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Eroica Fenice

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Cinema e Serie tv

A Classic Horror Story: il mito della mafia in chiave horror

A Classic Horror Story è un film horror italiano del 2021 diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli, premiato con la miglior regia al 67esimo concorso del Taormina Film Festival e dal 14 luglio è visibile in streaming sulla piattaforma Netflix. Una classica storia dell’orrore La narrazione si apre con un viaggio. La protagonista è Elisa (Matilda Lutz), giovane neo-laureata alla Bocconi, da poco assunta in prova da un’importante società, che scopre di essere incinta. Si lascia convincere dalla madre a tornare a casa per abortire, così da non mettere a rischio il suo futuro lavorativo e per farlo sceglie il carpooling dove incontra i suoi compagni di viaggio: Fabrizio (proprietario del camper), Mark e Sofia (due giovani turisti) e Riccardo (un medico). La destinazione comune è la Calabria, ma l’itinerario verrà interrotto da un incidente stradale che misteriosamente catapulterà i personaggi nel bel mezzo dei boschi calabresi. Il camper che stenta a ripartire si trova in una piccola radura davanti a un’inquietante casetta. Col passare delle ore, angoscianti presenze cominciano a manifestarsi attorno a Elisa e agli altri, impossibilitati a chiamare aiuto e costretti a lottare per la loro sopravvivenza. Dalle premesse sembra di essersi imbattuti in uno di quei classici film horror visti e rivisti, ma l’intenzione nasconde ben altro. La riproduzione voluta delle forme di genere viene intesa come un recupero attivo e funzionale di archetipi narrativi dell’orrore, da qui l’abbondanza di citazionismo che rivelano anche una ottima conoscenza. Personaggi archetipi del genere quali lo sfigato, il bullo, la bella del gruppo, il nerd e altri elementi come la casa in mezzo al bosco, l’assassino misterioso con la maschera (vedi per esempio Jason Voorhees) oppure la casetta che ricorda vagamente una chiesa e rifà a quell’immaginario pagano-ritualistico di film come The witcher man e The ritual. In A Classic Horror Story l’utilizzo di topoi del genere non ne fanno tuttavia un semplice film derivativo, privo di idee o intenzioni, queste ultime emergeranno durante il film che funziona anche nella sua componente più classica, unita alla volontà di recuperare una leggenda fortemente legata al territorio meridionale, quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso considerati i padri fondatori delle mafie. Tali figure assumono i caratteri di creature orrorifiche leggendarie, quasi delle divinità temute e adorate; non meno degno di nota è l’epilogo metacinematografico che apre la strada della critica al mondo cinematografico italiano, al genere, alle intenzioni, alla fruizione e al gusto del pubblico. Clichè sparsi qua e là forse non incidono positivamente sull’effetto tensione e sorpresa, ma  meritevole d’attenzione è l’aver affrontato un sottogenere diverso, meno dibattuto, strettamente legato al territorio e che comunemente viene definito folk horror. Molto curata la fotografia, l’uso del colore e il taglio registico in un atmosfera del cinema slasher degli anni ’80.

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Libri

Tokyo a Mezzanotte: Un amore tra USA e Giappone

Tokyo a Mezzanotte è il nuovo romanzo di Mia Another, edito Newton Compton. L’autrice, classe 1992, ha iniziato la sua avventura nel selfpublishing nel 2014, pubblicando romanzi di genere New Adult. Insieme a Newton Compton ha pubblicato Come petali di ciliegio, che ha ottenuto uno straordinario successo. Tokyo a Mezzanotte: trama del romanzo Con un biglietto di sola andata tra le mani e un colloquio fissato per un’azienda importante, Hailey vola in Giappone carica di aspettative, in attesa di ricongiungersi con suo fratello Jamie, al quale è molto legata. Quando arriva a Tokyo non trova la realtà da lui millantata: l’ufficio e i suoi dipendenti, l’appartamento da sogno non sono altro che fandonie, inventate da lui per gestire il fallimento e non dare preoccupazioni alla famiglia. Hailey però è lì, a migliaia di chilometri da casa e a fare i conti con un misero stipendio da stagista e i debiti di suo fratello ed è decisa a risolverli. Per questo, accetta di lavorare come hostess in un club per soli uomini, il Temple, dove le accompagnatrici sono delle dee che non possono essere toccate. È proprio lì che incontra Naoki Saito, il CEO della società per cui lavora, determinando uno sconvolgimento della dinamica capo/dipendente che avevano intrattenuto fino a quel momento. Hailey e Naoki: quando due opposti non possono fare a meno di attrarsi Il romanzo della giovane scrittrice, Mia Another, racconta l’incontro tra Stati Uniti e Giappone, due mondi distanti non solo geograficamente. La Another riesce a farlo incarnando nei suoi due protagonisti le differenze culturali tra i due Paesi, caratterizzandoli minuziosamente e non cadendo mai negli stereotipi. Hailey è una ragazza sfacciata, che non conosce pudore, reticente alle regole, Naoki è riservato, composto e introverso. Un incontro paragonabile a uno scontro tra personalità divergenti, tra forze naturali, destinato a una collisione, a un continuo –ma piacevole– battibeccarsi. «La verità è che tu sei troppo per me. Troppo irruenta, troppo tempestosa, troppo energica e io non riesco a starti dietro. Rincorro quel biglietto senza poterlo mai afferrare.» Hailey e Naoki sono come lo yin e lo yang, due opposti destinati a completarsi sin dal primo istante, necessari l’uno all’altra per crescere, maturare e lasciarsi andare. Tokyo a Mezzanotte non è solo una storia d’amore ma anche di cambiamento e accettazione. I personaggi compiono un vero e proprio viaggio nella loro psiche, Hailey e Naoki partono da posizioni dure e decise e abbattono insieme pregiudizi e tabù delle proprie culture, imparando a comprendersi e amarsi. Eppure, non avviene senza difficoltà. Tokyo a Mezzanotte ci insegna che l’amore non è la medicina per tutto e una forte attrazione non è abbastanza per superare tutte le difficoltà della vita, anzi certe volte riesce a complicare le situazioni e a enfatizzare le incomprensioni. L’autrice riesce a sovvertire con maestria le dinamiche che lei stessa crea, cominciando dalla relazione impari tra capo e stagista, che viene ribaltata quando Naoki diventa cliente di Hailey, fino a renderli inconsapevolmente pari quando entrambi si innamorano. Il romance di […]

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Attualità

Attualità

Malala Yousafzai censurata: i libri ritirati dalle scuole

Malala Yousafzai censurata in Pakistan, le cause Malala Yousafzai, attivista pakistana insignita del Premio Nobel, è stata oggetto di una messa al bando da parte delle autorità Pakistane che hanno ritirato dalla circolazione le copie di un libro che parla di lei rivolto alle scuole medie. Lo ha deciso il Punjab Curriculum and Textbook Board (Pctb), dopo aver mandato una nota alla casa editrice Oxford University Press, affermando che i testi, destinati alle classi di studi sociali, non avevano ricevuto il permesso necessario alla pubblicazione. Molti libri erano già circolati nelle scuole, ma membri del Pctb e agenti di polizia hanno fatto irruzione nei negozi di tutta Lahore per ritirare le ultime copie rimaste. Chi è Malala Malala Yousafzai è una ragazza pakistana di 17 anni che da tempo si batte per i diritti civili e il diritto all’istruzione delle ragazze nella città di Mingora, nella valle dello swat dove i talebani ne hanno proibito il diritto, diventata molto conosciuta quando, a causa del suo attivismo, nel 2012 venne colpita alla testa da un proiettile sparato da un talebano mentre tornava a casa dalla scuola; ricoverata nell’ospedale militare di Peshawar, è sopravvissuta all’attentato dopo la rimozione chirurgica dei proiettili. La ragazza è stata in seguito trasferita in un ospedale di Londra che si è offerto di curarla. Dall’età di tredici anni cura un blog per la BBC nel quale racconta il regime dei talebani pakistani e la loro occupazione militare nel distretto dello Swat. La sua storia negli anni è stata raccontata da tante riviste internazionali facendo risaltare quanto accade nella sua città. “I talebani del Pakistan l’avevano da tempo inserita in un elenco di persone da colpire perché responsabili della diffusione del “secolarismo” nella zona. Il portavoce dei talebani, dopo aver rivendicato l’aggressione del 2012, aveva detto che Malala Yousafzai si è resa responsabile di “oscenità” che andavano fermate”. Nel 2013 il partito laburista norvegese promuove la sua candidatura per il premio Nobel per la pace e all’età di sedici anni parla al palazzo delle nazioni unite a New York indossando lo scialle appartenuto a Benazir Bhutto, lanciando un appello a favore dell’istruzione dei bambini di tutto il mondo. Le conseguenze del suo attivismo In Pakistan ci sono molte proteste contro di lei in quanto viene considerata portatrice di idee contrarie all’Islam, seppure le sue testimonianze e il suo attivismo hanno e stanno contribuendo a portare una cambiamento in molti paesi, sul tema dell’istruzione femminile.  Malala Yousafzai censurata dai libri scolastici Riguardo la censura di Malala dai libri scolastici, molti attivisti Pakistani hanno dichiarato che: “questo attacco alla libertà accademica è un tentativo del governo di impedire l’adozione di libri pubblicati da editori privati che, dopo un severo esame, rischiano di non essere approvati. È deplorevole che uno Stato che si dice democratico usi la religione anche nell’istruzione. Il pericolo è che i giovani crescano con una visione rigida, conservatrice e intollerante che giocherà a favore dei partiti religiosi”. Oggi Malala rappresenta un simbolo di speranza per tutte quelle […]

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Attualità

G8: vent’anni dopo i fatti di Genova

Antonio Gramsci odiava gli indifferenti. Io odio l’odio. Genova, luglio 2001. Mancano poche ore al vertice del G8 e la città ha già assunto le forme di un fortino, soprattutto nei quindici chilometri quadrati comprendenti la zona rossa. Il cuore del vertice è Palazzo Ducale, sede ufficiale dell’incontro. Dunque la zona del porto è praticamente deserta ed è presidiata dalla polizia. A detta dei residenti, almeno di quella parte che ha deciso di non lasciare momentaneamente la città, “sembra di essere sotto assedio durante una guerra”. E in effetti, conoscendo la storia delle ore successive, possiamo dire che non hanno peccato di lungimiranza. L’oggetto della protesta anti-G8 A Genova sono attesi più di centomila manifestanti (se ne conteranno il triplo) con l’obiettivo di realizzare un vero e proprio controvertice fatto di stand informativi, dibattiti e conferenze stampe. Il motivo? Protestare contro la globalizzazione o almeno contro il lato oscuro in essa contenuto: lo sfruttamento e il conseguente impoverimento dei Paesi meno ricchi e industrializzati. Il 19 luglio va così in scena, senza grandi disordini, una prima manifestazione con circa cinquantamila persone. Nel frattempo arrivano in città decine di migliaia di manifestanti e alle buone intenzioni di molti si contrappone il comportamento distruttivo di pochi. Ai balli in piazza dei più, infatti, si affiancano gli scontri del black bloc con la polizia a nord della zona rossa. In poche ore la guerriglia coinvolge l’intero centro della città. Nei pressi di piazza Alimonda una camionetta dei carabinieri resta bloccata fra dei cassonetti dell’immondizia e viene presa di mira da un gruppo di manifestanti: dall’interno Mario Placanica, un carabiniere di vent’anni, spara due colpi di pistola e ferisce a morte Carlo Giuliani. La notizia fa il giro del mondo e gli scontri non si placano. Numerosi manifestanti e giornalisti finiscono sotto i colpi dei manganelli. Ricordiamo, ad esempio, la testimonianza di John Elliot, un reporter inglese che descrive i poliziotti che si accaniscono sul suo corpo come eccitati dalla violenza.   Ecco gli strascichi del G8 di Genova che non riusciamo a scrollarci di dosso: l’eccitazione per la violenza e per l’odio. Lo stato di diritto  Quello che accade nella notte fra il 21 e il 22 luglio all’istituto Diaz sospende in Italia lo stato di diritto. Odio e violenza si abbattono su 93 ragazzi. Ragazzi a cui è stata poi negata o insabbiata la giustizia: nessuno dei rappresentanti della legge presenti quella notte (oltre ai fatti dell’istituto Diaz vanno ricordati anche quelli di Bolzaneto) è stato condannato per tortura, visto che questo reato è stato introdotto in Italia soltanto nel 2017. In ogni caso le condanne, per gli agenti che sono stati riconosciuti, hanno sfiorato al massimo i cinque anni, a fronte delle decine di condanne di 10-12 anni a carico dei manifestanti per reati di devastazione e saccheggio, lesione e resistenza a pubblico ufficiale.   “L’odio è un sentimento autolesionista. Ci toglie dignità e grandezza, è come una catena” ha detto qualche anno fa Ingrid Betancourt, un’attivista e politica colombiana. E […]

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È solo uno sport, dicono. La vita che vince su un campo da calcio

È solo uno sport. Ma l’11 luglio a mezzanotte, a dispetto di una Cenerentola qualsiasi, è cominciato un sogno. Campioni d’Europa, i migliori giocatori di calcio in tutto l’occidente, l’Italia che sbanca a Wembley, lì dove il gioco del pallone è nato e che ora, esportato, rinasce. È questo il bilancio di una notte magica.  In un momento storico buio, succede qualcosa di bello, ma proprio bello: 60 milioni di italiani scossi da una pandemia mondiale, increduli e rammaricati, sono davanti a una tv per esorcizzare la paura di questo tempo. Come un film, in un rettangolo verde. Centoventi minuti di risarcimento. Solo questo. Irrisori, pochissimi, neanche abbastanza per scrollarsi di dosso le brutture delle circostanze ma abbastanza per emozionarsi, addirittura infiniti. È solo uno sport, dicono. Eppure, l’11 luglio a Wembley c’è stata la vita. Quella tolta, messa in guardia, che tornava a scalpitare, a prendere il sopravvento su tutto, a macinare altra vita. Con tutte le sue contraddizioni, come l’europeo di Ciro Immobile, con tutta la gioia sconnessa, illogica di alcuni lampi come con Vialli e Mancini, con l’amarezza di un traguardo a metà di chi è sconfitto, con la tachicardia degli attimi salienti. Il rigore parato da Gigio, quello sbagliato da Jorginho. La faccia della stessa medaglia, un momento prima e un momento dopo della stessa giornata. Che rollercoaster di emozioni. E scusate se impieghiamo un inglesismo per dirlo, oggi che gli inglesi un po’ ci odiano. Che domani lo capiranno, quanto è appagante alzare la coppa dei campioni e quanto li ha rattristati non averlo fatto ma quanto è ancora più straordinario fermare il tempo, il tempo di una partita. È solo uno sport, dicono. Ci siamo campioni d’Europa in questo sport, col cuore fuori dal petto per un gol e qualcosa di cui parlare per le prossime tre settimane. Il tiraggir che vince sulle pandemia, le chiacchiere da bar sull’apprensione generale, il fuorigioco da imparare al posto degli esami. Dicono così, ma grazie a questo sport, siamo tornati a respirare (tranne in apnea coi rigori), con tutta la ffp2.

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Ruggenti anni Venti, un ritorno dell’edonismo dopo la pandemia?

