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Eroica Fenice

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Franco Mastrogiovanni, il maestro più alto del mondo

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere.

Franco Basaglia, Che cos’è la Psichiatria, 1967

 

31 luglio 2009, Pollica, comune di Salerno, 2338 abitanti. 

Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso a guidare oltre i limiti di velocità. Un reato che segnerà l’inizio della fine per uno come lui. I carabinieri non bastano per uno come lui. Animato da idealismo e anarchia è considerato pericoloso uno come lui. Il sindaco di Pollica riterrà necessario un TSO per uno come lui. Addirittura si ricorrerà alla contenzione per uno come lui. Lacci ai polsi e alle caviglie per uno come lui. Ottantasette ore senza cibo e acqua per uno come lui

4 agosto 2009, ospedale di San Luca, Vallo della Lucania

Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso morto. La contenzione, per uno come lui, supera la vita e da morto resta legato per altre sei ore, prima che i medici si accorgano che il suo cuore ha smesso di battere. Ucciso dall’indifferenza dei camici bianchi prima, da un edema polmonare poi. Un edema da cui poteva essere salvato. Certo, se non fosse stato costretto al letto della follia. Respira – diciamo alle persone in difficoltà – l’aria è vita. Quell’aria che avrebbe potuto inspirare meglio, col solo essere seduto. Respira, l’aria è vita.

Le ultime ore di Franco Mastrogiovanni in un lager psichiatrico

Un quadrato nero, grate di legno e un uomo al centro. Un allarmismo rompe il silenzio: carabinieri, guarda costiera e sindaco stanno inseguendo un soggetto pericolosissimo, un mite maestro elementare che la sera prima ha guidato con eccesso di velocità. Un eccesso che l’uomo cilentano, che i suoi alunni, in omaggio ai suoi 193 cm d’altezza chiamavano il maestro più alto del mondo, paga con un TSO, trattamento sanitario obbligatorio che, come tutto ciò che deriva da un obbligo, è uno strumento esposto per natura ad abusi. Contenzione e nessuno che raccolga la sua disperata voglia di libertà. Queste sono le coordinate in cui si consumano le ultime ore di Franco Mastrogiovanni, raccontate nello spettacolo Il maestro più alto del mondo. Morte di un matto, in scena ieri alla Galleria Toledo (per la rassegna Napoli Teatro Festival), scritto e diretto da Mirko Di Martino, che, con occhio cinico e sarcastico, indaga il difficile rapporto tra cura e detenzione, salute e follia, e interpretato da Orazio Cerino

Una storia che, inevitabilmente, conduce il pensiero a Stefano Cucchi e che, ancora più inevitabilmente, getta ombra e dubbi sulla sicurezza di cui si fa portavoce lo Stato. Uno Stato che prima fa danni e poi pretende di giudicarli e di distribuire assoluzioni e condanne. Uno Stato in cui la diversità è considerata follia e la follia un pericolo da tenere a bada. Tenere a bada, non curare. Perché la contenzione non è una cura, ma un reato che si avvale dell’alibi della sicurezza del paziente e di quella altrui. 

Perché la contenzione non è una cura e Franco Mastrogiovanni, che profeticamente disse alle autorità “Non mandatemi a Vallo perché là mi ammazzano“, lo sapeva molto bene. 

 

Fonte foto: https://www.italia2tv.it/2019/06/24/la-tragedia-di-mastrogiovanni-rivive-in-teatro-a-napoli-il-monologo-di-orazio-cerino-sul-maestro-morto-dopo-un-tso/

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