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Eroica Fenice

Giovanni Meola

Il teatro in zattera: intervista a Giovanni Meola

L’idea di “deriva” fa pensare e fa rima con “instabile”: non è questo il concetto espresso dalla kermesse Teatro alla deriva, che si svolge ormai da sette edizioni durante tutto il mese di luglio nella spettacolare cornice delle Terme Stufe di Nerone.
“Alla deriva” esclusivamente perché c’è la geniale idea di rendere “itinerante” questo spettacolo grazie all’ausilio di una zattera che si traghetta nel lago; gli attori, da novelli Odisseo, vivono i propri drammi un po’ qui, un po’ lì, aiutati dall’atmosfera magica.

Personaggi isolati, ma in transito: la famosa quarta parete che divide gli spettatori esiste ed è materialmente fatta dall’acqua che divide il palcoscenico della zattera dai comuni mortali; e allo stesso tempo, però, non c’è.

Una rassegna davvero singolare che nasce dalla mente di Giovanni Meola, direttore artistico della kermesse. Lo abbiamo intervistato, per sapere di più su di lui e su come si partorisce un’idea simile.

Identikit: in un tweet, quindi con 140 caratteri, chi è Giovanni Meola?

Non uso i cinguettii e per natura, essendo drammaturgo, spesso sono capace di non essere sintetico. Ecco, questa potrebbe essere una buona autodefinizione. Ma al di là delle battute, e impiegando ben più di 140 caratteri, posso dire che Giovanni Meola cerca di essere uomo di teatro a 360 gradi, con tutto il bello (e anche il complicato e, a volte, il brutto) che questo significa. Quindi, autore, drammaturgo, regista, formatore, direttore artistico, produttore, datore luci, e anche facchino e aiuto scenografo, se occorre.

(ndr: non brevissimo, ma certamente molto bravo a rendere l’idea. Per noi, passa la prova).

Giovanni Meola inizia presto ad essere autore e regista: com’è avvenuto il primo contatto con questo mondo?

Da spettatore, da fruitore, da appassionato. Poi, da “facitore”, da uno che ha cominciato a lavorare sul campo, senza sosta, sia sul piano della scrittura che della regia e poi, dopo qualche anno, anche come formatore. Diciamo che queste tre espressioni dello stesso “essere” teatrale (scrittura, regia, formazione) hanno continuato a combinarsi ed intrecciarsi imperterrite con quella caratteristica iniziale, con l’essere cioè un fruitore attento e molto, molto curioso.

Quali sono state le tue influenze principali?

Mi ritrovo a pensare che le influenze, per chi maneggia arte e creazione, possono arrivare da qualunque tipo di suggestione, comprese le cose che non ti sono piaciute. Anzi, spesso, quelle ti indirizzano molto più di quel che ti piace e senti vicino, perché ti mostrano chiaramente ciò che non vuoi fare, rifare, scimmiottare, ricreare, la direzione nella quale non vuoi andare. Indicando espressamente qualcosa, invece, mi viene in mente tutto il teatro che è riuscito a restituirmi una verità espressiva nell’incontro tra corpo scenico e verbale, tra forma e contenuto. Anche se non ne ho visto tanto di teatro così, è anche vero che ne ho visto qualche volta, e già questa è una bella influenza. Nei miei lavori cerco di applicare e sviluppare questa influenza.

Adesso parliamo della rassegna: è unica nel genere in Italia e siamo alla settima edizione, già un bel numero, direi. A chi è venuta l’idea, come nasce?

L’idea nasce parlandone con Ernesto Colutta, mentore delle Terme-Stufe di Nerone, un posto davvero splendido e molto suggestivo. Io gli descrivevo l’idea registico-scenografica di uno spettacolo di cui cominciavo a fare le prove (immaginavo i personaggi come ‘isolati’ su una sorta di zattera, anche reale oltre che ideale) e ascoltavo i suoi commenti quando lui propose di farlo per davvero su una zattera. E così nacque l’idea di costruire una zattera, metterla nel laghetto delle Stufe e far nascere la rassegna. Il mio spettacolo poi si concretizzò con un’idea scenografica un po’ diversa ma frutto di quel prolifico confronto fu appunto ‘TeatroallaDeriva’, di cui ancora oggi siamo qui a parlare.

Certo che sei un tipo che passa da un estremo all’altro: dalle rappresentazioni nel carcere di Nisida, al teatro sulla zattera… Com’è fare teatro in carcere?
(ndr: facciamo qui riferimento alle molte esperienze passate del direttore artistico)

L’esperienza vissuta a Nisida resta uno dei passaggi più importanti del mio percorso finora perché mi ha permesso di spalancare una sorta di ‘terzo occhio’ sulla realtà. Cose che conoscevo molto bene per averne letto, studiato, per aver visto film, letto reportage ecc., in quel frangente le toccavo per mano, le sperimentavo sulla mia, e la loro, pelle. Il carcere, a tutti i livelli, non è un bel posto perché manca la evidente finalità riabilitativa anche se ne parla la nostra Costituzione. Il teatro ha grandi possibilità di empatia con persone in quelle condizioni, e in quella occasione l’ho capito molto bene.

Progetti futuri?

Ho tre spettacoli con la mia regia in campo, in questo periodo. Molto diversi tra loro. ‘Io So e Ho Le Prove’, un lavoro sulle banche nel quale sono tornato anche in scena come attore, tratto dal caso editoriale omonimo; ‘TRE. Le Sorelle Prozorov’, liberamente adattato e riscritto dal capolavoro cechoviano ma con sole tre attrici in scena ad interpretare tutti i personaggi; e ‘Trilogia dell’Indignazione’, che ha appena debuttato al Napoli Teatro Festival, un lavoro ad episodi di un catalano, Esteve Soler, che è stato tradotto e rappresentato in tutto il mondo, tranne in Italia. Alla fine della prossima stagione, poi, debutterà il nuovo lavoro, ‘Il Bambino con la Bicicletta Rossa’, che con una scrittura molto particolare tratta di un fatto di cronaca di 50 anni fa esatti di cui tutti si sono dimenticati, il primo rapimento con uccisione di un minore nel nostro paese.