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R-estate al MANN: mostre e caffè all’Archeologico napoletano

MANN: Estate ricca di eventi e mostre al Museo Archeologico di Napoli! « Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,  vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perderesti mai, là su salendo ritrovar potrai »   Si atterra sulla luna entrando al MANN. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli apre al popolo di affezionati e curiosi visitatori invitandoli – giovedì 18 luglio alle 17 – ad una doppia inaugurazione. I versi tratti dal trentaquattresimo canto dell’Orlando furioso richiamano la missione apparentemente impossibile di Astolfo a cavallo del suo ippogrifo: San Giovanni gli rivela il modo in cui recuperare il senno perduto di Orlando, smarrito sulla superficie lunare. La premessa culturale è d’obbligo, quando ci si imbatte in un Museo sconfinato e di prim’ordine quale l’Archeologico partenopeo. Dopo il successo della mostra da record su Canova e l’antico, chiusasi il 30 giugno, ai primi di luglio ha prontamente aperto i battenti una mostra sugli Assiri. Il giorno 11 ha invece ri-aperto – dopo una chiusura ultraventennale – la sezione monumentale sulla Magna Grecia, per visitare la quale bisogna addirittura indossare dei calzari, data la preziosità dei mosaici da “calpestare”. Giovedì 18 ci si concede un bis: in occasione del cinquantesimo anniversario del primo storico atterraggio dell’uomo sulla luna, si presenta una mostra a tema, acutamente intitolata MANN ON THE MOON, e allo stesso tempo si inaugura il MANN-café, per non perdere di vista la dimensione più squisitamente terrena e quotidiana del pubblico museale. Mentre, dunque, nell’atrio del Museo, sino al 30 settembre, si potrà passeggiare tra reperti preziosissimi legati all’iconografia lunare ed alla misurazione del tempo nell’antichità, in una nuova ala dedicata ci si potrà sedere per ristorarsi e sorseggiare un buon caffè napoletano. Particolarmente interessante il menu, che tra le varie bevande à la carte propone la “cuccuma”, per 4 persone, anche in versione destrutturata ideale per l’estate, a mo’ di variante del caffè freddo. Vera chicca da assaggiare lo storico panis Pompeii, a base di farina di farro, pinoli, mandorle, anice e mosto d’uva rossa. Interessanti anche i timballi di pasta, le “scatole di riso” in veste gourmet, o vari piatti cucinati seguendo la tecnica della vasocottura. A presenziare all’evento, e a sottolinearne la portata e la cooperazione internazionale, Mary Ellen Countryman, console generale degli Stati Uniti a Napoli, che ringrazia per la memoria storica della città partenopea e la sapiente lungimiranza che la caratterizza. Ad accompagnarla e ad introdurla il direttore del MANN ormai al suo secondo mandato Paolo Giulierini, che racconta aneddoti gustosi volti a svelare risvolti inediti dell’occasione. «Quando arrivai quattro anni fa a Napoli, da Cortona, non mi spiegavo perché non riuscissi più a dormire. Era il caffè. Qui a Napoli è così: ci si incontra e ci si vede per un caffè, si lavora e si prende un caffè. Non si può vivere senza caffè». In un tragicomico amarcord […]

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Culturalmente

Filosofi famosi: da Pitagora a Freud

I filosofi famosi sono accomunati da una ricerca comunitaria di saggezza, che costituisce una costante nell’approccio alla filosofia. Comprendere il significato, le scelte etiche, storiche e psicologiche, al di sopra di tutto, può essere un primo passo per definire il compito di un filosofo, la  filosofia nella Grecia del VI secolo a.C. ,  ma secondo la tradizione storica, il primo filosofo ad utilizzare tale parola fu Pitagora. Tensione, amore, desiderio incessante di sapienza e verità ma mai completo possesso, comprensione, sono questi i temi principali che definiscono e hanno caratterizzato i diversi filosofi della storia. Per dare una definizione classica, o tradizionale, si può definire filosofo, colui che contempla in modo disinteressato la realtà deducendo dai propri pensieri e riflessioni, delle norme di comportamento che possano guidare la vita nella giusta direzione. I filosofi famosi sono tanti, elencarli tutti, sarebbe impossibile; solitamente invece, quelli studiati tra i banchi di scuola, rappresentano solo una piccola parte, tra quelli esistenti. Fin dal principio, ogni essere umano si è posto delle domande, e si è interrogato e si interroga ancora sull’essenza e sull’esistenza delle cose, in una prospettiva ampia che può comunque, essere definita di tipo filosofico; in questa visione, indubbiamente soggettiva, trova spazio il concetto riferito allo “spirito delle cose”, ossia l’idea che una persona ha, di una determinata cosa, aspetto, caratteristica della realtà. Filosofi famosi: ecco quelli da conoscere!  Tra i filosofi famosi, colui che ha sviluppato questo concetto, collegandosi alla “filosofia dello spirito”, è Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Secondo il filosofo tedesco, la filosofia rappresenta la conoscenza più alta e difficile, associata ad un altro concetto piuttosto complicato, lo studio dell’idea, che dopo essersi estraniata da se sparisce come natura (cioè come esteriorità), per farsi soggettività e libertà. Secondo Hegel, lo spirito può essere soggettivo e oggettivo (in questa seconda categoria rientra anche il concetto di moralità); una duplice identità di un concetto ben definito, che ancora oggi trova spazio nella vita di tutti i giorni. I filosofi, nel corso della storia, hanno provato a riconoscere ciò che accomuna determinate cose, costituendone, al di là delle loro accidentali differenze individuali, il vero essere che le identifica per quelle che sono. La conoscenza delle cose avviene mediante il ragionamento, quindi grazie ad una profonda analisi dei limiti e delle prospettive della ragione. Immanuel Kant, rappresenta sicuramente un’altra figura importantissima, nella lista dei filosofi più famosi. Egli operò una distinzione tra: ragione pura e ragione pratica; non a caso, le sue tre opere maggior s’intitolano: Critica della ragione pura, Critica della ragione pratica e Critica del giudizio, e ancora oggi si studiano tra i banchi di scuola. Per Kant, i limiti della ragione tendono a coincidere con quelli dell’uomo: volerli varcare in nome di presunte capacità superiori alla ragione significa avventurarsi in sogni arbitrari o fantastici. Inoltre, altro aspetto importante, secondo il filosofo, noto esponente dell’Illuminismo tedesco, la conoscenza umana, ed in particolare la scienza, offre il tipico esempio di principi assoluti, ossia verità universali e quindi necessarie, che valgono ovunque e […]

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I sistemi di controllo sociale in Cina

Il Sistema di Credito Sociale è il grande fratello cinese capace di assegnare premi e punizioni ai propri cittadini in base ai loro comportamenti Con un’estensione di circa dieci milioni di chilometri quadrati e con una popolazione di un miliardo e trecentomila individui, il controllo sociale dei suoi cittadini non è la mansione più facile per il governo cinese. La burocrazia, da sempre apparato amico dei governi comunisti, rappresenta l’unico strumento da dispiegare in modo capillarizzato, capace di raggiungere anche i villaggi più lontani, ma alcune delle pratiche di controllo, hanno origini molto più antiche della storia comunista cinese. L’hukou L’hukou, per esempio, è un sistema di registrazione della residenza che risale al quattordicesimo secolo ma che è stato perfezionato nella forma attuale nel 1958. Se la ratio storica dell’hukou era quella di un registro per l’imposizione fiscale, l’obbiettivo con il quale la legislazione è stata ridisegnata nel secolo scorso, è quello di garantire un’opportuna distribuzione dei cittadini, evitando un sovraffollamento delle aree urbane. Con il tempo il sistema si è trasformato in uno strumento di controllo degli spostamenti, impedendo agli abitanti delle zone rurali di recarsi nelle città, da sempre luoghi dove il partito faticava a mantenere il controllo. In cambio della residenza lontana dalle città, il governo garantiva servizi di welfare, come educazione gratuita e assistenza sanitaria. Con l’esplosione dell’economia cinese, la necessità di migrare per cercare fortuna in zone più industrializzate ha prevalso su quei servizi, creando a tutti gli effetti delle caste: da un lato i mingong, i migranti, senza protezioni e welfare, dall’altro lato i cittadini nativi delle zone urbane, più ricchi e spalleggiati dall’assistenza statale. Per di più, il governo cinese a partire dagli anni Ottanta, ha digitalizzato i registri dell’hukou, rendendo più “efficiente” il controllo degli spostamenti e tracciando possibili minacce alla sicurezza nazionale. Un vero e proprio occhio occulto del partito, capace di raggiungere anche le province più lontane. Il CNGrid Altro esempio di strumento di controllo è il “China National Grid project” (CNGrid). Questa volta la storia e la tradizione non c’entrano nulla, ma è tutta farina del sacco del partito comunista. Avviato nel 2004 come pilota nel distretto Dongcheng di Pechino e poi esteso nel 2015 in tutta la Cina, il progetto prevede la suddivisione del territorio in microaree, ognuna assegnata a dei controllori. Il controllore ha il compito, dietro compenso, di riportare alle autorità possibili minacce o accadimenti che minano la sicurezza della nazione. È possibile riconoscerli per la banda rossa che portano intorno al braccio e nelle zone più rurali, di solito sono tassisti. Socialmente i controllori non vengono ben visti dalla popolazione, che li reputa delle “spie” del governo centrale. Tutto ciò produce un’aria di diffidenza all’interno delle comunità, che vedono la loro privacy minacciata anche dalle telecamere per la videosorveglianza, connesse al CNGrid. Il Sistema di Credito Sociale Se tutto questo non bastasse, in Cina si è deciso di andare ancora più affondo con il controllo sociale, attraverso la creazione di un vero e proprio grande […]

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Sovranity, una drag queen che legge le fiabe ai bambini

Sovranity ha incantato decine di bambini e bambine dai cinque anni in su, vestita da Principessa dei Ghiacci, con la lettura di tre racconti contro gli stereotipi di genere. Nella Sala predisposta dalla CGIL di Catania sono accorse moltissime famiglie in occasione del Pride svoltosi in città. Nel mese di giugno, infatti, tantissime città Italiane hanno dato il via all’Onda Pride 2019, le parate festose e colorate nate il 28 giugno del 1969, quando un gruppo di poliziotti fece irruzione nel club gay Stonewall Inn di New York. Per la prima volta la comunità LGBT decise di rispondere alle manganellate con altrettanta violenza e, per tutti i giorni a seguire, scese in strada mostrando a tutti che era finito il tempo di nascondersi. Lo slogan era uno ed era chiarissimo: “Say it clear, say it loud. Gay is good, gay is proud.” (Dillo in modo chiaro, e urlalo. Essere gay è giusto, essere gay è motivo d’orgoglio). Sovranity,  con il suo pomposo vestito argentato e una corona d’argento sopra a una folta chioma bionda, ha iniziato con la favola Piccolo uovo, che – prima di nascere – decide di partire in esplorazione nel mondo delle famiglie. Nel suo viaggio, incontra due mamme gatte, un ippopotamo single che cresce da solo il proprio cucciolo, due canguri che hanno adottato due orsetti, due pinguini maschi con due figli, una coppia formata da un cane bianco e una cagnolina nera. Tutte queste famiglie, «sembravano un bel posto in cui crescere». L’incontro è poi proseguito con la lettura della fiaba di Rosaconfetto, un’elefantina color grigio, diversa da tutte le altre elefantine della sua tribù che – grazie a una dieta a base di anemoni e peonie – avevano un bel manto rosa. A Rosaconfetto non piacevano anemoni e peonie e ci teneva affatto ad essere tutta rosa. Avrebbe voluto, invece, scorrazzare nel verde e fare il bagno nel fiume come gli elefantini maschi, liberi di mangiare ciò che volevano e con il manto grigio… proprio come lei! Infine, la storia di Ettore, l’uomo straordinariamente forte, che lavora in un circo ed è capace di cose incredibili, ma – una volta finito il suo numero – diventa un uomo solitario e schivo. Ha parcheggiato la sua roulotte in un luogo appartato, lontano da occhi indiscreti per custodire il suo segreto… Una passione sfrenata per l’uncinetto e il lavoro a maglia! Un brutto giorno due domatori invidiosi svelano a tutti le sue creazioni, senza prevedere di star svelando anche un suo grande talento! I bimbi, insieme dai propri genitori, sono rimasti affascinati dalla drag queen e una di loro si è accorta che in realtà fosse un uomo. Sovranity le ha spiegato quanto amasse indossare quei costumi e che i suoi genitori erano stati molto comprensivi a riguardo. Il “Baby Pride” ha riscontrato dure critiche da parte di alcuni politici Italiani, come Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, e l’assessore alla sicurezza del Comune di Catania (in quota Lega Nord). «L’unico messaggio che ho voluto trasmettere […]

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Huawei e Stati Uniti: le ragioni dello scontro

Le ragioni vere dello scontro tra Stati Uniti e Cina, passano per le vicende Huawei, e sono molto diverse dalle ragioni ufficiali. Il diciannove maggio scorso, l’ “affair Hawuei” è esploso di nuovo dopo che Google ha dichiarato di voler sottostare alla volontà dell’amministrazione Trump revocando la licenza andorid a Huawei. L’azienda cinese era stata inserita nella “entity list” il quindici maggio. Il giorno seguente, Intel e Qualcomm hanno seguito il gigante di Mountain View, per quel che riguarda la produzione di chip.  Mercoledì, anche l’inglese ARM ha deciso di non collaborare più con Huawei. Due verità per la vicenda Huawei. Come spesso accade in certe circostanze, coesistono due livelli di verità. Esiste una verità di facciata, ufficiale. Esiste poi l’altra verità, autentica, che non sempre viene rivelata. La prima motivazione dietro la scelta di Trump, quella ufficiale, è da ritrovarsi in una potenziale minaccia alla cybersicurezza americana. Huawei è leader mondiale per la creazione della rete 5G, con assicurati già 46 contratti per la costruzione dell’infrastrutture in 30 paesi del mondo. Prima del ban, Huawei avrebbe imposto la sua supremazia tecnologica anche negli States ma Washington non è riuscita a mandare giù il passato scomodo di Ren Zhengfei, CEO e fondatore dell’azienda cinese, storicamente vicino ai piani alti del partito e dell’esercito. Delle prove dell’avvenuto spionaggio ancora non c’è traccia, ma è bastato il sentore di contaminazione, a maggior ragione se cinese a innescare l’escalation. La provenienza geografica non è un fattore secondario. Questo ci porta alla seconda verità, quella non detta, ma probabilmente più autentica. Per comprenderla pienamente, bisogna inquadrare il contesto storico. Quando Trump è diventato presidente nel 2016, gli americani si sono svegliati una mattina e hanno capito che una guerra era in atto. La Cina era il nemico e il predominio tecnologico e commerciale era la posta in gioco. Quello di cui gli americani non si sono resi conto però, è che la guerra era in pratica già persa.  In circa trent’anni la Cina ha “allevato” un comparto industriale e tecnologico di prima qualità e ci è riuscita grazie alle risorse americane. Per anni, un esercito di programmatori e ingegneri ha inondato le università e le aziende americane. Studiavano, imparavano i trucchi del mestiere per poi riportare il prezioso “know-how” in madre patria, non sempre nel modo più legale. Le stesse aziende manifatturiere in Cina, presso cui gli occidentali si rivolgevano per la manodopera a basso prezzo, nel tempo si sono trasformate da “assemblatrici di pezzi” a eccellenti fucine di ricerca e sviluppo. Così quando gli americani hanno provato a erigere degli argini al “saccheggio tecnologico”, era già troppo tardi. In poche parole, l’allievo ha superato il maestro. Questa è la ragione “vera” per cui Huawei non può per nessun motivo essere leader per il 5G negli Stati Uniti. Rischi della “trade war”. La trade war portata avanti da Trump non fa altro che confermare la debolezza degli Stati Uniti in questo momento. Esiste sicuramente un complesso sistema di legami che rende Cina e Stati […]

