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Eroica Fenice

Edoardo Ferrario e l'importanza di osservare

Edoardo Ferrario e l’importanza di osservare

Romano classe ’87, Edoardo Ferrario è forse uno dei volti più gioviali della comicità italiana. Comico, imitatore e autore, Edoardo ha declinato la sua comicità e i suoi personaggi in forme e format sempre diversi: ha lavorato a programmi radiofonici come l’Ottovolante, Staiserena e I Sociopatici; in televisione in trasmissioni come Un, Due, Tre, Stella! su La7, La prova dell’Otto su Mtv e Quelli che il calcio su Rai2; sul web con format come Esami – La serie e Post-Esami; ha anche scritto tre spettacoli di stand up comedy Temi Caldi, Edoardo Ferrario Show e Diamoci un tono.

Leggero ma non superficiale, spensierato ma non approssimativo, Edoardo Ferrario in questi anni è stato in grado di creare dei lavori comici dall’allegria contagiosa, dando vita a un personalissimo immaginario fatto di imitazioni (ne ha imitati tantissimi, da Vincenzo Mollica ad Alessandro Borghese, passando per Diego “Zoro” Bianchi, nda) e personaggi inediti. Personaggi che comunque non si fondano sul ridicolo o sulla storpiatura ma sono sagacemente caratterizzati e presentano tantissime sfumature caratteriali. Tutto questo nasce dall’inappagabile desiderio di Edoardo di osservare e carpire dalle persone i tratti più peculiari, stigmatizzandoli in figure in cui in seguito le persone possano rivedere i loro conoscenti o anche loro stesse.

Questo fine settimana Edoardo sarà a Napoli, Sabato 1° Dicembre al Kestè ospite dell’open mic (per ulteriori informazioni relative alla rassegna di eventi di stand up comedy al Kestè vi rimandiamo alla pagina Facebook Stand Up Comedy Napoli) e Domenica 2 Dicembre al Teatro Nuovo, dove porterà in scena il suo ultimo spettacolo Diamoci un tono.

Per l’occasione, abbiamo intervistato Edoardo che ci ha parlato dei suoi esordi, della sua idea di comicità, della genesi di alcuni suoi personaggi e di tante altre cose ancora.

Edoardo Ferrario, l’intervista

Qual è stato il tuo primo approccio alla comicità, com’è nato l’Edoardo Ferrario comico?

Il mio primo approccio alla comicità ha avuto luogo molti anni fa perché io mi sono iniziato a divertire con la comicità guardando i programmi della Gialappa’s e di Serena Dandini: i vari Mai Dire, Pippo Kennedy Show, L’ottavo nano

Benché fossi molto piccolo mi facevano molto ridere e avevo molta voglia di emulare quei comici. A quel punto a scuola diventai un po’ quello che faceva le imitazioni dei professori, ero quella figura lì senz’altro. Poi, dopo il liceo, all’inizio dell’università – io sono laureato in Giurisprudenza in tutto ciò – mi iscrissi a una scuola di scrittura che c’è qui a Roma, l’Accademia del comico. Così iniziai a esibirmi e a scrivere i primi spettacoli, ma tutto nasce da quando ero piccolo. Il lavoro del comico l’ho sempre voluto fare.

Che tipo di insegnamenti hai ricevuto in questa Accademia?

Questa scuola insegna a scrivere un monologo comico, non è una scuola di teatro ma è una scuola di scrittura specializzata in linguaggio della comicità. Mi ha dato le basi per scrivere un monologo che potesse far divertire un pubblico pagante. È una cosa molto delicata. Diciamo che la scrittura comica, soprattutto quella destinata alla fruizione dal vivo, ha delle regole molto precise malgrado lo spettacolo di un comico possa sembrare molto istintivo. In realtà c’è un grande lavoro di scrittura dietro: è fondamentale l’intuizione nella comicità. Tanto è vero non so quanto si possa insegnare la comicità e non so quanto si possa insegnare a far ridere davvero, però, si possono insegnare gli strumenti per arrivare farlo. Questa scuola aveva esattamente questo scopo. Il suo grande merito è l’avermi dato la possibilità di esibirmi: ho iniziato a esibirmi con performance di 10-15 minuti. Il grande passo poi ciascuno lo fa quando scrive uno spettacolo proprio che dura un’ora.

