Il tempo di una festa | appunti per una morte dolcissima al Mercadante

Il tempo di una festa

Dal 13 al 18 dicembre va in scena per il pubblico del Ridotto del Mercadante Il tempo di una festa di Noemi Francesca. Il testo è pensato a partire da Una morte dolcissima di Simone De Beauvoir. La drammaturgia e la regia sono di Noemi Francesca, che è protagonista assoluta sul palco, accompagnata da Marco Pedicini. Lo spettacolo è stato realizzato in collaborazione con Accademia delle Belle Arti di Napoli – Cattedra di Scenografia, Prof. Luigi Ferrigno. Si tratta di un progetto originale, vincitore della seconda edizione del Premio Leo de Berardinis per artisti e compagnie campane under 35.

Il tempo di una festa, ma, dopo il fragore, ritorna assordante il dolore

La messinscena si apre con Noemi, una ragazza alla ricerca di un luogo, di uno spazio in cui il dolore possa trovare un’accogliente dimora. La sua riflessione è iniziata, come l’emissione di una voce sottile, durante il silenzio assordante della quarantena, cominciando proprio dalla disattenzione posta nei confronti dei morti, che diventavano parte di una statistica, enumerazione anonima di gente senza volto, né più alcuna speranza.

Noemi inizia a pensare alla morte, a prendere familiarità con questa parola così obsoleta, così lontana ormai dalle cose degli uomini. Un libro l’accompagna in questo viaggio alla scoperta di cosa significhi rivelare un dolore, dargli un nome, imparare a conviverci: Una morte dolcissima di Simone De Beauvoir. Il discorso è, però, molto più profondo di ciò che ci si potrebbe aspettare sentendo parlare di una questione così misteriosa e lontana come la morte.

La giovane attrice comincia il suo racconto partendo dalla sua storia, descrive il suo stato d’animo per la comune indifferenza dinanzi alla sofferenza. Il suo è un vero disagio, nato forse da un’esperienza diretta, o anche dalla semplice esigenza di scoprire l’altra faccia della vita, la sua sorella gemella. Il suo obiettivo è percepire la morte non più come un peso scomodo, un intralcio all’esistenza, ma come una festa che celebra un compimento, un traguardo, allo stesso modo di una rappresentazione teatrale, che trova in sé il proprio fine. La parola «performance», infatti, – ci spiega Noemi – racchiude etimologicamente il senso di “passare attraverso”, di esibirsi, portare a termine un’azione, compierla e completarla.

La protagonista, dunque, transita, passa dall’interpretare se stessa ad indossare i panni di Simone. Riesce a dare voce all’impronunciabile tormento che la scrittrice prova dopo aver scoperto che la madre ha un tumore. Un cancro lento e angosciante, un mostro maligno che la condurrà alla dipartita.

Il tempo di una festa è un “pastiche” di interviste registrate – con testimonianze di persone che hanno vissuto un lutto, o vengono invitate a pensare a come sarebbe viverlo, di fotografie, nelle quali diventiamo inerti come statue, ed esistiamo e non, in una strana forma che ci costringe all’immobilità, all’eternità delle espressioni e delle emozioni, che proviamo solo in quel determinato istante, la cui continuazione è un enigma, che solo il rapido flusso degli eventi può risolvere. La recita è ancora un monologo, attraverso il quale Noemi/Simone sviscera il dispiacere e la desolazione che l’estinzione porta con sé. L’opera non è solo teatrale ma anche artistica, la scenografia si riempie di colori, con uno scoppio di fumo evanescente viola e arancio. Agli spettatori sembra, a un punto, di trovarsi di fronte a uno spettacolo pirotecnico.

Noemi si siede a un tavolo prima con la sua pila di libri, che rappresentano forse l’unica compagnia nello stato di abbandono e confusione in cui si trova. Poi, da sola cambia scenario e umore, mette su il caffè e sceglie di farsi fotografare, nell’atto stesso della consumazione. Se l’idea iniziale era quella di realizzare una fotografia adatta ad essere riposta sulla sua tomba, un ritratto di sé in vita, nel corso della performance, anche lo scopo si modifica. Le foto scattate sono tante e diverse, un collage da incollare e comporre a proprio piacimento: c’è Noemi accanto a un vaso di fiori, subito dopo aver pianto, Noemi che si contorce per simulare le convulsioni mortifere che precedono l’ultimo respiro. Noemi in tanti volti, in tante forme. L’ultima istantanea la raffigura in piena festa, saltellante tra un brindisi e l’altro, con una parrucca rosa in testa. Si può morire di eccesso di allegria? Il punto massimo di piacere, euforia e perdizione può coincidere, in qualche modo, con ciò che si prova morendo?

