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Eroica Fenice

La Tag: recensione teatrale contiene 48 articoli

Teatro

Trainspotting di Sandro Mabellini al Piccolo Bellini

Dal 7 al 12 maggio al Piccolo Bellini va in scena Trainspotting, con la regia di Sandro Mabellini. Tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh, lo spettacolo mette in scena lo squallore e le vicissitudini di chi si ostina a rifiutare le convenzioni di una vita borghese attraverso i paradisi artificiali. Trainspotting di Sandro Mabellini, ieri ed oggi Trainspotting è un’opera che non ha di certo bisogno di presentazioni: arrivato al grande pubblico nel ’93 grazie al film di Danny Boyle, l’opera mostra le scapestrate vite di Mark Renton (interpretato nello spettacolo da Michele Di Giacomo) e dei suoi amici, sempre alla ricerca di un modo per procurarsi la tanto sospirata dose della giornata. Fin dalla prima scena è lampante ciò che il regista vuole comunicare: tutti i personaggi si presentano al pubblico mentre osservano con aria annoiata i treni sfrecciare davanti a loro, metafora del loro disinteresse verso altre potenziali esperienze al di fuori delle droghe pesanti. I motivi che spingono i personaggi a questa deriva sono molteplici e differenti fra loro, anche se quasi tutti hanno in comune il desiderio di rifuggire il dolore, che sia esso causato dalla rottura con la  propria fidanzata o da scelte di vita sbagliate che comportano altri inevitabili drammi. A fare eccezione a questa regola è proprio Mark, che fa della sua dipendenza una vera e propria opposizione alle regole di una società borghese, che impone ai suoi membri un lavoro alienante intervallato solo da brevi pause da dedicare all’industria dell’intrattenimento. Rifiutando questo modello, l’unico concretamente attuabile nell’Inghilterra degli anni ’90, Mark sceglie allora di perseguire la morte, nonostante quest’ultima preferisca restargli intorno piuttosto che portarlo con sé. Così in un susseguirsi di squallide vicende e fugaci prese di coscienza nel delirio collettivo che  spesso accompagna i protagonisti, assistiamo ad alcune delle scene più iconiche dell’opera di Welsh, che conservano intatta la loro potenza concettuale. Ciò è merito anche della didascalica regia di Mabellini, che utilizzando una scenografia minimale e tramite un sapiente uso della musica e delle luci, entrambi elementi portanti della scenografia, reinterpreta senza stravolgerlo un classico senza tempo. Ad accompagnare Mark nel suo viaggio verso il degrado ci sono gli amici di sempre: Tommy (Riccardo Festa), Allison e il rissoso Begbie (interpretati dai poliedrici Valentina Cardinali e Marco Bellocchio) che nonostante non sia un tossicodipendente fa dell’alcool e della violenza la sua eroina personale. Lo spettacolo, della durata di un’ora e mezza, dà allo spettatore la possibilità di comprendere una realtà che appare il più delle volte distante dalla nostra, mostrando come alla base della dipendenza ci sia sopratutto la frustrazione, sentimento comune ad ogni essere umano. Dopo aver assistito alla spasmodica ricerca della sostanza, ai suoi effetti e ai dolori provocati dall’astinenza, è impossibile guardare a questi personaggi con gli stessi occhi carichi di pregiudizi con cui li si condannava prima.

