore a guardare nel fondo di esse. È, dunque, un percorso intimista quello proposto da Nisi, un viaggio nel poliedrico universo umano che ripercorre le “sette età della vita” e mette a nudo i più contrastanti stati dell’animo che turbano ciascuna di esse. Così sulla scena si susseguono la passione prima sublime e poi disperata di Romeo, l’esasperata ricerca della verità assoluta di Amleto, la sincerità e l’autenticità di Otello, che nutre la sua ossessione per la verità e ne arma la mano, la manipolatrice ambizione di Marco Antonio, che indossa il velo dell’affettuoso cordoglio. Ogni personaggio è uno specchio attraverso il quale lo spettatore riscopre se stesso, le sue ansie, le sue aspirazioni, i suoi sentimenti più vili e più umani. “Shakespeare amore mio” di Maximilian Nisi: una dichiarazione d’amore al grande bardo Nel dettaglio, lo spettacolo ha previsto estratti dalle opere: ‘Come vi piace’ – Atto II, Scena 7 ‘Romeo e Giulietta’ – Atto I, Scena 4 Atto II, Scena 2 – Atto III, Scena 3 ‘Amleto’ – Atto I, Scena 2 – Atto II, Scena 2 – Atto III, Scena 1 ‘Otello’ – Atto I, Scena 3 ‘Macbeth’ – Atto V, Scene 3 – 5 ‘Sonetti’ – LXVI LV CX ‘Sogno di una notte di mezza estate’ – Atto II, Scena 1 ‘Riccardo II’ – Atto IV, Scena 1 ‘Giulio Cesare’ – Atto III, Scena 2 ‘La tempesta’ – Atto V, Scena 1 ‘Sonetto CXXII’. Ne viene fuori un’appassionata celebrazione del genio di Shakespeare e della sua capacità di raccontare l’essere umano. La maestria del bardo nell’indagare la psiche umana e descriverne le infinite sfaccettature appare, nell’interpretazione di Nisi, in tutta la sua sorprendente contemporaneità. I personaggi portati in scena da Nisi si mostrano in tutta la loro umanità, così uguale alla nostra così come l’aveva immaginata Shakespeare più di 400 anni fa. Immagine: Ufficio stampa

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Teatro

Sogno di una notte di mezza estate, Shakespeare tra Eros e Freud

Sogno di una notte di mezza estate, recensione dello spettacolo di Gianmarco Cesario Alle cose più umili e vili e senza pregio l’amore può dare forma e dignità; l’amore non guarda con gli occhi, ma con gli affetti e perciò l’alato Cupido viene dipinto bendato; l’amore non ha il gusto del distinguere: alato e cieco, è tutta foga senza giudizio; perciò si dice che l’amore è un fanciullo: perché nelle scelte sbaglia quasi sempre. Pochi autori nella letteratura sono stati in grado di definire i labili e incostanti tratti dell’amore come il bardo. Nelle sue opere, infatti, William Shakespeare scandaglia per poi raccontare verso dopo verso, atto dopo atto, il sentimento in tutte le sue forme, dalle più innocenti e puerili alle più tragiche ed estreme. E in questa operazione, in questo suo studio dello scibile amoroso umano, egli anticipa quelli che saranno poi gli studi psicologici di Freud. Un esempio è riscontrabile in “A midnight summer dream” (Sogno di una notte di mezza estate), in cui la trasposizione onirica e surreale delle emozioni provate dai personaggi non è altro che un transfer del loro subconscio. Un subconscio che è destinato a rimanere tale e non arrivare mai al livello successivo di consapevolezza, a causa della società e delle sue dinamiche ancor più perverse. Su questo aspetto Gianmarco Cesario ha improntato la sua particolare riscrittura dell’omonima opera shakesperiana, che ieri è andata in scena nel Succorpo Vanvitelliano della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, nel corso della rassegna, di cui è anche il direttore artistico, “Tutto il mondo è palcoscenico”. Nella splendida cripta – uno dei tesori sconosciuti di Napoli – il regista e i suoi attori hanno incantato gli stanti con una rappresentazione dalla spiccata vis comica, nella quale l’elemento farsesco della rappresentazione di Piramo e Tisbe degli artigiani, e delle sue prove nel bosco, è arricchita da una caratterizzazione napoletana del gruppo (Capechiuovo, Strummolo e Zeppola sono i loro nomi). Sogno di una notte di mezza estate, tra Eros e folletti In Sogno di una notte di mezza estate è presente, come anticipato pocanzi, uno dei più famosi esempi di transfer onirico della letteratura inglese. Il mondo di Oberon, re degli elfi, del folletto Puck e della regina delle fate Titania, non è altro che uno scenario fantastico in cui l’Es possa esprimersi senza remore, senza rischiare di trovare ostacoli come invece accade nella città, paragonabile per questo al Super-io. Interessante è notare, inoltre, come praticamente tutte le tipologie di amore siano presenti sulla scena. Analizzando le varie coppie troviamo: l’amore ottenuto con la violenza (quello di Teseo e Ippolita), quello sincero e corrisposto (di Ermia e Lisandro), quello imposto (Ermia e Demetrio), quello non ricambiato (di Elena per Demetrio), quello perverso (di Titania e Bottom), quello dalla conclusione tragica (di Piramo e Tisbe), quello “incestuoso” (Egeo ed Ermia, Titania con il ragazzo indiano) e quello infedele (Titania e Oberon). Sogno o realtà? Il finale della commedia di William Shakespeare vede ancora una volta il sogno protagonista. Il monologo […]