Con uno sguardo più attento, ci si accorge che la foto altro non è che il pretesto, se non il filo conduttore interno e intimo di tutto Il tempo di una festa. Essere fissati in una figura equivale a morire. Noemi ci prova, ma non ci riesce: sempre muta, sul palco si muove, recita, danza, e si dimena, e tutte queste azioni sono degne di essere testimoniate nella riproduzione fotografica. Lei è viva e non può fare a meno di trasformarsi, sfugge alla macchina, eppure questa l’afferra, la cattura.

La macchina fotografica qui imprigiona, però, il moto. Tutte le foto rendono l’ampio respiro del mutamento, di qualcosa che sfugge, che cambia colore, forma e posizione e, infine, si dilegua. Dopo tante lacrime e parole rivolte all’aldilà, al senso che questo altrove assume per gli esseri mortali, il tutto si completa con una festa, una grande cena di celebrazione, di allegria e liberazione.

Noemi ha scelto la colonna sonora del suo funerale: Mr. Tambourine Man di Bob Dylan. Non sa né come, né quando morirà. Sa che questa canzone le piace e le trasmette delle emozioni in vita, ma ha pensato a questo pezzo perché può rappresentare una continuazione tra la vita e la morte, il loro sereno incontro, perché offre una speranza a chi, come lei, è alla ricerca di un posto dove andare e di qualcuno con cui stare. Noemi dichiara fin dall’inizio di aver bisogno di un luogo, di una sede adeguata ad accogliere lo smarrimento e, sul palcoscenico del Mercadante, e nel teatro in genere, la trova, si sente a casa, libera di mostrarsi fragile e vulnerabile. Il pubblico è “quel qualcuno” che le fa compagnia e che, spontaneamente, è portato ad empatizzare con lei e con Simone, e a prendere in considerazione la morte, questa beffarda signora che ci «rende ancora noi e per sempre la nostra assenza».

Simone De Beauvoir scrive: «di ciò che avviene all’uomo, nulla è mai naturale, poiché la sua presenza mette in questione il mondo». Che la si chiami sonno eterno, trapasso, scomparsa, la morte è la morte, e altro non è che un evento fortuito, che, nella maggior parte dei casi, non ha nulla a che vedere con il corso naturale di una vita, con il suo svolgersi lineare, perché nulla è lineare.

Ogni immagine è sfocata e può assumere molteplici sensi, ogni performance, finta o reale che sia, è complessa, e nasconde significati e messaggi, che ognuno recepisce a modo proprio, anche le parole possono non avere il significato che gli attribuiamo. A noi non resta che godere di ogni istante, come se si trattasse di un fatto ultimato, della fotografia più bella che abbiamo da esporre, e poi passare al momento successivo, a una nuova mossa, a un nuovo scatto: «tre, due, uno», flash. Si può vivere come all’interno di in un gioco, che ci si può illudere di portare avanti all’infinito. Con allegria e disperazione, ogni giorno bisogna scommettere ancora, senza timore di riservare un tempo di cura alla tristezza e alla rassegnazione. Il tempo di una festa ci dona un’ora di guarigione, sebbene ogni guarigione sia sempre temporanea.

dramaturgia Riccardo Festa
foto utilizzate nello spettacolo Marco Pedicini
scene Giorgia Lauro
disegno luci Ciro Petrillo
disegno sonoro Diego Iacuz
direttore di scena Antonio Gatto
tecnico video Pietro Di Francesco
sarta Roberta Mattera
foto di scena Ivan Nocera

A proposito di Chiara Aloia

Chiara Aloia nasce a Formia nel 1999. Laureatasi in Lettere moderne all'università Federico II di Napoli, intraprende gli studi magistrali presso la facoltà di Filologia moderna. Coltiva da sempre la passione per la letteratura, i libri, la poesia. I viaggi più interessanti li ha fatti davanti al grande schermo.

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