Ruggenti anni Venti, torneremo in una situazione simile al periodo dopo la Grande Guerra nei prossimi anni? Ecco il parere di un sociologo Ad aprile del 2021, il quotidiano statunitense The New York Reporter immagina i “nuovi Ruggenti anni Venti” del XXI secolo dopo la pandemia di Covid19. In questo scenario immaginario, Alexandria Ocasio-Cortez sarà il primo presidente con origini latino-americane, lo sceneggiatore Lin-Manuel Miranda realizzerà un musical basato sul Grande Gatsby con un cast multietnico, Amy Adams vincerà il  Premio Oscar e gli “aperitivi a distanza” saranno vietati da una legge del governo americano. Tutto questo porta il lettore a porsi una domanda. Siamo all’inizio di un nuovo decennio di edonismo come “i Ruggenti Venti”? Gli anni Venti del XX e XXI secolo, cosa li accomuna ? L’ipotesi di un possibile ritorno ad una decade di felicità e di gioia è dovuto ad un confronto col passato. Nel 1918, prima ancora che la Grande Guerra terminasse, ci fu una pandemia di Influenza spagnola. Scoppiata in un campo militare in Kansas, la pandemia si diffuse nel mondo mentre gli Alleati e gli Imperi Centrali si combattevano tra Europa, Africa e Oceano Pacifico. Nel 1920, la pandemia terminò improvvisamente (all’epoca non esistevano vaccini, bisognerà aspettare il 1928 per la penicillina di Alexander Fleming) portando ad “un risveglio del piacere di vita” grazie “all’american style of living” (stile di vita in stile americano), ossia acquisto di automobili ma anche divertimenti sfrenati. Tale situazione potrebbe ripresentarsi nel post-Covid19? Nicholas Christakis “Un possibile ritorno dell’edonismo dopo la pandemia di Covid-19” Nicholas Christakis, sociologo greco-americano esperto di social network e docente di scienze sociali alla Yale University, ha ipotizzato che una situazione del genere potrebbe ripresentarsi. Nel suo ultimo libro, Apollo’s Arrow: The Profound and the Enduring impact of Coronavirus on the Way We Live (2020), ha descritto un “possibile ritorno allo stile di vita edonista dopo un periodo cupo dovuto alla pandemia.” Secondo il parere di Christakis, durante i tempi di crisi il sentimento religioso delle persone aumenta, diminuisce il desiderio di divertirsi e si comincia a risparmiare soldi. Inoltre, stando alle sue previsioni, nel 2024 “la pandemia di Covid-19 sarà un lontano brutto ricordo, le persone vorranno cercare aumentare le loro relazioni sociali, aumenteranno le abitudini sessuali licenziose e il sentimento religioso sarà messo da parte”. Insomma ci sarà una rinascita della gioia di vivere, aumenteranno le spese e dedicheremo molto tempo al divertimento presi da un senso di edonismo che attraverserà tutta la società. Un po’ come nel decennio dalla fine della Grande Guerra al Crollo di Wall Street (che testimoniò i limiti del capitalismo). Già negli Stati Uniti guidati da Joe Biden, il nuovo presidente sta seguendo una politica economica keysiana, ossia seguendo la teoria dove la domanda aggregata di un bene può garantire la piena occupazione; l’obiettivo è di adattare politiche fiscali espansive “senza far scattare automaticamente alcuna pressione inflazionistica e quindi senza provocare un rialzo dei tassi” come riportato da Business People. Invece nell’Eurozona è stato congelato il “Patto di […]

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Cinema e Serie tv

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Black Widow, la recensione del film Marvel con Scarlett Johansson

Black Widow, la recensione dell’ultimo film del MCU con Scarlett Johansson, quando il genere super-eroico incontra Mission Impossible In un momento di ripresa del settore cinematografico dopo una lunga chiusura, a causa della seconda ondata di Covid-19, ad aiutare il box-office italiano c’è l’ultimo film del Marvel Cinematic Universe. Si tratta di Black Widow, diretto da Cate Shortland, sceneggiato da Eric Person e Jac Shaeffer e basato sul personaggio creato da Stan Lee, Don Hack e Don Rico nel 1964. La pellicola, accolta in modo positivo dalla critica, sperimenta insieme alla classica formula dei Marvel Studios anche il modello di Mission Impossible e Jason Bourne, unendo il genere super-eroico allo spy-thriller. La trama di Black Widow, tra gli eventi di Captain America Civil War e Avengers Infinity War Dopo gli avvenimenti di Captain America: Civil War, Natasha Romanoff (alias Vedova Nera), è ricercata per essersi opposta al Trattato di Sokovia e per aver tradito Tony Stark per Steve Rogers. Durante la sua fuga, la femme fatale interpretata da Scarlett Johansson dovrà fare i conti col proprio passato. Rincontrerà la “sorella” Yelena Belova e i “finti genitori” Alexei/Red Guardian e Melina per un viaggio verso la “Stanza Rossa” per scoprire il proprio passato. I personaggi del film; Scarlett Johansson, Florence Pugh e David Harbour promossi Il primo merito va a Scarlet Johansson e alla sua performance nella quale riesce a bilanciare le sue ottime doti di recitazione con i combattimenti intrisi di arti marziali, confermandosi sia come attrice adatta per film d’autore (come Vicky, Cristina e Barcellona, A Marriage Story, The Prestige e Jojo Rabbit) ma anche per pellicole d’azione (la sua esperienza come Vedova Nera ma anche in film come Ghost in the Shell o Lucy di Besson). Altra piacevole sorpresa è il personaggio di Yelena interpretato dalla giovanissima Florence Plugh, che sa rubare la scena e confermarsi  come attrice polivalente (veniva dai successi di critica come Piccole Donne e Midsommar- Il villaggio dei dannati). David Harbour ci regala un simpatico personaggio che riesce a smorzare la tensione e strappare una risata al pubblico, e c’è la voglia di rivederlo di nuovo nel futuro del Marvel Cinematic Universe. Invece Rachel Weisz interpreta un personaggio molto particolare che a tratti può sembrare un nemico o un traditore ma in realtà aiuterà le nostre protagoniste nella loro missione. Per quanto riguarda i nemici della pellicola, anche Taskmaster ruba la scena alle protagoniste del film, grazie al suo silenzio e alle sue abilità da assassino dopo aver memorizzato i combattimenti di molti eroi come Hawkeye, Captain America e Black Panther. Unica nota dolente tra i personaggi è il cattivo di Ray Winstone: siamo lontani dal fascino di Loki di Tom Hiddleston, dal timore generato da Thanos interpretato da Brolin, dal vendicativo e megalomane Mysterio di Jake Ghyllenhaal e dal cattivo tormentato Erik Killmonger di Michael B. Jordan ma molto meglio di altri villain malriusciti come Malekith di Christopher Eccleston. Nonostante ciò, comunque riesce a trasmettere, con la sua prepotenza e arroganza, un sentimento di […]

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The Fountain-l’Albero della Vita, recensione con spoiler e analisi del cult filosofico

The Fountain- l’Albero della Vita, la recensione e l’analisi di un piccolo cult filosofico che ha molto da insegnare al pubblico   The Fountain- l’Albero della Vita è il terzo film diretto dal regista Darren Arronofsky dopo “Pi-il teorema del delirio” (1998) e “Requiem for a Dream” (2000). La pellicola, che offre molti spunti interessanti per un dibattito filosofico tra gli spettatori, fu un flop al botteghino ma nel corso degli anni riuscì a guadagnarsi il titolo di cult. La vicenda segue tre storie d’amore ambientate in tre epoche diverse. Thomas Creo è un noto ricercatore che, assieme al suo team, sta sperimentando una cura contro il cancro. Infatti sua moglie Izzi, pittrice e scrittrice, è affetta da tale male. Mentre trascorre le proprie giornate a casa, la donna sta scrivendo un romanzo d’amore intitolato “The Fountain”. Ambientato tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500, il romanzo parla del conquistador Tomàs Verde, partito per il nuovo mondo su volere della regina Isabella, alla ricerca di un albero dai poteri curativi nella giungla del Nuovo Mondo. La terza vicenda è quella di “Tommy l’uomo del futuro” che vive in una dimensione onirica-futuristica assieme al suo albero mentre aspetta di avvicinarsi alla stella morente Xibalbà… The Fountain, la recensione del cult di Darren Aronosfky The Fountain è un progetto epico realizzato dal giovanissimo Aronofsky dove si affronta il tema di “eros e thànatos”, tre storie ambientate in mondi lontani ma unite dallo stesso tema. Hugh Jackman (famoso per aver interpretato Wolverine nella saga degli X-Men ma anche aver preso parte in film come Australia, The Greatest Showman, I miserabili e Prisoners) e Rachel Weisz interpretano i protagonisti di questo dramma filosofico nei panni di Thomas e Izzi. I punti di forza del film sono le immagini; Aronosfky ha usato poca CGI, le scene dove abbiamo intensi colori ed esplosioni sono fotografie di reazioni chimico-biologiche, d’altronde il regista si è ispirato a 2001:Odissea nello Spazio di Kubrick, che è un notevole esempio di cinema che parla per immagini, oltre alle musiche curate dal musicista Clint Mansell. L’unica grande pecca del film secondo alcuni critici è la sua ambizione, il progetto nasceva con un budget maggiore (70 milioni di dollari e un cast con Brad Pitt e Cate Blanchett), a causa dei ritardi e dei costi troppi alti da investire in un progetto del genere, Aronosfky ha dovuto “ritoccare la sceneggiatura” adattandola ad un budget più modesto rispetto a quello precedente. Solo così la Warner Bros diede il via libera al progetto. Passato, presente e futuro: l’epica storia di Thomas e Izzi tra simboli e filosofia (attenzione agli spoilers) Ma cosa vuole significare l’opera di Aronosfky? Cosa accomuna le tre storie d’amore in diverse epoche? In realtà la vicenda di Thomas Creo e di Izzi, di Tomàs Verde e la regina Isabella e quella di “Tommy” e del suo albero sono legate dallo stesso filo conduttore. Il primo motivo che lega le vicende è quello dell’Albero della Vita, presente in molte religioni. […]

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Cinema e Serie tv

Cinema epico è in crisi? In realtà la risposta giusta è no!

Cinema epico è in crisi? In realtà la risposta è un no ! La storia di un genere che ha raccontato le geste dell’umanità tra capolavori e flop Il cinema epico è in crisi? Questa è una domanda molto interessante per un genere che comprende, per la maggior parte dei casi, kolossal di Hollywood basati su avvenimenti storici, episodi mitologici o religiosi. Il cinema epico conobbe il suo massimo splendore tra gli Anni Cinquanta e Sessanta, con capolavori come “I dieci comandamenti “(1956), “Ben-Hur “(1959), “Spartacus “(1960),” Lawrence d’Arabia” (1962) e “Cleopatra” (1932). Adesso è davvero in stato di decadenza? Il cinema epico tra Mel Gibson e Ridley Scott, William Wallce contro Massimo Decimo Meridio Nel 1996 usci nelle sale “Braveheart- Cuore Impavido” di Mel Gibson dedicato alla storia di William Wallace, l’eroe nazionale della Scozia del XIII secolo che affrontò l’invasione inglese. In seguito al grande successo della pellicola, Gibson tornerà a recitare in un nuovo dramma storico, “Il Patriota” di Roland Emmerich ma gli esiti furono diversi. Il film ottenne un discreto successo. ma le recensioni furono principalmente negative a causa di una vicenda “maggiormente romanzata” che rifletteva solo il punto di vista degli indipendentisti raffigurando l’esercito inglese come totalmente malvagio. Nel frattempo, un altro film epico riuscì a riscuotere successo sia tra la critica cinematografia e il pubblico (nonostante il parere contrario di molti storici antichi). Si tratta del film “Il Gladiatore” di Ridley Scott con Russel Crowe e Joaquin Phoenix nei rispettivi panni di Massimo Decimo Meridio e dell’imperatore Commodo. Anche se vi sono diversi errori storici come la morte di Commodo nell’arena contro il protagonista oppure l’uccisione di Marco Aurelio per mano del figlio, la pellicola fu elogiata per la sua eleganza e per la capacità degli attori protagonisti di inscenare il dramma umano. Dopo il successo del Gladiatore, che incassò 465 milioni di dollari su un budget di 107 milioni (come riportato da Box Office Mojo), Scott tornò a cimentarsi col genere epico senza arrivare agli stessi risultati. E’ il caso delle pellicole “Le Crociate-Kingdom of Heaven” (2005) e “Robin Hood” (2010) che ottennero pochi consensi tra il pubblico e recensioni generalmente negative. Nel frattempo anche Mel Gibson tornò col genere epico, ma con un diverso approccio. Puntò su film a basso budget contro il modello kolossal di Scott. Così arrivarono nelle sale “La Passione di Cristo” (uscito nel 2004, costato 30 milioni ne incassò 612 milioni) e “Apocalypto”(2006, costato 15 milioni ne incassò 120 milioni), il primo racconta la vicenda della crocefissione di Gesù mentre il secondo si concentra sui Maya. Purtroppo Gibson dovette affrontare le accuse di razzismo per i questi due film, in particolar modo per la rappresentazione degli “Ebrei come assetati di potere” e i Maya come “un popolo selvaggio dedito a guerre e sacrifici”. I vari tentativi di Hollywood; il caso di Troy, Alexander, King Arthur e 300 Nel frattempo, anche altri registi di Hollywood provarono a cimentarsi nel genere preferendo il modello blockbuster con attori noti. E’ il […]

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Cinema e Serie tv

Batman di Christopher Nolan, un viaggio tra cinema, fumetti e filosofia

Batman di Christopher Nolan, alla scoperta della trilogia dedicata al celebre eroe della DC dove il cinefumetto incontra la filosofia Christopher Nolan, regista britannico autore di film come Inception, Dunkirk, Interstellar, The Prestige e Memento, è noto al grande pubblico per la trilogia dedicata al Crociato Incappucciato. Si tratta della serie di film costituiti da Batman Begins (2005), Il Cavaliere Oscuro (The Dark Knight, 2008) e Il Cavaliere oscuro- Il ritorno (The Dark Knight Rises, 2012) dove il cinema action incontra lo stile del filmmaker inglese. Nonostante l’apprezzamento anche da parte del pubblico nerd, la “Trilogia del Cavaliere Oscuro” è un’opera filosofica che risente del pensiero di Nietzsche e di molti pensatori. Batman Begins: lo scontro tra il bene e il male Batman Begins racconta le origini del cavaliere oscuro concepito da Nolan, ispirandosi al graphic novel “Batman:Year One” di Frank Miller e David Mazzucchelli. Un giovane Bruce Wayne, deciso a vendicare l’omicidio dei genitori gira il mondo per apprendere come lottare contro il crimine. In Asia incontra Henri Ducard (che poi si rivela essere Ra’s al Ghul) e la misteriosa Setta delle Ombre. Il personaggio, interpretato da Liam Neeson, rappresenta un concetto distorto della giustizia. Costui vorrebbe applicare il pugno di ferro uccidendo i criminali e arrivando a distruggere città se non vi fosse rimedio di salvarle.“Non è pazzo nel modo in cui lo sono tutti gli altri cattivi di Batman, non è deciso a vendicarsi… in realtà lui sta cercando di guarire il mondo con mezzi molto drastici” queste sono le parole dello sceneggiatore David Goyer, il quale (durante una dichiarazione su The Age) riferisce di “esseri ispirato a Osama bin Laden” per la ri-modellazione del personaggio. Lo scontro vede due modelli diversi di giustizia, da un lato la possibilità di redenzione come quella proposta da Bruce Wayne/Batman e dall’altro lato la distruzione totale del male come quella di Duncard/Ra’s al-Ghul. In seguito si aggiunge il tema della paura. E’ il caso di Bruce Wayne che sceglie un costume “ispirato ai pipistrelli” perché vuole che la sua fobia per i chirotteri sia condivisa anche da altri essendo “i criminali superstiziosi”. Il tema torna anche col personaggio del professor Jonathan Cane, alias Spaventapasseri, che usa un gas allucinogeno e una maschera per spaventare i suoi nemici. E’ il percorso di superamento della paura che porta il protagonista a maturare e diventare un “super-eroe nietzschiano” che si eleva oltre gli altri. Il Cavaliere Oscuro: la follia e l’anarchia di Joker Con il successivo film, si introduce il concetto di caos e di follia incarnati dal Joker di Heath Ledger. Nolan ci propone una sua versione del celebre clown criminale, lontano dal gangster di Jack Nicholson del Batman di Tim Burton. Il film si ispira a “Batman: il lungo Halloween” di Jeph Loeb e Tim Sale ma cita anche il graphic novel “The Killing Joke” di Alan Moore. Qui Joker rappresenta la follia, il caos, un uomo che si lascia andare agli istinti irrazionali il quale si abbatte su Gotham, un […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Come posso diventare madre anche se sono sterile?

