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Eroica Fenice

A te, Masaniello al Real Orto Botanico con Nico Ciliberti

A te, Masaniello al Real Orto Botanico con Nico Ciliberti

“Pe’ cheste zizze ianche m’anno afferrata, Masaniè… pecchè nun ce stai tu che me difiende… pe’ zizze Masaniè… pe’ zizze…” mormora Bernardina, “’a reggina d’e sarde”, violata da quel popolo che l’aveva amata solo poche ore prima.

Si è chiuso così “A te, Masaniello”, lo spettacolo messo in scena al Real Orto Botanico di Napoli dal 20 al 22 luglio, scritto e diretto da Annamaria Russo in occasione della rassegna Brividi d’Estate 2019.

È l’estate del teatro sotto le stelle: su una scenografia piramidale si muovono con naturalezza Nico Ciliberti, Marianita Carfora, Salvatore Catanese, Cristiano Di Maio, Alfredo Mundo, Riccardo Maio, Rita Ingegno, Paolo Rivera, Marige Maya Grasso, Diego Guglielmelli, di fronte ad un pubblico che ha occupato tutte le sedie e applaude, commosso.

“A te, Masaniello” si propone come un’opera rigorosa, che unisce la prosa e il canto popolare e suscita nello spettatore le sensazioni più disparate. Tra sorrisi e commozione la platea a stretto contatto con i recitanti, partecipa alla rivolta del ceto povero napoletano, apprezzando in un finale struggente l’interpretazione di Nico Ciliberti, napoletano d’adozione e alle prese con il suo primo spettacolo in dialetto, e di Marianita Carfora che, nei panni di Bernardina, supera se stessa nel monologo straziante ai piedi di Masaniello.

Omaggio alla storia del teatro napoletano, “A te, Masaniello” nasce dalla voglia di raccontare il percorso di un sogno, che nasce, splende e muore nelle tenebre della disillusione. Bellissimo e disperato, come una stella cadente in una rovente serata di luglio. È la storia di un popolo oppresso dal potere dispotico che, volendosi ribellare all’imposizione delle tasse, decide di ricorrere alla forza e alla violenza.

Annamaria Russo firma la regia affidando all’audace Nico Ciliberti  la complessità del “capopolo” più famoso della storia napoletana, che a soli ventisette anni riuscì a regalare un sogno ai napoletani. Un sogno bello da far paura, tanto che i suoi concittadini decisero di distruggerlo, di rinnegarlo. I giorni sono quelli del vicereame spagnolo, delle insopportabili “gabelle”, della miseria e della rivoluzione del 1647.  Sette giorni sono  bastati a costruire una epopea popolare, una storia di poveri che si ribellano ai ricchi, di ricchi che sanno aggirare e impadronirsi di un potere mai davvero perduto, di voltagabbana dalla doppia faccia, di un clero servile e bugiardo, di entusiasmi e illusioni, tradimenti,  sangue versato e una lotta, mai conclusa, tra nobili e popolo.

Il popolo napoletano, ridotto alla fame dalla pressione fiscale del vice regno spagnolo, scatena una rivolta violentissima. A capeggiare l’insurrezione Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, un pescatore. Napoli lo nomina Generalissimo della popolazione, e lo segue con cieca fede per sette giorni, mettendo a ferro e fuoco la città, costringendo i nobili ed il viceré a riparare a castel Sant’Elmo, per sfuggire alla violenza dell’assalto. Sono i sette giorni della rivoluzione dei “pezzenti”, sette giorni leggendari durante i quali, il governo si arrende alla forza del popolo e accoglie, senza condizioni, tutte le richieste del generalissimo. Tra i vicoli, le strade, le piazze riecheggia un solo grido: libertà.

Il popolo è sovrano, sì, ma solo per sette giorni. Poi, di colpo, tutto finisce. Qualcuno tira giù il sipario. C’è chi ha dei dubbi,  si chiede dove porteranno questo sangue e sudore e lacrime. Si fa buio e nel buio Masaniello, sempre più solo, impazzisce. Il popolo non inneggia più al suo comandante (comandante di chi?) e a bassa voce lo condanna, decretandone la morte.

Masaniello ha giusto il tempo di pronunciare il suo ultimo delirante discorso alla popolazione, prima che il suo migliore amico, Michelangelo, porti la sua testa in pegno ai Viceré. Il dialogo tra i due si fa straziante. Michelangelo non ci aveva mai creduto, aveva combattuto la guerra di un altro, quello era il sogno di un altro. E,tradito, Masaniello, come Gesù da Giuda, diventa martire di un popolo che rinnega se stesso, incapace di sognare la libertà. Il popolo napoletano, che poco prima aveva fatto del pescatore rivoluzionario un santo laico, ora festeggia la sua morte.

Questa la storia di Masaniello. Questa la storia di Napoli, che nei secoli si replica identica immutabile. La storia di una città che non perdona chi prova a sollevarla dal fango. La storia di un terra il cui ventre molle fagocita sogni e defeca abiezione. La storia da cui bisogna partire per trovare il filo mai spezzato che ci porta fino ai nostri giorni.

Dall’alto della piramide Masaniello ci indica, ci accusa di chinare il capo dinanzi ai potenti, di condurre guerre fallaci, rivoluzioni silenziose, di aver dimenticato un sogno, un sogno di libertà.

“‘Stu popolo nùn tene fede, tene sulo famme. Te si fatto Gesù Cristo e t’è scurdato ca ‘sta terra nùn tene Paradiso”.

Fonte immagine: https://www.facebook.com/events/433657344143225/

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