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Eroica Fenice

La Tag: recensione teatrale contiene 68 articoli

Teatro

La ballata del carcere di Reading: lì dove muore ogni speranza

La ballata del carcere di Reading al Ridotto del Mercadante dal 14 al 17 novembre. Roberto Azzurro, a due anni dal processo di Oscar Wilde, torna al Mercadante con La ballata del carcere di Reading. Azzurro Lo spettacolo apre la programmazione 2019/2020 della piccola sala al primo piano del Teatro Mercadante. Il lamento di un prigioniero dal carcere di Reading Una scena essenziale: una sedia rosa, pochi mattoni accantonati da prigionieri costretti ai lavori forzati, scarne tavole di legno. Un Wilde provato da due anni di prigionia guadagna la scena recitando la preghiera eucaristica. Il Wilde in scena non è che la carcassa consumata e logora del dandy dissoluto ed edonista che fu: di quel dandy resta un tight nero e un fiore verde all’occhiello. Da qui in poi si scioglie un lungo e dolente lamento pieno di pena, privo di speranza ma intriso di fede. Wilde davanti all’imminente fine di un condannato, Charles Thomas Wooldridge, che aveva ucciso sua moglie con un rasoio, si interroga sulla condizione umana dei prigionieri, sulla urgenza del perdono e sulla barbarie della legge che, invece, scritta dall’uomo per l’uomo, condanna alla prigionia e alla pena di morte. Roberto Azzurro non interviene su La ballata del carcere di Reading, non la rielabora, ma ci entra dentro, restituendo abilmente, con uno sguardo allucinato e una voce tremante e delirante, ogni sentimento che abbia animato e ispirato questo testo. Lo sgomento, il pentimento misto alla nostalgia per una vita di piaceri e di eccessi, la rabbia furente e l’orgoglio ferito, la sofferenza, la rassegnazione davanti al lento spegnersi del suo spirito, la flebile fede che lo tiene in vita, la consapevolezza che dal carcere non si esce vivi, seppur in vita. Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava e per questo doveva morire. Eppure ogni uomo uccide quel che ama. Ognuno ascolti, dunque, ciò che dico: alcuni uccidono con sguardo d’amarezza, altri con una parola adulatoria. Il codardo uccide con un bacio, l’uomo coraggioso con la spada. […] L’uomo gentile uccide col coltello, perché più ratto giunga il freddo della morte. […] Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Ognuno di noi uccide ciò che ama, ognuno è un malfattore che va perdonato: se è vero questo assunto, allora, chi ha commesso un più grave delitto avrà bisogno di un più grande perdono. La legge, invece, rinchiude il colpevole in una gabbia dove non c’è possibilità di espiazione, di recupero, ma solo la lenta morte della della speranza prima che sia il corpo stesso a perire. Nel carcere non crescono fiori che possano alleggerire l’animo dei condannati, ma solo erba velenosa. Il carcere non ha colori se non il nero della notte, delle ombre e il grigio acciaio delle sbarre e delle catene. Il carcere, trasforma in paglia il fieno, sfigura nel corpo e nello spirito, arrugginisce la catena di ferro della vita. Nel carcere si vive in una perenne […]

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Rumori fuori scena con Valerio Binasco al Teatro Bellini