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Teatro

Trainspotting di Sandro Mabellini al Piccolo Bellini

Dal 7 al 12 maggio al Piccolo Bellini va in scena Trainspotting, con la regia di Sandro Mabellini. Tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh, lo spettacolo mette in scena lo squallore e le vicissitudini di chi si ostina a rifiutare le convenzioni di una vita borghese attraverso i paradisi artificiali. Trainspotting di Sandro Mabellini, ieri ed oggi Trainspotting è un’opera che non ha di certo bisogno di presentazioni: arrivato al grande pubblico nel ’93 grazie al film di Danny Boyle, l’opera mostra le scapestrate vite di Mark Renton (interpretato nello spettacolo da Michele Di Giacomo) e dei suoi amici, sempre alla ricerca di un modo per procurarsi la tanto sospirata dose della giornata. Fin dalla prima scena è lampante ciò che il regista vuole comunicare: tutti i personaggi si presentano al pubblico mentre osservano con aria annoiata i treni sfrecciare davanti a loro, metafora del loro disinteresse verso altre potenziali esperienze al di fuori delle droghe pesanti. I motivi che spingono i personaggi a questa deriva sono molteplici e differenti fra loro, anche se quasi tutti hanno in comune il desiderio di rifuggire il dolore, che sia esso causato dalla rottura con la  propria fidanzata o da scelte di vita sbagliate che comportano altri inevitabili drammi. A fare eccezione a questa regola è proprio Mark, che fa della sua dipendenza una vera e propria opposizione alle regole di una società borghese, che impone ai suoi membri un lavoro alienante intervallato solo da brevi pause da dedicare all’industria dell’intrattenimento. Rifiutando questo modello, l’unico concretamente attuabile nell’Inghilterra degli anni ’90, Mark sceglie allora di perseguire la morte, nonostante quest’ultima preferisca restargli intorno piuttosto che portarlo con sé. Così in un susseguirsi di squallide vicende e fugaci prese di coscienza nel delirio collettivo che  spesso accompagna i protagonisti, assistiamo ad alcune delle scene più iconiche dell’opera di Welsh, che conservano intatta la loro potenza concettuale. Ciò è merito anche della didascalica regia di Mabellini, che utilizzando una scenografia minimale e tramite un sapiente uso della musica e delle luci, entrambi elementi portanti della scenografia, reinterpreta senza stravolgerlo un classico senza tempo. Ad accompagnare Mark nel suo viaggio verso il degrado ci sono gli amici di sempre: Tommy (Riccardo Festa), Allison e il rissoso Begbie (interpretati dai poliedrici Valentina Cardinali e Marco Bellocchio) che nonostante non sia un tossicodipendente fa dell’alcool e della violenza la sua eroina personale. Lo spettacolo, della durata di un’ora e mezza, dà allo spettatore la possibilità di comprendere una realtà che appare il più delle volte distante dalla nostra, mostrando come alla base della dipendenza ci sia sopratutto la frustrazione, sentimento comune ad ogni essere umano. Dopo aver assistito alla spasmodica ricerca della sostanza, ai suoi effetti e ai dolori provocati dall’astinenza, è impossibile guardare a questi personaggi con gli stessi occhi carichi di pregiudizi con cui li si condannava prima.