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Recensioni

Bruciati di Stefano Ariota, omosessualità e lutto allo ZTN

Venerdì, 3 maggio è andato in scena al teatro ZTN lo spettacolo “Bruciati” di Antonio Mocciola, con la regia di Stefano Ariota. Sul palco i tre attori Marina Billwiller, Ivan Improta e Simone Alfano hanno regalato agli spettatori una performance fuori dalle righe. La scena, segnata dalla virulenza della nudità dei corpi, ha infiammato un ambiente volutamente scarno in un’atmosfera lancinante e perturbante che ha guidato una concitata e doppia narrazione in un solo ed esile piano scenico. Un plauso va anche agli Assistenti alla  regia Massimo Di Stasio e Marco Gremito e all’arredamento scenico dell’arch. Tullio Pojero. “Bruciati” di Stefano Ariota, lo spettacolo dalle molteplici narrazioni come frutto di una realtà delirante Una donna dondola sotto le forti braccia di due uomini, vomita parole sconnesse, insensate come nenie maligne. Erompono tra la platea dei ghigni diabolici, risate schizzate come suoni stridenti in un silenzio assoluto. Dei suoni cadenzati e inquietanti di campane a lutto squarciano la tela del silenzio e si propagano tra gli interstizi della mura del teatro e scagliano pezzi di note di follia, dolore, morte. L’incipit di “Bruciati” è una ferita sanguinante, uno strappo lancinante che desta il sublime, una doccia di fuoco che sveglia dal sopore della quotidianità. Lo spettacolo di Antonio Mocciola è pregno e grondante di una forza primigenia. Un piano scenico diviso in due accoglie i tre protagonisti Anna, Ilario e Marco. Anna e Ilario sono due coniugi e hanno un figlio di nome Andrea che non compare mai nella scena. Tuttavia, La vita di coppia dei due è per Ilario una mordace copertura, poiché Ilario è omosessuale ed è da sempre innamorato di Marco. I due amanti sono costretti a vedersi di nascosto, in stanze d’albergo, poiché Ilario non ha il coraggio di lasciare sua moglie. Ilario teme il giudizio e vuole proteggere suo figlio Andrea da una situazione scomoda e decide di portare avanti una doppia vita. L’incontro dei due amanti è inserito in un angolo del palcoscenico. I due compaiono nudi sul piano scenico condiviso contemporaneamente con Anna, la quale appare congelata, obnubilata da una tetra immobilità, sfumata dall’ombra delle luci concupiscenti puntate sui due uomini. I due corpi si muovono sontuosi, avvinghiati in un unico corpo inscindibile, fusi dal sudore  bollente del piacere carnale. Le scena appare allucinata dalla passione più viscerale e si libera delle vestigia morali e moralistiche della società. Pur amando Marco, tuttavia Ilario è imprigionato nella sua gabbia domestica, condivisa con la moglie che non ama e odia con tutto se stesso. Le mura della casa sono pareti di una prigione di ipocrisia, un luogo infernale, dove la moglie si muove a scatti, come un carillon, quasi  fosse azionata da una cordicina. Proprio da qui che lo spettacolo sembra non completamente lineare, diviene insoluto. Proprio a partire dalle mura domestiche di Ilario e Anna che trapelano brandelli di inquietudine: Ilario risulta frustrato, oppresso dalla sua non vita, si scaglia contro la moglie che si comporta, tuttavia, normalmente, scoppia in fragorose risate isteriche che trapelano […]