Divertente, assurdo, erotico. Valerio Binasco porta in scena al Teatro Bellini Rumori fuori scena,  tratto dal testo dell’inglese Michel Frayn. Diventato ormai un cult del teatro contemporaneo, lo spettacolo mette in evidenza le dinamiche, spesso nascoste all’occhio e alla coscienza del pubblico, che intercorrono tra gli attori, il regista e non solo nell’allestimento di una rappresentazione teatrale in chiave tragicamente comica. Il bisogno di usare ossimoro è dettato proprio dal fatto che, da spettatrice, indipendentemente dalle risate al susseguirsi delle scene, rimane sempre una vaga sensazione di inquietudine. In ogni caso Rumori fuori scena è da considerarsi senza alcun dubbio un testo appartenente al genere comico e basa la sua comicità sull’elemento dell’equivoco. Tutto inizia con l’allestimento della messinscena di Niente addosso di Robin Housemonger. Il regista è Lloyd Dallas, interpretato dallo stesso Valerio Binasco, mentre la compagnia è composta dagli attori con le esperienze più disparate: partendo dai professionisti ai “raccomandati”. La quarta parete non viene solo squarciata, non è mai esistita. Con il sipario già aperto e Lloyd/Valerio che scorrazza tra il pubblico, interagendo a tratti con esso, i personaggi iniziano a presentarsi al pubblico in duplice veste: quella dell’attore e quella più propriamente umana e fragile. Il tempo è quello delle prove generali, quindi l’elettricità e la confusione hanno la meglio. Ognuno dei personaggi ha dentro di sé un piccolo dramma interiore che inevitabilmente si riversa con una forza moltiplicata per nove sulla riuscita dell’esecuzione. Prima fra tutti c’è Dotty che, oltre ad aver investito gran parte dei suoi averi sul risultato dello spettacolo, si trova in difficoltà con i continui cambiamenti e l’aggiunta di elementi sulle sue scene. Poi c’è Selsdon con evidenti problemi di alcolismo, Garry che non riesce ad improvvisare, Brooke che, inizialmente, non riesce nemmeno a capire di avere un problema. A ciò si aggiungono gli scandali all’interno della compagnia, alimentati dai pettegolezzi di Belinda che saranno la prima causa dello sfacelo degli equilibri. Verso la fine del primo atto si scopre l’esistenza di un triangolo amoroso e ciò porterà ad un accorciamento ancora più importante della distanza tra finzione e realtà. Nel secondo atto la scenografia fa un giro di 180° e ci ritroviamo dietro le quinte della compagnia. Inizia il debutto dello spettacolo e l’elemento che pervade l’atmosfera è quello della fragilità umana. I rapporti tra gli attori sono gravemente compromessi ed essi rispondono a ciò portando materialmente in scena il proprio malcontento. Il regista è sparito, lasciandosi alle spalle le proprie responsabilità, attuando un vero e proprio ghosting, per poi comparire nuovamente rivestendo non i panni del suo ruolo professionale, bensì quelli di un uomo e i suoi desideri. Il punto di rottura estremo è rappresentato nel terzo atto. I personaggi non esistono più, così come non esiste più la messinscena dello spettacolo. Sul palco prendono finalmente vita le voci degli attori, delle loro persone. La finzione è una maschera troppo debole e non può arginare le debolezze e le fragilità della compagnia. Da rumori fuori scena, si passa ad […]

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L’onore perduto di Katharina Blum in scena al Teatro Mercadante

L’onore perduto di Katharina Blum: al Mercadante in scena, dal 12 al 17 novembre, è la rappresentazione teatrale del romanzo di Heinrich Böll riadattato da Letizia Russo, per la regia di Franco Però. Venerdì 20 febbraio 1974: è carnevale, i coniugi Blorna, Hubert (Peppino Mazzotta) e Trude (Ester Galazzi), sono in partenza per una meritata vacanza in montagna; Katharina (una bellissima e algida Elena Radonicich) la loro impeccabile e adorata governante, ha due settimane di paga anticipate e una serata libera in un giorno di festa. L’idea è quella di andare ad una festa e di ballare: ballare, tutta la serata, da sola. Le cose non andranno secondo i programmi: l’incontro di Katharina con Ludwig Götten, un assassino, probabilmente un terrorista, ricercato e latitante, sconvolgerà non solo i suoi piani per la serata, ma l’intera sua esistenza, che ne uscirà irreparabilmente devastata.  Katharina è protagonista e al tempo stesso narratrice della sua storia: una storia che viene raccontata a ritroso in un flashback che si dipana a partire da un omicidio. Ludwig Götten è un personaggio totalmente assente nella messa in scena: la sua assenza non fa altro che aumentare il senso di abbandono e di ingiustizia che perseguita Katharina. Da Ludwig e dall’amore per lui deriveranno tutti i mali che per un inspiegabile riflesso incondizionato si rovesceranno su Katharina.  L’onore perduto di Katharina Blum: il sacrificio di un innocente L’onore perduto di Katharina Blum mette in scena lo scontro quotidiano tra la virtù e la calunnia, il pregiudizio, il becero chiacchiericcio. Katharina ha in sé una serie di virtù che la società non perdona: la dignità che la porta a scegliere la solitudine, il decoro e il rispetto che le impongono di tacere le altrui bassezze, il riserbo e il silenzio che sollevano il sospetto e la curiosità dei vicini, l’indipendenza troppo spesso fraintesa e oggetto di maldicenze. Katharina è giovane, donna, divorziata, sola e, dopo l’incontro con Götten, follemente innamorata: Katharina è la più ghiotta delle prede da dare in pasto alla stampa scandalistica.  Nel sistema dei personaggi, il ruolo dell’antagonista non è di uno o più personaggi: l’antagonista di Katharina non è Werner Tötges, giornalista d’assalto di un tabloid locale, Die Zeitung, che, mosso dall’elementare logica del mercato, monta sulla verità una storia scandalosa e accattivante. L’antagonista di Katharina è piuttosto il pregiudizio di un’intera società, quell’atavico maschilismo che risiede nel fondo di ogni individuo, maschio o femmina che sia, che vede in ogni donna la femmina di un uomo, che non perdona, perciò, ad una donna la scelta, l’arbitrio, la proprietà della propria persona. Allora Tötges e i suoi articoletti spiccioli sono solo il megafono di quei benpensanti che non accettano la libertà e l’emancipazione di una donna giovane e bella: Tötges scrive quello che la gente vuole leggere. “La libertà di stampa è libertà di uccidere” La stampa mastica e maciulla qualunque aspetto della vita privata di Katharina. La stampa, come una lente alla luce del sole, deforma e poi brucia. Katharina, la sua vita, il […]