Questa è una delle domande più delicate che una donna può porsi nella vita. Quando il desiderio di essere madre si scontra con la fisiologia, possono nascerne grandi dispiaceri, soprattutto se la propria vocazione alla maternità è sentita in modo profondo. Ci sono in effetti dei sistemi per poter diventare madre anche se la natura sembra non essere dalla nostra parte, e uno di questi è il cosiddetto utero in affitto di cui parliamo in questo articolo. Quando la fisiologia impedisce di avere figli La sterilità femminile, più correttamente definita infertilità nella prima fase, consiste nell’impossibilità di concepire. Affinché via sia una diagnosi in tal senso è necessario che la donna abbia provato per almeno 2 anni a concepire con rapporti regolari nei momenti del ciclo mensile più idonei. Sono diverse le cause di questa condizione che affligge molte donne con conseguenze psicologiche anche pesanti. Si comincia naturalmente dall’infertilità fisiologica al sopraggiungere della menopausa, che in alcune donne però può essere precoce. Vi sono anche cause ormonali o traumatiche, o dovute a malattie o ancora a terapie farmacologiche. Quando però le cause non possono essere determinate e quindi risolte, si parla di sterilità, cioè della totale mancanza della possibilità di concepire. Cos’è l’utero in affitto Quando si vive un conflitto del genere, si sarebbe disposte a tutto pur di poter stringere tra le braccia un bimbo. In questi casi, nel pieno rispetto naturalmente della legge, ci si può rivolgere ad un’agenzia specializzata e ricorrere alla formula definita ‘utero in affitto’, o ‘maternità surrogata’. La tecnica consiste nell’impianto di un embrione nell’utero di un’altra donna fertile, che porta avanti la gravidanza al proprio posto e che non ha però legami di tipo genetico con il bambino che nascerà. Quali accortezze si devono avere in questi casi Benché sia possibile avere un bambino grazie alla gravidanza portata avanti da un’altra donna, nella quale viene impiantato l’embrione della mamma in attesa fecondato dal padre, ci sono delle accortezze molto importanti che tutelano tutte le parti, compreso il bambino. In primo luogo ci si deve rivolgere solo ad agenzie specializzate e autorizzate, in cui operino dei legali preparati e sensibili, in virtù del fatto che in Italia questa pratica è vietata. In secondo luogo si deve scegliere il Paese estero che meglio risponde alle proprie necessità e adeguarsi alle leggi vigenti per non perdere

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Alice Cerea, come un pesce appena pescato, vivere con l’epilessia

Alice Cerea ci racconta la sua esperienza: vivere con l’epilessia “Hai presente i pesci appena pescati? È così che mi sento ogni volta che ho un attacco epilettico. Quando devo spiegare il mio tipo di epilessia uso sempre questa frase, perché mi pare sia quella più calzante. La butto sempre sul ridere, perché un pesce appena pescato è frastornato, si dimena di continuo, e credo non sappia nemmeno più chi è, almeno questo è quello che succede a me, ogni qual volta mi riprendo dalla crisi non ricordo neppure il mio nome”. Ecco l’epilessia nelle parole di una persona che la affronta ogni giorno. La storia di Alice Cerea accomuna molte persone, qualcuno conosce già il nome della sua patologia, qualcun altro ne è ancora all’oscuro. Qui la storia della ragazza bergamasca, Alice Cerea, classe 1994, CEO dell’agenzia pubblicitaria Sognatori Digitali e fondatrice del magazine di bellezza Glamstyler. Non è facile immedesimarsi, ma esemplificare una situazione di questo tipo è semplice. Immaginate di essere in piedi a svolgere le faccende di casa, siete lì ad abbracciare vostra madre, a tirare la palla al vostro cane, siete in piedi sulle vostre gambe a ballare la vostra canzone preferita, siete con le spalle contro il muro a guardare il cielo prossimo alla pioggia, e poi succede, di colpo cadete a terra, le vostre braccia, le vostre gambe, si dimenano senza una precisa destinazione o ragione, le persone che vi sono attorno non sanno cosa fare, immaginano il peggio, chiamano a gran voce i soccorsi. Tutto del vostro corpo si muove senza logica. Persino la vostra bocca fa cose strane, i vostri denti prendono a morsi qualsiasi cosa si pari dinanzi, la vostra lingua viene mordicchiata ferocemente dai denti, fino a sentire qualche lembo di pelle spezzarsi. D’un tratto, come se foste un pesce appena pescato in un retino, vi rassegnate alla vostra condizione, smettete di dimenarvi, e il vostro corpo segue la rassegnazione stantia della mente. Quando vi risvegliate la vostra mente è come pressata contro un vetro, i ricordi sono frammentati, il cervello sembra come essere forato, le informazioni sfuggono al ricordo, per le prossime 12 ore le cose più banali della vostra vita sembrano grossi punti di domanda. Quando la vostra testa e il vostro corpo sembrano tornare in asse, toccherà alla vostra lingua fare i conti con gli attimi di quella crisi. La cicatrizzazione sarà feroce, ma necessaria, il corpo sembra ristagnarsi nella sua condizione originale. Che cos’è l’epilessia e quanti tipi esistono? Partiamo dal principio, definendo l’epilessia come un disturbo cronico cerebrale caratterizzato da crisi epilettiche ricorrenti spontanee. L’epilessia, è spesso considerata idiopatica, ovvero senza una causa apparente, tuttavia in alcuni tipi di malattia epilettica possono esserci particolari stimoli scatenanti. Nell’epilessia sintomatica, le crisi epilettiche sono scatenate, infatti, da una causa nota, come ictus o altre malattie. In tale caso c’è una forte insorgenza in bambini e anziani. L’epilessia criptogenica è quella alla cui base c’è un fattore scatenante, ma ad oggi le cause sono sconosciute. Le crisi […]

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Le 10 bevande più consumate al mondo

Le 10 bevande più consumate al mondo. Prima di analizzare tutte le diverse bevande consumate nel mondo, bisogna sottolineare quanto sia importante bere acqua naturale o effervescente naturale che non fa parte di nessun elenco perché é una bevanda di assoluta priorità per recuperare le energie, per mantenere gli organi idratati, per allenarsi meglio, per prevenire il mal di testa e per una pelle radiosa. Le 10 bevande più consumate al mondo – L’elenco  Bevande rinfrescanti, bevande calde e riposanti, bevande energetiche e bevande piacevoli. Ci sono tantissime bevande nel mondo. Tè e tisane, caffè, birra, energy drinks, vodka, vino, Coca Cola, latte, succo d’ arancia e sidro sono le più comuni e le più apprezzate. 1. Il tè  Al primo posto, per l’incredulità di molti, la bevanda più bevuta al mondo é il tè. È una bevanda aromatica comunemente preparata versando acqua bollente sulle foglie di diversi estratti vegetali, tra cui la Camellia Sinesis.  Nel corso degli anni la cultura del tè si é incrementata esponenzialmente non soltanto in Inghilterra, ma anche in numerose nazioni. Si contano centinaia di tipologie differenti di tè come il tè nero (in Cina chiamato “tè rosso“) il tè verde, il tè bianco, il tè giallo. Altro esempio é il tè Darjeeling, mentre i tè verdi cinesi hanno un sapore amaro e astringente. Ci sono le tisane a base di Guaranà e Yerba forte. Molto utilizzati sono gli infusi a base di Damiana e Ginseng. Come tisana tonificante viene spesso consumata il Roiboos, o tè rosso africano rigenerante e con assenza di caffeina e tannino.  2. Il caffè Per la gioia degli appassionati si posiziona al secondo posto tra le bevande più consumate al mondo, in particolar modo in Italia, Francia, Nord America e America Latina. Ci sono migliaia di tipologie di caffè. Viene consumato da oltre l’85% degli adulti secondo il sondaggio della National Coffee Association. La città di Napoli é la patria del caffè, quello antico e ristretto preparato con la Moka, super apprezzato dalla maggior parte degli abitanti del Sud Italia, ma ne esistono diverse varianti. Dal long back coffee americano al caffè ginseng di origine asiatica utilizzato da oltre 10 anni. 3. La Birra Al terzo posto troviamo la birra, una delle prime e più antiche bevande alcoliche. Fresca e dissetante è tra le più amate, abbinata soprattutto a pietanze salate come pizze e fritture. In autunno é la bevanda protagonista di una delle fiere più conosciute al mondo: l’Oktoberfest, un festival popolare che si tiene ogni anno a Monaco, in Germania. 4. Energy Drinks Al quarto posto troviamo gli Energy Drinks che contengono caffeina. Sono bevande con fonte di energia utile sia a livello fisico che mentale. La bevande energetiche contengono dolcificanti ed aromi artificiali e sono bevute soprattutto tra i teenagers e gli amanti di tutti i tipi di sport ,come risposta al termine di ogni partita o allenamento. 5. La Vodka Al quinto posto si classifica la Vodka, una bevanda alcolica di origine russa usata durante le occasioni di festa, bevuta soprattutto […]

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Silvia Botticelli, la ragazza nata senza mani, star sui social, che ad oggi combatte per i diversi

  Da piccola era chiamata “granchio”, per tutti era solo la ragazza “senza mani”, colei che non avrebbe combinato niente di buono nella vita. Eppure Silvia Botticelli, umbra, classe 1994’ è ad oggi una “dei diversamente influencer” più amati dal web. Ciò che esisteva della ragazza insicura, dalle mani costantemente in tasca, oggi è stato sostituito da una sicurezza fuori dal comune, da una biondissima chioma e una spiccata ironia, caratteristica che rende Silvia Botticelli l’emblema della positività. Ecco la storia della giovane umbra nata senza mani che su Tiktok, sotto la richiesta dei followers o solo dei curiosi, mostra com’è vivere senza mani: pettinarsi, mangiare, scrivere, e ogni gesto che scandisce lo scorrere di una giornata abitudinaria. Questa è la storia di Silvia Botticelli, con all’attivo su Tiktok 176,3K followers. Cosa sono le malformazioni congenite? La prima cosa che affligge una coppia che desidera avere un figlio, è che lui o lei venga al mondo sana/o. Eppure ciò non sempre accade, ogni anno, nascono infatti, circa 8 milioni di bambini con un difetto congenito, 54.000 precisamente in Italia. Esse sono malattie rare, e non sempre la medicina odierna, riesce a stabilirne le cause. Le malformazioni congenite, possono avvenire sia in fase di concepimento che in quella di gravidanza. Possono essere diagnosticate immediatamente, dopo la venuta al mondo del nascituro, o solo in seguito al suo sviluppo. Sostanzialmente una malformazione si riferisce all’errato sviluppo del soggetto. Spesso, la situazione è presa sotto gamba, ma è più grave di quanto si pensi, basti pensare che le malformazioni congenite determinano il 25% della natimortalità e il 45% della mortalità perinatale. Le malformazioni possono ricondursi a tre macro cause: -genico cromosomiche; -fattori esogeni, quindi esterni all’organismo del soggetto; -fattori concomitanti. Tra le malformazioni più comuni ritroviamo l’anencefalia, le cardiopatie, l’errato sviluppo di parti corporee, o la diffusissima sindrome di down. Tuttavia, le malformazioni genetiche sono prodotte in buona parte da cause ambientali, è fondamentale, infatti, ciò che respiriamo e mangiamo. Oltre al fatto che durante la gravidanza occorre far attenzione a ciò che si fa: evitare l’alcool, le sostanze stupefacenti e molto altro. C’è da sottolineare che la linea del giusto comportamento, non deve essere seguita solo dalla donna che porterà avanti la gravidanza, ma anche dal suo partner. La storia di Silvia Botticelli, la ragazza nata senza mani Se dovessi raccontare chi sono, credo che partirei da una cosa: sono una ragazza cresciuta in campagna in un ambiente familiare sereno. Il mio mondo era composto dai miei genitori, dai nonni, dai cugini, e ovviamente dalla natura. Non ho mai pensato di diventare un’influencer, e soprattutto non grazie al fatto che sono nata senza mani. È successo tutto per caso, non ho una vita particolarmente frenetica, basti pensare che in tutti questi anni sono stata solo in Grecia e a Londra, oltre ovviamente nel posto in cui vivo. Sono una ragazza semplice, mi piacciono le lunghe passeggiate, stare in famiglia, giocare con i miei cani, ed ovviamente, oggi, essere da supporto a chi […]

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27 luglio 1950: il terribile addio a Cesare Pavese

Il 27 luglio del 1950 morì suicida a soli quarantuno anni il celebre e tormentato poeta italiano Cesare Pavese. Dopo ben settantuno anni la sua personalità così forte e per tanti versi difficile, taciturna, fragile fa ancora breccia nelle menti di chi lo ricorda attraverso le parole delle opere che scrisse. “Io ci vedo con un occhio solo” è una frase celebre pronunciata dallo scrittore, durante un’intervista. Un’affermazione dura e terribilmente forte, che sottolinea ancora oggi quel velo di tristezza che caratterizzava l’animo di Pavese. Quell’occhio solo rivela quella vocazione al suicidio che Cesare Pavese stesso chiamerà “vizio assurdo”. Ricordiamo che il letterato italiano, di origine piemontese, era ed è ancora oggi uno dei più grandi intellettuali del XX secolo. Tra i suoi tanti capolavori, sicuramente “Lavorare stanca”: una raccolta di poesie all’interno della quale è possibile scorgere alcune delle argomentazioni e dei temi cardine che caratterizzeranno anche le opere successive. Nell’opera emerge una forte solitudine ma soprattutto Pavese ribadisce l’odio nei confronti delle Langhe e dei luoghi della sua infanzia. Nel frattempo inizia a scrivere i racconti che verranno pubblicati postumi, prima nella raccolta “Notte di festa” e poi, nel 1939, completa la stesura del suo primo romanzo breve tratto dall’esperienza del confino intitolato “Il carcere“. In quello stesso anno scrive “Paesi tuoi”. Si tratta della prima opera di narrativa data alle stampe e del primo successo dello scrittore, pubblicato poi dalla casa editrice Einaudi nel 1942. Un’attenta analisi dell’opera giovanile consente di ripercorrere le tappe della maturazione artistica di Pavese: una continua ricerca linguistica e stilistica ma soprattutto l’individuazione di quelle che egli stesso definì “intuizioni letterarie”, di cui si coglieranno i frutti nel periodo della maturità artistica. Era una domenica sera quando gli occhi del poeta si chiusero per sempre, in una stanza d’hotel sito in piazza Carlo Felice, a Torino. Un inserviente, insospettito dal silenzio di “quell’ospite”, aprì la porta della stanza e vide un uomo vestito di tutto punto, senza scarpe, posizionate accuratamente (in modo quasi maniacale) accanto al letto e sul comodino tante bustine di sonnifero aperte. Un suicidio che ha sin da subito suscitato molti dubbi ed interrogativi e che, soprattutto, ha lasciato con l’amaro in bocca. Lasciò un ultimo messaggio sul frontespizio di quello che egli stesso dichiarava di essere il suo libro preferito: “Dialogo di Leucò”. “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene?”. (non fate troppi pettegolezzi). In realtà i pettegolezzi nacquero emersero immediatamente: furono diverse le voci dei giornalisti pronti a sentenziare su quel suicidio ma anche dei tanti “curiosi” che giunsero nei pressi dell’Hotel e,che non si sa bene per quale motivo, espressero una serie di allusioni che misero l’accento su una società nella quale chiunque era disposto a dire o inventare, come in questo caso, speculando sulla morte di una persona. Certo è che Cesare Pavese non era una persona qualunque: era il Poeta per eccellenza, un intellettuale seguito ed apprezzato dal pubblico e dai suoi stessi amici. Ma la sua morte, in un contesto molto […]

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Un viaggio nell’arte dell’Italia dell’arte meno conosciuta

Quante volte avete sentito dire che l’Italia è il Paese più bello del mondo? E soprattutto, quante volte l’avete detto o pensato? A prescindere dalla possibilità che voi siate di parte, poiché essendo italiani ci si può sentire maggiormente legati alla Nazione in cui viviamo, e anche a prescindere dall’ipotesi contraria, ovvero quella che ci porta spesso a disprezzare ciò che abbiamo qui accanto per preferire la cosiddetta “erba del vicino”, cercheremo di fare delle considerazioni un po’ più obiettive: l’Italia è senza dubbio uno dei Paesi più affascinanti al mondo grazie a diverse caratteristiche. Da un punto di vista naturale e strutturale, sono tantissimi i posti spettacolari da visitare grazie alle caratteristiche fisiche di molti veri e propri angoli di paradiso. Oltre a questo aspetto, ciò che rende unico lo Stivale è senza ombra di dubbio il nostro patrimonio artistico, storico e culturale. Nessun’altra Nazione può vantare una così elevata concentrazione di capolavori di ogni epoca, frutto di un glorioso passato.   La proposta di Feltrinelli Education Sulla piattaforma Feltrinelli Education, nata da un’idea del noto gruppo editoriale italiano, è possibile trovare un’ampia proposta di corsi, sia live che on demand, su un notevole numero di materie e di argomenti: si va dalla scrittura creativa alla poesia, dai corsi per diventare web developer alla fotografia, dall’economia al design. Oltre a questo, possiamo trovare una serie di affascinanti lezioni d’autore, tenute da esponenti di spicco della cultura italiana. In una di queste, potremo ad esempio affrontare un viaggio fra cultura, conoscenza e passione con Giovanni Agosti.   Giovanni Agosti ci accompagna in un viaggio nell’arte Giovanni Agosti è professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università degli Studi di Milano. Grazie alla sua immensa esperienza accumulata in anni di studi sulle opere d’arte, e le storie che ci sono dietro la loro nascita, meritano in qualche modo di essere raccontate, ma soprattutto di essere comprese, interpretate e studiate, non semplicemente leggendo un libro di testo ma riuscendo a entrare in quel mondo. Inoltre, Agosti ci invita a guardare oltre l’Italia mainstream, a scoprire e approfondire quello che è a tutti gli effetti il più ricco patrimonio artistico esistente, e che oltre alle notissime Roma, Firenze e Venezia, è composto da un’infinità di piccoli centri, di borghi antichi e di paesini arroccati con dei tesori inestimabili. Scopriamo in questo modo, ad esempio, l’affascinante Urbino di Baldassarre Castiglione, la città piemontese di Ivrea ai tempi di Adriano Olivetti e Pescocostanzo, in Abruzzo. Ci avventuriamo nell’arte lombarda, una delle più ricche ed eterogenee del Rinascimento italiano. Infine, cerchiamo di comprendere come riconoscere un capolavoro quando ci siamo davanti. Può sembrare facile, ma se non fosse realmente così?    