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Teatro

Vincenzo Comunale, una ventata d’aria fresca al Kestè

Vincenzo Comunale al Kestè | Recensione Vincenzo Comunale, giovane talento comico, conquista il pubblico del Kestè in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, con il suo spettacolo di Stand Up Comedy “Titolo provvisorio”, la sera del 19 aprile. Il titolo del suo monologo rende bene un aspetto che è peculiare della situazione esistenziale generale odierna, la precarietà. Il ragazzo conferma le sue doti comiche e, con franca ironia e molta leggerezza, riesce a mettere in luce le contraddizioni e le distorsioni di una mentalità per certi versi gretta e ancora molto diffusa nella nostra società, dando luogo a un monologo frizzante e dinamico e tenendo alta l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine. Lo spettacolo di Vincenzo Comunale Vincenzo Comunale, napoletano, classe 1996, è tra i più giovani stand up comedians italiani. Si fa notare presto nei circuiti di Stand Up Comedy e in tv (come protagonista a Zelig) e ottiene importanti riconoscimenti, come il “Premio Massimo Troisi” in quanto “Miglior Comico” (per ben due anni consecutivi), il premio della giuria tecnica al “Festival Nazionale di Cabaret Re di Bronzo”, e arriva finalista alla XX edizione del “Festival Nazionale BravoGrazie – La Champions League della Comicità”. Il nostro comico dispone le carte sul tavolo e se le gioca con maestria, snocciolando temi come la pigrizia, l’attesa, l’ansia, la depressione causata dai ritmi frenetici, il difficile rapporto tra genitori e figli, quello con Dio, la politica, l’economia e il razzismo. Analizza a suon di battute ironiche e taglienti il fallimento della nostra società per approdare a una conclusione drammatica, ma colma di speranza. La verità è che siamo tutti delle m**de, ma “se dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, diceva il buon Fabrizio De Andrè. Per questo è importante prenderne consapevolezza, secondo Vincenzo Comunale. La coscienza genera la volontà. La passione per la recitazione e la comicità ha bussato presto alla porta di questo ragazzo che, salito sul palco per la prima volta a dodici anni, non è voluto più scendere e il nostro augurio è quello che possa metterci le radici. Ascoltare Vincenzo Comunale su un palco significa avere l’impressione di essere seduti davanti a un bar insieme a un amico sincero che non sta lì ad autocelebrarsi o a leccarti il c**o, ma ride con te della vita e della tragicomicità che è insita in lei. Lo fa in maniera naturale e senza orpelli. Con maturità e senso critico. Soprattutto, c’è un’estrema sensibilità nelle sue parole, una sensibilità acuta e “diversa”. La sua comicità è una ventata d’aria fresca che speriamo possa farsi sempre più spazio nel nostro panorama artistico. “Titolo provvisorio” è una sorta di “best of” dei suoi due one man show precedenti (“Quasi Adulto” e “Sono confuso, ma ho le idee chiare”) che ha portato in tour in vari teatri e locali d’Italia. Ad aprire lo spettacolo è Gina Luongo, una bravissima comedian che ha parlato dell’amore ai tempi dello stalking, suscitando l’ilarità di tutti, nonostante l’argomento scottante. La complessità del tema scelto e […]

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Recensioni

13 assassine al TRAM: un format da non perdere

“13 assassine”: una storia lunga quanto il mondo | Recensione Cosa hanno in comune 13 donne, di diverse epoche, età, mansioni, fattezze? Semplice, quanto crudo: tutte hanno commesso almeno un omicidio, per i più svariati motivi. È questo il filo conduttore di “13 assassine”, il format messo in scenda dal 2 al 14 aprile al teatro TRAM di Napoli, ideato dal regista Mirko de Martino. L’assassinio è il casus belli della messa in scena ma i motivi sono decisamente più profondi: si cerca di indagare nella fine composizione psicologica delle “assassine”, nel loro passato, sui loro eventuali aguzzini oppure complici. “13 assassine” è un format assolutamente indicato a chi – come chi vi scrive – aspetta il mercoledì per vedere Chi l’ha visto? con Federica Sciarelli oppure si sente un po’ Leosiner, cioè fan accanito di Franca Leosini: l’analisi della cronaca nera va forte in Italia e c’è da dire che la facciamo benissimo. “13 assassine”: l’ultima serata tra gli omicidi della storia recente e passata L’ultima serata del format, il 14 aprile scorso, ha visto in scena le assassine di ieri e di oggi, con omicidi passati alla storia per tantissimi motivi. È anche questo il bello di “13 assassine”: non importa lo status sociale, l’impiego, l’età, le motivazioni. L’assassinio “livella” tutte e mette le protagoniste a nudo, cosicché lo spettatore può – in cuor suo, s’intende – trovare una spiegazione logica ad un comportamento altrimenti illogico. 13 assassine, quindi, spogliate dei condizionamenti dati dai mass media e presentate a noi come donne. Si parte con la storia di Daniela Cecchin, la donna che, vittima di un forte disturbo della personalità, uccide una ex compagna di classe del marito perché “invidiosa della troppa felicità“. E’ giustamente “disturbante” la doppia personalità creata da Daniela: da un lato, ossequiosa e rispettosa dei dettami religiosi; dall’altra, una donna alla ricerca spasmodica della bellezza estetica, così tanto da sottoporsi a svariati interventi. Il secondo spettacolo ha visto in scena una giovanissima attrice, interprete di Erika de Nardo, protagonista del caso che è passato alla storia come il delitto di Erika ed Omar a Novi Ligure: la coppia di fidanzatini allora sedicenni infierì con 57 coltellate sulla madre e sul fratellino di lei. Erika appare sulla scena come una persona oppressa, un’adolescente inquieta ed incompresa da una famiglia tradizionale, che cerca svago e conforto negli eccessi: alcol, droghe, finanche il sesso per lei era uno strumento di liberazione. Una personalità fragile e corrotta ha portato al compimento dei due omicidi: sarebbero stati tre, includendo anche il padre assente in quel momento, se il “vigliacco Omar” non fosse andato via. Si prosegue quindi con un fortissimo momento storico, con una Lucrezia Borgia completamente avvinta dai giochi di potere che si svolgevano con lei ed intorno a lei. Bellissima sulla scena tanto quanto afflitta ed avvinta, dopo che per secoli le si sono attribuiti omicidi e veleni. In realtà, si cela in lei una personalità molto più complessa della semplice assassina per potere: infatti, la giovane […]