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Teatro Trianon Viviani: Le indimenticabili canzoni di Napoli

La serata del primo novembre, Eroica Fenice si è addentrata nel cuore di Napoli dove, al Teatro Trianon Viviani (il primo teatro popolare campano), ha assistito alla messa in scena del primo titolo del cartellone firmato dal direttore artistico uscente Nino D’Angelo: Quelle del Festival… Le indimenticabili canzoni di Napoli. Uno spettacolo suddiviso in due tempi, presentato da Edda Cioffi e prodotto da Sud promotion. È stata una serata all’insegna della promozione e della valorizzazione delle indimenticabili canzoni napoletane. Protagonisti dieci artisti: Giusy Attanasio, Alessia Cacace, Luciano Caldore, Gino Da Vinci, Enzo Esposito, Mavi Gagliardi di Sud 58, Alfredo Minucci, Teresa Rocco, Antonio Siano e Lino Tozzi. Ha diretto l’orchestra Peppino Fiscale, che ha curato anche gli arrangiamenti musicali. Maurizio Palumbo, ideatore e regista dello spettacolo, ha inserito nella scaletta anche celebri brani presentati da interpreti partenopei al festival di Sanremo. «È una sorta di gemellaggio tra il festival di Napoli e quello di Sanremo, nel ricordo della manifestazione che si tenne nel 1932 nel casinò municipale della città ligure, il “festival della Canzone partenopea”, ideato e organizzato da Ernesto Murolo, il poeta autore di “Serenata napulitana”, padre di Roberto Murolo». Al Teatro Trianon Viviani, Napoli resiste attraverso la musica e si racconta La musica partenopea sa del profumo degli aranci e dei limoni di Sorrento, c’immerge nel blu del mare che bagna il Golfo, evoca l’austerità del Vesuvio, parla d’amore e denuncia una cruda realtà. Tra il patrimonio della canzone e il napoletano esiste un’identità totale che va oltre le distinzioni sociali, economiche e culturali. Nei meandri di Forcella, uno dei quartieri napoletani maggiormente martoriati dalla malavita, al Teatro Trianon Viviani, si celebra la bellezza della canzone napoletana, una produzione che si afferma a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. La canzone napoletana è oggi famosa in tutto il mondo e si fa linguaggio universale. Chi non ha sentito, almeno una volta nella vita, il ritornello di O’ sole mio? La diffusione della canzone napoletana ha raggiunto livelli internazionali, basti dire che, spostandoci all’estero, possiamo ad esempio ascoltare Funiculì Funiculà in occasione del cambio di guardia al palazzo Reale di Danimarca. Popoli diversi, uomini del passato, del presente e del futuro possono far capo alla musica per intendersi. Essa è ovunque e ognuno di noi se la porta dentro. «Per noi il mondo non ha confini, siamo tutti clandestini». La musica ci unisce e ci rende più forti. La bellezza ci porta in salvo, sempre. Di seguito, la scaletta musicale: primo tempo 1. Antonio Siano – ‘O Vesuvio (1967) 2. Giusy Attanasio – Segretamente (1960) 3. Luciano Caldore – Perdere l’amore (Sanremo 1988, Massimo Ranieri) 4. Enzo Esposito – ‘A pizza (1966) 5. Mavi Gagliardi – Tu si’ na cosa grande (1964) 6. ospite 7. Alfredo Minucci – E mo’ e mo’ (Sanremo 1985, Peppino di Capri) 8. Lino Tozzi – Scriveme (1966) 9. Alessia Cacace – Tuppe tuppe, Marescia’ (1958) 10. Gino Da Vinci – Vienme ‘nzuonno (1959) 11. Teresa Rocco – Malinconico autunno (1957) 12. medley secondo tempo 1. […]

