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Eroica Fenice

Memorie dal sottosuolo: viaggio nella Galleria Borbonica

Memorie dal sottosuolo: viaggio nella Galleria Borbonica

Nel sottosuolo di Napoli ci sono ancora voci da ascoltare, c’è il ricordo di una vita che sembra non essere mai esistita. La Galleria Borbonica è uno dei loro testimoni più significativi ed importanti che la città può offrire non solo a se stessa, ma anche al mondo intero.

Proprio per questo, sabato 3 dicembre, l’Associazione Culturale NarteA ha dato vita allo spettacolo itinerante Sub Urbe – Emozioni sottovoce: una visita guidata teatralizzata che ha condotto i visitatori nel ventre di Napoli, facendoli camminare in mezzo a cinque secoli di storia, alla scoperta di quegli echi che non hanno saputo trovare ancora il volume giusto per essere percepiti.

Il sottosuolo della Galleria Borbonica

Nella zona Chiaia, tra Vico del Grottone alle spalle di Piazza Plebiscito e Piazza Vittoria, si trova un cunicolo lungo all’incirca 430 m, realizzato dall’architetto Enrico Alvino su commissione di Ferdinando II di Borbone. Nel 1853 il sovrano firmò il decreto per approvare la sua costruzione, che doveva servire come via di fuga per sé e come passaggio più veloce che permetteva alle guardie reali di raggiungere il palazzo e difenderlo con tutte le forze possibili.

Questa lunga galleria durante la Seconda Guerra Mondiale è stata utilizzata come rifugio da migliaia di napoletani in fuga dalle bombe. Quando la sirena squillava si avevano solamente 15 minuti per arrivare giù e ripararsi, cercando di trovare un posticino in mezzo alla calca degli sfollati.

Per lungo tempo il passaggio è rimasto nascosto agli studiosi e al pubblico, finché un fortunato giorno del 2004, mentre si stavano effettuando dei lavori di controllo nel Garage Morelli, un gruppo di geologi lo ha scoperto e da allora, progressivamente, sono tornati alla luce i diversi ambienti che lo costituivano, comprese delle grandissime cisterne da cui scendevano i pozzari per occuparsi della manutenzione dell’acquedotto cittadino.

Da allora la sola associazione della Galleria Borbonica, con l’aiuto delle proprie forze fisiche ed economiche, ha cercato di liberare il tunnel da tutta la sporcizia che vi avevano depositato scarichi abusivi di immondizia, e ancora adesso gruppi di volontari la domenica mattina contribuiscono a riportare in vita tutto ciò che merita di essere ricordato.

Il sottosuolo come ricovero per gli sfollati

La parte più interessante e commovente della visita alla Galleria Borbonica riguarda ciò che ci è rimasto della Seconda Guerra Mondiale. Il racconto di alcuni episodi significativi è affidato proprio agli attori di NarteA, che hanno reso ancora più realistiche e veritiere le testimonianze riportate dalla guida, Marco Minin. Così, strani personaggi sono emersi dal fumoso passato, per donare allo spettatore momenti di struggente amarezza mescolati a risate divertite: Guglielmo Melisurgo, ingegnere del Comune di Napoli, ha raccontato della sua curiosità nei confronti della topografia napoletana e della sua ossessione per il suo mondo sotterraneo. Accanto a lui donne sfollate, lustrascarpe, pozzari, venditrici di sigarette di contrabbando hanno dato voce alla Napoli povera, ma dura ad arrendersi, hanno confidato le incertezze, le paure, le sofferenze di uno dei periodi più meschini della nostra storia.

Ricordare è la parola d’ordine: nel mondo sotterraneo sono rimasti incastrati tra i cunicoli stretti della galleria i ricordi che faticano a riemergere alla luce del sole, perché destinati ad essere confinati perennemente nell’ombra. Allora bisogna scendere giù, guardarli uno a uno, toccarli con mano se necessario, per riscoprire la storia che si è consumata nella pancia della città, tra le pareti tufacee e gli oggetti lasciati là corrosi dall’opera del tempo.

Negli inferi più bassi, dove il caos non arriva, dove le parole rimbombano negli ambienti alti metri, si rievoca ciò che è stato ieri, moltiplicato all’infinito e impregnato del sudore e delle lacrime di chi lo ha vissuto, impastato nella saliva di chi ancora ha la forza per spiegare l’impossibilità della vita stipata a metri di profondità. Lì nell’oscurità, quando la priorità non era più quella di essere umani, ma di essere e basta, quando la dignità, la fortuna, l’agio, la comodità sembravano solo illusioni lontane, un grido muto si è espanso: “noi vivi”.