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Moria delle api: i rischi per l’ecosistema

La bontà del miele e il lavoro di impollinazione necessario per la salvaguardia della biodiversità sono un grande regalo che le api ci offrono con il loro instancabile lavoro, anche se ostacolate da cambiamenti climatici, pesticidi nocivi e insetti killer. Recentemente i mezzi di informazione stanno comunicando insistentemente i dati per cui la moria delle api, iniziata nell’ultimo decennio e continuata senza interruzione, sta raggiungendo risultati impressionanti. Le api stanno morendo e il fenomeno ha raggiunto una dimensione planetaria, tanto da smuovere la coscienza di molte nazioni che stanno cercando di far fronte al problema con campagne pubblicitarie o progetti e iniziative didattiche e di diffusione delle popolazioni apiarie. Conseguenze della moria delle api sull’ecositema globale Il problema di maggiore interesse è dovuto al fatto che i servizi di impollinazione annui mondiali forniti dalle api hanno un costo di circa 153 miliardi di euro. Considerando il fatto che i dati prendono in considerazione solo le colture prodotte per il consumo umano, tralasciando quelle per gli animali da pascolo, le piante ornamentali e quelle selvatiche, i dati raccolti sono quanto basta per capire che i ricavi economici vedono e vedranno un grandissimo calo. Il problema più grave resta tuttavia quello della salvaguardia della biodiversità. Le piante impollinate dagli insetti sono circa 220.000; la diminuzione del numero delle colonie d’api sta provocando conseguenze catastrofiche non soltanto per l’agricoltura, ma anche per la flora che è drasticamente diminuita. La ricchezza degli insetti impollinatori contribuisce inoltre a definire lo stato di salute dell’ambiente; più l’ambiente è salutare più la qualità di vita dell’uomo è alta. Ma se i dati raccolti sembrano impressionanti è bene sapere che lo sono molto di più quelli che prevedono l’andamento della situazione nei prossimi anni. Un quarto delle api europee rischia l’estinzione. Negli Stati Uniti e in Europa è in corso una vera e propria strage silenziosa che gli esperti hanno chiamato sindrome di spopolamento degli alveari. Il fenomeno non interessa solo le api ma tutta la popolazione di insetti. Uno tra gli eventi stagionali più grandi del mondo, la migrazione delle farfalle monarca – un altro importante impollinatore – ha toccato i minimi storici in numero di esemplari: nel 2018, l’86% in meno rispetto al 2017. Immaginando di rimuovere dai supermercati prodotti la cui esistenza dipende non solo dalle api, ma da una gamma più ampia di impollinatori, sparirebbe il 70% dei prodotti alimentari di cui direttamente ci nutriamo. Melone, caffè, cioccolato, mele, limoni e molto altro sarebbero impossibili da reperire. Ma quali sarebbero le conseguenze dell’estinzione delle api? La proporzione globale del fenomeno ha spinto gli studiosi e le istituzioni a raccogliere i dati in modo da elaborare cause e strategie da mettere in campo. Il primo passo per la prevenzione delle api è stato la ricerca delle cause della loro moria. La strage di api nell’ultimo decennio è stata in primo luogo attribuita all’utilizzo degli insetticidi neonicotinoidi. Interi sciami e alveari, in diversi parti del mondo, improvvisamente spariscono con le api che muoiono in preda agli spasmi […]

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Cinema e Serie tv

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Saverio Costanzo, il regista de L’amica geniale a Villa Pignatelli

È una serata tranquilla e ventilata quella prescelta da Saverio Costanzo per ri-presentare i primi due episodi dell’amatissima serie-tv tratta dai romanzi di Elena Ferrante. L’amica geniale attira numerosi spettatori, curiosi, appassionati, nella splendida cornice neo-classica di Villa Pignatelli che fa da location per l’evento dal sintomatico titolo ”Doppio Sogno. On life, love and memory” – organizzato da Teatro Galleria Toledo – martedì 16 luglio alle 20:30. Si aspetta il tramonto romantico del sole perché il regista, Saverio Costanzo, prenda la parola. Tra le prime file del pubblico non passa inosservata la “voce” della serie, Alba Rohrwacher, che si vocifera faccia da spalla a Costanzo in qualità di co-regista nella seconda stagione, la cui messa in onda è prevista per il prossimo tardo autunno su Raiuno. Non si tratta, però, di un incontro volto ad anticipare contenuti futuri dell’attesissima saga, bensì di un momento di raccoglimento nei riguardi di un personaggio del passato, protagonista delle due puntate riproposte, venuto a mancare nell’agosto 2018: Antonio Pennarella. “Le bambole” e “I soldi” sono i titoli dei due primi episodi della prima stagione, andati in onda in prima serata a fine novembre 2018, durante i quali le due bambine co-protagoniste del romanzo e della sua versione per il grande schermo, Lila e Lenù, si misurano con l’orco del rione, don Achille, magistralmente interpretato da Pennarella. «Il nostro affetto ancora lo accompagna. Antonio è uno di noi»: con queste parole esordisce Saverio Costanzo, che ripercorre sul filo dei ricordi il tragitto umano che ha lasciato che “L’amica geniale” figurasse tra le performance dell’attore, fino a suggellarne, purtroppo, l’ultima interpretazione. «Antonio non aveva detto di essere malato: veniva sul set anche quando non doveva girare», prosegue Costanzo, soffermandosi sull’assegnazione del ruolo a seguito di un provino più che altro formale, in quanto al regista era già solo bastata una foto – di quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero dal volto molto noto – per sceglierlo e volerlo. Don Achille è un personaggio-chiave per la crescita precoce delle due bambine in balia del duro scontro con la cruda realtà che ne scandirà la vita e l’amicizia. «Don Achille è uno strozzino, è un uomo di merda», si sente denunciare più volte nella seconda puntata, che si chiuderà in maniera particolarmente mesta e tragica. Per Costanzo l’interpretazione di Pennarella è una delle più riuscite di tutta la prima stagione, e lo dichiara con la fermezza priva di retorica tipica di chi è convinto di ciò che pensa. «Antonio è arrivato con tutta la sua umanità: si è preso don Achille e l’ha fatto suo. È come aver perso un amico vero», continua Costanzo nel parlare del ruolo impersonato dall’attore senza poterlo separare dall’uomo «dai sentimenti forti» che vi stava dietro. È una presentazione breve ma intensa quella del regista, che rivela di custodire alcune immagini ormai di repertorio dell’attore non ancora utilizzate nel primo capitolo della serie. Il sole è tramontato sul maxi-schermo montato ad hoc nel cortile di Villa Pignatelli. Costanzo invita il pubblico ad un applauso in […]

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Stranger Things 3: i bambini sono cresciuti

Stranger Things 3 è l’ultimo capitolo di una serie che ha tutte le carte in regola per diventare un cult. Il 4 luglio Netflix ha rilasciato tutte le puntate dell’ultima stagione. Stranger Things è senza dubbio una delle serie più apprezzate del decennio e la popolarità riscontrata dopo l’uscita di quest’ultima stagione ne è la conferma. La prima stagione aveva suscitato molto clamore grazie alla ricostruzione delle atmosfere anni ’80 ma anche per le innumerevoli citazioni, per una storia molto intrigante e per l’amicizia. Per la precisione, l’amicizia viscerale e totale di gruppo di bambini che con le loro comunicazioni radio provano ad abbattere qualsiasi tipo di distanza temporale e fisica per stare costantemente insieme. E se con la seconda stagione molti di quei temi erano stati riproposti con l’aggiunta di alcuni personaggi, il tutto non era bastato per rendere i nuovi episodi appetibili come i primi. La seconda stagione è stata comunque sempre molto godibile ma si trattava della riproposizione di uno schema già visto e per questo meno entusiasmante della prima novità. Ma con questa terza stagione Stranger Things ci dimostra di essere cresciuto. Preparatevi a salutare i bambini che avete imparato a conoscere perché nelle nuove puntate troverete degli adolescenti. Non sono cambiati solo i loro interessi ma anche i loro modi di relazionarsi. I ragazzi dovranno confrontarsi con nuovi sentimenti e con la necessità di saperli comunicare. Ma a sorprendere saranno anche le dinamiche interpersonali con la nascita di nuove amicizie al femminile, di nuove conoscenze e del consolidamento di alcuni rapporti. Crescere può significare anche dover cambiare e Stranger Things l’ha capito e saputo fare. A crescere, infatti, non sono solo i protagonisti ma anche le minacce da affrontare. Dimenticate il Demogorgone sconfitto da Undi e anche il governo degli Stati Uniti che prova a nascondere la verità perché ci sono nuovi nemici da combattere. In Stranger Things 3 troviamo una minaccia diversa, proveniente sì dal sottosopra ma più evoluta ed intelligente. A ciò si aggiunge la presenza di un nemico straniero, la Russia, che fin dai primissimi minuti si presenta come spietato e determinato a raggiungere l’obiettivo. Solo evocato nelle precedenti stagioni, il concretizzarsi della minaccia russa è un cambiamento che trascina ancora di più la serie nel contesto degli anni ’80 precedenti la caduta del muro di Berlino. Un tassello ulteriore che arricchisce una serie di elementi che caratterizzano perfettamente un’atmosfera già ben definita da acconciature, abbigliamenti, colonne sonore e ambientazioni. Stranger Things continua a saper rielaborare con cura infinite citazioni senza mai sfociare nella banale copia. Per chi conosce i riferimenti è chiaro che i Duffer Brothers hanno attinto senza risparmio da altri cult e continuano a farlo. Fin quando i risultati saranno come questa terza stagione possono però continuare a farlo. In Stranger Things 3, oltre ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle precedenti stagioni, troveremo nuovi amici. Insieme alla valorizzazione di alcuni personaggi già noti (Erica, sorellina di Lucas, Murray Bauman, giornalista un po’ stravagante e Billy, fratello di Max) […]

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6 film su Napoli da vedere assolutamente

I film su Napoli da vedere assolutamente: le migliori pellicole in cui Napoli è protagonista assoluta. Da Totò a Troisi, da De Sica a De Filippo, passando per Sophia Loren e Luciano De Crescenzo. Attraverso questi grandi nomi e tanti altri, il cinema napoletano è stato un infinito palcoscenico di situazioni e sentimenti, e ha rispecchiato fino in fondo la innata carica di pathos partenopeo. Fantasia ed ironia, antica saggezza e grande euforia, ma anche solidarietà e sofferenza. La contraddittoria energia sprigionata dalla città è stata capace di produrre per il cinema un patrimonio inestimabile di immagini, che narrano storie impregnate di cruda realtà e preziosa sociologia Napoli è stata ampiamente rappresentata nella cinematografia nazionale e internazionale: grandi registi si sono succeduti negli anni, a partire dai Fratelli Lumière che nel 1898 effettuarono alcune delle loro prime riprese sul lungomare di Napoli, passando attraverso gli anni Sessanta e Settanta con i film di Mario Monicelli, Roberto Rossellini con Paisà, Pier Paolo Pasolini, Ettore Scola, Nanni Loy, Dino Risi con Operazione San Gennaro e tanti altri, fino ad arrivare ai giorni nostri con Giuseppe Tornatore, Gabriele Salvatores, Matteo Garrone, John Turturro e Ferzan Özpetek con Napoli velata. Oggi la città vive un Rinascimento cinematografico: dopo il successo mondiale della fiction “Gomorra” basata sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano, è attraversata dalle riprese del colossal di produzione americana «L’amica geniale» ed ha vissuto un trionfo ai David di Donatello che hanno consacrato Napoli un set a cielo aperto (si pensi ad «Ammore e Malavita»). Ma quali sono state le pellicole che hanno meglio rappresentato la città o descritto la napoletanità? Ecco 6 film su Napoli rappresentativi delle controversie del nostro popolo L’oro di Napoli – 1954 Tratto dai racconti di Giuseppe Marotta, L’oro di Napoli è un must have del cinema napoletano. Alla regia dell’intreccio di storie abbiamo Vittorio De Sica, che dirige prima Totò nei panni del pazzariello (suonatore ambulante) sottomesso ed umiliato dal “guappo” del rione, poi Sophia Loren, pizzaiola alla disperata ricerca di un anello perso; Eduardo De Filippo è il Professore, il saggio del paese che dà consigli a tutti e la sa molto lunga in fatto di pernacchie, mentre negli ultimi due episodi, Teresa e I giocatori, De Sica dirige prima Silvana Mangano nei panni di Teresa, prostituta a cui un nobiluomo propone inspiegabilmente di sposarla, scoprendo solo dopo il perché del gesto, e ne I giocatori De Sica in persona recita nei panni del conte Prospero, uomo col vizio del gioco che è stato interdetto dalla ricca moglie, e passa le sue giornate a giocare (e perdere) a carte con un bambino di 8 anni. Il film è un meraviglioso prisma dei mille volti del popolo partenopeo. Le (sei) storie scelte ne raccontano la pazienza (o la sua mancanza/perdita), scandagliando luci e ombre di un’umanità vessata dalla fame e dalla povertà, dal sopruso e dal ridicolo, col gusto del bozzetto senza scadere nello stereotipo. Miseria e nobiltà – 1954 Dalla commedia di Eduardo Scarpetta, una sinfonia di risate orchestrate da un cast in stato di grazia, capitanato dal miglior capocomico sulla piazza. Non poteva naturalmente mancare Totò, il […]

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Toy Story 4, Woody e Buzz tornano al cinema per l’ultima volta

Toy Story 4, Woody e Buzz alla riscossa Toy Story 4 è l’ultimo film di animazione della Disney-Pixar. Uscito al cinema il 26 giugno, segue temporalmente i primi tre film della saga di giocattoli più famosi della storia. “Il mondo dei giocattoli”, “Woody e Buzz alla riscossa” e “La grande fuga” hanno riscosso, nel corso di oltre vent’anni, un successo e un’acclamazione universale da parte della critica e del pubblico. Un successo che poche altre saghe possono vantare, e non solo a livello di animazione. Nell’ultimo capitolo avevamo lasciato  lo sceriffo Woody e Buzz Lightyear in preda ai deliri di onnipotenza di Lotso, l’orsacchiotto rosa del Sunnyside. Sfuggiti alle grinfie di quest’ultimo, l’allegra combriccola, capeggiata tra gli altri dagli immancabili Jessie, Rex e Slinky, era approdata da Bonnie, grazie alla gentile donazione di Andy, il proprietario dei primi tre film, ormai diciassettenne e in procinto di andare al college. La compagnia può così cominciare una nuova vita. L’ultimo capitolo della saga è un film di nuovi inizi, un episodio che vuole letteralmente cambiare pagina rispetto alle precedenti puntate. Fa riflettere in tal senso come gli eventi che hanno inciso sulla produzione, sia italiana che internazionale, riflettano in modo cristallino le vicende di Woody e compagni. Impossibile non citare l’abbandono in corso d’opera di John Lasseter, guru dell’universo Pixar e recentemente accusato di molestie sessuali. Per non parlare poi dello strazio che lo spettatore italiano prova nel non associare più la voce di Fabrizio Frizzi al volto del cowboy Woody, a causa della scomparsa di un anno fa. Un vero colpo al cuore, che comunque viene sostituito degnamente dal pur ottimo Angelo Maggi, storica voce di Tom Hanks. Verso l’infinito e oltre! Toy Story 4 è ancora una volta la storia di un viaggio. Grazie al formato dell’animazione, che permette di esplorare più generi sotto la farsa della fiaba, si spazia contemporaneamente, come nella miglior tradizione Disney, dal comico al drammatico, passando per le sequenze quasi horror (memorabile le scene del negozio di antiquariato della bambola Gabby-Gabby, con le inquietanti marionette a fare da guardiani). Lo stacco ancestrale dall’età dorata dell’Andy bambino alla nuova Bonnie è devastante per la compagnia di giocattoli, in particolare per lo sceriffo Woody. Ormai dimenticato e relegato all’ultimo posto tra i divertimenti preferiti dalla bambina. Il viaggio è perciò parallelo e duplice: uno è compiuto da Bonnie e la sua famiglia, in procinto di partire per le tanto agognate vacanze estive prima di cominciare l’asilo. L’altro è compiuto da Woody, voglioso di mettersi in mostra dinnanzi alla nuova padrona e accompagnato dalla forchetta Forky, convinta di essere semplice spazzatura e non il giocattolo preferito di Bonnie. Un vero e proprio cammino di redenzione che sorprenderà anche i più appassionati della saga. Rispetto ai primi capitoli Buzz Lightyear viene relegato ad un ruolo più marginale. L’eroe dello spazio, quello dell’infinito e oltre, in questo capitolo svolge un ruolo perlopiù comico, quasi a sdrammatizzare i frequenti momenti di pathos della pellicola. Buzz è infatti presente in quasi tutte le scene […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Mallone: il piatto povero dell’Agro Nocerino Sarnese