A proposito di comicità e insegnamenti, un po’ di tempo fa intervistai Giorgio Montanini e lui ha una grandissima concezione della comicità. Per lui è una forma d’arte che può destare le coscienze invitandole a riflettere, dunque è una forma d’arte che può insegnare qualcosa. Tu invece, in un’intervista all’Huffington Post, hai affermato che con la tua comicità non vuoi insegnare nulla. Puoi spiegarmi perché non sei d’accordo con un certo tipo di comicità?

Penso che la comicità abbia un valore di insegnamento relativo a chi sta sul palco. Nel senso che quello che mi propongo di fare con i miei spettacoli è parlare di me e spiegare chi sono io. Poi mi auguro che il pubblico, identificandosi in alcune cose che dico, possa trovarsi d’accordo con me. Però non ho mai la pretesa di insegnare loro qualcosa. Innanzitutto non sono così convinto che la comicità sposti voti e possa davvero destare le coscienze, magari alcuni lo possono fare, ma non è la comicità che piace a me. A me piace molto di più alludere, mi piace parlare di me per far divertire le persone. Non sono assolutamente per una comicità fine a se stessa però la comicità deve far ridere e deve parlare del comico. Non mi piace la satira politica, quella che spiega agli elettori chi hanno votato, cosa sta succedendo nel Paese… Penso che un comico possa parlare di politica ma ne deve parlare esclusivamente dal proprio punto di vista. Non mi piace quando un comico pensa di poter far cambiare idea ai propri elettori. Innanzitutto perché non può e poi comunque non mi piace avere un atteggiamento didattico o moralista. Io penso che il comico si debba porre assolutamente allo stesso livello del pubblico e debba stigmatizzare i propri vizi in maniera tale che il pubblico si possa identificare e possa capire, con questa empatia, qualcosa di più su di sé.

Rimanendo sullo stigmatizzare i vizi: so che tra le tue maggiori fonti c’è Carlo Verdone che è stato un maestro nello stigmatizzare i vizi con i suoi personaggi. Cosa ha rappresentato per te l’insegnamento di Verdone?

Io sono un grandissimo fan di Carlo Verdone, fin da quando sono piccolo. Il più grande insegnamento che mi ha dato è stata la capacità di guardare le persone e di cogliere, con quell’approccio iperrealista, i tratti più divertenti della loro personalità. Io stesso mi diverto molto a osservare le persone, a volte ce ne sono alcune che colpiscono tantissimo la mia attenzione. Quando una persona ragiona in un certo modo, parla con una certa voce… Appena colgo dei tratti distintivi per me diventa quasi un dovere imitarla!

Con questo posso anche collegarmi a quello che ti ho detto prima: a me non piace la satira sui politici, a me piace la satira sugli elettori. Io penso che tutto parta dalle persone: raccontare le persone è questo il vero scopo della comicità. In questo senso, la cosa che mi incantava di Verdone era il modo in cui imitava dei personaggi e tu in quei personaggi potevi rivederci tuo fratello, il portiere di casa, il professore del liceo… Quell’approccio lì mi colpì tantissimo, tanto è vero che lo uso ancora oggi quando creo i personaggi. La più grande soddisfazione è quando vengono da me e mi dicono:”Guarda Edoardo quel personaggio è identico al mio personal trainer”, oppure “Potrebbe essere mio cognato”. L’approccio iperrealista di Carlo Verdone è quello che più mi ha incantato, lui è senz’altro il comico più bravo che abbiamo avuto in Italia.