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Recensioni

Bruciati di Stefano Ariota, omosessualità e lutto allo ZTN

Venerdì, 3 maggio è andato in scena al teatro ZTN lo spettacolo “Bruciati” di Antonio Mocciola, con la regia di Stefano Ariota. Sul palco i tre attori Marina Billwiller, Ivan Improta e Simone Alfano hanno regalato agli spettatori una performance fuori dalle righe. La scena, segnata dalla virulenza della nudità dei corpi, ha infiammato un ambiente volutamente scarno in un’atmosfera lancinante e perturbante che ha guidato una concitata e doppia narrazione in un solo ed esile piano scenico. Un plauso va anche agli Assistenti alla  regia Massimo Di Stasio e Marco Gremito e all’arredamento scenico dell’arch. Tullio Pojero. “Bruciati” di Stefano Ariota, lo spettacolo dalle molteplici narrazioni come frutto di una realtà delirante Una donna dondola sotto le forti braccia di due uomini, vomita parole sconnesse, insensate come nenie maligne. Erompono tra la platea dei ghigni diabolici, risate schizzate come suoni stridenti in un silenzio assoluto. Dei suoni cadenzati e inquietanti di campane a lutto squarciano la tela del silenzio e si propagano tra gli interstizi della mura del teatro e scagliano pezzi di note di follia, dolore, morte. L’incipit di “Bruciati” è una ferita sanguinante, uno strappo lancinante che desta il sublime, una doccia di fuoco che sveglia dal sopore della quotidianità. Lo spettacolo di Antonio Mocciola è pregno e grondante di una forza primigenia. Un piano scenico diviso in due accoglie i tre protagonisti Anna, Ilario e Marco. Anna e Ilario sono due coniugi e hanno un figlio di nome Andrea che non compare mai nella scena. Tuttavia, La vita di coppia dei due è per Ilario una mordace copertura, poiché Ilario è omosessuale ed è da sempre innamorato di Marco. I due amanti sono costretti a vedersi di nascosto, in stanze d’albergo, poiché Ilario non ha il coraggio di lasciare sua moglie. Ilario teme il giudizio e vuole proteggere suo figlio Andrea da una situazione scomoda e decide di portare avanti una doppia vita. L’incontro dei due amanti è inserito in un angolo del palcoscenico. I due compaiono nudi sul piano scenico condiviso contemporaneamente con Anna, la quale appare congelata, obnubilata da una tetra immobilità, sfumata dall’ombra delle luci concupiscenti puntate sui due uomini. I due corpi si muovono sontuosi, avvinghiati in un unico corpo inscindibile, fusi dal sudore  bollente del piacere carnale. Le scena appare allucinata dalla passione più viscerale e si libera delle vestigia morali e moralistiche della società. Pur amando Marco, tuttavia Ilario è imprigionato nella sua gabbia domestica, condivisa con la moglie che non ama e odia con tutto se stesso. Le mura della casa sono pareti di una prigione di ipocrisia, un luogo infernale, dove la moglie si muove a scatti, come un carillon, quasi  fosse azionata da una cordicina. Proprio da qui che lo spettacolo sembra non completamente lineare, diviene insoluto. Proprio a partire dalle mura domestiche di Ilario e Anna che trapelano brandelli di inquietudine: Ilario risulta frustrato, oppresso dalla sua non vita, si scaglia contro la moglie che si comporta, tuttavia, normalmente, scoppia in fragorose risate isteriche che trapelano […]

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