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Teatro

La classe operaia va in Paradiso al Piccolo Bellini

Dal 9 aprile fino al 14 aprile 2019 è in scena al Piccolo Bellini La classe operaia va in Paradiso di Paolo di Paolo. Lo spettacolo, interpretato da Lino Guanciale e diretto da Claudio Longhi, non si limita a riproporre la messa in scena dell’omonimo film, ma intreccia la narrativa con le vicende che hanno accompagnato la genesi di una delle pellicole più famose del maestro Elio Petri. L’attualità de La classe operaia va in Paradiso Fin dalle prime scene è chiaro l’intento del regista di trasmettere al pubblico l’attualità della pellicola del ’71: dando prova fin dalla prima scena della sua capacità attoriale, Lino Guanciale veste (e sveste) i panni della figura dell’operaio in diverse epoche, portando all’attenzione dello spettatore il filo che lega questi personaggi, distanti nei modi e nel tempo ma non nella sostanza. Accompagnati dalle riflessioni del regista Elio Petri e dello sceneggiatore Ugo Pirro (rispettivamente interpretati da Nicola Bortolotti e Michele Dell’Utri) il pubblico assiste alla costruzione del film e dei suoi protagonisti, che si formano e si modificano in corso d’opera. La trama è incentrata sul personaggio di Lulù Massa, esempio perfetto di operaio asservito alla fabbrica e per questo odiato dai suoi compagni, così assorbito dal suo lavoro da non avere neanche le forze per amare la sua compagna Patrizia (Franca Pennone). L’incidente in fabbrica di cui sarà vittima, sarà l’episodio che metterà in luce la crisi interiore di un uomo tramutato in macchina. Ad arricchire ulteriormente lo spettacolo è la terza linea temporale, che mette in scena i pareri e le opinioni del pubblico in merito alla pellicola, mostrando le critiche che gli spettatori dell’epoca e quelli di oggi gli hanno mosso contro. Difatti lo spettacolo è strutturato su 3 livelli narrativi, che risultano separati fra loro sopratutto grazie agli attori capaci di conferire una diversa personalità ad ogni personaggio interpretato (è il caso di Donatella Allegro, Eugenio Papalia e Simone Francia) e all’utilizzo di uno schermo e dei video come parte integrante della rappresentazione. Lo spettacolo si impreziosisce inoltre delle musiche dal vivo di Filippo Zattini e dell’elaborata scenografia di Guia Buzzi che riesce a ricreare con maestria l’asettico ambiente della fabbrica tramite l’utilizzo di un nastro trasportatore, elemento simbolo della produzione in serie. Lo spettacolo, della durata di 2 ore e 30, potrebbe risultare pesante per chi non conosce l’opera di riferimento, ed è in quest’ottica che è stato inserito il personaggio del menestrello interpretato da Simone Tangolo, che riportando alcuni canzoni di Fausto Amodei (con qualche piccola variazione) stempera la tensione senza però allontanarsi dal tema principale. Lo spettacolo diretto da Claudio Longhi dimostra di avere una propria identità, portando in scena non solo il film ma anche una rilettura metateatrale dell’opera stessa.   Fonte foto: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/222/la-classe-operaia-va-in-paradiso