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Francesco Coco: l’uomo che disse di no alle Brigate Rosse.

Immaginate di vivere negli anni Settanta e di star entrando in quel vortice che soltanto successivamente verrà chiamato anni di piombo. Immaginate di aver giurato fedeltà al diritto e alla Costituzione italiana, dopo aver vissuto la brutalità di due guerre mondiali e del ventennio fascista. Immaginate di essere Francesco Coco e di star vivendo un evento che, inevitabilmente, cambierà la vostra vita: il rapimento del giudice Mario Sossi. È il 18 aprile del 1974: il “momento giusto” per quella che passerà alla storia come l’operazione girasole.  Un gruppo di venti terroristi, con sette auto e un furgoncino, sequestra Sossi, al suo rientro a casa in via Forte San Giuliano a Genova. Il magistrato è appena sceso dall’autobus della linea 42.  Dopo qualche ora le Brigate Rosse rivendicheranno l’atto. Mario Sossi è stato rapito con uno scopo: inviare un messaggio allo Stato italiano circa la detenzione di otto compagni. L’obiettivo, infatti, è quello di rilasciare Sossi solo in cambio di otto membri delle Brigate Rosse, i cosiddetti uomini del XXII ottobre, condannati all’ergastolo per svariati reati. La linea che emerge sin da subito risulta omogenea fra le due forze politiche maggiori dell’epoca: la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Comunista Italiano (PCI): non si tratta con i terroristi.  C’è una voce, però, che seppur in modo informale, si distacca da questo coro: è quella di Aldo Moro, più aperto verso la trattativa con le Br. Conoscendo la storia, questo particolare fa correre un brivido lungo la schiena, non trovate? Dopo qualche settimana di detenzione le Brigate Rosse passano all’azione: inviano allo Stato italiano un ultimatum: «o gli otto vengono rilasciati o Sossi muore». Sono giorni di tensione e l’unico organo che può fare qualcosa di concreto è la Corte d’Appello di Genova che decide di mutare la pena in carcere in una domiciliare per gli otto terroristi. In questo contesto si inserisce il procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco, aggiungendo un particolare importantissimo alla trattativa: l’elemento dell’incolumità riguardante la persona di Mario Sossi. Così si passa al rilascio di Sossi che viene subito portato in ospedale. Lì emerge che le condizioni fisiche del giudice non sono al meglio. Il bollettino medico è chiaro: due costole rotte. Coco non aspetta altro: porta la questione in Cassazione e fa saltare la trattativa. Gli otto terroristi, così, non vengono rilasciati e finiscono per scontare la propria condanna. Coco, forse, sa che quel gesto gli costerà la vita. E così sarà l’8 giugno del 1976 quando verrà freddato, a pochi metri dalla porta di casa, da alcuni uomini delle Brigate Rosse. Ma Coco era l’uomo che aveva giurato fedeltà al diritto e alla Costituzione italiana. Coco era l’uomo che aveva vissuto la brutalità di due guerre mondiali e del ventennio fascista. E di sicuro Coco era consapevole di star cambiando il corso della storia italiana.   Immagine di copertina: Rai Storia

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Era de maggio. Inno struggente all’amore intramontabile

Una struggente poesia d’amore. Una delle canzoni più belle che il repertorio classico napoletano possa vantare, non solo a livello nazionale, ma anche internazionale: Era de maggio. Era de maggio. Origini del capolavoro partenopeo La nota e meravigliosa canzone partenopea nasce come poesia, attraverso i versi del grande poeta napoletano Salvatore Di Giacomo, e musicata dal compositore Mario Pasquale Costa. Inimmaginabile inizialmente il successo che tale brano avrebbe riscosso, divenendo intramontabile, un’autentica dichiarazione d’amore che, ad oltre un secolo di distanza, ancora fa sognare ed emozionare cuori innamorati e non. Di Giacomo scrive Era de maggio nel 1885, appena venticinquenne, inviando la poesia al grande musicista Costa, aggiungendo in calce al manoscritto: “Mario, ma quant’è bella!” Dopo un paio di giorni a Di Giacomo viene consegnato un rotolo di musica con la firma di Costa, recante questa postilla: “Salvato’, e chesta manch’è scema!” (Ovvero: “Nemmeno questa è da buttar via!”). Nel medesimo anno la canzone viene poi presentata al Festival di Piedigrotta, che aveva consentito qualche anno prima, nel 1835, il trionfo di Te voglio bene assaje. Si trattava della più grande manifestazione canora napoletana, che portava la canzone della tradizione partenopea a un punto di svolta, rendendola per certi aspetti “rivoluzionaria”, in quanto molti autori desideravano che le proprie composizioni si rivolgessero alla gente comune e non d’élite. Le stesse poesie di Di Giacomo musicate sono in napoletano verace. Da allora Era de maggio non è mai stata dimenticata, divenendo anzi un prezioso germoglio nel panorama culturale e musicale partenopeo. Una tra le versioni più notevoli e toccanti è senza dubbio quella eseguita da Roberto Murolo. Tuttavia sono numerosi gli artisti italiani e anche internazionali cimentatisi mirabilmente nell’impresa. A tal riguardo vanno menzionati Franco Battiato, Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana, Lucio Dalla, Luciano Pavarotti, Massimo Ranieri, Claudio Villa, fino a José Carreras e Mika. E ancora le straordinarie, calde e passionali voci femminili, che ne hanno notevolmente impreziosito l’esecuzione, quali Teresa De Sio, Mina, Mísia con la Piccola Orchestra Avion Travel, Maria Nazionale, Lina Sastri, fino alla commovente ed elegante versione presentata da Serena Rossi. Era de maggio. Genere e significato Era de maggio è una canzone d’amore, collocantesi in un genere specifico e particolare: la “mattinata”. Contrariamente alla “serenata” (ben nota alla tradizione), in cui si inscrive Voce ‘e notte, ossia il tipo di canzone appassionata intonata da un innamorato a sera inoltrata sotto il balcone della sua amata, la mattinata è un genere meno noto, la versione diurna della serenata, così definita nel vocabolario dell’Accademia della Crusca: “Il cantare e ‘l sonare che fanno gli amanti, in sul mattino, davanti alla casa della innamorata, come serenata quel della sera”. Era de maggio è inoltre una poesia, trasformata in canzone dal maestro Costa, riuscendo ad esaltare tutta la drammaticità dei versi di Di Giacomo, rendendoli sublimi e indimenticabili. Era de maggio è comunque un inno alla gioia, alla speranza, una dichiarazione d’amore, di un amore pronto a superare il tempo e lo spazio. Un inno che sceglie come […]

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.it o .cool: tutto quello che non sai sui nomi di dominio

Solo in Italia, secondo Registro.it, si contano oltre 3 milioni e mezzo di domini .it mentre alla fine del Q1 2021 in tutto il mondo si contavano ben 363,5 milioni di Top Level Domain registrati (dato Verisign).  Quando si naviga in rete è naturale districarsi tra .it, .com o simili, ma in realtà dietro queste piccole combinazioni di lettere c’è molto altro. GoDaddy, provider di domini e soluzioni digitali per PMI e imprenditori, ha creato l’infografica “Breve storia dei nomi di dominio” che approfondisce aspetti e curiosità su questo mondo.  Dagli anni 80 fino ai giorni nostri, la storia dei nomi di dominio è costellata da importanti avvenimenti: nel 1985 viene registrato il primo dominio .com da parte di un’azienda, nel 1986 viene aperta la registrazione dei domini al pubblico, mentre nel 1997 viene registrato il dominio del sito web più visitato della storia, Google.com. Oggi attorno ai nomi di dominio circolano anche molti interessi economici, tanto che c’è chi investe nel settore: nel 2012 Mike Mann ha acquistato quasi 15mila domini in 24 ore, mentre nel 2019 voice.com viene venduto per 30 milioni di dollari.  Secondo il Domain Name Industry Brief – Q1 2021 di Verisign, a fine marzo il dominio di primo livello più utilizzato nel mondo era il .com, che supera i 154.6 milioni, seguito da .tk e .cn con rispettivamente 24,7 milioni e 20,7 milioni. In Italia, secondo i dati di Registro.it aggiornati al 31 maggio 2021, ci sono 3.437.937 domini .it., +1,87% rispetto ad inizio anno. Se nel 1984 erano disponibili solo 6 domini di primo livello, oggi chi registra un sito internet può scegliere tra più di un migliaio di alternative, tra cui alcune molto curiose: gli appassionati di moda non possono perdere il .cool, mentre gli amanti della buona cucina possono optare per .beer e .pizza, senza dimenticare il .party e .rocks per chi non rinuncia mai a festeggiare.     

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Comunicazioni con i clienti, le aziende scelgono l’sms marketing: tutti i dati

L’sms marketing è una tecnica comunicativa estremamente performante che consiste nell’invio di brevi messaggi di testo su smartphone per scopi pubblicitari. Le aziende di oggi possono trarre grandi vantaggi dalla creazione di speciali campagne promozionali fondate sulla diffusione capillare di sms ai clienti. In ogni caso, si tratta di persone che hanno preliminarmente acconsentito alla ricezione di questo tipo di messaggi da parte dell’azienda stessa. Che cosa contengono in genere gli sms? Possono veicolare sconti e promozioni ma anche coupon, alert e aggiornamenti o news generiche. L’Osservatorio Statistico Sms 2021 e l’analisi delle tendenze Analizzando gli invii di messaggi effettuati attraverso la piattaforma di email marketing MailUp nel corso dei 12 mesi dello scorso anno è stato realizzato l’Osservatorio Statistico SMS 2021. Si fa riferimento a un volume di oltre 164 milioni di messaggi, contro i 133 del 2019). Per comprendere a fondo l’evoluzione della metodologia e per metterne in luce cambiamenti e trend attivi si è svolta un’indagine facendo un diretto raffronto rispetto ai numeri del 2019. Mentre per ricavare la composizione e la distribuzione dei clienti, settore per settore, si sono presi in esame i 28 ambiti merceologici relativi al bacino di utenti di MailUp. Dal punto di vista tecnico, l’analisi è stata condotta prendendo in esame tre principali indicatori: tasso di clic, che indica quanti utenti abbiano effettivamente cliccato sul link contenuto all’interno dell’sms (questa metrica consente di stabilire sia il livello di interazione che di interesse da parte dei destinatari del messaggio); tempo di recapito, quello che intercorre tra l’invio al gateway e la ricezione sul dispositivo elettronico del destinatario; tempo di reazione, cioè quello che passa tra la ricezione del messaggio e il clic (un ulteriore indicatore relativo alla reattività). Sms canale moderno, attuale e performante: ecco perché L’Osservatorio SMS 2021 si pone come obiettivo la realizzazione di un documento che possa essere d’aiuto alle aziende. Grazie ad esso, infatti, esse potranno verificare e confrontare i dati relativi alle performance delle proprie campagne di sms marketing, facendo un raffronto con la media del settore. Non bisogna fare l’errore di sottovalutare un canale performante come quello degli sms, credendolo obsoleto o sorpassato. Basta pensare a quante persone nel mondo oggi possiedano uno smartphone (è stata superata lo scorso anno la soglia di 3 miliardi e mezzo, secondo Statista) e a quanto il traffico di sms con intento commerciale abbia conosciuto un’impennata (+10%) rispetto al 2019, toccando quota 2,7 miliardi (Juniper Research). Il tasso medio di apertura dei messaggi ha raggiunto il 98% (The Daily Egg), mentre il 91% dei consumatori mostra di provare interesse verso la possibilità di ricevere info dalle aziende con questa modalità (Attentive). Ma quali vantaggi offre allora, in sintesi, la metodologia dell’sms marketing? Per prima cosa questi messaggi sono veloci e versatili, oltre che altamente personalizzabili. In più sono sempre tracciabili, flessibili e fanno ricorso alla tecnologia di prossimità. Netto aumento dei messaggi inviati con link all’interno Dal confronto tra i numeri relativi al 2019 e quelli raccolti con riferimento allo scorso […]

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Cosa regalare ai nonni per Natale?

Cosa regalare ai nonni a Natale? L’idea è scegliere qualcosa che unisca originalità, estetica e utilità. Dopo tutto, i nonni sono le persone più speciali della nostra vita e il loro amore e la loro dedizione vanno assolutamente ripagati. Ecco perché è importante optare per qualcosa di bello e al contempo speciale, che dimostri tutto l’affetto che proviamo nei loro confronti. Di seguito qualche idea regalo di Natale che si addica ai gusti e alle esigenze dei nonni. Macchinetta per il caffè e il cappuccino Si tratta di uno degli oggetti più utilizzati in assoluto da chiunque ami sorseggiare un buon caffè al mattino, appena sveglio. Il profumo del caffè è una delle gioie della vita e una macchinetta pratica e funzionale che ne faccia uno paragonabile a quello del bar farebbe contento chiunque, compresi i nonni. Un dispositivo di questo tipo farà sicuramente la loro gioia e renderà più semplici (e golose) le loro colazioni. Coperta da divano Qualsiasi nonno ama trascorrere le proprie serate sul divano a guardare la TV o a leggere un buon libro, soprattutto durante la stagione invernale. E allora perché non regalare loro qualcosa che renda ancora più comodo e piacevole il post-cena? Una morbidissima coperta da divano può essere un’idea regalo di Natale molto apprezzata. Ve ne sono di tante tipologie diverse, da quelle classiche con motivo a quadrettoni a quelle con dedica personale stampata. Grembiule da cucina Le nonne ai fornelli sono davvero imbattibili. E quanti di noi avrebbero patito la fame se non ci fosse stata la nonna a viziarci con i suoi straordinari manicaretti? Allora perché non optare per un’idea regalo di Natale che unisca l’utile al dilettevole e che consacri una volta per tutte il talento delle nonne in cucina? Un simpatico grembiule recante la scritta “nonna chef” potrebbe essere un regalo molto apprezzato per una nonna che ama cucinare! Fiori da tè Probabilmente, molti di voi non ne hanno mai sentito parlare, ma quella dei fiori da tè potrebbe essere un’idea regalo apprezzatissima dalle nonne che amano il tè. Si tratta di bouquet di fiori secchi mescolati con foglie di tè. Provengono dalla tradizione cinese e sono in grado di stupire chiunque, nonché di dare un tocco d’eleganza alla tavola. Basta versarvi dell’acqua calda sopra e pian piano i fiori sbocciano nella tazza, rilasciando il proprio infuso! La tradizione vuole che i primi bouquet di fiori da tè fossero destinati all’imperatore cinese, in virtù della loro bellezza e raffinatezza. Orologio portafoto da parete Chi desidera fare un regalo di Natale personalizzato ai propri nonni deve assolutamente prendere in considerazione gli orologi portafoto da parete. Ve ne sono di tantissime tipologie differenti, affinché ognuna possa adattarsi a un diverso stile di arredamento. Negli spazi riservati alle foto è possibile inserirvi una o più fotografie di tutta la famiglia. I modelli più appariscenti dispongono di dodici riquadri in sostituzione delle ore.  