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Il mercante di Venezia: uno scontro tra culture

Il mercante di Venezia: va in scena dal 25 al 27 ottobre alla Galleria Toledo lo scontro tra la magnanimità cristiana di Antonio e la sadica crudeltà dell’ebreo Shylock. Laura Angiulli porta Il mercante di Venezia di Shakespeare alla Galleria Toledo. Venezia, XVI secolo. Una scenografia di un nero cupo, spezzato solo da uno specchio d’acqua che allaga la scena e nel quale si muovono i personaggi. Scene e personaggi diversi, luoghi lontani, vicende varie convivono sulla stessa scena. Bassanio, forse a seguito di commerci non proprio fruttuosi, è rimasto al verde e con un mucchio di debiti. La soluzione ai suoi problemi gli appare quando Portia, giovane e ricchissima orfana, è in cerca di marito. Bassanio, mosso da un amore già vivo nei confronti di Portia nonchè dal desiderio di vedere dissolto ogni suo debito grazie al denaro della bella ereditiera, decide di affrontare la lotteria a cui sono legate le sorti matrimoniali della donna. Per farlo ha bisogno, però, di una cospicua dote. Con l’aiuto del devoto amico Antonio, il mercante di Venezia, Bassanio ottiene un prestito dal sadico e avido Shylock, odioso e odiato usuraio ebreo, che chiederà in cambio la più crudele delle penali: allo scadere dei tre mesi stabiliti per il risarcimento del debito, Shylock, secondo regolare contratto, potrà sottrarre una libbra di carne dal corpo di Antonio. Da questo momento avrà inizio una serie di peripezie che porteranno Bassanio a rischiare di perdere la donna amata e Antonio sul punto di perdere la sua vita per non venir meno al contratto sottoscritto con Shylock. L’antisemitismo nell’opera di Shakespeare Il mercante di Venezia Il dramma di Shakespeare appare come una dark comedy nella quale netto è lo scontro tra personaggi positivi e personaggi negativi. Ma ciò che colpisce del dramma è il fatto che negatività e positività non appartengano ai personaggi stessi, non provengano dal loro animo ma dal popolo e dalla cultura alla quale appartengono. Forte è la sensazione che in Shylock si annidi, non una naturale e personale malvagità, ma un rancore atavico, congenito nel popolo ebraico, plasmato da secoli di pregiudizi e torti subiti, corroborato da uno smodato desiderio di denaro e ricchezza, che porta l’ebreo a comportarsi come un “cane strozzino”, ad assecondare quella “selvaggia e ansiosa brama di rovinare un uomo”. Questi istinti così bassi e meschini che animano le azioni di Shylock lo porteranno al punto da alienarsi anche l’affetto di sua figlia Jessica. Daltronde il sentimento antisemita che pervade già l’originale shakespeariano è figlio del clima giudeofobico dell’Inghilterra elisabettiana: ricorre nella produzione del periodo un’ostilità nei confronti della comunità ebraica inglese, ostilità che si percepisce, ad esempio, anche ne L’ebreo di Malta di Marlowe, che deriva da decenni di persecuzioni ed emarginazione. A fare da contraltare alla sadica malvagità di Shylock c’è una serie di personaggi che portano in scena una vasta gamma di sentimenti puri, disinteressati, delicati e potenti allo stesso tempo. Jessica, figlia di Shylock, rinnegherà suo padre e la sua religione per sposare il cristiano […]

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La Tempesta inaugura la nuova stagione al Mercadante