Il mallone è una pietanza tanto antica quanto povera, tipica della cucina dell’Agro Nocerino Sarnese. Si tratta di una pietanza la cui paternità è del comune di Bracigliano e la cui nascita è ormai troppo remota per essere ricordata. Il piatto si ricava dagli scarti delle cime di rapa cucinati insieme a patate e peperoncino. Sono questi gli ingredienti principali del mallone, un piatto poco conosciuto ma sorprendentemente buono, abbastanza per concedergli almeno un assaggio! Breve storia del mallone Inizialmente il mallone consisteva in un misto di erbe selvatiche di montagna amalgamate con patate e pezzi di pane raffermo. Erbe come carboncello, caccialepre, finocchietto selvatico, cicoria, scarolella e rosolaccio venivano lessate, strizzate e poi rosolate in padella. Era poi il turno delle patate, anche esse da lessare e schiacciare con la forchetta. Il tutto andava amalgamato con pezzi di pane raffermo e poi soffritto con l’immancabile condimento di aglio e peperoncino. Oggi la ricetta del mallone è un po’ diversa perché la scelta delle erbe è un po’ cambiata. Attualmente il mallone si prepara con le foglie più grandi delle cime di rapa ossia quelle che in genere sono lo scarto. Ebbene sì, non si butta proprio niente! Dagli scarti delle cime di rapa si ottiene un piatto sorprendentemente buono. L’unione con le patate riduce l’amarezza delle cime di rapa; il peperoncino rende il tutto saporito. La ricetta del tipico piatto dell’entroterra campano Si tratta di un piatto povero di tradizione contadina dove i protagonisti sono gli scarti delle cime di rapa. Patate grumose, peperoncino e olio d’oliva si uniscono alle erbe per creare un piatto singolare che scorge la bellezza nella semplicità. Come si prepara il mallone? La difficoltà della ricetta è molto bassa e il tempo di preparazione è di circa un’ora. Il primo passo è quello di mondare, lavare e lessare in acqua bollente salata le cime di rapa. Contemporaneamente le patate possono essere lessate in acqua salata inizialmente fredda, per poi essere scolate al dente. Alcune varianti vedono le patate tagliate grossolanamente, altre schiacciate con il passapatate. Le patate vanno poi lasciate raffreddare. Lo step successivo riguarda le cime di rapa che vanno scolate e lasciate raffreddare. A questo punto le erbe vanno schiacciate affinché se ne perda tutta l’acqua possibile. Da questo passaggio pare derivi il nome mallone: le rape strizzate in un pugno diventano simili ad un mallo di noce più grande. È il momento di amalgamare; in una padella con dell’olio extra vergine d’oliva vanno rosolati l’aglio schiacciato e il peperoncino a fettine. Il tempo di cottura è di 15 minuti circa. Il piatto va abitualmente consumato caldo. Dove e come consumare il mallone Il mallone si è diffuso in varie forme e varianti anche nell’Appennino campano limitrofo ai comuni d’origine. Nella forma più tipica, sviluppata in Irpinia, la preparazione della pietanza si è tramandata in un accoppiamento con la cosiddetta pizza fritta. La pizza fritta non è però la classica napoletana ma un impasto povero di granoturco impanato. Questo, inizialmente, si faceva […]

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Coppette mestruali: guida all’utilizzo

Coppette mestruali? Solo il nome ci fa dubitare. Eppure negli ultimi anni, moltissime donne nel mondo hanno deciso di risparmiare sull’acquisto di assorbenti e di preoccuparsi dell’impatto che l’usa-e-getta ha sull’ambiente. Le coppette mestruali, dopotutto, sono piccole, si inseriscono nella vagina per raccogliere il sangue mestruale, si rimuovono, si svuotano e si riutilizzano. L’impiego delle coppette mestruali risale al lontano 1930, ma nel nostro Paese non sembra essere una pratica particolarmente diffusa. In Italia, infatti, le donne preferiscono utilizzare assorbenti esterni o tampax durante le mestruazioni, probabilmente perché le coppette mestruali sono ancora poco conosciute o pubblicizzate. Il primo avvertimento per chi decide di provare una coppetta mestruale è: non la si dovrebbe sentire molto e sicuramente non deve fare male. Piuttosto dovrebbe far provare una sensazione simile a quando si indossa un assorbente interno. E’ abbastanza difficile imparare a usare le coppette mestruali, ci vuole tempo e pazienza per capire come si inseriscono e, in alcuni casi, quali sono la forma e la misura giusta per la propria vagina; in media, occorrono almeno tre o quattro cicli mestruali per imparare a usarle correttamente. Tuttavia, non è da sottovalutare la differenza fondamentale tra le coppette mestruali e gli altri metodi, ovvero raccogliere, e non assorbire, il flusso mestruale. L’assorbimento dei tradizionali sistemi, infatti, non si limita solo al flusso mestruale ma anche al muco cervicale, che è in realtà un forte anti-batterico, in grado di creare una naturale barriera protettiva tra vagina e utero nella cavità cervicale, impedendo così a batteri e ad altri organismi estranei di entrare nella cavità uterina. Possiamo individuare due tipologie di coppette mestruali: 1. il modello più comune, rappresentato da una coppetta riutilizzabile a forma di campana, fatta di silicone medico o TPE, lunga circa 5 cm escluso l’estrattore e di norma diffusa in due misure. 2. una coppetta usa-e-getta e mono-uso che sembra simile al diaframma contraccettivo, con un diametro di 7,5 cm circa. Generalmente, ogni coppetta presenta almeno due dimensioni: la coppetta piccola e la coppetta grande. La scelta della taglia della coppetta dipende principalmente dal numero di parti avuti, l’età, il flusso mestruale. La coppetta di taglia piccola è più indicata per donne con età inferiore ai 30 anni, le coppetta di taglia grande è più consigliata per donne di età superiore ai 30 anni che hanno partorito. In linea di massima, la coppetta è ben accetta dai ginecologi, soprattutto in sostituzione degli assorbenti interni, il cui utilizzo è meno igienico e più rischioso. Ne è comunque sconsigliato l’utilizzo dopo un parto naturale, un aborto o un operazione, che rendono la zona molto più sensibile. Le coppette mestruali hanno un range di prezzo che varia dai 10 ai 35 euro, ma è un costo che viene rapidamente ammortizzato nel giro di pochissimi cicli, considerando il fatto che la coppetta mestruale a forma di campana ha una durata di 10 anni e che in genere una donna utilizzi nel corso della sua vita all’incirca 10.000 assorbenti interni o esterni. L’ostetrica e divulgatrice Violeta […]

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Cenetta estiva: verdure, piatti freddi e tanto gusto

L’estate è la cosiddetta “bella stagione”, che porta con sé tanto relax e soprattutto tanti piatti gustosi da poter assaporare, a base di verdure, ortaggi, buoni e facili da preparare. Ecco alcuni consigli per una gustosa cenetta estiva! D’estate, il tempo a disposizione aumenta, il periodo di ferie è l’occasione perfetta per dimostrare le proprie doti culinarie e lanciarsi nella sperimentazione, preparando piatti freddi e variegati. Le calde serate d’estate, sono l’occasione perfetta per dedicarsi alla preparazione di una succulenta cenetta estiva, magari in compagnia di amici, da gustare all’aperto. Naturalmente, preparare una cenetta estiva che piaccia a tutti non è facile;  ogni persona presenta, ovviamente, dei gusti diversi e accontentare proprio tutti, è difficile. Idee per una gustosa cenetta estiva! Uno dei segreti per realizzare una buona cenetta estiva, è sicuramente quello di utilizzare frutta e ortaggi tipici della stagione. Una idea simpatica e d’effetto, potrebbe essere quella di creare un piatto a base di pesce, accompagnato da piatti a base di verdura oppure ortaggi, leggeri e colorati, simpatici da vedere. Pesce spada, salmone, orata, spigola, cozze e vongole, la varietà di pesce a disposizione durante l’estate, è notevole. Una cenetta a base di pesce, accompagnata da simpatici e soprattutto leggeri, involtini di zucchine o melanzane grigliate, magari ripieni di formaggi spalmabili, è un’ottima scelta, che delizierà i palati dei propri commensali, senza appesantirli. Oltre alle varie opzioni citate, è risaputo che l’estate è la stagione migliore per la preparazione di insalate; nutrienti e leggere, apportano vitamine e sali minerali, che in estate sono sempre utili da integrare e sono uno dei piatti cardine, per una cenetta estiva, saporita ma senza troppe calorie.  A tal proposito, come non citare la famosa “insalata di riso”, piatto tipico e diffuso soprattutto d’estate, che piace un pò a tutti, con i suoi tanti ingredienti e la freschezza che tutti desiderano. Ai piatti a base di insalata, con la quale è possibile creare delle vere e proprie ciotole (che spesso sostituiscono un primo piatto) ricche di alimenti e nutrienti diversi, si possono abbinare, per una cenetta estiva sana e giusta dal punto di vista calorico, carne o pesce, o semplicemente dei crostini, bruschette (tipicamente campana) conditi con emulsioni o salse rinfrescanti, ad esempio a base di yogurt greco. Chiacchierare in compagnia è piacevole e rilassante e in questo caso, ossia, se la propria intenzione è quella di trascorrere del tempo in compagnia, senza cimentarsi in piatti elaborati da preparare, si può optare per il cosiddetto  fingerfood, un’alternativa rapida e gustosa. Uno dei fingerfood più realizzati in estate, sono le uova ripiene, un piatto non di certo leggero, ma d’effetto. In base alla propria area di appartenenza, il ripieno dell’uovo cambia, dalla ‘nduja, al tonno, dalla maionese all’emulsione a base di yogurt magro, olive e capperi. Antipasti saporiti, tartine, spiedini a base di carne, pesce o semplicemente realizzati con pomodorini alternati a delle piccole mozzarelline, torte salate, focaccine, pizza, insomma, una varietà immensa di alternative tra le quali scegliere, adatte ad ogni occasione, ideali per una […]

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Cucina tunisina: le 5 ricette da sperimentare

La cucina tunisina, uno dei must del momento in ambito gastronomico, è caratterizzata dall’impossibilità di categorizzarla: tripudio di sapori diversissimi tra di loro, la cucina tunisina è il prodotto di tutte le dominazioni e influenze esercitate da altri popoli nella regione della Tunisia. Sapori riconducibili alla cucina turca, a quella araba, a quella andalusa e a quella italiana conoscono nuova vita nelle ricette che la tradizione tunisina mette a tavola. La peculiarità di tale cucina è proprio quella di saper valorizzare e assemblare in maniera originale sapori e pietanze di altre culture. Prodotti tipicamente mediterranei come olio d’oliva e pomodori sono il cuore di questa cucina saporita e fortemente speziata: si propongono le 5 ricette più famose e gustose che chiunque vorrà sperimentare! 1.Brik Quando si dice che la semplicità paga, ci si riferisce propri al Brik tunisino. Cucinato spesso per ottenere un veloce e sfizioso antipasto, il Brik è una frittella costituita da una sfoglia sottile, che dovrà essere fritta fino a diventare dorata, e poi farcita con un composto costituito da tonno, patate, uova, il tutto condito da sale, pepe e prezzemolo. Le patate andranno lessate prima di essere unite agli altri ingredienti che andranno a riempire il composto. Si consiglia di servirlo caldo e croccante, per un colpo di fulmine assicurato! 2.Lablabi Appartenenti a quello che possiamo etichettare come “street food” tunisino, il lablabi è una zuppa che si annovera tra i pezzi forti della cucina popolare della Tunisia. Molto amata da lavoratori, studenti e da chiunque abbia voglia di assaggiare qualcosa di caldo, saporito e familiare senza spendere molto. Si serve direttamente da un pentolone fumante, cui è abitudine avvicinare una scodella già riempita di pane, affinché la zuppa ne ricopra e insaporisca per bene i tocchetti. Composta da ceci, limone e harissa (salsa tipica della Tunisia), è cotta a fuoco lento ed è uno dei piatti tipici più economici e più gustosi della cucina tunisina, da consumare tradizionalmente in piedi e per strada. 3.Keftas Che cucina sarebbe quella tunisina, senza le tradizionali e amatissime polpette? Amate in tutto il mondo, le keftas sono delle saporitissime polpette di carne macinata e patate: le patate vengono sbucciate e fatte bollire, mentre la carne viene cotta a parte e poi unita alle patate opportunamente schiacciate. In seguito, aggiungere sale, aglio, pepe e cipolla e speziare il tutto con il coriandolo. Infine, si aggiungono uova, formaggio e pangrattato prima di destinarle a una prelibata frittura. 4.Cous cous di verdure e agnello Fin qui è risultato chiaro che la cucina tunisina prediligesse le zuppe, i ceci e…la frittura. Tuttavia, la cucina tunisina si caratterizza anche per un amore spassionato verso il cous cous. In particolare, uno dei piatti più popolari in Tunisia è sicuramente il cous cous con l’agnello. Per servire questa prelibatezza locale, si fa rosolare l’agnello con una cipolla fino alla cottura. A questo punto è necessario speziarlo, solitamente con paprika e harissa. Si versa il passato di pomodoro sull’agnello speziato e si aggiungono, nella stessa pentola, le […]