Tra i tuoi personaggi il mio preferito è Filippo “Er Pips” De Angelis. Guardando i video ho avuto la sensazione che tu ci sia molto legato. È così o è soltanto una mia impressione?

No no, è verissimo, mi ha accompagnato per un grande periodo della mia vita. È un personaggio che nasce nel mio liceo, era un mio compagno di scuola che davvero aveva questa visione incredibile di alcune materie. Davvero faceva questi discorsi:”Beh, Er Kant è uno che je fleshava a bestia!”. Capito? Parlava di filosofia e filosofi con questo tono, come se fossero suoi amici. Mi piace quel personaggio lì perché in qualche modo rappresenta quel candore che si ha a 15/16 anni. Crescendo mi sono divertito a portare e far crescere con me questo personaggio. L’ho fatto conoscere nel programma di Caterina Guzzanti dove parlava di alcune opere in un museo, poi a Esami l’ho messo all’università a fare la magistrale. Dopo di che l’ho riproposto a Quelli che il calcio dove faceva uno stage non pagato lavorando sotto una fotocopiatrice. In un certo senso rappresenta un po’ lo studente molto ambizioso e molto velleitario che si ritrova con molto poco, rispetto a quello che credeva di avere. Però nonostante questo non si abbatte mai che è una cosa molto romana e penso anche un po’ napoletana. Questo concetto di arrangiarsi in qualche modo: “Tutto sommato, non tutto è perduto ce la possiamo fare”. Ma poi le cose assumono tratti tragicomici (ride, nda).

Perché poi è un personaggio che le cose le sa, a suo modo ma le sa.

Esattamente le cose le sa a suo modo. Perciò ecco, il grande divertimento per me è stato farlo crescere e non lo voglio assolutamente abbandonare. Anche adesso che ho 31 anni continuo a vedere tanti Filippo De Angelis tra i miei coetanei e sento quindi il dovere di parlarne, perché è un modo di parlare dell’attualità.

Hai lavorato in radio, sul web, in televisione e in teatro. Su quale piattaforma ti sei sentito più a tuo agio e quali sono i pro e i contro di ognuno di questi mezzi di comunicazione?

Guarda, mi piacciono tutti perché a me piace declinare la comicità con diversi mezzi. I pro e i contro sono evidenti. Il pro della radio è che hai soltanto la voce e quindi non ti devi preoccupare di tutte le immense rotture di scatole che ti dà l’immagine. D’altra parte, non hai l’immagine che è molto impegnativa ma ti regala grandi soddisfazioni. In televisione arrivi a tante persone però allo stesso tempo devi utilizzare un linguaggio estremamente comprensibile perché l’attenzione in televisione ormai dura pochissimo. Sul web il bello è che hai dei tempi molto più dilatati rispetto alla televisione, però allo stesso tempo anche lì bisogna stare attenti. Adesso i prodotti che funzionano molto di più su Internet sono quelli molto veloci, molto larghi. Poi anche Internet ha iniziato ad avere un suo linguaggio: i meme, i video “la mia ragazza quando…”.

Non ti nascondo che il mio mezzo preferito è il live, malgrado sia forse il più difficile perché hai soltanto la voce e te stesso. Con il live c’è però il rapporto diretto col pubblico, mentre in tutte le altre forme il rapporto è mediato. Nel live ce l’hai lì davanti, se non ride t’ammazzi ma se ride è molto gratificante. Mi piace anche la scrittura che c’è dietro un live perché è una scrittura basata tantissimo sull’immagine e la voce e che mette insieme tutti gli approcci che ci sono per gli altri mezzi: devi saper sfruttare bene la voce come in radio e l’immagine come in televisione.

Voglio ritornare ai tuoi personaggi, nello specifico a Max l’assistente di Economia. È stato anche lui ispirato da una persona vera? Mi hai detto che ti sei laureato in Giurisprudenza e io un personaggio così ce lo vedrei bene in quell’ambiente.