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Teatro

Emanuele Tirelli parla di amore al Caos Teatro

Sabato 6 e domenica 7 aprile è andato in scena lo spettacolo L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare) di e con Emanuele Tirelli, ultimo appuntamento della stagione teatrale del CaosTeatro di Villaricca (NA), che chiude così come aveva aperto, con una rappresentazione sull’amore. A lezione d’amore da Emanuele Tirelli L’amore è bello, l’amore fa schifo è una lezione-spettacolo sull’amore. Più che a teatro, infatti, sembra di essere in un’aula didattica. Emanuele Tirelli, autore e giornalista, porta in scena un’interessante lettura del grande sentimento, durante la quale mescola paradossali ed esilaranti vicende personali ai personaggi delle tragedie shakespeariane – con particolare riferimento alle figure femminili minori (Ofelia, Desdemona, Cordelia, Ermione) – e alle riflessioni sul desiderio e sulla coppia di noti filosofi quali Deleuze, Lacan, Nietzsche e Schopenhauer. Ad accompagnare Tirelli sul palco, il musicista Ciro Staro che partecipa alla conversazione con suoni, battute e simpatiche espressioni facciali. Entrambi indossano t-shirt con illustrazioni di Giuseppe Cristiano, tra i più grandi illustratori e storyboard artist d’Europa (ha lavorato, tra le altre cose, a video di Moby, Madonna e Radiohead, e a serie come CSI NY), e curatore della locandina dello spettacolo. Che cos’è l’amore? Come si può definire l’amore e ciò che comporta?  Come si fa a capire se si ama realmente qualcuno? Da questi apparentemente semplici interrogativi e dalla passione per le opere shakespeariane nasce il lavoro di Emanuele Tirelli. Attraverso una chiave diretta e conviviale e con l’ausilio dei personaggi del Bardo, l’autore si avventura nell’ardua impresa di decifrare quell’immenso sentimento che è l’amore. «Tutto – spiega lui – in una dimensione pop. Lo stesso Shakespeare era pop e, al Globe Theater di Londra, del quale era socio e partecipava felicemente agli utili, i suoi spettacoli erano seguiti anche dalla parte economicamente e culturalmente più bassa della popolazione. Oggi, invece, lo consideriamo una materia pienamente comprensibile solo per le persone più colte, con la cultura che non apre alla sua bellezza ma si chiude in sé stessa: un discrimine che si discrimina da solo». Ne scaturisce un’impegnativa, ma al contempo originale e divertente riflessione che conduce ad una sola certezza: l’amore non ha definizioni. È praticamente impossibile arrivare a dare un’unica definizione all’amore. L’amore può condurti in paradiso ma anche scaraventarti all’inferno, può essere meraviglioso o fare schifo; può renderci raggianti e invincibili oppure rappresentare la tragedia più grande e noiosa che ci sia mai capitata.  E chi meglio di Shakespeare, grande drammaturgo, ma in un certo senso anche fine psicologo, ha saputo interpretare le contraddizioni dell’amore? Ecco che Tirelli si sofferma sulle donne delle grandi tragedie del drammaturgo e poeta inglese e sulla loro visione dell’amore. Si parte da Ofelia, uno dei personaggi femminili della tragedia Amleto. La giovane aristocratica ha una visione idilliaca dell’amore, finché non resta delusa da Amleto, il quale rinnegherà i suoi sentimenti per lei, invitandola a chiudersi in convento. Anche Desdemona era innamorata di Otello, fin quando non si rende conto di chi fosse davvero suo marito e muore per […]