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Culturalmente

Culturalmente

La scoperta dell’America: le 6 cose da sapere

La scoperta dell’America ha segnato, secondo la cronologia storica, la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna. Ecco le 6 cose da sapere. «Chissà cosa avrebbe scoperto Colombo se l’America non gli avesse sbarrato la strada». Lo scrittore inglese Jonathan Swift spiegò con queste parole il carattere casuale della scoperta dell’America effettuata nel 1492 da Cristoforo Colombo, navigatore genovese che alla ricerca di una via per le Indie scoprì un nuovo continente.  Nell’aprile del 1492 Colombo, dopo aver incassato un rifiuto dai Portoghesi non interessati all’impresa, ottenne dalla regina Isabella di Castiglia l’autorizzazione e i mezzi per mettere in atto il progetto di «buscar el Levante por el Ponente», di raggiungere cioè le Indie navigando verso Occidente.   L’idea audace di Colombo maturò in seguito alla lettura de Il Milione di Marco Polo, le cui descrizioni della Cina lo avevano affascinato, e trasse forza dalle notizie sulla sfericità della Terra e sulla vicinanza delle coste dell’Europa a quelle della Cina.  Il navigatore genovese partì quindi dalle Canarie, isole spagnole nell’Oceano Atlantico al largo dell’Africa, nell’agosto del 1492 con tre navi: la Niña, la Pinta e la Santa Maria. La scoperta dell’America stava per avvenire.  Ecco 6 cose da sapere: 1) Il viaggio di Colombo fu difficile e a rischio di ammutinamento La partenza avvenne alle sei del mattino del 3 agosto 1492 da Palos de la Frontera. Il 6 agosto si ruppe il timone della Pinta e si credette a un’opera di sabotaggio, quindi Colombo e l’equipaggio furono costretti a uno scalo di circa un mese a La Gomera per le necessarie riparazioni.  Si approfittò della sosta per modificare anche la velatura della Niña, trasformandola da latina a quadra per meglio adeguarla alla navigazione oceanica. Le tre navi ripresero il largo il 6 settembre spinte dagli alisei, dei quali Colombo conosceva l’esistenza. Questi venti spirano sempre da est verso ovest formando stabilmente una striscia di nuvole galleggiante nell’aria, tanto che l’ammiraglio nel giornale di bordo scrisse: «Si naviga come tra le sponde di un fiume». Le caravelle navigarono per un mese senza che i marinai riuscissero a scorgere alcuna terra. Il 16 settembre le caravelle cominciarono a entrare nel Mar dei Sargassi e Colombo approfittò dello spettacolo delle alghe galleggianti (un fenomeno tipico di questo mare) per sostenere che tali vegetali erano sicuramente indizi di terra vicina (cosa in realtà non vera), tranquillizzando temporaneamente i suoi uomini. A partire dal giorno 17 si osservò con stupore il fenomeno assolutamente sconosciuto della declinazione magnetica: la bussola indicava il polo magnetico distaccandosi sempre più dal nord geografico, col rischio di allontanare le navi dalla loro rotta. Questi strani fenomeni ebbero l’effetto di spaventare i marinai e la tensione crebbe inevitabilmente. Il 6 ottobre Colombo registrò di aver percorso 3652 miglia, già cento in più di quante ne aveva previste. Lo stesso giorno vi fu una riunione generale dei comandanti a bordo della Santa Maria, durante la quale il capitano Martín Pinzón suggerì di cambiare rotta da ovest a sud-ovest. Il 7 ottobre Colombo decise di virare quindi verso sud-ovest, avendo visto alcuni uccelli dirigersi verso quella direzione. Il giorno 10 vi fu un principio di ammutinamento; Colombo, più che mai fermo nella propria idea e forte […]

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Culturalmente

Che cos’è la filosofia: scienza, disciplina e meraviglia

La filosofia è l’arte di formare, osservare, fabbricare, concetti e idee, visioni e realtà. Nel corso del tempo e della storia, diversi pensatori, critici, storici e filosofi, hanno determinato cosa sia la filosofia, dandone un concetto preciso; tra questi, Nietzche ha determinato il compito della filosofia, affermando che i filosofi non devono limitarsi a ricevere i concetti, a purificarli, a rischiarli, ma devono cominciare col farli e crearli, cercando di trasmettere le proprie idee. La filosofia come scienza, disciplina o ambito d’interesse La filosofia come ambito d’interesse rimanda sempre ad un campo aperto a qualsiasi persona che medita e riflette, a partire da un uso rigoroso delle proprie facoltà intellettuali. Per questo, definire in modo preciso cos’è la filosofia non è facile; essa, sicuramente può appartenere a tutti, appartiene a tutti, o meglio a chiunque voglia esserne inebriato e “accarezzato”, in un ambito generalmente vasto, che comprende anche altre sfumature di significato e altri temi. Le domande che spesso caratterizzano l’esistenza si collegano indubbiamente con l’applicazione e la conoscenza della filosofia, intesa come disciplina, in riferimento ad una concatenazione di interrogativi e tentativi di fornire risposte soddisfacenti; domande e risposte non sempre facili da riconoscere ed interpretare. Chiedersi “che cos’è la filosofia”, implica un ampio sguardo sul mondo, sulla società nella quale viviamo e un’analisi degli elementi che la caratterizzano, al di là di ogni superficialità. Interpretarla ieri e oggi In riferimento alla filosofia di oggi, occorre fare una distinzione, rifacendosi ad un concetto storico; infatti, un conto è definire che cosa essa sia in riferimento alla sua nascita, un altro conto è definirla oggigiorno. Si può affermare che oggi rappresenti una disciplina fra le altre discipline che indagano determinati aspetti della realtà, spesso parecchio ampi. Inizialmente, il concetto filosofico e l’ambito in cui esso si inseriva, era la conoscenza in “toto”; ogni forma di apprendimento forniva risposte filosofiche, da attribuire poi a diversi sfere o settori. Amore per il sapere e ambiti di applicazione La semplice traduzione dal termine greco, “amore per il sapere”, non è sufficiente a rendere l’idea, e soprattutto a fornire una definizione concreta e completa del concetto cardine. La difficoltà deriva in particolare dal fatto che la filosofia, a differenza dalle altre scienze che studiano un campo ben definito, circoscritto, è una riflessione che riguarda un pensiero e un modo di pensare circa quel determinato aspetto, quindi notevolmente vasto, quasi illimitato. Nell’applicazione della filosofia, rientra la ricerca comune della verità, nelle sue varie forme, attraverso la spiegazione dei vari concetti filosofici, i quali si materializzano in una serie di riflessioni, che si susseguono per arrivare ad una possibile spiegazione del mondo nel quale viviamo e delle relative regole vigenti. Studiare la filosofia aiuta ad arricchire la mente, attraverso la conoscenza, l’analisi e la riflessione analitica di vari ambiti del sapere. Conoscere per capire, catalogare i cosiddetti tasselli filosofici per capire e carpirne il senso e la funzione, ma soprattutto la bellezza della filosofia e la sua relativa essenza. La meraviglia del pensiero filosofico La filosofia, […]

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Kamishibai, l’arte narrativa giapponese per sviluppare la creatività

Kamishibai: scopri di più sull’arte narrativa giapponese, la risposta alla tecnologia e all’intrattenimento “sbagliato” dei bambini anche in età pre-scolare! In occasione dell’incontro “Il futuro delle ossa si costruisce da bambini”, che si è svolto a Milano il 19 giugno scorso, i medici ortopedici della Società italiana di ortopedia e traumatologia (Siot) hanno diffuso dati sconcertanti sull’aumento, solo negli ultimi 10 anni, del 700 % dei casi di cifosi nelle scuole medie inferiori. La responsabilità di questo atteggiamento cifotico, che comporterebbe l’incapacità dei bambini a mantenere in posizione eretta la colonna vertebrale, risiederebbe nell’uso frequente (per non dire continuo) di smartphone, tablet e pc, fin da piccoli (dai 3-4 anni di età). Il prolungato intrattenimento peggiora, infatti, questo disturbo spesso sottovalutato, portando gradualmente i bambini a dover indossare un busto ortopedico o addirittura a ricorrere alla chirurgia. È arrivata, però, dal Giappone, patria delle tecnologie più avanzate ma anche delle tradizioni più longeve, una nuova tecnica di narrazione che aiuta non solo lo sviluppo della creatività, ma anche delle “mappe mentali”: il kamishibai. Il kamishibai, letteralmente “spettacolo teatrale (shibai-teatro) di carta (kami)”, affonda le sue radici nel XII secolo quando i monaci buddisti si spostavano di villaggio in villaggio per istruire la popolazione analfabeta, narrando le storie su Buddha, usando gli emakimono  (opere narrative su rotoli), sempre caratterizzate da una morale e da contenuti a sfondo sociale. Tra il 1920 e il 1950, poi, aumentarono, ‘arruolati’ dal Kashimoto,  i Gaito kamishibaiya (ben 50.000 in Giappone e 2.500 solo a Tokyo), veri e propri “narratori a pedali” che, battendo i due hyoshigi, bastoncini di legno oggi utili a mostrare i punti salienti in una narrazione, annunciavano il proprio arrivo in città. Sistemati i bambini e dopo aver assegnato i posti in prima fila ai golosi acquirenti di caramelle dal narratore, iniziava lo spettacolo. Posizionato sul sellino della sua bicicletta il Gaito kamishibaiya mostrava una serie di disegni in un piccolo teatrino di legno, una sorta di televisione artigianale dinanzi alla quale, incantati, i bambini seguivano il corso della storia fra i disegni originali (alcuni, molto antichi, sono oggi conservati al Kyoto Museum) che si avvicendavano l’uno dopo l’altro, e i rumori creati da alcuni strumenti a percussione, a volte montati sulla bicicletta. Ogni spettacolo comprendeva un episodio: in questo modo la serialità del racconto assicurava al narratore la partecipazione allo spettacolo successivo. E ogni ciclo di storie non presentava solo contenuti rivolti ai più piccoli, ma anche riferimenti alla politica e all’attualità, come una sorta di “Carosello di carta” ma anche di “telegiornale” che spesso sfruttava la grande popolarità di questa tradizione per fare propaganda o satira politica (tanto che alcune storie sono poi state inserite in manga e anime). Con la nascita del cinema sonoro (infatti molti di questi narratori, detti benshi, prestavano le proprie voci ai protagonisti dei film muti) e della televisione, questa tecnica narrativa sembrava scomparsa negli anni ’50, fin quando non è stata rivalutata per lo sviluppo della creatività e dell’importanza della narrazione ‘viva’, nelle biblioteche e […]

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Culturalmente

Gli scavi di Paestum, frammenti di Magna Grecia

Alla scoperta degli scavi di Paestum, preziosa testimonianza dell’architettura votiva di età classica. Abbagliato dai vividi colori di rigogliosi roseti ed inebriato dal calore del sole e dall’aria salmastra: doveva sentirsi così un viaggiatore che si addentrasse nella piana del Sele un attimo prima di perdersi nell’orizzonte ceruleo di cielo e mare. Il sole, il mare e la generosità della terra hanno fatto la fortuna di Paestum fin dalle remote ere del Paleolitico, lasciando tracce lungo tutta l’età antica. Fondata sulla riva sinistra del fiume Sele da coloni greci provenienti da Sibari (600 a.C.), Poseidonia, nome greco dell’antica città di Paestum, diventa uno dei più importanti centri urbani della Magna Grecia. Vengono eretti in quest’epoca i tre templi che ancora oggi dominano la piana allineati lungo la direttrice principale della polis greca. A cavallo tra la seconda metà del VI secolo e la prima del V a.C., vengono costruiti in successione i templi dorici dedicati alle divinità di Era, Atena e Nettuno, quest’ultimo erroneamente attribuito al Dio marino all’epoca dei primi ritrovamenti. Maestose vestigia dell’architettura dorica, i tre templi sono una preziosa testimonianza dell’architettura votiva di età classica costituendo tra i pochi esempi di edifici templari in ottimo stato di conservazione. Lo spazio centrale incluso tra i tre edifici votivi degli scavi di Paestum era occupato dall’agorà, cuore delle attività commerciali e politiche della polis, e dai prospicienti edifici dell’ekklesiasterion e del heroon. Entrambi le strutture rievocano la dimensione della vita pubblica e politica dei cittadini di Poseidonia, il primo destinato ad ospitare le assemblee politiche dei cittadini, il secondo sacello votivo dedicato all’eroe fondatore della colonia. Ai due lati dello spazio pubblico si estendevano i quartieri residenziali della polis greca di cui si sono conservati pochissimi resti. Verso la fine del V secolo a.C., Poseidonia diventa dominio lucano assumendo il nome di Paistom e raggiungendo l’apice della sua espansione territoriale e demografica. Successivamente Paestum diventa colonia romana (273 a.C.). Risalgono a quest’epoca gran parte dei resti che sono oggi visibili tra cui la maestosa cinta muraria che, al pari dei templi, costituisce un esemplare raro per stato di conservazione, e i resti dell’anfiteatro, parzialmente coperti dal moderno asse stradale. Sotto l’egida romana, il tessuto urbano di Paestum si trasforma assumendo l’impronta tipica delle città latine. L’impianto ortogonale dei quartieri residenziali cancella ogni traccia dell’antica polis, il foro diventa il nuovo fulcro della città occupando la parte meridionale dell’agorà e popolandosi di nuovi edifici monumentali. Il Capitolium, la Curia e il Comitium diventano punti cardine della vita pubblica e politica di Paestum, mentre i tre templi dorici sopravvivono come gemme di un’altra epoca incastonate in uno scenario dominato da moderni simboli e nuovi punti di riferimento. A partire dall’età imperiale, la città di Paestum vive un lento ma inesorabile declino che culmina nel totale abbandono dopo l’VIII secolo d.C. L’isolamento commerciale prima, indotto dall’apertura di nuove vie di commercio verso Oriente, il progressivo impaludamento dell’area e infine un’epidemia di malaria che si abbatté nella zona nel IX secolo, decretano la […]

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CEPU: da trent’anni al servizio degli studenti

CEPU è un’azienda operante nel settore dell’istruzione e della formazione professionale, che mette a disposizione un tutor qualificato ed esperto delle tecniche di apprendimento con l’obiettivo di aiutare lo studente ad acquisire il metodo di studio adatto alle sue caratteristiche. Sono migliaia, infatti, gli studenti che hanno già scelto CEPU e hanno trovato la risposta alle loro necessità formative. All’interno di ogni Centro Studio sono disponibili tutti i servizi offerti dal Gruppo: preparazione esami universitari, valutazione crediti formativi, Università on line, orientamento universitario, corsi di abilitazione professionale, preparazione test di ammissione, svolgimento pratiche universitarie, preparazione al mondo del lavoro, corsi di inglese e corsi di informatica.   CEPU: servizi e vantaggi Cepu, con oltre trent’anni di esperienza in questo settore, ha sviluppato i migliori servizi specifici per le esigenze degli studenti universitari, utili in ogni momento del percorso formativo, dalla scelta della facoltà alla preparazione al mondo del lavoro. In particolare, per chi si è diplomato da poco o ha interrotto gli studi e ha intenzione di riprenderli, è attivo l’orientamento universitario, un servizio personalizzato e gratuito che guida lo studente verso il corso di laurea più idoneo agli obiettivi professionali che si è posto. Al servizio più noto, la preparazione degli esami universitari per ogni corso di laurea e ateneo, si affiancano infatti altre proposte formative e di assistenza allo studio disponibili in tutti i 120 Centri Studio Cepu. Anche chi lavora e vorrebbe laurearsi trova in Cepu un valido sostegno: sono attivi infatti i servizi di valutazione dei crediti formativi accumulati con l’esperienza lavorative e le conoscenze apprese, utili per abbreviare il percorso verso la laurea, e Università on line + Cepu, la formula che unisce i vantaggi dei corsi di laurea telematici con quelli dell’assistenza dei tutor Cepu nella propria città. Chi ha intenzione di iscriversi ad un corso di laurea ad accesso programmato troverà invece un valido supporto nel servizio di preparazione ai test di ammissione, disponibile in più versioni e completo, poiché comprende sia la teoria che l’esercitazione. Per completare il proprio percorso accademico, infine, si possono scegliere i Master post laurea erogati, in modalità mista (aula + on line) o tradizionale, da qualificati istituti di formazione. Anche chi vuole migliorare la propria abilità nel parlare in pubblico, o acquisire altre competenze che troverà utili nel suo inserimento in ambito lavorativo, e chi cerca un corso di formazione professionale che lo qualifichi in uno specifico settore, può scegliere  il servizio di preparazione al mondo del lavoro, un’opportunità nella quale si concretizza l’incontro tra formazione scolastica o accademica e professionale. Perché scegliere CEPU CEPU è un’azienda operante nel settore che vanta di un’esperienza ultra-trentennale. Permette, attraverso la sua preparazione universitaria, di ottimizzare l’impegno per raggiungere gli obiettivi accademici nel minor tempo possibile. Infatti è possibile usufruire dei servizi CEPU in presenza in orari flessibili, concordando con lo studente il calendario degli incontri, in base alla sua disponibilità di tempo. L’attività CEPU è frutto di ricerche e studi sull’apprendimento che permettono di garantire un servizio personalizzato sullo stile cognitivo dello studente da parte di tutor specializzati, che insegnano con passione e non trasferiscono allo studente solo le loro conoscenze, ma anche una metodologia […]