Il Teatro Mercadante di Napoli inaugura la stagione 2019/2020 con la Tempesta di William Shakespeare, grande classico della letteratura rivisitato e adattato dal regista Luca De Fusco. Lo spettacolo, proposto in anteprima al Teatro Grande di Pompei, sarà in scena fino al 10 novembre 2019 ed è stato scelto come ouverture proprio perché rappresenta un’opera intramontabile, attuale e, per citare Calvino, che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. La Tempesta, l’onirico e visionario racconto di Prospero Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni (Atto IV) Qual è il confine tra sogno e realtà? E se quella che crediamo realtà fosse un sogno? Molti sono i quesiti che attanagliano lo spettatore che si interfaccia con la mise en scène del testo shakespeariano, in cui si gioca volutamente sull’ambiguità tra ciò che esiste e ciò che scaturisce da una fervida immaginazione. Prospero, interpretato magistralmente da Eros Pagni, è l’ex duca di Milano, il cui titolo era stato usurpato dodici anni prima dal fratello Antonio, con la complicità di Alonso, il re di Napoli. Abbandonato a tradimento su una zattera insieme alla figlia Miranda, si ritrova vittima di una terribile tempesta che lo fa approdare, naufrago, su un’isola quasi del tutto disabitata. Ed è così che, anno dopo anno, egli matura un forte desiderio di vendetta che lo porterà ad architettare, con l’aiuto del fedele spiritello Ariel, una tempesta per punire i suoi nemici. Quella di Prospero è tuttavia un’opera di immaginazione, che ha come unico scopo quello di condurre i suoi usurpatori sulla sua isola, regno protetto della finzione letteraria. Pagni impersona un uomo che vive chiuso nella sua biblioteca, defraudato, rancoroso e dispotico, che sfoga il suo desiderio di rivalsa sui suoi sudditi Ariel e Calibano, una sorta di Jekyll e Hyde. Entrambi sono interpretati dalla camaleontica e talentuosa Gaia Aprea con un trucco scenico che rovescia la consuetudine, tipicamente secentesca, di interdire la recitazione alle donne, ricorrendo ad attori per ricoprire sia i ruoli maschili che quelli femminili. Di grande impatto anche l’interpretazione dei personaggi secondari, come Trinculo (Alfonso Postiglione) e Stefano (Gennaro Di Biase), che danno vita ad un pastiche linguistico, frutto della commistione tra italiano e un napoletano ricco di espressioni colorite e vernacolari. Plauso alla scenografia e al disegno luci, che hanno conferito alla scena l’atmosfera surreale e onirica in cui lo spettatore è immerso fino a quando Prospero non rompe la quarta parete per rivolgersi direttamente al pubblico, invocando misericordia e assoluzione di tutti i difetti dell’opera. Cala così il sipario su una prima riuscita con grande successo, preludio di una stagione ricca di sorprese e innovazioni. LA TEMPESTA di William Shakespeare traduzione Gianni Garrera adattamento e regia Luca De Fusco con Eros Pagni, Gaia Aprea, Alessandro Balletta, Silvia Biancalana, Paolo Cresta, Gennaro Di Biase, Gianluca Musiu, Alessandra Pacifico Griffini, Alfonso Postiglione, Carlo Sciaccaluga, Francesco Scolaro, Paolo Serra, Enzo Turrin scene e costumi Marta Crisolini Malatesta disegno luci Gigi Saccomandi musiche originali Ran Bagno installazioni video Alessandro Papa […]