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Regali personalizzati per amici o per clienti: a ciascuno il suo

Si sa, il miglior regalo è quello che ti fai da solo. Oppure, se vogliamo essere meno pragmatici e più romantici, il miglior regalo è quello fatto da una persona cara, che ti conosce bene e sa cosa apprezzi. A questo proposito, un’ottima risorsa, decisamente originale, possono essere i regali personalizzati: oggetti personalizzati con foto o testo, o entrambi, scelti dal committente, doni perfetti per celebrare un momento speciale, come un anniversario, una laurea, un compleanno o una promozione a lavoro, o anche senza un particolare motivo o ricorrenza, soltanto per ricordare a qualcuno che gli vuoi bene.  Ma un gadget personalizzato può rivelarsi anche un efficace strumento per chi fa impresa: un oggetto utile e di utilizzo quotidiano che, attraverso l’esposizione del marchio e del logo della propria attività, contribuisce a fidelizzare il cliente ed attrarne, potenzialmente, di nuovi. Regali personalizzati: come stupire le persone che ami Dove trovare regali personalizzati che siano originali e di qualità ad un prezzo contenuto, innanzitutto? Un’ottima risorsa sono i negozi di souvenir, negozi non soltanto fisici, come se ne trovano in tutte le località turistiche, ma anche online. L’e-commerce può venirci incontro, oggi più che mai, per soddisfare l’esigenza di originalità a prezzi contenuti nella ricerca del perfetto regalo personalizzato. Dai più classici dei classici (ma sempre apprezzati) come una t-shirt personalizzata con una scritta divertente o l’immagine di un film o una serie tv, una tazza o una cornice con una bella foto, una cover per cellulare, articoli per la casa o finanche dei grembiuli personalizzati economici, per gli amici amanti della cucina o per il proprio ristorante, con il logo ed il nome del locale: ce n’è per tutti i gusti, per tutte le tasche e per tutte le esigenze! La personalizzazione renderà l’oggetto originale ed unico, a misura di chi lo riceverà e non potrà fare a meno di apprezzarlo. Non soltanto per festeggiare una ricorrenza: i gadget personalizzati sono un ottimo alleato della propria attività economica Ma non si tratta soltanto di semplici regali: i regali personalizzati possono essere un’ottima risorsa, per chi fa impresa, per fidelizzare il cliente attraverso utili gadget, veri e propri omaggi promozionali come la classica penna, un portachiavi, una shopping bag in tela o un block notes che presentano il marchio della propria attività e/o il proprio slogan, contribuendo a pubblicizzarlo e, dunque, ad attirare altri potenziali clienti. Al titolare di un’impresa converrà sfruttare le potenzialità del web e servirsi di negozi di souvenir online per ordinare all’ingrosso un ampio numero di gadget da distribuire ai propri clienti, consegnati in tempi brevi e a basso costo. I gadget personalizzati sono un’attenzione gentile nei confronti del cliente, soprattutto quando questi si rivelano oggetti utili e di utilizzo quotidiano, e hanno il vantaggio ulteriore di apportare al proprio marchio pubblicità ad un prezzo davvero contenuto. Il merchandising personalizzato si rivela, dunque, un’abile strategia per fidelizzare il cliente ed aumentare le proprie possibilità di vendita, specie se associato ad un logo ed un nome originale e […]

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Helga Glaesener, l’ultimo romanzo: L’eredità della Papessa

L’eredità della Papessa è l’ultimo romanzo della scrittrice tedesca Helga Glaesener pubblicato da Newton Compton Editori; la matematica prestata alla narrativa storica ci regala una nuova avvincente avventura che affonda le radici nell’antica leggenda medievale della Papessa Giovanna, la leggendaria donna di origini inglesi che, grazie ai suoi abili travestimenti, avrebbe occupato il soglio pontificio dal 853 al 855 d.C. con il nome di Papa Giovanni VIII. Protagonista del romanzo di Helga Glaesener è una giovane schiava di nome Freya che vive in Danimarca insieme alla sorella, a seguito del rapimento della madre da parte dei Vichinghi danesi. Ma Freya non si rassegna al suo triste destino e decide di fuggire verso sud insieme alla sorella alla ricerca del nonno Gerold, l’unico che possa offrire loro protezione e strapparle alla misera condizione di schiavitù. Il viaggio riserva alle due giovani innumerevoli avversità e l’amara delusione di scoprire, una volta giunte a Dorstadt, che il nonno materno è partito da tempo alla volta di Roma dove è diventato comandante della guardia pontificia al servizio di Papa Giovanni VIII. Freya si rimette, dunque, in cammino, questa volta senza la compagnia della sorella, e sotto mentite spoglie riesce a raggiungere la città eterna e a ritrovare il nonno Gerold. Il ricongiungimento con il nonno materno è tuttavia per Freya un effimero successo; poco dopo aver ritrovato Gerold, Freya è infatti costretta ad assistere al suo assassinio. Papa Giovanni VIII e Gerold vengono aggrediti e assassinati dalla folla durante una processione e la vera identità del Santo Padre viene svelata: il Papa è in realtà una donna che al momento dell’assassinio aspettava un figlio dall’amante Gerold. Ancora una volta Freya sarà costretta a prendere in mano le redini del suo destino e, sola contro un potere più forte di lei, cercherà di smascherare il vero volto degli assassini di suo nonno e della Papessa Giovanna. L’eredità della Papessa è un romanzo avvincente che accompagna il lettore in un viaggio rocambolesco e avventuroso, sulle tracce di personaggi sospesi a metà strada tra storia e leggenda. Con la sua abile e intensa narrazione, Helda Glaesener riesce mirabilmente nell’intento principe di ogni scrittore di romanzi storici: quello di far rivivere con intensità e realismo atmosfere lontane nel tempo, scenari perduti e personaggi mitici. Ne L’eredità della Papessa si percepisce ad ogni pagina il segno dei tempi che fanno da sfondo alle avventure della giovane Freya: gli intrighi e l’atmosfera cupa di una Roma medievale sconvolta da tumulti e lotte di potere, il tragico destino di personaggi mitici, la violenza dei vincitori e la caparbietà di quanti, seppur nati sotto il segno dei vinti non si arrendono inermi all’ineluttabilità del loro destino.   Fonte immagine: Newton Compton Editore

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Naufrago…per caso di Michele Zambelli

Naufrago…per caso (2021, edito da Il Frangente) è il libro di Michele Zambelli, giovanissimo velista forlivese (qui il suo sito web) che descrive, sotto forma di diario, le varie gare a cui ha partecipato, la sua infinita passione verso il mare, la sua voglia di avventura.  Naufrago…per caso– la sinossi Michele Zambelli è un ragazzo che vive nella provincia forlivese e non si sente felice a condurre la stessa vita dei suoi coetanei, così di notte prende un treno e va a vedere il mare. Pensare al mare gli permette di allargare il suo orizzonte, di sentirsi libero. “E alla fine andavo sempre a vedere il mare. Di notte. […] Era l’infinito. E mi chiamava. […] Avevo sedici anni e non sapevo fare niente. Ma adesso avevo qualcosa da fare: dovevo andare nell’infinito“. Cosi inizia a navigare, con molte difficoltà economiche ma tanta passione, e inizia anche a vincere.  Diventa infatti campione nazionale classe Mini650 per quattro stagioni, nel 2014 arriva al terzo posto nella regata oceanica in solitario Les Sables-Les Acores-Les Sables. Ha solo ventitré anni quando partecipa alla sua prima MiniTransat. Nel 2017 partecipa alla OSTAR, la regata che va dall’Inghilterra all’America che sarà costretto ad abbandonare per un problema alla sua Tenace. A parte le vittorie e le gare, da Naufrago…per caso traspare l’ infinita passione  di Michele Zambelli per il mare, la voglia di infinito del velista, di non limitarsi a condurre una vita qualunque come fanno gli altri ma di spingersi sempre oltre, inseguendo i propri sogni, senza rinunciarci mai, a qualunque costo. Ogni gara, ogni regata è una sfida, è provare ad andare oltre i propri limiti e, quindi, tornare alla vita ordinaria significa apprezzare ancora di più le cose che abbiamo ogni giorno. “[…] Quando passi qualche giorno in mezzo al mare, o sulla vetta di una montagna, immerso nella natura selvaggia, apri bene le orecchie. Questo dio verrà a chiamarti e ti insegnerà tutto ciò che in città ti sembra piccolo e scontato nel suo regno è la chiave della felicità. E quando tornerai a casa non potrai far altro che guardare il mondo con questi nuovi occhi, e troverai la felicità ovunque!“ Le gare, soprattutto quando terminano con la distruzione della barca (come spesso accade ai velisti), insegnano che nella vita bisogna ripartire da zero più e più volte. Pertanto non è consentito mollare, la tenacia deve essere il nostro motore, insieme alla passione, ovviamente.  “La cosa positiva dei naufragi è che hai la possibilità di vivere una rinascita. Non avevo più niente. Barca, macchina, sponsor. Ma alla fine, avevo tutto. Mi commuovevo- e mi commuovo- per le viole a primavera.  […] Ho solo dovuto scegliere, ancora una volta.   […] E sono ripartito, dall’inizio“   Fonte immagine di copertina: Il Frangente 

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Ritorno all’isola delle donne: l’affascinante esordio di Molly Aitken

Molly Aitken nasce in Scozia nel 1991 e cresce in Irlanda. Il suo romanzo d’esordio “Ritorno all’isola delle donne“, pubblicato da Garzanti e tradotto da Alba Bariffi, ha già vinto numerosi premi letterari internazionali. Vive a Sheffield, in Inghilterra.  Ritorno all’isola delle donne, trama del romanzo Ritorno all’isola delle donne è un romanzo incentrato sul legame tra madri e figlie. Un legame così unico che ci condiziona la vita. Una madre per una figlia rappresenta sia il modello di donna a cui guardare per identificarsi in lei e allo stesso tempo differenziarsene, sia il modello di madre che la bambina diventerà. Ma quando in questi legami si fanno spazio sentimenti contrastanti , come rabbia, odio misto a sensi di colpa e tenerezza, si arriva inevitabilmente ad un punto di rottura. La protagonista del romanzo è Oona, uno spirito libero da sempre alle prese con una madre che ha cercato di frenarla. Oona è nata e cresciuta ad Inis, un’inospitale piccola isola dell’arcipelago irlandese. Un posto tanto lontano dalla terraferma quanto dalla modernità, divisa tra folklore e fanatismo religioso. La sua comunità è costituita da pescatori provetti e donne che si dedicano principalmente alla cura domestica. La femminilità viene dipinta come una maledizione e la superstizione e i pettegolezzi sono usati dalle donne stesse per autoinfliggersi punizioni che aumentano questo circolo vizioso. Ma Oona è uno spirito indomito e desidera più di tutto la libertà e la possibilità di allontanarsi da questa identità che non le appartiene. Da sempre in contrasto con la madre, apparentemente devota, ma ipocrita nel suo fervore religioso, capisce fin da piccola che l’unico modo per vivere libera è scappare dall’isola. Così alla prima occasione emigra in Canada lasciandosi dietro le spalle tutto il suo mondo, convinta che basti mettere la distanza di un oceano per dimenticare il proprio passato. Ed è qui che inizia questa incredibile storia, perché nel presente Oona è alla ricerca di sua figlia che sembra essere scomparsa nel nulla. Oona ama con tutta se stessa sua figlia, anche se non è mai riuscita a costruire un legame  profondo con lei. Questa figlia adesso riavvolge il filo della storia di due generazioni per ritrovare la propria, tornando all’origine di tutto, la tanto odiata e amata Inis. Il romanzo si snoda su due piani temporali ben distinti, tra l’infanzia di Oona e il difficile rapporto con la madre da un lato e il conflitto nel presente tra Oona e sua figlia dall’altro. Oona da adulta si renderà conto di portare ancora i segni profondi della sua vita sull’isola, che l’hanno traumatizzata e disconnessa dalla realtà e dalle relazioni. Il percorso che deve intraprendere è una lotta personale in cui capirà che bisogna affrontare il dolore prima di poter amare e lasciarsi amare a propria volta. Diventare madre cambia la vita. La connessione madre-figlia è immediata ma non sempre è facile per una madre allentare la sua ansia da separazione, permettere alla figlia di allontanarsi da lei, dandole la possibilità di sbagliare senza imporre alcunché. […]

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I figli del diluvio di Lydia Millet: recensione del romanzo

I figli del diluvio (Titolo originale: The Children’s Bible, tradotto da Gioia Guerzoni) della scrittrice americana Lydia Millet è un romanzo apocalittico e feroce: il mondo è delle nuove generazioni, ambientaliste, ingegnose e competenti che riescono a far fronte alle difficoltà anche senza l’aiuto dei propri genitori, forse nella prima volta della storia del genere umano.  Edito da NN Editore, I figli del diluvio è stato selezionato tra i migliori libri del 2020 da diverse testate giornalistiche americane, nonché è risultato finalista al National Book Award. “I figli del diluvio” di Lydia Millet: la trama Siamo negli Usa. Diverse famiglie, presumibilmente benestanti, decidono di trascorrere insieme le vacanze estive, fittando una villa sull’Oceano. Ben presto genitori e figli iniziano a fare vite separate: i genitori, completamente presi da loro stessi, trascorrono gran parte del tempo a bere e gozzovigliare, trascurando completamente i loro figli che hanno un’età che va dai 7 ai 17 anni; nel frattempo i figli, felici di tale orientamento, si trasferiscono sulle case sugli alberi, vicino al lago, nei pressi della villa; tant’è che decidono di non rivelare l’identità dei propri genitori gli uni agli altri. Le cose vanno più o meno bene finché un evento inaspettato, una calamità naturale, sconvolge le vite loro e di tutti gli esseri umani: il cambiamento climatico, declamato ormai da decenni, diventa reale, irrompe con violenza, trasformando completamente la quotidianità di ciascun essere vivente del mondo. Di fronte a tutto ciò saranno i figli a far fronte con lucidità ed equilibrio a tale situazione: devono abbandonare la villa, ormai impraticabile, e si trasferiscono altrove e, grazie alle loro conoscenze e competenze, riescono a ricostruirsi un presente per poter sopravvivere. I genitori, abituati ad una vita di vizi e comodità, hanno una concreta difficoltà a tenere il passo. I figli del diluvio è un romanzo apocalittico e allegorico: un futuro nefasto sicuramente ci aspetta se continuiamo a vivere ignorando il cambiamento climatico. Le nuove generazioni sono arrabbiate con quelle a loro precedenti (i genitori) perché le hanno tradite pensando solo ai loro bisogni:  vecchie generazioni, pigre e incompetenti, hanno sprecato le risorse del mondo, deturpandolo, costringendo i giovani a far fronte ai danni dai loro causati. Di contro, i figli, sono lucidi, capaci e intelligenti, nativi digitali, sono ebbri di conoscenze variegate soprattutto dal punto di vista ambientale e riescono comunque a sopravvivere in un mondo ormai distrutto dove il denaro, da solo, non può fare molto. Il parallelismo con il mondo post Covid-19 è inevitabile: I figli del diluvio diventa cosi un monito per muoversi ed agire finché siamo ancora in tempo. I figli del diluvio di Lydia Millet è un romanzo sicuramente da leggere, perché è probabile  che diventerà uno dei libri cult del futuro. Inoltre, questi adolescenti, brillanti, intelligenti e a tratti spocchiosi, sono anche molto simpatici ed è un piacere leggerli. “Ci venivano le crisi di nervi nel tentativo di svegliarli dal loro letargo. Giornate intere di stanchezza e imbarazzo. Ma erano buffonate. Erano inutili. A un certo […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Terra Felix: 5+1 curiosità sulla Campania che non sapevi