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L’orologio Michael Kors e le nuove tendenze del mercato

Gli orologi fanno parte di una di quelle categorie di accessori che dopo un lungo periodo di stop sono tornati a essere un must have. Tutti indossano un orologio, donne e uomini senza distinzione così come non c’è distinzione di età. Caratterizzato da un momento di crisi, il mercato degli orologi oggi sembra aver rialzato la testa. I numeri lo confermano. Nel 2018 il mercato italiano degli orologi valeva circa 1,4 miliardi di euro pari a 6,5 milioni di pezzi venduti. Secondo i dati elaborati da GfK per Assorologi, c’è stata una ripresa oltre che una certa stabilità. Come in ogni settore ci sono i brand più o meno apprezzati, uno di quelli più richiesti in questo scenario è l’orologio Michael Kors femminile, adatto a qualsiasi occasione e a qualsiasi outfit grazie ai suoi materiali e ai suoi diversi modelli. Un altro dato che emerge dalla ricerca è che il prezzo medio degli orologi venduti dal canale gioielleria a italiani e stranieri è in aumento, precisamente è passato da 236 a 245 euro. Il canale delle gioiellerie ed orologerie, sia quelle tradizionali che quelle ubicate all’interno di un centro commerciale, continuano anche se lentamente a perdere quote di mercato. Vi transita, infatti, il 44,5% delle vendite a quantità contro il 46% dell’anno precedente e il 48% a valore contro il 50% del 2017. I canali più utilizzati Tra gli altri dati che sono emersi dalla ricerca GfK c’è il dettaglio dei canali di acquisto. Internet è ancora un canale in ascesa, in questo caso si tratta sia di siti ufficiali che di aste e di commercio elettronico.  A volume questo canale movimenta un terzo dell’intero mercato, precisamente il 29,4% contro il 28,2% dell’anno precedente. Ha però rallentato l’incredibile crescita a valore evidenziata nel 2017. Si tratta del 21,1% rispetto al 23,5% di quell’anno. Tutto questo a fronte della continua perdita delle orologerie e gioiellerie, fino a poco tempo fa considerate l’unico canale utile e sicuro per questo tipo di acquisto. Sia che si tratti dell’orologio Michael Kors che di qualsiasi altro, sembra che vengano acquistati maggiormente nel mese di dicembre, si parla del 22% a valore e quantità, ma questa tendenza non è legata a una specifica ragione/ricorrenza, come invece si potrebbe pensare. Come si acquistano? C’è da dire che un orologio si acquista per un motivo che è legato al gusto personale. Ci sono perà delle motivazioni principali di acquisto che negli ultimi anni sembrano essere il design per il 38,4% e il prezzo con il 33%. Anche la fiducia e la conoscenza del marchio, quindi la brand awareness è motivo di acquisto per il 27%. Anche l’orologio Michael Kors risponde a questa tendenza, diventando uno degli accessori più apprezzati non soltanto per la sua bellezza ma anche per la sua versatilità, essendo adatto a qualsiasi occasione e outfit. Sembra essere la donna ad amare di più questo brand, perché incontra le sue esigenze e i suoi gusti personali con armonia e naturalezza. Realizzati in acciaio, con cinturini in maglia […]

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La concorrenza potente: la veloce ascesa di Iliad

Incredibile come la società Iliad sia stata in grado, in pochissimo tempo, di mettere in seria difficoltà le altre compagnie telefoniche, con offerte straordinarie che non potevano andare perdute. Le cifre mostrano un coraggio e un senso dell’affare unico, e così Iliad poco alla volta, ha conquistato la fiducia e la fedeltà di pi di 2 milioni di utenti, e questo solamente nei primi mesi del lancio. I numeri, destinati dunque ad una crescita esponenziale, derivano da una strategia di vendita e commerciale vincente, che propone un offerta tariffaria per tutta la vita, a costi assolutamente accessibili, offrendo un servizio di assistenza all’avanguardia, e di qualità. Andiamo però ad analizzare più da vicino, i numeri che hanno e che andranno a caratterizzare i numeri della compagnia telefonica. La nascita e lo sviluppo La compagnia telefonica Iliad nasce in Francia nel 1990, per mano dell’imprenditore Xavier Niel, che tutt’ora detiene più del 50% del pacchetto azionario. La società come precedentemente detto, si occupa di telefonia mobile, fissa, internet e addirittura servizi di Hosting. Solo nel 2003, la società ottiene i permessi per creare la propria linea DSL, e solo in Francia. L’anno successivo a questo traguardo, Iliad entra ufficialmente in borsa, prendendo immediatamente quota. Una società, quella Francese, che non conosce crisi, e che si ritrova ad investire addirittura del denaro, acquisendo nel 2008 Alice France, direttamente da Telecom Italia, per la bellezza di 775 milioni di euro, posizionandosi infine secondo nella classifica di utenza media in Francia, immediatamente dietro Orange. Bisogna però aspettare il 2016 per vedere finalmente giungere in Italia l’ormai grande e potente società telefonica Parigina, che brevemente conquista utenti in tutta la penisola nostrana. L’ascesa di Iliad in Italia La società Francese trova spazio in Italia, come precedentemente detto, solo nel 2016. Circa 3 anni fa. E’ però determinante sottolineare come il lancio della stessa compagnia telefonica in Italia risalga però allo scorso anno, proprio nel 2018. Una compagnia che, in Italia almeno, è assolutamente giovanissima, ma non priva di ambizioni e di potere economico. L’ascesa è rapida è spietata, con la compagnia che nel corso del tempo rilascia diversi annunci sul quantitativo di utenti che hanno aderito alle offerte presentate nel corso dei mesi del lancio: Il 18 Luglio dello scorso anno, Iliad Italia annuncia di aver raggiunto, dopo appena due mesi dal lancio della stessa società sul mercato, il milione di utenti. Questo, è il primo risultato a fronte di pochissimi giorni dal lancio. Il 4 settembre dell’anno passato, la società Francese ormai nota anche nella penisola tricolore, rende noti nuovamente i numeri di adesione alle tariffe, annunciando che, all’inizio di agosto, la società ha già raggiunto il milione e mezzo di untenti. Passano appena due giorni, e il 6 settembre del 2018, Iliad Italia annuncia fieramente di aver raggiunto i 2 milioni di utenti attivi. L’ultimo dato sull’affluenza, reso noto proprio dalla società Franco-Italica, parla di circa 3,3 milioni di utente nella penisola nostrana. Dato risalente, questo, al 31 marzo 2019. Insomma, straordinari i numeri […]

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E-commerce e shopping online in continua crescita

Amazon lo conosciamo tutti. Così come eBay, Zalando, Asos, Groupon e così via. Scommettiamo che tutti voi avete acquistato almeno una volta online. E come voi altre due miliardi di persone. Perché è questo il numero degli e-shoppers, ovvero gli utenti del web che acquistano prodotti online dai vari siti e portali. E secondo le ultime ricerche di mercato, questa tendenza non può che aumentare. Negli ultimi anni in Italia infatti gli e-shop presenti sul nostro territorio sono aumentati esponenzialmente e il numero di persone che acquista online ha fatto registrare un più 13% nel 2018. Certo, non siamo ancora ai livelli di Stati Uniti e Cina, ma anche gli italiani si affidano sempre più ai negozi virtuali per i loro acquisti. Ma a cosa è dovuto questo incredibile successo del commercio online? Sicuramente molto è cambiato anche con l’avvento degli smartphone che ha portato nelle nostre mani una potenza incredibile e la possibilità di esplorare il mondo attraverso il web in pochi secondi. Le app poi ci hanno permesso di acquistare tutto ciò che vogliamo in un solo click e attendere il prodotto comodamente seduti a casa. Insomma una vera rivoluzione. E ancora più rivoluzionario è stato l’avvento dei social che ha permesso agli utenti di scambiarsi informazioni, recensioni, consigli e ora pure comprare e vendere prodotti. Non solo nel marketplace di Facebook, in cui possiamo trovare oggetti usati – e non – nelle aree vicino a noi. Ci sono poi i post shoppable, ovvero dei post con link integrato che vi rimanda immediatamente al prodotto, pronto per essere acquistato. Molto usato dai marketers, meno apprezzato dalla gente che preferisce continuare le proprie ricerche online, leggere le review su siti come TrustPilot. La svolta forse arriverà con la nuova feature di Instagram, lanciata in versione beta ora negli Stati Uniti, con cui si potrà acquistare, pagare e tracciare il prodotto, tutto senza mai lasciare l’app! In questo modo social e e-commerce saranno sempre più legati, rendono la vita a noi utenti ancora più semplice. Certo, dovremo sempre tenere le solite precauzioni: verificare che il sito sia affidabile leggendo recensioni, verificare le coperture e le garanzie offerte, il metodo di spedizione e soprattutto quello di pagamento. Inoltre attenzione a diffondere i propri dati. Soprattutto, non effettuate mai questo tipo di operazioni mentre siete collegai ad una rete Wi-Fi pubblica: sono le più facilmente hackerabili. Se non avete altro modo per connettervi allora munitevi di un servizio come le virtual private network. Cos’è una VPN? Sono delle connessioni sicure che tengono alla larga hacker e possibili perdite di dati, permettendovi di navigare ed eseguire operazioni online in totale sicurezza. Insomma, le buone regole non vanno mai in vacanza, mentre le possibilità che ci vengono offerte aumentano sempre di più!

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Libri

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La fragilità dei palindromi, un romanzo di Marcostefano Gallo

  La fragilità dei palindromi , un romanzo di Marcostefano Gallo edito da Ferrari Editore. La storia è ambientata a Mongrassano, piccolo borgo del sud reale ed immaginario. Le vicende riguardano la vita di diversi abitanti, così diverse, ma così intrecciate tra di loro, tanto da formare una rete intricata di trame. La festa patronale di Sant’Anna sarà il punto focale di tutto, da cui partiranno sviluppi e se ne arresteranno degli altri. Tutte le vicende hanno un filo comune: “le verità di paese”, quello spazio deciso tra il pettegolezzo e la verità certa. Tutto ciò che accade a Mongrassano diventa oggetto di discussione, di crisi e rinascita. E nessuna delle cose esclude l’altra. Uno dei personaggi che salta da subito all’occhio è quello di Angelo, il “ripara tutto” del paese, un uomo tutto d’un pezzo, incapace però di abbandonare i sogni di una vita felice. L’amore della sua vita, Beatrice, è la sposa di Carlo Marino, il controverso sindaco del paese. Marino è l’emblema della corruttibilità, della politica faziosa, fatta col sangue della gente, per il solo scopo di trarne profitto personale. È un sindaco feroce, incapace di pensare al bene collettivo. Uno che riempie la poltrona con tutta la sua violenza. Il rapporto con sua moglie sarà il simbolo di diverse svolte narrative: per lui Beatrice e suo figlio fanno parte di quelle cose imprescindibili per la buona immagine pubblica, di conseguenza sono per lui solo trofei. Grazie a Luciano Raimondi scopriamo invece il tema caldo “degli amori clandestini”. Infatti rappresenta il ragazzo giovane capace di affollare la mente altrui con promesse e risposte. Incapace di seguire una strada, universitario fallito, in continua lotta con sé stesso e i dettami atipici dei suoi genitori. A Mongrassano non manca “il maresciallo”, Otto Kofler, emigrato dal Nord si ritrova in una cittadina del Sud per amore e passione. Dapprima apparirà come un personaggio negativo della storia, sul finale si rivelerà essere invece un esempio positivo per sé stesso e gli altri. Concetta Posterano è invece una donna che ama la poesia, e proprio grazie ad essa riuscirà ad esternare la sua condizione: un uccello in gabbia che sarà la parte ricreativa del paese: il suo bar infatti sarà il ritrovo di numerosi anziani in cerca di divertimento. Per tutto il tempo lei guarderà le cose passare con nostalgia e disincanto. Rappresenterà il bagaglio dei sogni infranti, e un trampolino continuo verso cui tendere e forse lanciarsi. La donna è anche la fidanzata storica del medico del paese, Cesare Formoso. Grazie a lui il romanzo riesce ad indagare quell’aspetto viziato e contorto della realtà del borgo: “il malocchio”. La sua famiglia si troverà vittima di un maleficio, che porta i Formoso alla stessa medesima fine. Cesare si ritroverà diviso tra la voglia di vivere e il desiderio di abbandonarsi alla sua sorte. Il romanzo indaga quindi alla perfezione tutti quei meccanismi tipici dei borghi del sud, dove le cose che non vedi, spesso fanno più paura delle cose che ti passano […]

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Libri

Cristina Henríquez, Anche noi l’America. Una storia di speranza e immigrazione

Una storia corale di immigrazione e speranza si intreccia al quotidiano della famiglia Rivera, giunti negli Stati Uniti dal Messico. In libreria la nuova edizione di Anche noi l’America, romanzo di Cristina Henríquez, pubblicato in Italia dalla NN editore e tradotto da Roberto Serrai. Human rights, freedom, justice, equality. Parole che risaltano sullo sfondo a stelle e strisce della copertina italiana di “The book of Unknown Americans”, un titolo che annullandosi raddoppia nella traduzione di Roberto Serrai, ispirato ad una potentissima poesia di Langston Hughes, come si legge nella nota del traduttore: «vedranno la mia bellezza e ne avranno vergogna: anch’io sono l’America». Io sono America, noi siamo America. Un tempo e ancora oggi, purtroppo, dove c’è chi deve ribadire la propria appartenenza e i propri diritti, contro muri immaginari e una politica che sembra andare a ritroso. Una realtà mondiale, come è corale questo romanzo. E quale storia potrebbe essere più attuale di Anche noi l’America? Ci sono Alma, Arturo e Maribel Rivera, una famiglia messicana che compie la traversata guardando indietro con occhi malinconici e in avanti colmi di speranza. La loro scelta però è atipica rispetto alla maggior parte dei latinoamericani che tentano di fare fortuna attraversando illegalmente e disperatamente il confine; infatti, i coniugi Rivera giungono nel Delaware per iscrivere la figlia Maribel ad una scuola adatta alla sua condizione di salute, dopo l’incidente che le ha causato una lesione cerebrale e un conseguente ritardo mentale. Qualsiasi possibile confronto temporale, come afferma il personaggio di Alma nel romanzo, si trova tra il “prima” e “dopo” l’incidente: la gioia della famiglia dipende da Maribel, e tutto vibra nella speranza di guarigione, nella speranza che la sua essenza possa essere restituita al presente. Così, la famiglia varca il confine, segue la legge, compila moduli, aspetta. Difficile non pensare al recente evento di cronaca, la foto che immortala padre e figlia morti nel Rio Grande mentre tentavano di abbandonare il Paese. L’ostacolo è dietro l’angolo, il sapore della sconfitta sembra essere più forte che mai. Gli anni di Anche noi l’America sono però un pochino precedenti agli attuali eventi; è il tempo in cui Obama veniva eletto Presidente, pronto ad inaugurare una nuova era per gli Stati Uniti e il mondo intero, al suono di human rights, freedom, justice, equality, per dare voce all’emarginato, e scrivere un nuovo capitolo della storia in cui al termine “immigrato” l’accezione cambia. A rifletterci, quanto può cambiare il corso del tempo in una manciata di anni? Se questo romanzo fosse stato scritto poco dopo? Cosa ne sarebbe stato della famiglia Rivera e degli altri componenti descritti da Cristina Henríquez? Forse non molto: l’adolescente Mayor Toro, figlio di Rafael e Celia giunti da Panama negli Stati Uniti quindici anni prima, si sarebbe comunque innamorato follemente di Maribel, sarebbe comunque riuscito a guardare nel profondo dei suoi occhi senza giudicarla, accompagnandola nei pensieri e aspettando il suo sorriso come unica ragione di vita. E ad interrompere l’idillio, ad infrangere il sogno americano, la storia d’amore […]