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Teatro

Notturno di donna con ospiti di Annibale Ruccello

Notturno di donna con ospiti, lo spettacolo Un uomo, alla vigilia dei suoi cinquant’anni, con davanti una torta e una candelina da spegnere. Allo spegnersi delle candeline si accendono i suoi sogni e così l’uomo diventa Adriana, e così le sue labbra si tingono di rosso e l’azzurro della camicia è interrotto dalle perle rosa di una collana. Adriana è sposata con Michele, un metronotte con cui condivide la sua grigia esistenza in una casa a un’ora dal centro. Con cui condivide due figli, presenza evanescente evocata per aneddoti ripetuti quasi come un mantra: “Soltanto che sto un poco preoccupata per Alfredino…oggi teneva un poco di tosse…” Arriva la notte e Adriana, con le sue pantofole fucsia, si aggrappa a canzonette trasmesse per radio e sceneggiati televisivi, uniche ancore per salvarsi dalla monotonia di giornate ripetitive, eppure, proprio per questo, forse rassicuranti. Rassicuranti, eppure, proprio per questo asfissianti. La telefonata con ‘mammà’, la cena da preparare e pure quella tosse di Alfredino, che si sa, i bambini fanno così, corrono, sudano, cadono malati, ma poi tanto passa… Allo spegnersi delle candeline quei sogni che si erano accesi diventano incubi, la profonda solitudine di Adriana, caratteristica dei personaggi di Annibale Ruccello, è violentata da una moltitudine di persecutori, generati della sua stessa mente: l’amica di banco Rosanna, il suo primo amore Sandro, il marito, il padre, la madre, i rimpianti, i rimorsi, i sensi di colpa e quel passato che pesa come una zavorra. Tutti invitati alla stessa festa: il cinquantesimo compleanno di Adriana.  Inizia al Bellini il ciclo su Annibale Ruccello L’allestimento, in scena al Piccolo Bellini di Napoli dal 22 ottobre al 3 novembre, rappresenta uno studio realizzato dal regista Mario Scandale, su una versione non definitiva del testo Notturno di donna con ospiti di Annibale Ruccello. Una versione più onirica in cui molto labile è il confine tra sogno e realtà, tra realtà e immaginazione. Adriana non è un personaggio reale, ma un sogno e il nodo tematico centrale dei figli diventa presenza fantasmatica, emblema della nostalgia di una maternità negata e  la loro uccisione diventa impossibile in quanto essi esistono solo nella mente di un personaggio irrisolto, un uomo disperato, magistralmente interpretato da Arturo Cirillo. Un drammatico viaggio psicologico durato una notte, una festa popolata da personaggi esasperati nei modi e nei costumi, uno spettacolo che commuove, spiazza, turba, disorienta, aprendosi a molteplici forme e interpretazioni.   Notturno di donna con ospiti, studio sulla versione del 1982 di Annibale Ruccello regia Mario Scandale con Arturo Cirillo e con gli allievi diplomati dell’Accademia Massimiliano Aceti, Giulia Trippetta, Giacomo Vigentini, Giulia Gallone, Simone Borrelli Voce padre Giovanni Ludeno Voce madre Antonella Romano   Fonte immagine: https://www.teatrodellapergola.com/evento/notturno-donna-ospiti/

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Tirelli al Teatro Civico 14 racconta l’amore in Shakespeare

Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, è andato in scena al Teatro Civico 14 con lo spettacolo L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare). «La fortuna guida dentro il porto anche navi senza guida. Tutto vero, ma in amore ci vuole anche una gran botta di culo». È con questa massima, ironica ma veritiera, che Emanuele Tirelli ha salutato il pubblico di L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare), spettacolo rappresentato sabato 19 e domenica 20 ottobre al Teatro Civico 14 di Caserta. L’opera è una lezione-spettacolo sull’amore, sentimento che l’arte, declinato in tutte le sue forme, ha sempre privilegiato. È proprio dall’interpretazione delle tragedie shakespeariane e di alcuni personaggi femminili – come Ofelia, Desdemona, Cordelia, Ermione – che Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, parte per riflettere sulla complessità dell’amore, capace di renderci felici e incredibilmente forti ma anche, alcune volte, deboli e sofferenti. Questa assurda dicotomia avrà segnato la vita di Ofelia, presa dall’amore verso Amleto fino a quando questo non ritratterà, dicendole di andarsi a chiudere in un convento. Simile l’esperienza di Desdemona, innamorata e sposa del suo Otello, che travolto dalla gelosia finirà per ucciderla nel letto nuziale. Va poco meglio ad Ermione, personaggio de Il racconto d’inverno, al quale Shakespeare destina un lieto fine dal sapore amaro, poiché la donna vivrà una vita di sofferenze. L’affresco su questo nobile sentimento tocca anche Romeo e Giulietta, commedia portata ad esempio dell’amore sincero e puro, «che se non esiste non esiste la vita», afferma l’autore. In realtà, è proprio nel capolavoro shakespeariano che troviamo l’esempio di quanto possa farci del male ed essere una dannazione: i due protagonisti, dal sentimento giovane ma già fortissimo, preferiranno la morte ad una vita pensata senza l’altro al fianco. Alle opere del drammaturgo inglese affianca le riflessioni di filosofi come Deleuze, secondo cui «non si desidera mai qualcuno in assoluto ma in un insieme, cioè vedendosi con l’altro» e il pessimista Schopenhauer, che con il dilemma del porcospino ha mostrato come, quando l’amore avvicina due amanti, li condanna a dover sopportare le spine reciproche. Tirelli porta in scena uno spettacolo intimo e comico al tempo stesso: l’autore, infatti, dissemina vicende amorose – dai tratti paradossali ed esilaranti – che l’hanno visto protagonista, strappando più di qualche risata al pubblico. Merito anche della spalla destra Ciro Staro, sul palco con lui, che si occupa della musica e partecipa alla conversazione con simpatiche gag ed espressioni facciali. Entrambi indossano delle magliette, con illustrazioni di Giuseppe Cristiano, che raffigurano uno Shakespeare in veste pop, con occhiali rosa a forma di cuore. A spiegarne il motivo, in chiusura di spettacolo, è l’autore stesso: «Shakespeare era profondamente pop. Oggi lo consideriamo come alta letteratura teatrale, che può essere compresa soltanto dalle persone più colte, ma all’epoca non era così. Il Globe Theatre si trovava nel quartiere accanto a quello delle prostitute, che andavano a teatro per cercare dei clienti per il dopo-spettacolo e nel frattempo si godevano l’opera. E […]