Il personaggio nasce fuori da una palestra sulla Cassia, una via consolare di Roma. C’era questo qua che stava appoggiato a un T-Max e parlava con la ragazza e ti giuro che per un quarto d’ora le ha detto solo:”Sei una persona cattiva, sei una persona cattiva!”. A rotella, per un quarto d’ora. Io rimasi folgorato da questa visione, tra l’altro lo vidi tanti anni prima che facessi Esami e nascesse quel personaggio. Ma quando appunto in Esami dovevo ritrarre quell’assistente un po’ gradasso, una figura molto romana, perché l’essere smargiassi è un tratto tipico romano, e poi allo stesso tempo bisognava raffigurare un assistente un po’ fighetto di un’università privata un po’ fighetta quindi mi venne in mente quel personaggio lì.

Come puoi vedere tutti i miei personaggi nascono dall’osservazione, farei fatica a inventarmi un personaggio di sana pianta. Credo anche che non si possa fare, ogni qualvolta un comico crea un personaggio trae sempre spunto da persone che ha conosciuto nella sua vita. Anche Max è un pezzo di cuore perché rappresenta un tipico personaggio di Roma Nord e io ne ho conosciuti tantissimi perché sono nato e cresciuto in quella zona di Roma. È stato anche un modo per confrontarmi con una persona che conoscevo molto bene.

Ti sei mai sentito “rinchiuso” in un personaggio?

Come se mi identificassero solo con quello?

Esatto!

No, per ora sono sempre riuscito a fare cose molto diverse quindi non mi è ancora capitato il dramma di quello che magari fa un personaggio in una serie tv e viene sempre identificato con quel personaggio. Mi piace pensare che i miei personaggi siano un po’ dei miei figliocci. Mi dispiace anche dare più spazio a uno piuttosto che a un altro, sono infatti molto geloso di loro e non mi piace sovraesporli. Tendo a tenerli un po’ tutti quanti nella culla, bisogna stare attenti perché è un attimo che si perde l’identità del personaggio e non fa più ridere.

Passiamo invece ai tuoi spettacoli di stand-up comedy, ne hai scritti tre: Temi Caldi, Edoardo Ferrario show e Diamoci un tono. C’è stato un cambiamento tra la scrittura di uno e l’altro?

Decisamente, sì. Adesso parlo molto più di me mentre all’inizio parlavo delle persone che avevo davanti. È difficile parlare di se stessi, ci vuole un po’ di esperienza. All’inizio prendevo in giro gli altri ma poi piano piano ho capito che la cosa più divertente è prendere in giro se stessi. Adesso parlo di me e della mia vita, del fatto che mi sono sposato, del modo in cui mi piace viaggiare, di come mi relaziono alle altre persone, delle mie fisse, delle mia manie… Questo ti dicevo prima, bisogna sempre partire da noi stessi per poi far capire agli altri come sono loro. La cosa migliore che ti puoi augurare è che il pubblico si identifichi con te.

L’intervista giunge al termine. Questo sabato sarai al Kestè, cosa dovrà aspettarsi il pubblico?

Sì esatto e Domenica sera sarò al Teatro Nuovo. Sabato faccio un pezzo molto veloce perché è Domenica il vero spettacolo. Il pubblico si dovrà aspettare uno spettacolo molto divertente, è uno spettacolo in cui parlo molto di me, del mio lavoro e delle cose che mi sono successe quest’anno. Parlo anche di comicità, del modo in cui oggi si fa comicità in televisione e di una certa satira che non mi piace. Parlo dei viaggi che sono una mia grande passione e, insomma, la mia grande ambizione è andare la mattina dopo a San Gregorio Armeno e vedere che c’è la mia statuina nel presepe.

Lì puoi anche fermarti a osservare le persone perché ce ne sono di personaggi.

Esattamente!

Ringraziamo Edoardo Ferrario per la gentilezza e la disponibilità concesse, augurandoci che possa avere anche lui la sua statuetta a San Gregorio Armeno.

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