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Libri

Il giallo di Ponte Sisto, l’ultimo romanzo di Max e Francesco Morini

I fratelli romani Max e Francesco Morini tornano con il loro ultimo lavoro, il thriller Il giallo di Ponte Sisto. Le indagini del libraio Ettore Misericordia, uscito oggi per Newton Compton Editori. Voce narrante è “Fango”, amico, collaboratore e spalla del libraio con l’anima e l’intuito da detective Ettore Misericordia. Quest’ultimo viene coinvolto dallo scorbutico ispettore Ceratti, sempre accompagnato dal simpatico agente Cammarata, nelle indagini relative la sparizione del ventottenne Simone Rossmann comico di professione e grande ammiratore di un suo compianto e famoso collega degli anni ‘30: l’indimenticato e indimenticabile Ettore Petrolini. Dopo il ritrovamento del corpo del giovane sotto uno degli archi di Ponte Sisto, morto in seguito a un violento colpo alla testa, le indagini si intensificano arrivando a coinvolgere le persone vicine al ragazzo: dai suoi genitori, un padre interessato più alla sua immagine che alla perdita del un figlio e una madre remissiva messa a tacere dal marito prepotente, a Sara Venier, la ragazza frequentata per qualche mese da Simone; dal suo singolare padrone di casa Tito Mantovani, ai proprietari del locale – Novecento – dove si esibiva a volte insieme all’attempato Mauro Ferretti, i coniugi Mario e Paola Astolfi. Ognuno di loro, ovviamente per ragioni diverse, potrebbe essere l’assassino del giovane Rossmann. Sarà compito del sagace Misericordia, aiutato dallo scomparso Petrolini la cui storia personale è legata a filo doppio a quella di Simone, riuscire a trovare un nesso logico tra gli indizi a sua disposizione per risolvere il caso e assicurare il colpevole alla giustizia. Il giallo di Ponte Sisto : il ritorno di Ettore Misericordia Gli autori Max e Francesco Morini propongono ai lettori una nuova e avvincente storia nella quale si intrecciano, incastrandosi alla perfezione, presente e passato. Grazie a un susseguirsi di colpi di scena e di rivelazioni incredibili che contribuiscono ad accrescere la suspense, la trama conquista sin dalle prime battute invogliando alla riflessione nel tentativo di scoprire l’identità dell’assassino – magari prima che ci riesca l’imbattibile Misericordia – e, ancor di più, le motivazioni che lo hanno spinto a uccidere. Inoltre, il riferimento alla figura del grande Petrolini, alla sua vita e alla sua folgorante carriera di attore comico, non può che essere interpretato se non come un tributo – in forma romanzata – nei confronti di un artista che conquistò il pubblico a suon di risate e che, nonostante la prematura scomparsa, continua a strappare ancora oggi un sorriso a chi vede i suoi numeri o ascolta le sue canzoni. Con Il giallo di Ponte Sisto i fratelli Morini hanno inserito una storia dentro un’altra storia dando vita a un giallo impeccabile che, riprendendo e modificando una frase da I salamini di Petrolini, “Ci ha piaciato!”. [Fonte immagine: Max Morini]

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Jalna di Mazo de la Roche, edito da Fazi editore

Jalna è un romanzo dell’autrice Mazo de La Roche, il primo di un’amatissima saga familiare che ha conquistato migliaia di lettori con undici milioni di copie vendute. Jalna: una trama che travolge e trascina nella lettura Anni venti, i protagonisti del romanzo sono gli Whiteoak, una famiglia inglese di origini vittoriane trapiantata in Canada alla fine dell’800, in una tenuta coloniale dell’Ontario che prende il nome dalla città di Jalna in India. La capostipite della famiglia è la quasi centenaria Adeline, di origini britanniche, che ha trascorso la prima parte della propria vita insieme al defunto marito Philip, in India, proprio nella città di Jalna. La prima parte del romanzo si basa proprio sui primi anni dei coniugi Whiteoak, facendo riferimento ai motivi che li hanno spinti ad imbarcarsi per due mesi con una neonata e al loro successivo sbarco in Quèbec, per poi arrivare definitivamente nell’Ontario. L’autrice presenta e descrive i personaggi del celebre romanzo con ironia, con uno stile divertente e classico; tutto risulta molto pacato grazie ad una narrazione semplice che si tinge di quotidianità, con la presenza di minuziose descrizioni, piuttosto dettagliate, che riescono ad appassionare sin dall’inizio. Spesso si percepisce nelle descrizioni, soprattutto dei personaggi, ma anche negli ambienti cui essi si muovono, un vago senso di malinconia, espresso abilmente con delle semplici metafore dal gusto amaro. Nella descrizione dei personaggi, minuziosa e dettagliata, l’autrice fa riferimento anche alla componente psicologica che li caratterizza, in modo che il lettore possa in un certo senso riconoscersi in quelle identità, seppur storicamente lontane. D’altronde, pur essendo un romanzo scritto cento anni, fa, Jalna risulta sorprendentemente attuale. Nella struttura del romanzo e mentre si prosegue nella lettura, ciò che sicuramente colpisce il lettore è la presenza di molti elementi naturali, tra questi, prati, uccelli, animali, che arricchiscono l’ambiente familiare nel quale i protagonisti si muovono. Il libro è delizioso, caratterizzato da mille colori, un vero e proprio viaggio attraverso le parole,  attraverso una prosa leggera, ma a tratti incalzante, con elementi allusivi, densi di emozioni, sospiri, rammarichi e baci rubati, tutto inserito in una mescolanza di sensazioni. Jalna è un poema squisito, incentrato su una continua ispirazione, così come l’amore per Alayne, una delle protagoniste del libro, che arriva quasi prepotentemente a destabilizzare l’ordine e la tranquillità della famiglia. Alayne è  una donna in carriera, che riesce ad ammaliare un po’ tutti, con una sottile malizia. Grazie alla sua presenza, si percepiscono e man mano si delineano, una serie di elementi che si configurano come i più significativi del libro. Indubbiamente, l’amore è uno dei temi cardine del romanzo, ma l’autore fa riferimento ad un amore paziente, apparentemente impossibile, ma anche  delicatamente eloquente, come un pensiero che sfiora, e che allo stesso tempo  si allontana. Il pensiero di essere felici per essere felici, dunque, pensare alla felicità per raggiungerla e poi viverla. Al centro di tutto, la famiglia, all’interno della quale, i personaggi si muovono, esprimendo quasi un senso di irreprensibile impossibilità al distacco; è come se ognuno di […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Ezio Bosso ha diretto l’OFB nella serata conclusiva del BCT

Ezio Bosso chiude Il BCT | Opinioni Che cos’è l’arte? Cos’è la musica? Cosa il talento? Nella cornice straordinaria del Teatro romano di Benevento, laddove anche le pietre parlano, respirano, vibrano e la suggestione del tempo antico si sposa con la peculiarità del presente, lo scorso 19 luglio il Maestro Ezio Bosso, con un’energia esplosiva, ha diretto l’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) in uno spettacolo in cui musica, arte, poetica, cuore si sono mescolati dando vita ad un’estasi emotiva, che non ha potuto fare a meno di coinvolgere anche il nutrito pubblico presente e partecipe in maniera fedele, affezionata. BCT: concerto conclusivo con Ezio Bosso e l’OFB Il concerto è stato scelto come evento che suggella la fine del BCT, Festival nazionale di Cinema e Televisione di Benevento, svoltosi nella città campana dal 9 al 14 luglio e che, anche quest’anno, ha ottenuto consensi favorevoli e riscontri sia nazionali che internazionali. Antonio Frascadore, ideatore nonché coordinatore del BCT, orgoglioso “di ospitare nella città di Benevento uno dei musicisti più importanti al mondo”, dopo aver ringraziato gli enti, le partnership e tutti coloro che hanno concorso a rendere possibile il Festival, ha ribadito con fermezza che il “BCT è un evento nato a Benevento, pensato per la città campana, fatto per essa e che, quindi, rimarrà a Benevento anche nelle prossime edizioni”. Parlando del connubio esistente tra il Festival del Cinema e della Televisione e l’Orchestra Filarmonica di Benevento, Frascadore ha aggiunto che il BCT cerca e celebra in qualche modo le eccellenze e l’OFB è certamente un’eccellenza, che concorre in quello che anche il Festival persegue: fare qualcosa di bello per la propria città, regalarle qualcosa con impegno e passione. La meraviglia dell’insieme Melania Petriello, presentatrice della serata, ha ammesso di sentirsi “una privilegiata, perché appartenente ad un progetto ben definito, forte, che sta crescendo, con radici vere, autentiche, quale l’OFB di Benevento” ed ha definito l’orchestra “una comunità perfetta, come un archetipo, con propri linguaggi, sinergie, gerarchie, una liturgia che si ripete, quasi un memoriale, un luogo dove è molto importante l’identità dei singoli ma vince, più forte e più significativa, la polifonia, la meraviglia dell’insieme. Tutto nasce dal fiato, dalle corde, dalla forza, dal battito e viene orchestrato dallo strumentista senza strumento, il direttore d’orchestra, colui che sposta l’aria e dà origine al prodigio”. La Petriello ha ricordato l’invito che il Maestro ha più volte dato ai ragazzi dell’orchestra nei giorni precedenti allo spettacolo: “Date! Date di più! Non abbiate paura di regalarvi”. Questo invito è un suggerimento a non essere mai timidi, “mai retrovie quando si fa musica”, atteggiamento che permette di creare emozioni sostanziate dal talento, dal sacrificio e dal lavoro quotidiano. La serata ha previsto l’esecuzione di una sinfonia ispirata alla vita degli alberi, che si innesca nella vita degli uomini, attraverso il linguaggio della musica, composta dal Maestro Ezio Bosso che, oltre ad essere direttore d’orchestra di fama nazionale ed internazionale, Direttore stabile e Artistico della Europa Filarmonica, Steinway Artist nel 2018, Testimone ed […]

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Napoli e Dintorni

Bio… Dinamico: la scommessa dell’agricoltura biodinamica

Bio… Dinamico: divulgare, promuovere e valorizzare i prodotti dell’agricoltura biodinamica. Giovedì 18 luglio, nel complesso monumentale di Santa Chiara si è tenuto il terzo appuntamento con il tour in 6 tappe del progetto Bio… Dinamico promosso da AmicoBio, con il patrocinio del Fondo Europeo per lo Sviluppo Rurale, la Repubblica Italiana, la Regione Campania e la collaborazione di APAB. Le città toccate dal tour di seminari tematici sono Milano, Roma, Napoli, Bologna, Firenze e Santa Maria Capua Vetere. Se nelle tappe di Milano e Roma sono stati approfonditi i temi della sostenibilità, della tutela dell’ambiente e del paesaggio, della valenza dell’agricoltura biodinamica come patrimonio dell’agricoltura italiana, la tappa napoletana ha affrontato il tema Ricerca e formazione in agricoltura biologica e biodinamica. Ad intervenire sul tema della necessità di incrementare la ricerca e la sperimentazione nel settore biologico e biodinamico sono stati esperti del settore della formazione: Dott. Filippo Diasco, Direttore generale delle politiche agricole, alimentari e forestali della Regione Campania; Dott. Enrico Amico, Imprenditore e Presidente gruppo Amico Bio; Prof. Giuseppe Celano Professore associato presso l’Università degli Studi di Salerno; Prof. Massimo Fagnano, Professore associato di Agronomia ed Ecologia Agraria presso il Dipartimento di Agraria della Facoltà di Napoli Federico II; Dott. Francesco Giardina esperto agronomo collaboratore di Coldiretti; Dott. Carlo Triarico, Presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica; Dott.ssa Roberta Cafiero Dirigente MIPAAFT. A seguire, lo chef Simone Salvini ha tradotto il discorso teorico in un cooking show in cui prodotti provenienti da agricoltura biodinamica e ricette tradizionali campane sono stati rielaborati e trasformati in capolavori dell’arte enogastronomica. Che cos’è l’agricoltura biodinamica e perché è necessario investire in questo settore? Ad aiutarci a comprendere cosa sia l’agricoltura biodinamica e come essa possa costituire una svolta nel sistema della produzione agricola globale possono essere utili alcuni stralci del documentario in uscita, che è sintesi dell’intero progetto di AmicoBio: la biodinamica è un’agricoltura che non solo non avvelena il pianeta, ma crea un’interazione tra tutti gli esseri viventi e costituisce la speranza di creare, davanti ad un disastro ecologico incombente, una realtà nuova. Obiettivi della biodinamica sono la biodiversità, la riduzione dell’impatto ambientale della produzione agricola, l’integrazione tra produzione agricola e allevamento zootecnico con modalità che rispettino e promuovano la fertilità e la vitalità del terreno e allo stesso tempo le qualità tipiche delle specie vegetali e animali, il rispetto de ritmi della natura e dei cicli cosmici e lunari, l’eliminazione di fertilizzanti minerali sintetici e di pesticidi chimici. Il metodo biodinamico, quindi, prevede che la fertilità e la vitalità del terreno debbano essere ottenute con mezzi naturali come compost prodotto da concime solido da cortile, materiale vegetale come fertilizzante, rotazioni colturali, lotta antiparassitaria meccanica e pesticidi a base di sostanze minerali e vegetali. Insomma il progetto dell’agricoltura biodinamica propone un ritorno a metodi naturali, a ritmi meno serrati e ad una produzione meno invasiva per l’ambiente, ma pur sempre compatibilmente con le richieste del mercato globale. Ricerca e formazione nel campo della biodinamica. La ricerca in questo campo, se in Europa fa passi da gigante […]

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Trekking in Campania: le mete più suggestive