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Spaccanapoli times di Ruggero Cappuccio: tra umorismo e malattia

Spaccanapoli Times di Ruggero Cappuccio (scenografie di Nicola Rubertelli), andato in scena per la prima volta nel 2015, è un’opera in cui la comicità vela il dramma umano di fronte alla globalizzazione, che non tiene conto delle varie identità delle persone; all’insegna dell’umorismo (in senso pirandelliano) si apre la stagione 2019-2020 del Teatro Sannazaro e Spaccanapoli Times rappresenta, in questo senso, il trampolino di una riflessione per riconquistare, magari in un futuro remoto, il proprio spazio nei limiti di un mondo sempre più soffocante. Spaccanapoli Times di Ruggero Cappuccio: l’identità e l’inconscio familiare «Non si può toccare un cuore senza ferirlo». Un Moderno/Giuseppe Acquaviva Sin dalla prima scena Spaccanapoli Times pone innanzi al pubblico la scissione dell’individuo con la società di cui l’uomo si fa portavoce. Entrare nella vecchia casa Acquaviva, ripercorrendo le viscere materne di Spaccanapoli, è un ritorno alle origini, alla genesi della coscienza dei protagonisti. Così Giuseppe (Ruggero Cappuccio) sembra guardare la casa dei suoi avi, la propria casa; a poco a poco, gli altri personaggi appaiono come fantasmi o ricordi di quelle pareti: Romualdo (Giovanni Esposito), Gabriella (Gea Martire), Gennara (Marina Sorrenti); ogni personaggio diventa suono che si armonizza con esse e che contribuisce a delineare quell’identità, singola e collettiva, della famiglia Acquaviva per mezzo della sua presenza nel luogo avito; ciò si realizza anche nella lingua, dell’opera al fine di conferire quel senso di unicità dei quattro protagonisti attraverso un’alternanza di napoletano, siculo ed inglese, tipico della poetica di Cappuccio (si pensi a Shakespea Re di Napoli, Edipo a Colono o Desideri mortali). Da tali presse si svolgono i casi dei protagonisti, che, posti agli estremi della società, tentano di mantenere inalterate le voci della propria identità di fronte alla confusione della modernità: i fratelli Acquaviva sembrano e si dichiarano affetti da psicosi e patologie di tal genere e per continuare a usufruire dei sussidi a loro riconosciuti, è necessario “superare” una verifica da parte dell’ispettore preposto dell’ASL, il dr. Lorenzi (Ciro Damiano; altro esponente della società fredda e imborghesita è anche il personaggio Norberto Boito – Giulio Cancelli –, fidanzato di Gennara). Tale processo si scontra, come si diceva, con la “guerra” della modernità: così come la si definisce nel dramma; attraverso l’imposizione di sovrastrutture estetiche e ideologiche si vuol tendere a omologare gli individui, e in un tale mondo l’unico modo per sopravvivere, cercando di salvaguardare il proprio essere, è fingere: «’e cos’ s’ hann’ ’a fà ch’ over’ pàreno pecché ’a gent’ over’ s’ ’e crer’». Riprendendo un’ idea già esposta di Shakespea Re di Napoli, Giuseppe/Cappuccio mette così in evidenza la contraddizione dei tempi moderni, ovvero l’essere cosciente della marcescenza e della falsità su cui si fonda. Di qui la triste commedia dei protagonisti, che, nel secondo atto, in seguito alla frammentazione delle proprie identità rappresentata dal crollo delle innumerevoli bottiglie di vetro che compongono le antiche pareti della loro casa, in un discorso che si fa meta teatrale, muovono lo spettatore attento a contemplare i loro casi attraverso il filtro […]