Una meravigliosa terra da scoprire: storie, leggende e curiosità sulla Campania, terra felix La bellezza della Campania si cela non solo nelle cose che possiamo vedere (o assaggiare). Spesso, dietro ogni tradizione, dietro la superstizione, nelle ricette e nei miti ci sono storie che vengono tramandate di generazione in generazione. Sono proprio queste curiosità che la Campania cela che la rendono una regione così poco incline ai cambiamenti radicali che la costringerebbero a snaturarsi. Le curiosità che la riguardano toccano gli ambiti più disparati: dalla storia al mito, dalla cucina ai primati. Scopriamo insieme alcune interessanti curiosità sulla Campania! Il malocchio Da sempre, la nostra regione è emblema di contraddizioni. Tra queste è necessario annoverare certamente la capacità di coniugare la forte fede cattolica con la tendenza ad assecondare rituali legati alla superstizione. Il malocchio ne è un esempio. Nello specifico, il malocchio indicherebbe la presunta capacità di alcune persone che – mosse da sentimenti di odio o invidia – riescono a portare sfortuna solo con uno sguardo. Qual è, dunque la curiosità legata a questa pratica? Pare, infatti, che questa “capacità” venga trasmessa dalle nonne direttamente alle proprie nipoti, saltando una generazione. Tuttavia, bisogna stare attenti: se una persona dovesse disgraziatamente diventare vittima del malocchio, non avrà più questo tipo di facoltà da utilizzare o trasmettere. Il Munaciello Un’altra curiosità legata alle credenze che riguardano la Campania e, più nello specifico la città di Napoli, riguarda il celebre “Munaciello”. Tutti, o almeno tutti i campani, conoscono la leggenda di questo spiritello che vaga per le vie di Napoli portando talvolta bene, talvolta male. Non tutti, però, conoscono la sua storia e le sue origini. Esistono tre versioni che raccontano la nascita di questo personaggio. La prima è legata alla possibile vicenda di un giovane garzone vissuto durante la metà del ‘400, innamorato della figlia di un ricco mercante. I due, costretti a non poter stare insieme, riuscivano a vedersi clandestinamente, quando di notte il giovane si arrampicava per raggiungere la sua amata. In una di queste occasioni morì, cadendo. La ragazza, poco tempo dopo, diede alla luce un bambino che nacque deforme e che lei vestiva con un saio con cappuccio. Questo cominciò a provocare l’ilarità della gente che gli affibbiò il nomignolo “o’ munaciello”. La seconda versione deriva da un vecchio mestiere, quello del “pozzaro”, ovvero gli addetti alla manutenzione del sistema idrico. Conoscendo a menadito le strade del sottosuolo, erano perfettamente in grado di entrare all’interno delle case. In alcune rubavano preziosi, in altre s’intrattenevano con le donne della casa regalandogli i gioielli rubati. Spesso, accadeva anche che fossero le donne stesse a ripagarli con dei gioielli, attribuendo la sparizione al fantomatico “munaciello”. È per questo motivo che la leggenda racconta di un personaggio e ruba ma dona anche. Secondo l’ultima ipotesi, invece, la figura di questo personaggio potrebbe derivare da piccoli demoni che vagavano per la città lasciando in giro oggetti e monete. L’intento era di attrarre le persone per portarle con loro negli inferi. Beneventum […]

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Comunicati stampa

“Caravaggio, una nuova luce” al Pio Monte della Misericordia

Entusiastica la conferenza-stampa organizzata al Pio Monte della Misericordia di Napoli per presentare la nuova esperienza tridimensionale “Caravaggio, una nuova luce”.  Napoli, 1602. È questa la “collocazione temporale” in cui si viene catapultati entrando nel magnifico palazzo monumentale in via dei Tribunali, lungo il decumano maggiore della città partenopea che, reduce dall’annus horribilis dovuto alla pandemia, nell’estate del 2021 torna lentamente ad accogliere turisti ed appassionati di arte, cultura ed esperienze autentiche. Il Pio Monte della Misericordia rientra a pieno titolo in queste sorgenti empiriche di vita, custodendo al suo interno quell’autentico gioiello caravaggesco costituito da Le Sette opere della Misericordia, e avendo  deciso di “donare” al pubblico una narrazione inedita del capolavoro del genio lombardo, eseguito a Napoli nel 1607, fiore all’occhiello dell’istituto. IL PROGETTO “CARAVAGGIO, UNA NUOVA LUCE” Il viaggio tridimensionale intitolato “Caravaggio, una nuova luce“ aprirà le porte al pubblico il 13 luglio 2021. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con AR Tour, racconta la Cappella del Pio Monte in una nuova forma narrativa che strizza l’occhio al moderno senza perdere di vista l’antico. Si tratta, infatti, di un tour della cappella prodotto grazie a immagini, filmati e ricostruzioni virtuali fruibili grazie ad un paio di occhiali 3D. Occhiali leggeri, dalle lenti trasparenti adatte anche a chi già porta gli occhiali: uno strumento semplice che utilizza la tecnologia della realtà aumentata per effettuare un vero e proprio salto indietro nel tempo.  “Adattarsi ai tempi ed essere sempre aggiornati è un obiettivo importante per il Pio Monte della Misericordia – spiega Alessandro Pasca di Magliano, Soprintendente del Pio Monte della Misericordia. – Un’istituzione secolare che non rinuncia ad utilizzare le più moderne tecnologie, utili perché la fruizione delle opere d’arte risulti quanto più esaustiva possibile. Grazie ai nuovi occhiali 3D i visitatori potranno vedere con i loro occhi come è nato il Pio Monte, quali bellezze custodisce e avere tutte le informazioni aggiuntive che desiderano”. “Il progetto di valorizzazione promosso dal Pio Monte, basato sulla tecnologia della realtà aumentata, è di grande interesse – afferma Ludovico Solima, professore ordinario di Management delle imprese culturali presso l’Università Vanvitelli – perché testimonia l’attitudine dell’Ente a sperimentare soluzioni particolarmente innovative, finalizzate a migliorare la propria capacità di dialogo con i propri pubblici, accrescendo di conseguenza la capacità di attrazione nei confronti dei visitatori, attuali e potenziali. L’adozione di nuove forme di storytelling, rese possibile da tecnologie come quelle degli occhiali 3D – prosegue Solima – consente di proporre una narrazione molto coinvolgente, attraverso cui raccontare non solo il capolavoro del Caravaggio, ma anche le altre opere della Cappella e della Quadreria e, più in generale, le finalità dell’Ente, ricordando agli utenti che l’arte – in questo caso – è a servizio del bene comune”. La scelta del Pio Monte si è indirizzata nella realizzazione di un soggetto e un testo narrativo finalizzato a ricreare l’atmosfera del Seicento e spiegare la nascita dell’Istituzione, attraverso la stesura di una sceneggiatura scritta espressamente da Maurizio Burale, responsabile dei progetti culturali del Pio Monte della Misericordia. Una ricostruzione […]

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Napoli e Dintorni

Impasto 55. Gusto in equilibrio: un’intervista

Impasto 55 è una nuova pizzeria a Napoli (aperta lo scorso 19 maggio e ubicata in piazza Vittoria, in una delle percorrenze centrali della città) che – recuperando le parole di Vitale De Gais – «punta l’attenzione sull’impasto e recupera un’antica regola dei pizzaioli, la regola del 55: la somma della temperatura ambiente, della temperatura della farina e della temperatura dell’acqua deve sempre essere pari a 55». Impasto 55. Gusto in equilibrio: intervista a Vitale De Gais Vitale De Gais, come nasce l’idea delle pizze proposte di recente in carta? Nasce rispettando la tradizione quindi conservando le pizze classiche, puntando sulla stagionalità delle verdure e sulla creatività  abbinata sempre all’equilibrio in ogni singola pizza. Fattore importante oltre alla scelta delle farine macinate a pietra sono i prodotti  utilizzati: solo “eccellenze italiane”. Il 55 è un numero caro alla pizzeria: come avete messo in pratica questa regola matematica applicata alla fragranza e al sapore unici della pizza? Non abbiamo fatto altro che rispettare una regola empirica del mondo della pizza ovvero “la regola del 55“ abbinandola alla qualità delle farine macinate a pietra di grano italiano e rispettando i tempi di maturazione che arrivano fino a 72 ore. Napoli fra Storia, luoghi e gastronomia: come legare questi due aspetti pulsanti della tradizione partenopea nel segno della vostra pizzeria? La pizza è diventata nel tempo un simbolo conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo, una parola  comune che non conosce lingue se non una, quella italiana, ma che di origine ne conosce solo una: Napoletana. La pizza con la “P” maiuscola è quella di antica tradizione napoletana, che evoca la maschera di Pulcinella, le bellezze di Posillipo, il Golfo di Napoli e il Vesuvio. In Impasto55 si rispettano luoghi e tradizioni, abbiamo dedicato una pizza a sua maestà il Vesuvio: fiordilatte di Agerola, pomodorini gialli del Vesuvio e pomodorini rossi del piennolo DOP, parmigiano reggiano DOP, basilico e olio extravergine Torretta DOP delle colline Salernitane. Si sente spesso parlare della pizza (nel bene e nel male l’importante è che se ne parli), ma bisognerebbe capire il capolavoro, l’opera d’arte, il significato e la storia che si celano dietro a un impasto a regola d’arte, dall’olio alla mozzarella e poi gli abbinamenti che rendono la pizza e il momento dell’assaggio irrinunciabile: noi di Impasto55 siamo tutto questo. Pizzeria Impasto 55 e Vitale De Gais: in una frase, cosa deve aspettarsi il cliente dalla vostra carta di pizze e dal vostro impasto di sapori? Equilibrio in ogni singola pizza abbinato a tanta passione.  Ringraziando Vitale De Gais, ricordiamo i riferimenti alla pizzeria: IMPASTO 55 Piazza Vittoria 11/12 80121 – Napoli tel. 081 7645295 Fonte immagine in evidenza: pizzeria 55

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Coltiviamo Gentilezza e la nuova Rete di negozi gentili

Coltiviamo Gentilezza è un progetto che mira al benessere della società e per farlo segue tutte le vie attualmente disponibili: la sfera concreta e la sfera digitale. L’educazione alla gentilezza è una fra le pratiche pedagogiche più conosciute: bambini educati e gentili diverranno adulti empatici e felici in grado di rendere felici il prossimo in un circolo virtuosissimo. Un’estetica della cordialità, richiamandoci al senso primigenio del termine: cordiale, con tutto il cuore. In ogni percorso formativo e cognitivo si è dimostrato, infatti, che l’emozione è necessaria ed ubiquitaria: senza emozione – disposizione di cuore in termini socio-psico-pedagogici – l’apprendimento e la riformulazione di schemi e prassi cognitive non riuscirebbe ad arrivare a vera e giusta maturazione; di cordialità come manifestazioni spontanee e sincere di affetto e di educazione alla gentilezza c’è bisogno. A tal proposito abbiamo intervistato i curatori di un’iniziativa gentile: la realizzazione di una rete di “negozi gentili”. Coltiviamo Gentilezza e la realizzazione di una rete di negozi gentili La costruzione di una rete di negozi gentili è una fra le azioni promosse dall’associazione di promozione sociale Coltiviamo Gentilezza, dall’Associazione Italiana Parchi Culturali (AiParc), dall’associazione Acove e Aicast (entrambe di Vico Equense); come e quando nasce il progetto della Rete di negozi gentili e com’è nata l’azione sociale di “Coltiviamo gentilezza”? Partiamo dall’inizio. Coltiviamo Gentilezza nasce come movimento dal basso di innovazione sociale, tra il 2017 e il 2018, dopo l’ennesimo episodio di bullismo nelle scuole che finisce nella cronaca e che ci colpisce profondamente. L’attuale presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Coltiviamo Gentilezza”, Viviana Hutter, autrice di libri creativi sulle emozioni e pedagogista, decide di iniziare quindi la stesura di un manuale per insegnare la gentilezza e diffonderla in tutti gli ambiti della società, a partire dalle scuole. Contemporaneamente il progetto si ingrandisce, la nostra vicepresidente Margherita Rizzuto coinvolge aziende e realtà locali, e sui social iniziamo a diffondere ogni giorno contenuti relativi all’educazione alla gentilezza, un tema caro a sempre più persone. Da lì, in pochi mesi, pensiamo a mettere su un vero e proprio Festival della Gentilezza che ha la sua prima edizione nel 2019 e che riesce a coinvolgere migliaia di persone da tutta Italia, con la creazione di centinaia di Angoli della Gentilezza e sempre più proposte attive. Scuole di ogni ordine e grado, aziende, ristoranti, negozi, associazioni, famiglie partecipano con un proprio evento o un atto di gentilezza. Anche nel 2020, la seconda edizione del Festival della Gentilezza, nonostante il lockdown e la pandemia, ha riscosso un grande successo e ha portato nuove idee e stimoli, così come l’evento del Natale Gentile, attraverso cui abbiamo raccolto centinaia di scatole da donare a chi ne aveva bisogno. Insomma, ogni giorno abbiamo la conferma che dobbiamo proseguire il nostro cammino e portare avanti la nostra missione, perché, nonostante i tempi bui, sono tantissime le persone che vogliono cambiare le cose. La Rete di Negozi Gentili nasce invece da uno stimolo di Mena Caccioppoli, nostra ambasciatrice per la penisola sorrentina, già aderente al progetto con la […]

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Dafne: un Mosaico di storie nel primo album della band campana

È pur vero che Dafne è un nome proprio femminile singolare, ma Dafne è anche una band campana con all’attivo un album, il primo, intitolato Mosaico, un disco di nove tracce, in cui il racconto e la narrazione sono filtrati dagli occhi di cinque musicisti: Valerio Sirignano, voce e chitarra; Paola Cerullo, voce e percussioni; Antonio Mignacco, chitarra; Simone di Feola alla batteria e Salvatore Pelliccia al basso. Dopo essere arrivati in finale all’Apogeo Spring Contest nel 2018, comincia la collaborazione con l’etichetta napoletana per il roster New Generation. Da qui la band avvia una campagna di crowdfunding per sostenere le registrazioni del disco di esordio, Mosaico appunto, uscito l’11 giugno 2021. Due voci, un tessuto narrativo cantautorale, un impianto di sound moderno che getta le basi per nuove scommesse e nuovi racconti.  Abbiamo intervistato i Dafne “Mosaico” è il titolo del vostro album: quali sono le tessere che non potevano assolutamente mancare nella costruzione e composizione del vostro primo disco? Mosaico nasce da nove tessere, diverse ma complementari. C’è la leggerezza di Amore in affitto, la riscoperta di se stessi di Gli occhi di Elisa, l’innamoramento di Forse essenzialmente tu, il dolore di Yara. Queste sono alcune emozioni che abbiamo cercato di tradurre in musica, in Mosaico. A tenere insieme queste nove tessere è la necessità – oltre che il desiderio – di condividere un’esperienza musicale “fluida” che prova ad andare oltre gli stessi schemi mentali. “Gli occhi di Elisa” è un racconto, uno storytelling a due voci: come mai avete scelto di descrivere due protagonisti e non usare la prima prima e seconda persona singolare come fosse un dialogo? A volte guardare le cose da più lontano aiuta a cogliere tanti dettagli, tanti particolari che altrimenti andrebbero persi. Quando attraversiamo un periodo di confusione ad esempio, non riusciamo mai a comprendere quale sia il centro del nostro malessere fino a quando non guardiamo le cose da più lontano. Questo è il motivo della scelta di usare la terza persona; per arrivare al centro di noi stessi a volte è necessario guardarci dall’esterno. “Piombo fuso” è a mio avviso la perla dell’album: il tema sociale è molto presente e ben tratteggiato. Come la musica può effettivamente portare un messaggio socio-politico ed attuale senza cadere nella retorica? Ci sono altri artisti che stimate che si pongono questo obiettivo con la propria musica? La risposta è proprio nella domanda. Piombo fuso nasce da un’esperienza reale, vissuta in prima persona, quando dietro le parole c’è l’esperienza non ci può essere retorica ed io credo che quella linea sottile tra la verità e la finzione sia facilmente percepibile quando guardi qualcuno cantare su un palco. In questo senso rispondo alla seconda domanda dicendoti che secondo me, quando non c’è retorica, l’artista non si pone nessun obbiettivo, quando da voce ad un tema sociale lo fa perché lo ha vissuto, lo fa perché lo ha sentito per davvero ed in questo caso esistono molti artisti in Italia che stimiamo, ad esempio Daniele Silvestri, Simone […]