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Teatro

Pietro Sparacino e il suo Open Mic al Kestè

Domenica 7 aprile sono andati in scena al Kestè in Largo san Giovanni Maggiore Pignatelli Pietro Sparacino e i partecipanti al suo workshop, regalando ai presenti una serata piena di risate e di satira, ingredienti principali della Stand Up Comedy. Open Mic con Pietro Sparacino La serata è stata condotta da Pietro Sparacino, volto noto della Stand Up Comedy italiana, che facendo le veci di presentatore ha scaldato il pubblico in sala con le sue nuove freddure e ha dato il via allo spettacolo, introducendo i comedians che hanno partecipato al suo workshop di due giorni: il primo della lista è stato Vincenzo Comunale, habitué del Kestè che ha portato in scena la sua ipocondria, rinnovando il concetto di art attack. Dopo è stato il turno di Simone Del Re, che per inaugurare la sua prima volta sul palco ha parlato del singolare disturbo che gli conferisce capacità fuori dal comune: l’anorgasmia. Il testimone è poi passato ad Adriano Sacchettini, che ha suscitato ilarità nel pubblico ammettendo di aver portato «un monologo mancato» basato sulla sfiga, elemento caratterizzante della sua vita. Dopo è toccato a Flavio Verdino, che ha fatto un tuffo nel passato portandoci nella sua infanzia dominata dalla presenza di Alberto Manzi con Non è mai troppo tardi, passando poi per la pubertà con il monologo di Bruno Chessa e l’iniziazione che ogni giovane uomo affronta con il preservativo. Unica donna della serata e reginetta del Kestè Abbash, Gina Luongo ha “difeso” la politica del ministro degli Interni spiegando le vere motivazioni alle base delle sue scelte, parlandoci anche del suo approccio al buddhismo. Gina ha poi lasciato il palco ad un nuovo e promettente volto della Stand Up Comedy: Davide Pariante, che facendo del suo cognome una garanzia ha spiegato al pubblico le regole ferree che vigono tra i militari. Restando sempre in tema di imposizioni, Davide DDL ha intrattenuto il pubblico parlandoci del flagello di chi costringe gli altri ad ascoltare messaggi vocali lunghissimi e, conscio di far parte di questa categoria, ha coinvolto il pubblico in uno scherzo che probabilmente minerà l’amicizia con il suo migliore amico. Altro volto noto agli avventori del Kestè è Stefano Viggiani, che ha parlato della disoccupazione come strumento di rivolta verso la società e di come ha coinvolto in questa ribellione anche i genitori, educandoli al nuovo credo. A concludere la serata è stato Dylan Selina con un monologo sull’omosessualità, mettendo in scena gli stereotipi legati alla sua sua sessualità ma anche i lati comici legati a questi concetti. Ancora una volta la Stand Up Comedy ha saputo far divertire senza però scadere nel banale o nella comicità fine a se stessa, dimostrando anche l’utilità che il workshop di Pietro Sparacino ha avuto sia sui nuovi comedians che sui veterani.   Fonte foto: https://www.facebook.com/events/1840872796019049/  