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Ennio Coltorti ne Il sogno di Nietzsche al Piccolo Bellini

Il 12 ottobre, il Teatro Piccolo Bellini di Napoli ha spalancato le sue porte a Eroica Fenice, per introdurla nelle vie tortuose della mente tanto controversa quanto affascinante di Nietzsche, inerpicatesi neIl sogno di Nietzsche, lo spettacolo di Maricla Boggio, con la regia di Ennio Coltorti, in scena insieme a Adriana Ortolani e Jesus Emiliano Coltorti. Il sogno di Nietzsche è uno spettacolo che ti droga. Ti lascia sniffare un’atmosfera onirica contenente le visioni allucinatorie di Friedrich Wilhelm Nietzsche, intento a rivivere alcuni dei momenti che hanno segnato la sua gioventù. L’aroma della musica classicheggiante che aleggia nell’aria annebbia la vista e fa battere forte il cuore, fino a farlo esplodere in un irrefrenabile impulso alla vita. Il sogno di Nietzsche mostra il teorico dell’eterno ritorno, incarnatosi in Ennio Coltorti, estremamente simile a lui, attraverso una lente d’ingrandimento che vede il filosofo amare, soffrire e reagire. Ennio Coltorti e Il sogno di Nietzsche: Lou Salomé come figura centrale Lou Salomé, interpretata da Adriana Ortolani, è una donna bellissima, dotta, indomabile, piena di fascino, spregiudicata, anticonformista, distruttiva, quasi demoniaca. Una donna capace di legami appassionati, che sceglie di vivere l’amore fino in fondo, dotandolo di slancio intellettuale oltre che fisico, una donna che seduce e abbandona gli uomini perché l’amore rischia di diventare esigenza di possesso e smania di approvazione. Una donna brillante e dall’intelligenza rara, che scardina i luoghi comuni dell’Ottocento. Una donna promotrice precoce del concetto di libertà individuale come vero scopo della vita. Un vero uragano di vita. L’intesa tra Nietzsche e Salomé è perfetta, ma Lou è una farfalla che non si lascia mai catturare e quando il sole tramonta se lo lascia alle spalle volando più forte, arrivando a toccare il cielo con le ali. Con la sua spassionata libertà, la sua bellezza semplice, ma magnetica, Lou porta scompiglio in Europa infrangendo i cuori di uomini eccezionali, tra cui Nietzsche. Lou intende realizzarsi esclusivamente attraverso lo studio. Approda a Roma, dove conosce il filosofo tedesco Paul Rée (Jesus Emiliano Coltorti), il quale si invaghisce di lei che, però, ricambia l’attrazione solo a livello intellettuale proponendogli, perciò, un sodalizio culturale. Rée parla a Nietzsche di questa donna straordinaria e lo invita a conoscerla. Lou propone ai due filosofi una sorta di collaborazione paritaria dedita allo studio non sbilanciata da rapporti sessuali. Si viene a delineare, così, un triangolo, una sorta di “Trinità” intellettuale che, noncurante della mentalità ottocentesca, decide di andare a convivere. Anche Nietzsche non sarà immune al fascino di Lou e perderà la testa, così Il sogno di Nietzsche ci restituisce un’immagine intima e quasi tenera del filosofo. Nietzsche, filosofo solitario, frainteso sia al suo tempo che dopo, è celebre per la radicalità delle sue tesi. La sua opera, troppo spesso ridotta a slogan fascistoidi e mero “paraculismo” per condotte amorali, è in realtà frutto di un pensiero che ruota tutto intorno all’amore per gli uomini. Un amore duro e tirannico, che si presta a interpretazioni fuorvianti e aberranti, ma un sentimento puro e veramente […]

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