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Musica

Alberto “Caramella” Foà: un disco di pregiato classicismo

Paroliere di lungo corso e di grande carriera che oggi decide di fare il passo decisivo vero una canzone d’autore che sia tutta sua, nel suono come anche nelle scelte e soprattutto nella voce. Si intitola “Basta unire i puntini” il primo grande disco di Alberto “Caramella” Foà, opera prima dunque per la sua neonata carriera di cantautore. Lavoro che vede la complicità del Maestro Massimo Germini e l’incontro di un grande numero di partecipanti tra cui, forse, spiccano il cantautore Bobo Craxi e il contrabbassista Ferruccio Spinetti. Lavoro di grandissimo classicismo d’autore italiano da cui non possiamo prescindere e che non possiamo evitare di sottolineare, disco di alte misure morali, nei suoni come nelle forme come nella scelta lirica che ha forza di imporsi senza svendersi al suono facile delle parole automatiche… disco che in coerenza con l’eleganza del tutto non si svende neanche dentro le omologate strade digitali dove tutto è subito ed è gratuito alla mercé della qualunque: “Basta unire i puntini” è un lavoro raggiungibile solo fisicamente. Strada questa che sta tornando “di moda” nelle abitudini di un numero di artisti sempre maggiore… e non a caso, ad alzar bandiera a favore di questo vento, sono artisti di un passato pesante di contenuti, di parole buone e di suoni magistrali. Chissà poi cosa verrà fuori unendo i puntini di Alberto “Caramella” Foà… Benvenuto. Vorrei indagare sul nome se mi è concesso. Chissà quanti te l’avranno chiesto: “Caramella” perché? Zucchero di dolce tentatore o contentino per un bambino che fa i capricci? Vero che amo le caramelle (ma solo quelle con lo zucchero, quelle senza sono una cagata del marketing) e verissimo che l’idea del bambino che fa i capricci mi piace moltissimo e mi assomiglia di più ma l’origine del nome d’arte risale a quando, ragazzino, facevo sentire o anche solo leggere le prime cose che scrivevo a personaggi della musica. Uno di loro, molto colto, mi disse: “Sei un poeta” e io, imbarazzato, gli risposi “un po’ eta e un po’ no”; “No davvero, tu sei un po’ come Alberto Caramella”, un poeta del secolo l’altro del quale io ignoravo totalmente anche solo l’esistenza. Poi mi sono documentato e l’accostamento, che non rende onore a lui ma peggio per lui, mi è piaciuto. E quindi, eccoci qui… Un disco maturo, decantato con mestiere… cercavi questa classicità… ma l’elettronica? Hai pensato mai alle nuove frontiere? Cercavo questa classicità e non a caso ho scritto le canzoni con Massimo Germini che in fatto di classica -anche come chitarra- è il numero uno in Italia. Volevo una cosa elegante senza che potesse apparire finta, ricercata. Quanto all’elettronica nulla in contrario e credo che tutta la musica abbia una sua dignità, al massimo ci sono pezzi belli e altri meno, altri secondo me addirittura brutti. Ma l’elettronica, quella di qualità, ha il suo perché. Tuttavia nel mio disco sarebbe stata di troppo. E poi ho voluto, preteso, che fosse un disco interamente suonato, perché i computer hanno poca anima, […]

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Musica

Cos’era il rock italiano prima dei Maneskin

Rock italiano: alla scoperta dell’evolversi di questo genere musicale  La vittoria di Sanremo, l’uscita del nuovo disco, la vittoria dell’Eurovision e il conseguente clamoroso boom sul mercato internazionale ha trasformato il gruppo musicale italiano dei Maneskin in un fenomeno di caratura mondiale. Augurandoci che l’incredibile successo della band sia legato ad un nuovo e genuino, ritrovato interesse per il rock, si propone una sorta di bignami della storia di questo movimento musicale in Italia, cogliendo così l’occasione di poter rispolverare sonorità e lavori che in un modo o nell’altro hanno indelebilmente marchiato il panorama discografico italiano. Quando si parla di rock ovviamente il primo riferimento è quello americano o britannico; ma l’idea qui è proprio quella di mostrare quei lati della discografia rock italiana che non si sono assoggettati all’egemonia oltreoceanica e che, anzi, sono riusciti a rinnovare, aggiungere, sperimentare. Perché in realtà la musica italiana, indipendentemente dal genere, quando è riuscita ad isolarsi e a ritrovare in questa attività di autoisolamento la famosa “ispirazione artistica” è riuscita a dar vita ad opere che tutto il mondo ha invidiato e che per questo motivo sono state anche esportate (il “bel canto”, l’opera, la canzone napoletana, il pop anni ’80-’90 e molto altro ancora). Quando invece si è cercato di emulare semplicemente i prodotti americani importandoli in Italia con dieci anni di ritardo, beh, ecco che lì vien fuori la maggior parte dell’immondizia discografica nella quale ci si ritrova ad annaspare al giorno d’oggi. Per questo motivo l’origine del rock italiano non si ha col primo uomo nato nello stivale che, ispirato da Chuck Berry, ha iniziato a strimpellare una chitarra elettrica; il rock in Italia è nato nel momento in cui l’Italia è riuscita ad essere essa stessa l’eccellenza. Quando questo genere nacque in America, infatti, l’Italia le sue eccellenze le aveva già. Erano gli anni d’oro del festival di Sanremo, con le vittorie di Claudio Villa e Domenico Modugno, artisti destinati a segnare un’epoca e ad ottenere un successo clamoroso ben oltre i confini italiani. Bisogna per questo motivo aspettare pazientemente gli anni ’70 per intravedere per la prima volta dei prodotti musicalmente validi ed artisticamente indipendenti. Sintetizzare più di cinquant’anni di musica non è per nulla semplice, urge quindi ricorrere ad una visione schematica che possa aiutare a generare una visione d’insieme, il che inevitabilmente porta ad una opera di stringente, e a tratti indecorosa, sintesi. Qualcuno questo vergognoso compito doveva pur svolgerlo e quindi ecco una personalissima e barbara semplificazione del movimento rock italiano. Rock italiano: uno sguardo più da vicino Il rock italiano è stato: il progressive negli anni ’70, il rock cantautorale (‘70-‘80-‘90), la new wave (‘80-‘90) fino alla generazione post grunge dei ‘90-2000. Progressive  Il come e il perché il progressive italiano sia diventato un’eccellenza assoluta ha quasi dell’incredibile. Il genere nasce sul finire degli anni ’60, precisamente nel 1969 con l’album “In the court of the Crimson King” dei King Crimson, è estremamente particolare e diametralmente opposto a quello proposto, giusto per dare […]

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Musica

Storie di amori non detti: Thelonious Monk e Pannonica

La storia della musica spesso e volentieri vive di “sliding doors”, eventi improvvisi che ne deviano il percorso e che portano alla ribalta personaggi in modo del tutto inaspettato. Ebbene, senza ombra di dubbio questa è una di quelle storie. Pannonica de Koenigswarter è stata una mecenate britannica. Nacque nel 1913 a Londra e diventò una delle donne più influenti per la diffusione del jazz tra gli anni ’40 e gli anni ’50 del ‘900. E qui emerge subito un altro aspetto decisamente affascinante di questo tipo di storie: molto spesso i protagonisti risultano essere personaggi completamente avulsi dal mondo in questione. Infatti, riflettendoci un secondo, cosa c’entra una mecenate britannica con la musica jazz? La risposta è ovviamente nulla: ma se sin da bambini viene insegnato che le vie del Signore sono infinite, forse, un motivo ci sarà, quindi tanto vale iniziare a percorrerle e vedere dove portano. Pannonica deve le sue nobili origini al ramo londinese della famiglia Rothschild. I Rothschild sono una famiglia ebraica che, in particolar modo nell’Ottocento, quando erano al massimo del loro splendore, si dice che abbiano posseduto il più grande patrimonio privato del mondo. Nonostante le ricchezze infinite a disposizione della famiglia l’infanzia di Pannonica non fu affatto semplice. Il padre, infatti, malato di schizofrenia e depressione, si suicidò quando lei aveva solo dieci anni. Questo la portò a mantenere da subito un legame fortissimo con il fratello e le due sorelle. A ventun anni conobbe Jules de Koenigswarter, anch’egli ebreo, che nel 1935 diventò suo marito. Insieme i due si trasferirono non lontano da Parigi e misero su famiglia. Quando però scoppiò la seconda guerra mondiale Jules fu costretto a lasciarla in quanto luogotenente dell’esercito francese. Lo fece però con una indicazione ben precisa. Le lasciò una mappa con sopra scritto: “Se i tedeschi arrivano a questo punto, prendi i bambini e scappa con ogni mezzo dalla tua famiglia in Inghilterra”. E, di fatto, così fece. Nel 1939 insieme ai figli, una balia ed una domestica partì per tornare in Inghilterra. In quell’anno buona parte della famiglia di Pannonica, in quanto ebrea, venne deportata ad Auschwitz, e lì morì. A partire da questo evento Pannonica fu costretta a cambiare più volte città, sempre dietro indicazione di Jules, andando a vivere in Norvegia, in Africa e, infine, in Messico. Qui condivise l’esilio anche col fratello, il quale un giorno le fece ascoltare la registrazione di “Black, Brown and Beige” di Duke Ellington. A partire da quel momento Pannonica fu completamente rapita da quelle sonorità e decise che in un modo o nell’altro sarebbe dovuta entrare a far parte di questo mondo. Iniziò quindi a frequentare tutti gli ambienti legati alla musica jazz e, per farlo, fece diverse gite negli Stati Uniti, nel disperato tentativo di inseguire queste melodie che le folgorarono l’animo. Conobbe il pianista Teddy Wilson e, in una delle sue visite a New York, nel 1948, quest’ultimo le fece ascoltare “’Round Midnight” dell’allora sconosciuto Thelonious Monk. L’ascolto del brano la scioccò […]

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Teatro

Teatro

Vino stories, 4 monologhi alcolici nella rassegna estiva del Tram

Finalmente si torna a teatro! Recensione dello spettacolo “Vino Stories”, testi e regia di Mirko Di Martino, con Titti Nuzzolese, Nello Provenzano, Laura Pagliara, Diego Sommaripa. “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere.” Così lo scrittore Charles Baudelaire apostrofava coloro che rinunciavano al piacere di un buon bicchiere di vino. Quello che però il simbolista parigino non dice è che dietro questo gesto, solo in apparenza semplice, si nascondono un crogiolo di rituali, affanni e convenzioni in grado di delineare molte sfumature dell’animo umano. E attorno a quel tavolo, dove calice e liquore d’uva attendono di essere sfiorati, c’è un marasma di situazioni, intrecci, incognite che si susseguono, alternano, incontrano. Ed infatti ognuno di noi ha almeno un aneddoto, una storia, a lieto fine o non, legata al nettare degli dei. Da questo semplice presupposto è partito Mirko di Martino nell’imbastire il suo Vino Stories, che ruota attorno a 4 storie, 4 situazioni legate al vino. Lo spettacolo è andato in scena il 9 e il 10 luglio, nello splendido Giardino Segreto, sito in via Foria 216 Napoli, nel pieno rispetto delle norme anti Covid,   Vino stories, storie di vino 4 storie, 4 vite incidentate in cui il vino è stato colpo di grazie, catalizzatore, triste déjà-vu oppure dolce ricordo. Vino Stories è stato questo, un viaggio itinerante in cui le varie tipologie di vino (dallo spumante al rosso, passando per bianco e rosè) si sono abbinate alla perfezione ai personaggi raccontati nei monologhi. Nel primo, “Sciabole e bollicine”, gli spettatori sono stati catapultati nella mente contorta e labirintica di un simpatico sciabolatore (Nello Provenzano) che, come Napoleone a Lipsia e a Waterloo, non è riuscito pienamente a rialzarsi dopo due terribili cadute. Niente flotte o battaglioni di soldati nemici da fronteggiare, nel suo caso, ma la forza destabilizzante dell’amore che, a volte, è anche peggio. Con “Abbinamenti” di Laura Pagliara si è cambiato registro e location, pur rimando sulla tema amoroso. Al centro del monologo, una donna al primo appuntamento e la sua voglia di non fare brutta figura con l’uomo di cui si sta innamorando, uno che di vini sembrava un vero esperto. Ma l’apparenza è una grande ingannatrice e spesso l’onestà di mostrarsi fragili è l’arma migliore per sedurre chi si ha di fronte. Diego Sommaripa e il suo sommelier in cura psicologica sono stati i protagonisti di “Pietro 5.8“, racconto di un uomo perseguitato dal bigottismo sconsiderato e soffocante della madre che lo ha cresciuto nella astemia più totale. E, come spesso accade in queste situazioni, ciò ha portato il ragazzo a crescere nel mito del vino di cui diventerà un rispettabile esperto. Ma certi traumi non passano e prima o poi ci sarà qualcuno in grado di rinnovarne la forza. Vino stories si è chiuso con “Le seconde nozze di Cana”, monologo di Titti Nuzzolese su una sposa nevrotica e disillusa per colpa della suocera e dell’apatico futuro marito. La citazione biblica non è casuale perché il vino anche per questa storia […]

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Teatro

Gemito L’arte d’ ‘o pazzo di Antimo Casertano al CTF

“Gemito L’arte d’ ‘o pazzo” di Antimo Casertano al CTF Napoli 8 luglio- debutta al Campania Teatro Festival nel Giardino Paesaggistico di Porta Miano del Real Bosco di Capodimonte “Gemito – L’arte d’ ‘o pazzo” di Antimo Casertano regista, autore e attore di una piece teatrale che vuol farsi indagine acuta della furia vitale di un pazzo, Vincenzo Gemito, artista e scultore napoletano, povero, nato dal popolo e abbandonato alla nascita nella ruota degli esposti poi battezzato dal suo stesso nome – gèmito- a un destino di dolore e sacrificio; per tutti non più un uomo, ma un genio-folle. “Il genio dell’abbandono” lo aveva chiamato Wanda Marasco nel suo omonimo romanzo e, alla stregua della scrittrice napoletana, il talentuoso Antimo Casertano entra nelle carni dell’artista “Vicienzo” e ne simula l’ossessione tutta cristallizzata nel blocco marmoreo che domina la scena accecando gli spettatori di un bianco allucinante: ricorda il colore di una camicia di forza. La messa in scena, prodotta dalla Compagnia Teatro Insania, Associazione culturale Nartea, ripercorre i momenti più esasperati ed esasperanti della vita di Gemito: la fuga dalla clinica psichiatrica e il ritorno a casa che sancisce l’inizio degli anni di clausura volontaria nello studio di casa dove Nannina, la moglie, interpretata da Daniela Ioia, lo accoglie come una Madonna: seduta in terra, regge Vincenzo adagiato come un Cristo tra le sue braccia. Quella della Ioia è forse la più intensa performance di questo spettacolo: l’irruenza sul piano della vis tragica restituisce nei gesti recitativi e nelle tonalità della voce tutte le paure e le sofferenze di chi, al fianco di un artista considerato folle anche dai suoi stessi familiari, decide di non disertare. Il personaggio di Daniela Ioia, Nannina, non è solo la nenia malinconica che lenisce le sue sfuriate, ma nella testa di Gemito è anch’essa una nemica complice di Salvatore, amico artista, interpretato da Luigi Credendino qui anche voce nella testa di Gemito, nonché suo alter ego, un attore che conferma ancora lo scacco e il dinamismo attoriale vivacissimi che lo contraddistinguono. Quarto tra gli attori in scena è Ciro Kurush Giordano Zangaro: muto e dai passi pesanti, cinto da un’armatura reale, statuario e maiestatico, come fosse la vera statua di Palazzo Reale di Napoli che “Ponta ‘nterra” col dito, sproporzionato e pieno di imperfezioni, è il fantasma del Carlo V di Vincenzo Gemito, causa della crisi irreversibile dell’artista che vede in questa sua scultura la sua dannazione, la fonte di ogni derisione. Ciro Kurush Giordano Zangaro è l’altero busto marmoreo del fallimento di Gemito che gioca con il suo tormento muovendone le fila e lo consuma: è lui la sua “prigione di marmo”. Ma Gemito- L’arte d’ ‘o pazzo di Antimo Casertano non vuole solo raccontare la Passione di un uomo che trascina sulle proprie spalle il blocco granitico della sua arte come fosse una Croce, ma pure arrivare alla catarsi di una possessione maniacale che attanaglia Gemito come artista rappresentativo di tutti gli artisti. Soggiogato dal fascino di un artista napoletano dagli occhi implacabili […]