La Campania, terra ricca di paesaggi montuosi e di mete balneari tra le più belle d’Italia, offre molteplici opportunità per gli amanti del trekking, custodendo luoghi incantevoli, paesaggi incontaminati e riserve naturali spesso sconosciute a chi vive immerso nei ritmi frenetici della città. Tra le mete preferite dagli appassionati dell’avventura e dei percorsi tortuosi fra mare e montagna, la Campania propone diverse opzioni di escursionismo nel territorio lungo percorsi mozzafiato, di cui vi proponiamo una carrellata. I luoghi del trekking in Campania Trekking sul Monte Faito Il Monte Faito, costituito prevalentemente da calcari e dolomie depostesi in mare, con i suoi 1.131 metri è la vetta più alta dei Monti Lattari, da cui si gode una vista ineguagliabile sulla penisola sorrentina, sulla costiera amalfitana, sul golfo di Napoli e sul Vesuvio. L’incantevole itinerario naturalistico consente percorsi di trekking attraverso faggete secolari ed antiche neviere, nelle quali per secoli la popolazione locale ha immagazzinato il ghiaccio da utilizzare durante la calura estiva. Il Canyon dell’Inferno, il Sentiero dei Monaci e il Tratturo di San Pasquale L’affascinante percorso di trekking ad anello nel Parco regionale del Matese attraversa parte della Valle dell’Inferno fino a Valle Orsara, continua lungo il Sentiero dei monaci fino al campanile di San Pasquale, per poi ritornare a Piedimonte attraverso l’antico tratturo, uno dei “cammini storici d’Italia”, dove la natura irrompe in tutta la sua forza e bellezza. È indubbiamente una delle zone più suggestive e selvagge del Matese, con tratti boschivi, panorami vertiginosi, ruderi di pastori, dove è possibile imbattersi nelle aquile, che vi nidificano: un’avventura in uno dei canyon più profondi d’Europa, caratterizzato da altissime pareti rocciose, sorgenti, grotte e cascate. La Valle del Tusciano e la grotta di San Michele È senza dubbio una delle mete più importanti degli antichi itinerari religiosi europei, ubicata tra i monti Picentini, nel salernitano. Il sentiero, che attraversa il vallone del fiume Tusciano e il monte Raione, tra macchia mediterranea, boschi, olivi, sorgenti e fabbriche medievali, consente di raggiungere la suggestiva Grotta di San Michele ad Olevano, al cui interno gruppo di monaci orientali edificarono un un complesso religioso di IX-­X secolo, contenente preziosi affreschi. Il percorso di trekking tocca numerosi punti di interesse storico e ambientale, tra cui i ruderi dell’antica cartiera amalfitana, orgoglio tutto campano, e le spettacolari gole del Tusciano, circondate da impressionanti pareti a picco. Gole, forre e sentiero delle miniere a Cusano Mutri Ubicata sul versante sud del Matese, inglobato nell’antico Sannio Pentro, oggi al confine tra Campania e Molise, offre aree naturali e siti di interesse naturalistico lungo il corso del fiume Titerno, ricche di sentieri, grotte, forre e gole, alcune raggiungibili tramite un apposito sentiero guidato, altre visitabili con l’ausilio di guide esperte, mediante imbracature collegate a delle corde di acciaio fissate nella roccia. L’incantevole paesaggio circostante comprende anche gallerie esplorative e di estrazione della bauxite spesso affiorante in superficie, da sempre chiamata “pietra rossa” dalla popolazione locale. Il Ponte Tibetano di Laviano Inaugurato solo nel 2015, il ponte sorge sul massiccio […]

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Napoli e Dintorni

Port’Alba: il varco dei libri nel cuore di Napoli

Port’Alba è una delle porte antiche della città di Napoli, collocata sul lato sinistro di piazza Dante, e il suo storico arco simboleggia l’ingresso verso il centro storico della città, nel decumano maggiore; in origine vi era ubicato un vecchio torrione di guardia e la zona era soprannominata “Largo delle Sciuscelle” per la notevole presenza di alberi di carrube. Essa trae il proprio nome da don Antonio Álvarez de Toledo, duca del comune spagnolo di Alba de Tormes, nobile e statista del Regno di Spagna e del vicereame di Napoli, discendente del celebre viceré Don Pedro de Toledo, che ne dispose l’erezione nel 1625 all’interno dell’antica murazione angioina: la popolazione, infatti, per poter transitare più agevolmente verso la parte interna della città, oltre le mura greche, aveva praticato un pertuso, ovvero un’apertura posticcia nel torrione originario, che il duca d’Alba provvide diverse volte a far chiudere; tuttavia, di fronte alla resistenza degli abitanti della zona che continuavano a riaprirlo, si vide costretto a rendere l’apertura “ufficiale”, affidando la realizzazione dell’opera all’architetto Pompeo Lauria, che fregiò la porta con i tre stemmi di Filippo III di Spagna, della città di Napoli e del Viceré, il funzionario reale a governo del vicereame. Port’Alba: un varco nella storia  Qualche anno dopo, nel 1656, il pittore Mattia Preti, uno dei più importanti esponenti della pittura napoletana, aggiunse alla costruzione alcuni affreschi raffiguranti la Vergine con San Gennaro e San Gaetano e la scena dei moribondi appestati; molto dopo, nel 1781, vi fu collocata la statua di San Gaetano, ubicata in origine nella Porta dello Spirito Santo – che costituiva l’ingresso da nord e dall’area collinare alla città sorto in sostituzione dell’antico accesso duecentesco – demolita nel corso del Settecento a causa dei problemi che causava al “traffico” del tempo, ma anche per le sue precarie condizioni di stabilità; sia gli affreschi che la statua non sono più esistenti. Nel 1797 furono eseguiti dei lavori di rifacimento e di ampliamento che resero la porta così come appare attualmente, mentre l’iscrizione che vi fu posta e che menzionava Ferdinando IV di Borbone fu abbattuta nel corso dei rivolgimenti della Repubblica Napoletana del 1799. Vi hanno avuto luogo, nel corso dei secoli, svariati fatti di cronaca, come la morte di Maria ‘a rossa, giovane donna dai capelli rossi che, regredita mentalmente e fisicamente a causa del suo amore perduto, e in conseguenza di ciò evitata e segnalata da tutti come la “strega di Port’Alba”, fu condannata a morte dall’Inquisizione, rinchiusa in una gabbia sospesa a un gancio sotto l’arco della Porta e lasciata morire di fame e di sete, pronunciando parole di minaccia che qualcuno sostiene di aver sentito riecheggiare tutt’oggi, proferite da un’ombra che di notte si aggira nel luogo. Port’Alba: l’angolo dei libri senza tempo La porta, luogo di passaggio per raggiungere Piazza Bellini ed addentrarsi nel centro storico di Napoli, immette all’omonima via Port’Alba, celebre per il mercato librario che vi si svolge e i cui edifici risalgono al Settecento. Una volta varcata la […]

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Atacama!, luoghi, lingue, emozioni: intervista ad Alessio Arena

Atacama!, l’ultimo progetto musicale di Alessio Arena è un disco “pieno”: pieno di lingue, di tematiche differenti, di emozioni contrastanti. La sua comunicazione è una comunicazione pura, che non ha bisogno di tanti segnali e indicazioni; ne è testimonianza la pluralità di lingue che utilizza nel suo ultimo disco: la presenza di italiano, spagnolo, napoletano diventa uno strumento potentissimo in grado di amalgamare suoni e musicalità, come se l’autore conoscesse il segreto della ricetta perfetta per coinvolgere chi ascolta. Questo è il quarto disco del cantascrittore ed è stato pubblicato da Apogeo Records (Napoli), edito da Upside srl, distribuito invece da Altafonte Records. Diversi arrangiatori hanno lavorato per scegliere quali fossero i vestiti migliori da cucire addosso alle canzoni di Alessio Arena, tra questi Giovanni Block, Toni Pagès, Rocco Papìa, Bruno Tomasello e Luigi Esposito. Il mix perfetto è proprio la compresenza della diversità, non solo linguistica, ma anche dei luoghi dove il disco ha preso forma: Cile, Barcellona, Napoli, che si fondono in undici tracce. Intervista ad Alessio Arena Se dovessi descrivere questo nuovo album con tre aggettivi, quali sceglieresti e perché? Ibrido, perché unisce tradizioni musicali apparentemente distanti, onesto, perché l’ho inciso così come l’avevo immaginato, senza preoccuparmi di scrivere canzoni ammiccanti, urgente come molte delle tematiche che canto: l’infanzia, il presente, la giustizia sociale, l’amore. Asse Italia – Spagna, come nasce il connubio napoletano, italiano, spagnolo? Quale lingua senti più tua? Sono nato a Napoli, ma da quando avevo sei anni mi sono sempre diviso tra l’Italia e la Spagna, avendo una madre che viveva lì. La mia lingua naturale è il napoletano, quelle culturali, apprese quasi in contemporanea, e che uso parimenti nei miei dischi e nei miei romanzi, sono l’italiano e lo spagnolo. Dove nasce la tua scrittura? Addo’ ‘a ggente me sente. Come vedi il panorama musicale italiano? Quali differenze riscontri con il linguaggio musicale spagnolo? La deriva sociale e culturale di cui tanto si parla in Italia, con il fiorire molesto di movimenti di estrema destra e di un pensiero unico e degradante che affolla i social, è un problema anche spagnolo. Però io vivo in Catalogna e mi pare si debba fare un discorso diverso rispetto al resto del paese. Qui c’è una scena musicale molto viva, e non vanno per la maggiore solo i gruppi buoni per un’estate, ma anche molti progetti con un discorso originale e compromesso. Due canzoni da suggerire a chi non ha mai ascoltato il tuo ultimo lavoro. “Diablada”, una canzone in napoletano costruita su una ritmica tipicamente cilena. E “El hombre que quiso ser canción” (L’uomo che volle essere canzone), una specie di ninnananna dedicata a Federico García Lorca. Perché hai scelto l’Italia, Napoli in particolare, per registrare il tuo album? La storia della registrazione di questo album è piuttosto avventurosa e dura almeno tre anni. Di questa personale Odissea, Napoli non è altro che l’ultima spiaggia. Ma il racconto di “Atacama!” è iniziato nel deserto cileno, poi a Santiago del Cile, dove ho inciso con […]

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Cantanti napoletani famosi: dal blues al rap

Cantanti napoletani famosi: tutti i nomi più importanti della scena passata e presente Quando dici Napoli dici musica. La musica napoletana è di fatto parte integrante del patrimonio culturale del nostro Paese oltre ad essere conosciuta in tutto il mondo.  Popolare e spontanea, ha una lunga storia, ben radicata nel territorio. Molti sono gli artisti partenopei che si sono distinti nel panorama musicale italiano, da quelli fedeli alla tradizione classica napoletana a quelli che hanno saputo fare opera di contaminazione, mescolando elementi locali ad elementi della musica americana e non solo, in tutti i generi: dal rock al blues, dal jazz fino al rap. Artisti che hanno fatto della musica soprattutto un mezzo di riscatto sociale, oltre che un mezzo per raccontare spesso realtà difficili. Proponiamo di seguito un elenco dei cantanti napoletani più famosi. Cantanti napoletani famosi: gli artisti che hanno raccontato Napoli Come non aprire questa carrellata partendo dal compianto ed indimenticabile Pino Daniele, l’artista che meglio ha saputo raccontare Napoli e i suoi “mille colori”. Classe 1955, Pino Daniele ha debuttato nel mondo della musica a metà degli anni ’70, suonando inizialmente la chitarra come session man, esperienza che gli permise di farsi notare nella scena locale e soprattutto nell’ambiente discografico; gli valse infatti il primo contratto per un disco da solista. Intitolato “Terra mia”, l’album fu pubblicato nel 1977 e prodotto dalla EMI. Tra tradizione partenopea e blues. quel disco contiene alcuni dei tanti capolavori realizzati dall’artista partenopeo: dalla famosa Napule è, divenuto un brano simbolo del capoluogo campano, al pezzo che dà il titolo al disco, la struggente e malinconica “Terra mia”. La popolarità cresce negli anni ’80 con gli album “Nero a metà” e “Vai mo’”, ma il boom di vendite arriva negli anni ’90, quando Pino Daniele si avvicina maggiormente al pop e inizia a cantare anche in italiano. Gli album “Non calpestare i fiori nel deserto” e “Dimmi cosa succede sulla terra” lo portano in vetta alle classifiche. Un’artista di grande spessore che ha saputo sempre sperimentare e rinnovarsi cercando il confronto anche con cantanti di nuove generazioni, fino alla sua prematura scomparsa – avvenuta nel gennaio 2015 – che ha sconvolto il mondo della musica italiana. Edoardo Bennato        Dal blues al rock con Edoardo Bennato. Nato a Napoli nel 1946, Edoardo Bennato, come Pino Daniele, è tra i cantanti napoletani famosi che hanno saputo meglio attuare quella contaminazione di cui parlavamo ad inizio articolo. L’artista partenopeo ha infatti sempre riversato nei suoi album le sue influenze musicali: dai classici del territorio ad elementi della musica americana. Trasferitosi a Milano a metà degli anni ’60 per studiare architettura, è andato poi alla ricerca di un contratto discografico. Il primo LP arriva nel 1973. Intitolato “Non farti cadere le braccia”, il disco conteneva brani poi divenuti dei classici: “Un giorno credi” e “Campi Flegrei”. Il grande successo arriva sul finire degli anni ’70 con “Burattino senza fili” e “Sono solo canzonette”, quest’ultimo pubblicato a soli quindici giorni di distanza da “Uffà”Uffà!”, nel marzo […]

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The Musical Building: il rock strumentale di Davide Mauro

The Musical Building è l’opera prima di Davide Mauro, chitarrista napoletano, classe 1996, che in 5 giorni ha deciso di dar vita ad un progetto rock strumentale, che racconta l’evoluzione musicale che ha vissuto nei suoi numerosi anni di studio e di ascolto. Dal 15 Aprile è disponibile su tutte le piattaforme di distribuzione musicale online, uscito anche in copia fisica e in card, grazie al nuovo supporto Nufaco; The Musical Building è stato registrato alla Snap Music Studio di Napoli, interamente autoprodotto e suonato in trio. L’album è stato concepito da Davide Mauro, che ha arrangiato i 6 brani che compongono il suo primo lavoro, suonato chitarra elettrica e classica, sia per la sezione ritmica che per quella armonica. L’incontro con gli altri due musicisti che hanno preso parte al progetto è avvenuto in precedenza, il neo maggiorenne Francesco Giuseppe Panarella ha  infatti registrato la batteria, mentre Luca Visingardi le sezioni di basso. Di Visingardi è anche la classica grafica di copertina del disco. La vera domanda ed anche la vera sfida consiste nel chiedersi se possa ancora funzionare un disco strumentale, per di più rock: sicuramente la difficoltà è riuscire ad accaparrarsi il placet di un pubblico di maggioranza, ma nel momento in cui il suono possiede qualità ed ambizioni, allora sicuramente si può puntare a delle orecchie attente ed allenate al genere. Abbiamo intervistato Davide Mauro, autore di The Musical Building The Musical Building: come è nato il titolo di questo progetto? Il titolo dell’album è The Musical Building; l’ho scelto alla fine delle registrazioni. Guardando il disco con un occhio esterno, mi sono reso conto che ogni traccia esprimeva una cifra della mia sonorità, andava quindi a comporre il mio personale edificio musicale, poiché questo album è proprio la storia della mia evoluzione sonora. Oltre la copia fisica del disco, è possibile acquistare la card Nufaco, una nuova tecnologia per ascoltare musica attraverso il proprio smartphone. Come mai hai scelto di utilizzare Nufaco per promuove e vendere il tuo album? Nufaco è un supporto nato la scorsa estate, che consiste in una card magnetica, che viene letta dallo smartphone grazie alla tecnologia NFC, permettendo così di far ascoltare la musica acquistata. Non c’è necessità scaricare app, la musica la si può ascoltare on line, ma presto sarà possibile selezionare anche l’opzione offline. Ho scelto Nufaco, grazie ad una pubblicità trovata sui social ed anche grazie ad un corso online di Ufficio Stampa a cura di Michele Maraglino. Il mio disco è su tutti gli store online, lo si può ascoltare ovunque, da Deezer a Spotify, però volevo anche un supporto diverso, innovativo, come Nufaco. Questa tecnologia è stata utilizzata anche da The Giornalisti, che hanno scelto, oltre alle solite piattaforme anche Nufaco, inserendo un’esclusiva bonus track solo per chi avesse acquistato la card. Con quale criterio hai composto la playlist? Ho distribuito le tracce in base al loro mood: il primo brano Siderus Magma, anche singolo di lancio, fa comprendere fin da subito che si tratta […]

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Intervista a Gino Giovannelli, pianista e compositore di Overwhelmed

