La cerimonia dell’assenzio (TRAM) | Recensione

“La cerimonia dell’assenzio” (TRAM) | Recensione

Il 14 marzo si è tenuta la prima dello spettacolo “La cerimonia dell’assenzio”, prodotto dalla compagnia Mentite spoglie teatro.

Nel fervido cuore della Parigi di fin-de-siècle, tra il fermento di una società sospesa tra il piacere ed il disfacimento, Giuseppe Brandi, Emanuele Di Simone e Francesco Petrillo, rispettivamente Verlaine, Rimbaud e Lautrèamont, protagonisti di un’esibizione che li vede integralmente nudi, ridanno voce ai poeti maledetti. Questo straordinario spettacolo frutto della penna di Antonio Mocciola e Roberto Schena, si presenta come un viaggio onirico e sconvolgente, attraversando il tormento di un amore autodistruttivo, l’ombra della dipendenza e la brama di un assoluto inafferrabile. Un’immersione totale in un’epoca che ha segnato in modo indelebile il confine tra il sublime e la rovina.

Il teatro TRAM ha contribuito , attraverso la sua atmosfera accogliente, nell’accompagnare  lo spettatore durante tutta la durata dello show. 

La cerimonia dell’assenzio, lo spettacolo

La rappresentazione teatrale inizia presentando un amore lugubre e tormentato che ispira da sempre: quello tra Rimbaud e Verlaine.

Verlaine, poeta maturo e segnato da profonde inquietudini, si scontra continuamente con il giovane e audace Rimbaud, il cui talento incendiario trascina tutto nel suo vortice di ribellione. Il loro legame, esplosivo e imprevedibile, alterna momenti di estasi a sfoghi di violenza e rotture. Le due figure dalla travolgente intensità, vengono colte ed interpretate magistralmente dai due giovani attori, i quali enfatizzano il contrasto straziante tra la giovinezza e l’età avanzata, frutto di un rapporto che si muove tra passione ed avvilimento.

L’inserimento di Lautrèamont é stata una scelta dettata della fascinazione che in particolare l’autore Antonio Mocciola nutre nei confronti di questa figura. L’innesto di questo personaggio, trascina lo spettatore a contatto con un nuovo livello di poetica dell’assurdoEgli mette piede in scena nelle vesti di una figura trascendentale, la quale inganna i due amanti fingendosi in cerca di riparo, per poi riempire il palco e la storia di inquietudine e verità.

Propone a Rimbaud e Verlaine un amore che cresce in quanto tale, senza droghe, degenerazioni, assenzio. L’assenzio o “fata blu” come viene definito, assume una posizione incisiva all’interno della storia. Infatti rappresenta un ponte tra le contraddizioni umane; tra il divino ed il terreno, tra il genio e la dissolutezza. 
I due amanti non sostengono l’incombente peso della realtà e cedono, decidendo di lasciarsi, giungendo ad un finale che, passando per un groviglio di violenza poetica, porta lo spettatore ad assaporare un inaspettato senso di quiete.

Il punto di vista degli attori

Abbiamo avuto l’occasione di interfacciarci con gli attori, i quali sono stati capaci di portarci dietro le quinte di uno spettacolo travolgente e straripante di sentimento.

Emanuele Di Simone, reduce dall’incredibile rappresentazione di Rimbaud, si esprime con immenso affetto nei confronti del suo personaggio, il quale trova affine alla sua persona grazie alla leggerezza ed all’estro che lo contraddistinguono. Inoltre si focalizza sul concetto di amore, che nonostante le vicissitudini che lo accompagnano, rimane tale, facendo riferimento al percorso fatto per arrivare al punto di accogliere la personalità di Rimbaud nella sua totalità. L’arduo studio delle caratteristiche del personaggio, ha portato l’attore ad entrare nelle viscere di un celebre autore complesso e disturbato in modo impeccabile.

Giuseppe Brandi, in quanto regista oltre che attore, ha avuto l’opportunità e la capacità di esprimersi e di rendere suo ogni attimo della rappresentazione teatrale., sentendo l’enorme peso della responsabilità di portare in scena storie reali, accogliendone la poetica e le emozioni. Ha voluto sottolineare la tempra di Verlaine nel vivere le sue passioni, nonostante non ci fosse spazio per la sua omosessualità in un tempo in cui era una possibilità neanche contemplabile. Questa infatti rappresenta una libertà che per una vita intera cerca di rincorrere e che continua a scivolargli tra le dita.

Per ultimo e non per importanza, Francesco Petrillo ci regala una versione di Lautrèamont del tutto nuova, dandogli un’accezione volutamente statica nello sguardo e nella cadenza, a simboleggiare la sua inconcretezza in un contesto in cui si presentava come solo spirito tra due personaggi che invece erano anima e corpo.

In conclusione, La cerimonia dell’assenzio è un’esperienza che si sostanzia in un’esperienza penetrante e che inevitabilmente porta lo spettatore ad effettuare una profonda ed introspettiva riflessione riguardo sé stessi e gli aspetti della vita comuni ad ogni individuo. Inoltre, è un intrigante viaggio verso la scoperta di tre autori controversi e che meritano di essere approfonditi.

fonte immagine: ufficio stampa

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