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Teatro

Sconosciuto. In attesa di rinascita di e con Sergio Del Prete

Sconosciuto. In attesa di rinascita, scritto, diretto e interpretato da Sergio Del Prete, ha debuttato il 30 giugno al Campania Teatro Festival, Sezione Osservatorio. Un uomo in abito scuro taglia il buio con una risata isterica, amara. Inizia a correre in ogni direzione, senza direzione. Il suo movimento è arrestato dal perimetro di neon in cui, a fatica, entra. Un rifugio, un utero materno, o più probabilmente una gabbia le cui sbarre, invisibili, sono proiezioni mentali di un passato che nega il presente, di radici familiari bloccanti come catene, di una periferia che ruba persino i sogni, di tentativi abortiti di una vita che poteva essere ma non è stata, di una vita che poteva non essere, e invece è stata. Sergio Del Prete, non si risparmia in un solo centimetro dello spazio scenico. Fratello, e tuttavia figlio unico, in compagnia della sua solitudine spia il mondo, ai margini del mondo, ai margini della sua stessa vita.  Sessanta minuti per raccontare agli altri, o forse a se stesso, una vita non-vita. Un testo duro, come l’odio verso un padre che esempio non è mai stato. Lirico, come l’amore verso una madre racchiuso nel verde di due occhi. Tagliente, come la denuncia di una terra bugiarda e di una periferia asfissiante, metafora di quella chiusura mentale che siede nei bassi di quartieri degradati come sul velluto dei divani di salotti borghesi. Intimo, come l’amplesso con Marta, una puttana che non si ferma al piacere a pagamento, ma che gli insegna l’amore, la vita, in un mondo che non sa più comunicare. Inquisitorio, come le incessanti domande rivolte a un fratello mai nato, forse alibi necessario con cui assolversi dalla propria incapacità di stare al mondo. Chi è che è veramente morto? Io o tu? Chi è veramente vivo? Io o tu? È proprio la casuale scoperta dell’aborto subìto dalla madre prima della sua nascita a condizionare la sua vita, quel dono che diventa per lui una croce da portare, peso insostenibile per le spalle di un solo uomo che cerca spasmodicamente amore nella conferma di una madre, che cerca il suo posto nel mondo, quel posto che poteva essere di un altro e che di fatto suo non lo è mai stato. Aborto sì tu, ma aborto so’ pure io. Un uomo che pian piano si spoglia davanti a uno specchio interiore in cui non riesce più a guardarsi, accecato da una verità che non fa più luce: ricordi su ricordi, rabbia su rabbia, solitudine su solitudine. Un flusso di coscienza incalzante, destabilizzante, scandito dalla potenza narrativa delle musiche di Francesco Santagata. Uno spettacolo essenziale, vero che non rassicura ma scuote, non forgia risposte ma insinua dubbi. Uno spettacolo necessario, se è vero, citando Neiwiller, che ci vuole un altro sguardo per dare senso a ciò che barbaramente muore ogni giorno omologandosi. Sconosciuto. In attesa di rinascita è un viaggio interiore, edipico, nella periferia dell’anima, in una terra senza eroi, in un mare in cui è difficile tuffarsi, ma necessario e […]

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Recensioni

Campania Teatro Festival 2021: Les Folies Napolitaines

Per il Campania Teatro Festival è andato in scena il 1 e 2 luglio lo spettacolo di burlesque Les Folies Napolitaines prodotto dalla scuola Burlesque Cabaret Napoli e diretto da Floriana D’Ammorra nella cornice incantevole del Real Bosco di Capodimonte. Possiamo considerare Les Folies Napolitaines un omaggio alla tradizione degli spettacoli di music hall, varietà e cabaret de Les Folies Bergère di Parigi, che tanto hanno ispirato i lavori di famosi pittori, come Manet e Toulouse-Lautrec. In questo spettacolo si fondono magistralmente l’estetica retrò e un linguaggio, espressioni ed immagini dei giorni nostri. Infatti la sensazione è quella di ritrovarsi in una macchina del tempo che catapulta in un’altra dimensione ed essere comunque in grado di ritrovare aspetti familiari e riconoscibili. Il ritmo dello spettacolo è un continuo salire e lo spettatore può solo che rimanerne incantato. Durante l’esibizione a tenere sempre alta l’attenzione ci pensano Fanny Damour e Marlon Dietrich che, grazie alla loro alchimia e fascino, tra una battuta e qualche battibecco, sono stati il collante tra una performance e l’altra. Fanny è accogliente, sbarazzina e a tratti svampita. Marlon invece ha sempre pronta la risposta giusta, stuzzica con la sua arguzia e caparbietà. Il filo rosso che unisce le perfomance è l’espressione dell’erotismo, che sul palco assume una vera e propria forma e storia. Gli artisti si donano letteralmente al pubblico, rivelando e nascondendo, creando una tensione che non può non stuzzicare la curiosità. Nulla è scontato ed ogni siparietto è riuscito a riempire di meraviglia e sorpresa le facce del pubblico. Gli schemi del fantomatico decoro sociale si trasformano, diventando fluidi e liminali. Sul palco si celebra la bellezza dei corpi in tutte le sue forme, che siano maschili, femminili, statuarie o morbide. Se questo aspetto ha sempre fatto parte del burlesque, ora più che mai si inserisce e contribuisce al contesto del movimento del body positivity. Durante lo spettacolo sono molti gli stereotipi che vengono abbattuti e il clima è festoso, libero e gioioso. Un applauso a tutti gli artisti che si sono esibiti e che hanno reso l’aria magnetica ed elettrizzante: Floriana D’Ammorra in arte Fanny Damour e Roberta della Volpe in arte Roby Roger,  Salvatore Veneruso in arte Marlon Dietrich, gli “sguatteri” della compagnia che ci hanno intrattenuto in un continuum di risate, lo special-guest della serata che da Portland, passando per Vienna, è giunto sul palco del Campania Teatro Festival portando un bagaglio pieno di meraviglie: Russell Brunner. Grazie ad Alessandro Capasso in arte Al Capasso, Chiara D’Agostino in arte Grace Heart, Flora Coppola in arte Madame Flo e Claudia Esposito, la mastodontica bellezza primigenia, in arte Claude Legal.   Fonte immagine: Ufficio Stampa

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Noi non siamo numeri

Ci sono momenti in cui stare in silenzio è la scelta giusta. Non perché non si ha nulla da dire. Le parole sono anche troppe e scalpitano per uscire fuori. Il motivo è che ti soffoca un’impotenza che non ti permette di dire nulla, anche volendolo. Io mi sento così ogni volta che leggo la notizia di un ragazzo che si suicida.  Però stavolta è diverso. Il ragazzo che si è suicidato ha scelto il chiostro di Porta di Massa come palcoscenico del suo ultimo gesto da persona viva. E mentre lui, disperato, si gettava nel vuoto nello stesso tempo, in qualche aula più vicina, i suoi coetanei discutevano le loro tesi e festeggiavano con amici e parenti la gioia di un traguardo importante dopo quasi due anni di didattica a distanza. Questo ragazzo non lo conoscevo. So soltanto che si chiamava Antonio e che aveva cinque anni in meno di me. Ho letto che aveva mentito ai genitori sugli esami dati e che si è suicidato per il peso che quella bugia mette addosso alle persone fragili che hanno paura di deludere. E tutto è avvenuto in quel chiostro che ha visto molti di noi ridere e piangere, dove abbiamo conosciuto quelli che sono diventati gli amici più stretti e dove qualcuno ha anche trovato l’amore. Un luogo dove si respira aria di cultura appena si entra, popolato da un viavai di studenti, professori, dottorandi, bidelli e guardie giurate che diventano di famiglia, anche se non ci entri mai in confidenza per il solo fatto che entrano a far parte di una quotidianità fatta di corsi da seguire, sessioni di studio intenso e appelli d’esame. Sai che saranno sempre lì, come quando rientri nella tua stanza dopo un po’ di tempo trascorso fuori città e trovi il vaso o la lampada sulla scrivania nella stessa posizione in cui li avevi lasciati. Per quelli come noi che hanno scelto di studiare lettere e filosofia le mura del chiostro sono state e continuano ad essere una seconda casa pronta ad accoglierci e a proteggerci dal cinismo di un mondo che ci impone di partecipare ad assurde gare in cui si arriva primi calpestando gli altri, secondo il mantra della velocità: correre dritti verso la propria meta senza curarsi troppo dei problemi altrui (tutti abbiamo dei problemi, ma guai a piangerci addosso). Queste dannose competizioni vengono alimentate da chiunque: dai genitori che riversano le loro inespresse ambizioni sui propri figli, da parenti che si fanno vivi soltanto durante le feste obbligate, da colleghi che hanno dato tutti gli esami di entrambi i semestri di un anno accademico e sentono il dovere di vantarsi sui social dei loro successi, da giornalisti che alimentano una certa narrazione tossica pubblicando notizie riguardanti ragazzi di ventidue anni che hanno preso tre lauree e cinque master in tempi record (trattenete le vostre lacrime ipocrite e non richieste, utili soltanto per prendersi qualche “mi piace” e qualche reaction con la faccina che piange in più).  «E se il […]

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Voli Pindarici

Cosa fare quando non si sa cosa fare

Può sembrare un titolo paradossale, un rompicapo linguistico senza via d’uscita. Può sembrare l’ennesimo vademecum con la presunzione di fornire precetti o consigli per un vivere migliore. E forse, in parte, lo è, perché la volontà di abbandonare i cliché è sempre pretenziosa. Eppure sicuramente tutti si sono chiesti, almeno una volta, che cosa fare quando non si sa cosa fare. Ci riferiamo a quei momenti di disorientamento, in cui la luce sembra spenta e si brancola nel buio, vivendo alla giornata in attesa di ritrovare la bussola. Ci riferiamo a quei momenti in cui semplicemente non si sa cosa fare: nel pomeriggio, il giorno dopo, con se stessi, sul lavoro, su pagine che proprio non entrano in testa, nel grigiore di un dolore appena passato o in una tappa dell’esistenza apparentemente senza significato. A quei momenti che si indentificano con il sentimento, da sempre sottovalutato, della noia. A quei momenti in cui si ritorna a porsi le domande di sempre, le stesse che si poneva il nostro antenato scarabocchiando sulle pareti irregolari di una caverna i propri tentativi di comunicazione ed espressione, le stesse che Gauguin ha steso sulla propria tela sul finire dell’Ottocento. Torniamo a chiederci chi siamo, in che senso, e in che modo, e cosa fare. Spesso non viene in mente neanche una risposta. Se la bussola non salta fuori in tempi ragionevoli, allora si cerca di mettere in comune la questione con gli altri, per normalizzarla. Perché quando una cosa viene normalizzata, depauperata delle sue tinte drammatiche, si è più razionali nel rispondere a quello che capita. Al senso di disorientamento e alla noia cronica di certi periodi si reagisce in modi vari, secondo tempi diversi. Cosa fare quando non si sa cosa fare Tra i primi istinti c’è quello di disperarsi. Piangersi addosso perché non si hanno soluzioni, frignare per la propria inconcludenza finché qualcosa cambia da solo e si può far finta di dimenticare la propria reazione puerile. Si attende a braccia spalancate che il fato travolga e si rinuncia, anche questa volta, a partecipare alla propria vita da primi attori, restando a far compagnia alla propria ombra. Il secondo è incolpare qualcuno. Addebitare a chicchessia (gli ex fidanzati sono i bersagli prediletti, seguiti dalle madri, da fratelli che hanno ottenuto più di quanto avrebbero dovuto, a colleghi che hanno ricevuto ingiustamente qualcosa che spettava a noi, ad amici innocenti) la responsabilità della propria fermata imprevista, invece di accettarla come uno dei tanti paesaggi del viaggio. Il terzo è mettersi all’opera. Darsi freneticamente a un’attività qualunque che plachi il senso di vuoto e di  vertigine. Mettere un colore a caso al posto del bianco. Tra le attività più gettonate, c’è il giardinaggio che non ti fa sentire il respiro degli alberi, il decupage, l’aggiustamento di qualcosa di rotto che comunque non si utilizzerà più, la suddivisione in due mucchi (da buttare, ma non si butteranno, e da tenere) di vestiti, le pulizie di primavera in una qualunque stagione, la cucina salutista, una collezione […]

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Riflessioni culturali

La parentesi della dad che rischia di non essere più parentesi

Sono piuttosto convinta che dopo la parentesi covid e dopo l’assuefazione che ne è derivata non si tornerà più all’università come l’ho conosciuta all’inizio. Alcuni post sbucati nel web di recente lo confermano e di fatto resta una sconfitta. Mi spiego: è più comodo fare tutto da casa, imbastire lezioni senza il tran tran di doversi trascinare in sede, risentirsi il docente fino allo sfinimento. Davvero, lo è. Diventa più semplice, meno sfiancante, tutto a portata di mano (ma portare le cose alla mano non rischia di rimpicciolirle?) La dad funziona, è stata provvidenziale nelle emergenze, ha permesso a molti di non rimanere indietro e anzi di fare anche passi avanti grazie a tempistiche estremamente ridotte. Però dovrebbe rimanere la via d’uscita e non la via preferenziale. Sarebbe un cortocircuito altrimenti. La scuola è una esperienza totale di socialità, di contatto, di contesto classe non replicabile a casa. Non è solo la lezione, gli appunti, l’esame. È proprio un pezzo di vita, non comodo, emozionante. Il problema è che il covid ci ha fatto pensare che la dad è comoda a che in fin dei conti è pure normale passare 5/6 ore di fila buttati davanti a uno schermo come robottini. Diventa normale ridurre tutto a combo studio-lavoro, trasformarsi in variabili economiche x, avere zero stimoli e il solo pallino del per forza veloce. Qualcuno penserà che sono di parte, che la sto mettendo sul personale e che mi sono laureata con l’università sotto casa, a bere caffè annacquati e subito a studiare. Quando invece ho preso la circumvesuviana per Napoli per tre anni interi, tutti i giorni alle sette, cadaverica e riluttante e non c’è giorno ora che non mi manchi. Non è mai stato comodo però mi ha lasciato un sacco di cose: dalle teste piene di chiacchiere agli appunti smerciati in copisteria, lale piccole scoperte personali. Non le baratterei per la semplicità di una lezione registrata, mi sembrerebbe di sminuirle. Di dire a un pezzo enorme di crescita che vale meno di un esame. E questo neanche meno della promozione di latino 1.     Fonte immagine: https://www.orientamentoeformazione.it/soft-skill-milano/

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Voli Pindarici

TRESY G. – episodio 3: Cagna paisu ca cagni f’rtuna!

“Tresy G.”, la rubrica narrativa seriale lucana ambientata a Tito. Tresy G., Episodio 3 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. “*.* SBATTI DUE VOLTE LE CIGLIA :* BACIA LA TUA MANO DESTRA :0 SOFFIA SULLA SINISTRA <3 CHIUDI GLI OKKI ED ESPRIMI UN DESIDERIO. SE NN MANDI AD ALMENO 6 XSN QUESTO MEX, IL TUO SOGNO NN SI AVVERERÀ. ***ATTENZIONE*** NON IGNORARE QST CATENA FUNZIONA VERAMENTE!!“ «Sandandoniu miu, ca t’pozzn…!» Tresy stava andando a scuola di ballo quando squillò il suo Siemens A 55 che era tutto rosso come l’adesivo a forma di coccinella che gli aveva appiccicato dietro il giorno della sua Prima Comunione, occasione in cui le avevano regalato quel suo primo cellulare. Dovette fermarsi e riprendere fiato, sbattere le ciglia, baciare una mano e soffiare sull’altra per non spezzare la catena di Sant’Antonio. Lo aveva sempre temuto, Sant’Antonio, per quello sguardo severo con cui la sua pregevole statua sembrava guardarla dall’altare del Convento, quando lei si affrancava dal far la chierichetta e andava a messa più per “ciarlatare” con le compagne che per partecipare alla celebrazione liturgica. Le venne in mente quell’anno in cui fece la brava e non si perse una sola predica d’ la Nuvena: il 13 giugno, Sant’Antonio la premiò con una tale dose di coraggio da dichiararsi ad Emidio, lu figliu d’Peppu d’la Mundagna – quello con gli occhiali enormi neri della V B! – e riuscì pure a strappargli un timido bacio a stampo nel bel mezzo del Calvario. O meglio, nel chiaroscuro del “triangolo”, vicino alla seconda villetta. (‘Mbò s’abbr’ugnav’n tutti e doi.) Sentì una specie di tarlo rosicchiarle ogni cassettiera della sua anima scricchiolante che custodiva gelosamente i ricordi di quella magica serata di festa. Si sentiva in colpa, sfacciatamente ingrata nei confronti del suo santo protettore. «Sandandò, sa’che t’divu, ì p’sicurezza n’mannu dieci d’messaggi. T’vuogliu bbe’.» Che poi, forse-forse, sandandoniu le aveva dato quel coraggio più per carità cristiana nei confronti di quell’abbonato di Emidio, che per farle un piacere. Quello portava pure il nome di un santo che a Tito veniva celebrato lo stesso giorno di San Donato, il 7 agosto, per motivi di risparmio economico e di organizzazione. Emidio era lo sfigato della V B e il disagio se lo portava stampato a caratteri cubitali sul documento d’identità, di fianco alla sua fototessera, alla voce “NOME”. Lo bullizzavano tutti: lo chiamavano “Quattrocchi” e gli urlavano continuamente appresso che era diventato miope a furia di farsi le pippe e che si faceva le pippe perché lui era innamorato di sé e che lo era in modo così spropositato da non riuscire a farsi amico manco un cane. Tresy era attratta da tutto ciò che era strano, irregolare, rotto. Sovrappensiero più del solito, arrivò a scuola di ballo. “Suavesito para abajo, para abajo, para abajo…” La maestra Pina faceva sgobbare le sue bimbe a ritmo latino-americano, in quel periodo. Tresy odiava ballare, ma le femminucce quello avevano per hobby, mentre i maschietti andavano a […]

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