Overwhelmed è il disco d’esordio di Gino Giovannelli, pianista e compositore napoletano, classe 1988, laureatosi presso il Conservatorio San Pietro a Majella e perfezionatosi a New York con artisti del calibro di Phil Markowitz, Kenny Werner, Kevin Hays e AAron Goldberg. Ha inoltre composto le musiche originali del cortometraggio “Feel Like Sharing” di Lorenzo Marinelli, premiato alla Official selection HP Master of Short Film Cannes 2017. 5 domande a Gino Giovannelli, autodidatta “megacurioso” Partiamo dalla domanda più difficile, chi è Gino Giovannelli? Sono un ragazzo di buona famiglia, padre medico, madre casalinga. Non so perché ho cominciato dicendo questa cosa: in qualche misura questo background mi ha penalizzato perché ha accresciuto le aspettative che le persone avevano nei miei confronti. Quasi come reazione all’ambiente sofisticato in cui sono cresciuto, ho cercato stimoli del tutto estranei a quel mondo, frequentando il liceo artistico e dedicandomi alle mie passioni per il disegno, la boxe e Stevie Wonder. La mia prof d’arte mi ha orientato verso la scelta di diventare un musicista: ascoltavamo Petrucciani, Herbie Hancock e i Take 6 durante le ore di lezione. In seguito mi sono imbattuto in Piano Blues, documentario prodotto da Martin Scorsese, con la regia di Clint Eastwood e da lì non ho più abbandonato questa strada. Ho iniziato a suonare il pianoforte da autodidatta a 15 anni, quando i miei mi regalarono una tastiera a Natale. Una sera, dopo il liceo, sentii un live di Frank McComb e, pressato dall’urgenza di cercarmi un impiego, il giorno successivo mi sarei dovuto presentare alla Feltrinelli per un lavoro nel reparto musica. Invece decisi di mettere su un trio. Com’è nata l’ispirazione per Overwhelmed? Prima di partire per New York, nell’inverno del 2014, conobbi una persona con cui ho vissuto una storia travagliata e che è stata determinante per la composizione del pezzo che ha dato il titolo al disco. “Sopraffatto” dagli eventi, dalle circostanze, dalla vita, in una città a 7000 km di distanza, con un visto turistico che mi costringeva a esibirmi nei locali senza poterne fare parola con nessuno, e questo mi trasmetteva un senso di malinconia e solitudine. Questo pezzo racchiude la mia esperienza di quei mesi: una notte mi sedetti alla tastiera e suonai tutta la melodia per intero, dal nulla. Tornato a Napoli, misi insieme un gruppo di musicisti e così è nata la partnership con Luigi di Nunzio (sax), Marcello Giannini (chitarra), Umberto Lepore (contrabbasso) e Salvatore Rainone (batteria). L’ingrediente fondamentale è stata la grande sinergia che ci ha uniti, che ha permesso di dar vita al disco. Quali sono i brani per te più significativi? Lonesome Child, dedicata a mio nipote. Il giorno della sua nascita, tornato a casa dalla clinica, mi misi al pianoforte e suonai l’intro del pezzo, venuta dal nulla, mentre il resto è frutto di una serie di interpolazioni, come quando mi sognai Brad Mehldau che mi suggeriva gli accordi. Like Sunday l’ho scritta un giorno in cui mi sembrava fosse domenica, ma non era domenica, ed […]

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Perla Navarra in Edward mani di forbice

Recensione dello spettacolo Edward mani di Forbice, in scena al Maschio Angioino per la regia di Perla Navarra Una volta, tanti e tanti anni fa, viveva in quel castello un inventore, e tra le tante cose che faceva, si racconta che diede vita ad un uomo. Un uomo con tutti gli organi: un cuore, un cervello, tutto. Beh, quasi tutto. Perché vedi, l’inventore era molto vecchio, e morì prima di finire l’uomo da lui stesso creato. Da allora, l’uomo fu abbandonato, senza un papà, incompleto e tutto solo. Il suo nome era Edward. Un balcone, una nonna e una bambina avida di storie. Inizia così la piece Edward mani di forbice, andata in scena domenica, 14 luglio, nella meravigliosa cornice del Maschio Angioino, per la regia di Perla Navarra. Inizia così una delle favole meglio riuscite del regista americano Tim Burton. Il Maschio Angioino diventa il castello sulle cui scale e nelle cui ombre si nasconde Edward, un triste assemblaggio di parti umane, che si ritrova delle lame al posto delle mani. Vissuto da sempre in solitudine, viene d’improvviso catapultato tra la gente, nel mondo frivolo e conservatore della sua epoca. Edward mani di forbice, una fiaba gotica per la regia di Perla Navarra Una fiabesca, surreale commedia malincolica, fedele alla pellicola, che accende le luci sulla solitudine, sul dolore, sulla tristezza, ma soprattutto sulla bellezza che si cela nel “diverso”. Edward, come uno scrigno, mostra la sua immensa e inspiegabile bellezza solo a chi ne possiede le chiavi, solo a chi è dotato di quella sensibilità che permette di andare oltre la forma. Suscita molta curiosità, dettata dalla sua diversità: sarà prima accolto, fino quasi a diventare un mito, per poi essere ripudiato e ricacciato nel castello. Eppure lui, al quale le forbici, negano persino la possibilità dell’abbraccio, è capace di sentimenti puri, delicati, come l’amore per Kim, figlia della donna che lo ospita fuori dal castello. Estremamente attuale l’affascinante rivisitazione del tema della diversità, figlia della mente geniale di Tim Burton, e ben rappresentata dalla compagnia la Chiave di Artemysia, guidata da Perla Navarra. Estremamente attuale la critica del perbenismo borghese e dello strato superficiale che lo contraddistingue, smascherato dalla presenza di Edward che ne mostra il lato feroce e ipocrita. Estremamente attuale e necessario l’invito all’apertura verso la diversità, in un buio momento storico del nostro paese, che costruisce muri e fomenta odio verso il debole, verso il diverso, verso l’altro.   EDWARD MANI DI FORBICE REGIA Perla Navarra DRAMMATURGIA Livia Bertè IN SCENA Danilo Rovani, Livia Berté, Milena Pugliese, Diletta Acanfora, Flavio D’Alma, Annamaria Prisco, Nicola Caianiello FonteFoto:https://www.facebook.com/lachiavediartemysia/photos/p.695151167572370/695151167572370/?type=1&theater

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Una pura formalità di Annamaria Russo, il dramma dei ricordi

Nella cornice del Real Orto Botanico va in scena, per la rassegna “Brividi d’Estate” organizzata da “Il Pozzo e Il pendolo“, il dramma dei ricordi e delle identità sospese di Una pura formalità (regia di Annamaria Russo). Riadattamento teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore, Una pura formalità è un intenso rompicapo che gioca con il tema del ricordo sovrapponendo identità reali e surreali nella dolorosa ricerca della verità. “Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle! … Ricordare, ricordare è come un po’ morire.” Notte fonda e cupa, il silenzio caricato di tensione dal rombo dei tuoni e dall’impetuoso scroscio di una pioggia torrenziale. La luce si accende su una scena spoglia ed essenziale, una solitaria stazione di polizia di un remoto paesino di campagna, il sordo ticchettio della pioggia che gocciola dal soffitto riecheggia esasperando l’ansia dello spettatore. Sulla scena irrompono due figure, un agente di polizia conduce un uomo infreddolito e fradicio di pioggia. L’uomo è stato fermato in un bosco dove vagava sotto la pioggia incessante, l’uomo non ha documenti e fornisce spiegazioni contraddittorie e confuse del suo stato. Poco lontano, nel medesimo bosco e nella medesima notte viene rinvenuto un cadavere dal volto sfigurato. Si apre così quello che all’apparenza è un mistero di cui tutti, spettatore incluso, sembrano conoscere la soluzione tranne l’accusato. Onoff è uno scrittore di grande fama, ad interrogarlo per una “pura formalità” un commissario che ama e conosce profondamente tutte le sue opere. Nella spasmodica ansia di un convulso interrogatorio i dettagli della faccenda emergono con apparente chiarezza facendo risaltare per stridente contrasto i vuoti di memoria e le contraddizioni di Onoff. Le macchie di sangue sugli indumenti dello scrittore, l’inquietudine che traspare da ogni suo gesto, la reticenza ed imprecisione di tutte le sue risposte, il tentativo di fuga dell’accusato, l’arma del delitto, tutti i tasselli sembrano incastrarsi alla perfezione inchiodando Onoff alle sue responsabilità. Ma nel corso dell’interrogatorio, i dubbi dello spettatore invece di dipanarsi si fanno più densi, le identità e i ruoli si confondono e nulla è più come appariva all’inizio. La vittima sconosciuta assume identità diverse, l’editore, l’agente, la seconda moglie dello scrittore diventano personaggi sovrapponibili, volti sconosciuti immortalati in fotografie che lo scrittore scatta per fissare i ricordi della sua vita. Il ruolo di accusatore ed accusato diventano confusi e l’atteggiamento ambiguo del commissario spinge lo spettatore a mettere in dubbio l’intero impianto accusatorio. La stessa identità dell’accusato è messa in dubbio, la sua biografia, che il commissario conosce nei minimi dettagli, è in realtà frutto di una costruzione fittizia funzionale all’immagine pubblica che lo scrittore è costretto a dare di sé. Il suo stesso nome e la sua opera più famosa si rivelano una finzione. Entrambi rubati ad un barbone che lo scrittore considera suo maestro. Il dramma che attanaglia Onoff e tiene con il fiato sospeso lo spettatore troverà la sua soluzione […]

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”Non domandarmi di me, Marta mia”: l’interiorità di Luigi Pirandello e Marta Abba

In scena l’11 ed il 12 luglio 2019 al Napoli Teatro Festival in Sala Assoli, lo spettacolo ”Non domandarmi di me, Marta mia”: l’intensa rappresentazione del conflitto interiore di una donna, Marta Abba, allieva e musa ispiratrice del celebre scrittore e drammaturgo italiano del Novecento Luigi Pirandello. La prima nazionale al NTF per la regia di Arturo Armone Caruso, testo di Katia Appiso e con una coinvolgente ed appassionata Elena Arvigo nei panni della giovane Marta. L’interiorità della musa ispiratrice senza eguali di Luigi Pirandello Collocato temporalmente nel 10 dicembre 1936, è lo spettacolo ”Non domandarmi di me, Marta mia”, data importante poiché segna quella che è la morte di uno dei più celebri artisti del Novecento italiano: Luigi Pirandello. Geograficamente collocato nella città di New York e più precisamente nella camera della giovane attrice Marta Abba, viene così presentata una delle più intense introspezioni nell’animo di una donna profondamente segnata dall’incontro, dalle esperienze vissute insieme e dalla morte del suo maestro. In una notte di veglia insonne vengono fuori tutti i mostri sotto il letto di Marta immensamente turbata e scossa dalla perdita appena subita. E così ripercorre il suo percorso con il maestro, tra lettere ricevute e pensieri mai detti tra il 1926 ed il 1936. Lettere che la donna legge con un tale trasporto ed una tale malinconia, che solo chi ha davvero amato una persona con sincera devozione riesce a provare. A partire dall’ultima ricevuta, scritta a lei qualche giorno prima di morire, alle prime in cui Pirandello stesso si rivolgeva a lei come musa ispiratrice e le dedicava ogni singola parola con attenzione e senza mai dire nulla di non intensamente pensato e sentito. Piovono poi i numerosi ricordi dei testi scritti appositamente per lei e di tutti i personaggi da lei interpretati che l’hanno fatta diventare un’attrice di fama nazionale e non, conquistando in poco tempo sia la critica, che gli spettatori più accaniti. Tra Marta Abba e Pirandello Un personaggio in continua ricerca quello di Marta Abba, magistralmente interpretata da Elena Arvigo che ha saputo cogliere tutte le sfumature di una personalità così singolare come quella dell’attrice. Una personalità che vuole cercare ed allo stesso tempo trovare ogni minimo frammento di ricordo che possa in qualche modo collegarla alla figura del maestro, alla figura di un qualcuno che ormai non c’è più e che ha lasciato un’inguaribile ferita sulla pelle della giovane. Una ferita che solo il ricordo può lontanamente risanare, ma mai definitivamente. Nell’oscurità della sua camera di New York, tra suoni psichedelici e luci ad intermittenza, si trasforma man mano l’inquietudine di Marta Abba in uno spazio che è un ”caleidoscopico comporsi e scomporsi di inquadrature” che influenzano e trascinano il testo e lo spettacolo in un vortice di emozioni sensoriali, ma soprattutto in un turbine di sentimenti così tanto altalenanti, senza eguali e, allo stesso tempo, intensamente forti. Fonte immagine: https://www.napoliteatrofestival.it/spettacolo/non-domandarmi-di-me-marta-mia/

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”Processo a Fellini”: la rabbia di una donna in scena in Galleria Toledo

In scena l’11 luglio 2019 al Napoli Teatro Festival presso il Teatro Stabile D’Innovazione Galleria Toledo lo spettacolo ”Processo a Fellini”: uno struggente ed intenso progetto teatrale di Mariano Lamberti con testo di Riccardo Pechini, interpretato da Caterina Gramaglia e Giulio Forges Davanzati, che portano sul palco le mille sfumature dei sentimenti di una donna, Giulietta Masina, moglie del noto regista Federico Fellini e tutte le influenze che essere ciò le comportava. Federico Fellini e Giulietta Masina in Processo a Fellini: un amore al di là dei riflettori In tutta la sua più cruda realtà, in tutta la sua più necessaria esigenza di esprimersi, Caterina Gramaglia porta sul palco l’essenza di una donna frustrata e rassegnata a vivere all’ombra di un marito troppo famoso e allo stesso tempo non propriamente rispettoso della moglie che aveva al suo fianco. Processo a Fellini è un percorso di singolare introspezione della donna, ripercorrendo tutte quelle che erano le sue fragilità, il suo abuso di alcol, i suoi tradimenti, ma soprattutto la sua disperazione nel sapere dei continui tradimenti di un marito poco presente fisicamente, ma troppo presente spiritualmente perché l’eco della sua fama arrivasse alle orecchie di tutti e facesse sì che la moglie fosse quasi completamente spogliata di una propria identità e vista solo come ”la moglie di”. Eccellente interpretazione di Giulio Forges Davanzati il quale riesce a cambiare rapidamente personaggio, ma comunque restando costante in un modo di stare sul palco e di trasmettere determinate emozioni, degno di un vero professionista. Nelle vesti di Federico Fellini o in quelle di Marcello Mastroianni, cambiando modalità e passando da un amico che comprende ad un marito che totalmente ignora il malessere di una moglie che andava man mano regredendo e che portava sul viso, sugli occhi, sulla pelle quelli che erano i segni di una relazione marcia, ma solo al di là dei riflettori e, quindi, del mondo intero. Le lacrime di Giulietta Già interprete di uno spettacolo su Giulietta Masina, ”Le lacrime di Giulietta”, l’attrice ormai riveste il ruolo del personaggio in maniera impeccabile, riuscendo a trasmettere tutto il lavoro che esce fuori quasi come un thriller psicologico nei confronti di una Giulietta delusa, amareggiata, ma allo stesso tempo mai stanca di seguire il marito, eterno ed inguaribile traditore, anche in capo al mondo. Un volto nuovo ad una figura di un’attrice eccellente che era l’iniziale musa ispiratrice del regista, che sotto i riflettori dell’epoca appariva come un essere rivestito di purezza infantile, mentre alle spalle vi era celata una donna consapevole, adulta, vendicativa, umiliata, rabbiosa e piena di mostri sotto il letto man mano che il tempo e gli anni passavano. Mariano Lamberti porta così sul palco del Napoli Teatro Festival ”Processo a Fellini”, uno degli spettacoli-rivelazione di questo Festival, un testo crudo, ma allo stesso tempo così forte, diretto e reale. Fonte immagine: https://www.napoliteatrofestival.it/spettacolo/processo-a-fellini/

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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