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Eroica Fenice

Al NTF, Celestini racconta persone sotto la pioggia dell'esistenza

Al NTF, Ascanio Celestini racconta persone sotto la pioggia dell’esistenza

“Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? Storia provvisoria di un giorno di pioggia” è lo spettacolo portato al Napoli Teatro Festival con cui Ascanio Celestini racconta percorsi umani densi di sofferenza e di coraggio, legati in un tessuto sociale fatto di cinismo, ma anche di passione e solidarietà.
Lo spettacolo ha avuto luogo nel cortile del Palazzo Reale, ed è stato presentato dall’autore come uno studio in divenire, la seconda parte di una trilogia iniziata con “Laika”, testo del 2015. Riprendendo il filo narrativo di Laika, Celestini delinea storie di persone spesso “non guardate”, non capite nella loro umanità.
Uno stile poetico attraversa la narrazione e l’inizio sembra riprendere miti antichi: Celestini porta il pensiero al suono di enormi masse d’acqua nelle profondità marine, mosse da onde sismiche, un suono talmente potente da poter essere ascoltato anche a centinaia di migliaia di chilometri di distanza dalla superficie terrestre. Ascoltando quel suono gli indiani Pueblo chiamano le nuvole, invocano la pioggia, che giunge copiosa e incessante.
Si tratta di una pioggia di memorie profonde, di vite intense, di un passato che è l’unica vita che si può “guardare davanti agli occhi”.

Ascanio Celestini, tra persone e luoghi

Celestini sceglie di narrare ed intrecciare storie di persone diverse per vissuto, esperienze, carattere, ma legate tra loro da un senso dell’esistere, e divide il lavoro in capitoli che permettono di focalizzare meglio l’attenzione sui singoli personaggi. Accompagnato dal musicista Gianluca Casadei che con tastiere, fisarmonica ed altri strumenti contribuisce musicalmente a comunicare uno stato d’animo di fondo, Ascanio Celestini si “incammina” col pensiero tra persone e luoghi. Inizia a parlare di Violetta, giovane donna alienata dal lavoro di cassiera in un supermercato, dove sente di non essere “riconosciuta” come persona dai clienti, ma solo vista nella sua funzione sociale. Violetta, concluso il lavoro quotidiano, torna a casa, dove vive con la madre, cenano con zuppe liofilizzate, cui segue il rituale della televisione, e poi a dormire. Una vita priva di amicizie, di passione, che Violetta detesta: “da 0 a 100 le piace 0”. Ad attenderla, fuori dal lavoro, ogni giorno, c’è il fantasma del padre, morto anni prima. Violetta lo porta in tasca con sé.
Celestini passa poi a narrare di Sayid e Domenica, della loro relazione nata per caso. Lei è una precaria, raccoglie rifiuti e li ricicla. Lui è un facchino, col dono della “nobiltà dell’umiltà.”
Saiyd vede i suoi colleghi sfruttati, maltrattati. Uno di loro è morto in un incidente sul lavoro. Ma Sayd spera che il suo destino sia diverso. Lo spera, ma non ci crede realmente, e tenta la fortuna con le slot machine, perdendo fiumi di monete.
Domenica ha un passato drammatico alle spalle. Il padre la inizia a piccoli furti, padre che verrà ucciso quando lei è ancora piccola. Domenica attraverserà servizi sociali, relazioni sentimentali violente, subirà soprusi e tenterà più volte il suicidio. Troverà chi le offre una mano. E quando Sayid sarà costretto a partire, lei sa che tornerà.
Celestini ci conduce, in un altro capitolo, a conoscere una persona che si crede illuminata e sensibile, ma mente a se stessa e agli altri, tenendo in sé il germe del razzismo, del pregiudizio e dell’ipocrisia. In una piccola parentesi Ascanio Celestini sembra rivolgersi al pubblico dicendo che c’è ancora gente che dice che Mussolini, un dittatore violento, nefasto per il genere umano, ha fatto anche cose buone. Tornando al personaggio razzista e ipocrita, Celestini ne racconta l’ esperienza di padre di un figlio con una malattia degenerativa. La sua prospettiva, la sua filosofia di vita, cambierà radicalmente come conseguenza del rapporto con il figlio.

Si arriva, verso la fine, al funerale di Domenica, e alla celebrazione de “il giorno dei prodigi” in cui tutti i fantasmi, “tenuti in tasca”, si mostrano alla vista, e le persone care vengono a far visita.
Una giornata dei prodigi che è anche una giornata di pioggia. Ed in quella pioggia, in quella danza di morti, in quella consacrazione della memoria, si affaccia alla finestra la consapevolezza dell’esistere, di potere resistere al dolore, di potere amare la vita, di poter ridere contenti come alla fine di una guerra.

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