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Teatro

Scene da un matrimonio, allo Stabile la versione di Bergman

Al Teatro Mercadante arriva Scene da un matrimonio, in scena fino al 14 aprile Dopo l’allestimento della shakespeariana Bisbetica domata (2013-2014), Andrei Konchalovsky firma la sua seconda regia italiana per lo Stabile di Napoli, affrontando uno dei lavori più noti di Ingmar Bergman, Scene da un matrimonio. Il Teatro Stabile, forte della sua biforcazione in Teatro Mercadante e Teatro San Ferdinando, si conferma così sempre di più come un punto di riferimento per la scena culturale napoletana e non solo. Questa volta è il turno, in una fitta e stimolante stagione teatrale come quella di quest’anno, di un capolavoro cinematografico trasposto in una brillante versione teatrale. Inizialmente girato in sei episodi per la televisione della durata complessiva di 300 minuti, Scene da un matrimonio (1972), capolavoro del cineasta svedese Ingmar Bergman, fu  proposto anche per il cinema in una versione di 167 minuti. Il capolavoro di Ingrid Bergman nella versione teatrale di Andrei Konchalovsky Andrei Konchalovsky l’artefice di questa brillante operazione di comunicazione tra differenti campi visivi ed artistici. Nato a Mosca nel 1937, il russo è tra i più noti autori cinematografici e teatrali del nostro tempo. Sceneggiatore di  Andrej Rublëv e L’infanzia di Ivan del connazionale Tarkovskij, il regista è alla sua seconda esperienza teatrale italiana.  Dopo il debutto la scorsa estate al Napoli Teatro Festival, Scene da un matrimonio calcherà il palco del Teatro Mercante fino al 14 aprile. Julia Vysotskaya e Federico Vanni vestono i panni, rispettivamente, di Marianne e Johan, una coppia solo apparentemente felice. La vicenda viene trasposta dal freddo della Scandinavia di Bergman alla più familiare Roma. Quartieri Parioli, anni sessanta. Marianne e Johan non sono che una delle tante coppie borghesi segnate dal boom economico. Il non detto dei due finisce con l’esplodere con violenza in seguito alla decisione di lui di abbandonare moglie e figlie per una studentessa. Johan si rivela però come una persona estremamente fragile, vittima delle proprie pulsioni e di un perbenismo fino a quel momento autoimposto. Chi in definitiva riesce ad avere una tenuta più a lungo termine (nonostante l’ansia, le suppliche e gli incubi) finisce con l’essere Marianne, nei confronti della quale l’ormai ex marito vorrebbe continuare a mantenere una forma assurda di possesso non concedendole il divorzio ed essendo geloso dei rapporti con altri uomini da lei a sua volta instaurati. Il matrimonio come fonte di inganni reciproci Marianne e Johan vedono insomma rompersi, poco alla volta, il meccanismo così fragile del matrimonio. Il castello di bugie sul quale si costruisce l’unione fra i due viene analizzata da Konchalovsky con perfezione certosina e sensibilità fuori dal comune. Nell’angoscia esistenziale e straziante della coppia emerge la critica a un istituto di fatto egemonizzato da logiche borghesi come quello del matrimonio. Le vicende introdotte da Bergman e qui trasposte da Konchalovsky sono infatti universali. Emblematica a riguardo è la scena finale, con Marianne e Johan abbracciati ancora una volta nello stesso letto ad augurarsi nuovamente la buonanotte. Anni dopo i tradimenti e i fallimenti di una vita coniugale di fatto fallita […]

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Teatro

Break on Through: la storia di Jim Morrison al Tram

Tra dischi in vinile, luci psichedeliche e poesie su fogli stropicciati si svolge Break on Through, il nuovo spettacolo teatrale messo in scena al Teatro TRAM di Napoli dal 29 al 31 Marzo, scritto da Bruno Barone e Valerio Bruner, con gli attori Amanda Sanni e Bruno Barone. In Break on Through si narrano le fasi più significative della vita di Jim Morrison, poeta e cantante del gruppo rock statunitense The doors. La scenografia dello spettacolo spinge il pubblico ad immergersi nella vita e prospettiva del famoso frontman nella sua tridimensionalità, grazie anche alla ricerca di interazione da parte degli attori. Nella rappresentazione non viene solo raccontato il personaggio nella figura di rockstar, associato alle influenze della rivoluzione culturale degli anni’60, ma vengono messi in rilievo in una chiave di lettura umana, le fragilità, i fantasmi e le visioni che perseguitano la persona Jim Morrison. Break on Through, fama e fantasmi Il Jim Morrison di Break on Through si confronta dall’inizio della sua vita fino alla fine con le voci fuori campo che si identificano in personaggi sempre diversi, partendo dalla voce del padre con il quale ha un conflitto, poi quella della sua ragazza storica Pamela Courson, la voce dei giornalisti, poi quella dei suoi colleghi della band The doors. Questo insieme di voci risuonano ridondati talvolta nella mente tormentata di Morrison alle quali lui cerca di sfuggire. Per non parlare dell’eco delle sue ossessioni, in particolare quella della morte, che lo perseguiterà per tutta la vita in seguito a un evento: era il 1947 quando Jim Morrison, che aveva all’incirca quattro anni, era in viaggio con la sua famiglia e mentre attraversavano il deserto, egli vide degli indiani sparpagliati e moribondi per terra a causa di un incidente. L’accaduto ha inciso molto sulla sua vita, tant’è che lui si sentiva, da quel momento legato allo spirito di uno sciamano. Altra figura peculiare è quella di Pam, definita ”musa”, alla quale infatti molto spesso l’artista si ispira, è la donna che lo accompagnerà fino alla morte. La loro relazione è caratterizzata dall’incapacità di trovare un equilibrio, un amore che vive negli eccessi, il che non potrebbe essere altrimenti, per due personaggi così controversi. Tra i simbolismi e le immagini oniriche si alternano gli esordi del cantante sul palco in cui avviene una trasformazione, da un animo fragile segue uno spirito rivoluzionario al contempo profondo, impegnato ad esortare il pubblico ad abbattere gli schemi sociali, è questo il messaggio che sta molto a cuore a Jim Morrison, soprattutto nella sua poetica. Nella rappresentazione teatrale infatti predomina la sua figura poeta affascinato dalla cultura classica e dalle figure mitologiche, che sono state il risultato di influenze di letture giovanili come quelle di Nietzsche e Rimbaud, in cui risale l’importanza di trasgredire le regole morali a favore della scoperta della vera natura dell’uomo.

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Recensioni

Run Baby Run con Titti Nuzzolese: una corsa contro il tempo al TRAM

Run baby run al Teatro TRAM: il racconto di una corsa contro il tempo | Riflessione Prosegue la stagione al Teatro TRAM di Napoli, con lo spettacolo ”Run baby run”, scritto e diretto dal regista e drammaturgo Mirko Di Martino, con una dinamica Titti Nuzzolese. In scena dal 21 al 24 marzo 2019, lo spettacolo è prodotto dal Teatro dell’Osso|Teatro TRAM per quattro repliche di pura intensità ed emozione, con una profonda e dettagliata analisi di tutte le pieghe e le sfumature di una società, attraverso la storia travagliata di una madre che, per amore della figlia, è disposta a tutto. ”Uguale uguale a me” Con questa frase proiettata si apre lo spettacolo ”Run baby run”. Un’iniziale riflessione sul diventare madre, da parte di una donna sul letto di ospedale intenta ad abbracciare sua figlia, e sull’orgoglio di un genitore nel vedere una bambina ”uguale uguale” a lui, anche se non è proprio uguale, ma ciò non conta. Un’autentica immersione nei sentimenti di Marta, la protagonista, interpretata da Titti Nuzzolese, che accompagna lo spettatore nel viaggio interiore ed esteriore di una giovane madre che fa di tutto, anche i gesti più estremi, per salvare sua figlia, che è proprio ”uguale uguale” a lei. Da quel momento in poi, inizia un flashback in cui Marta racconta del suo passato e di tutto ciò che è avvenuto prima della nascita della piccola bambina. La sua tossicodipendenza, un fidanzato irresponsabile e poco presente, la fuga di casa a causa di una madre fin troppo ossessiva che la porterà al rifiuto di qualsiasi tipo di aiuto da parte sua e ad identificare la madre stessa come il pericolo più grande per lei e per sua figlia, con la costante e presente minaccia di diventare come lei. Run Baby Run: la corsa di una madre contro il tempo Il presunto pericolo che poi si trasforma in realtà poiché Marta viene considerata non adatta a ricoprire il ruolo di madre e quindi la figlia viene affidata alla nonna. Dopo il flashback iniziale, parte il tortuoso ed estremo viaggio verso Sud, verso quelle terre che Marta considerava come casa, anche se poi si renderà conto che sono passati tanti anni e che non è più così, che non deve andare così e che la sua bambina merita molto di più di tutto quello. Una profonda descrizione, ricca di colpi di scena, del viaggio e di un’anima così tormentata come quella di Marta, immerge lo spettatore in uno spettacolo a cui è davvero difficile togliere gli occhi di dosso per tutta la durata. Esemplare l’interpretazione di Titti Nuzzolese, che con tanta energia e forza è riuscita a portare in scena oltre che le gravi problematiche della protagonista (o anche della madre che è disposta a tutto), anche le sfumature più crude e difficili di una società che è sempre più vicina alla deriva e le particolarità più intime dei vari rapporti tra gli esseri umani, che talvolta sono complessi da decifrare tanto quanto singolari da raccontare. Fonte immagine: […]

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