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Eroica Fenice

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Gran Caffè Romano: un’eccellenza tra grandi lievitati e mixology

Gran Caffè Romano: espressione di Irpinia Tutto il resto d’Italia, da qualche anno sembra aver ri-scoperto l’Irpinia: una terra con una tradizione ricchissima da un punto di vista gastronomico: dalle carni, alle zuppe, ai vini ovviamente che sono in gran ribalta, finendo con i dolci. Una terra che ha moltissimo da offrire in ogni campo e che sta vivendo un momento tutto nuovo, affacciandosi sul mondo. Nella provincia di Avellino, Solofra è crocevia di diverse realtà industriali, e da qualche anno anche di realtà gastronomiche. Tra queste, spicca sicuramente il Gran Caffè Romano, bar-pasticceria che negli ultimi anni fa incetta di premi nazionali e soprattutto porta alcune novità che nel campo della pasticceria finora hanno stentato a trovare una collocazione: l’offerta dei dolci di matrice campana ed italiana è vasta e ben eseguita, oltre a granite e gelati; ma la storia si fa ancora più interessante quando ci dedichiamo ai loro grandi lievitati festivi (colomba e panettone) e soprattutto all’offerta di cockail e liquori da fine pasto offerta dal Gran Caffè Romano, che ben si accompagna all’aperitivo oppure – perché no! – all’offerta di dolci proposta. Il successo di questo binomio tra alcolico e dolci si sta rivelando solido nel tempo: infatti, le proposte dei fratelli Romano viaggiano per il mondo anche attraverso la partecipazione  ad importanti fiere del settore alimentare. Gran Caffè Romano: la passione per i lievitati Il Gran Caffè Romano, guidato dai fratelli Raffaele e Gianfranco Romano, sta vivendo una forte e produttiva crescita soprattutto con i grandi lievitati.I progetti maggiori in questo campo del Gran Caffè Romano sono Pantheon (panettone artigianale) e Venus (colomba), hanno portato ottimi risultati in Irpinia a livello nazionale. Il lato pasticceria è curato da Raffaele. Il panettone Pantheon, nome che riprende lo splendido monumento, ha partecipato e vinto lo Sweety of Milano per il miglior panettone tradizionale nel 2018; successo che si è replicato con Venus, la delicatissima colomba messa a punto dopo molto studio per la Pasqua. La colomba Venus, invece, ha portato in casa irpina poche settimane fa la medaglia di bronzo come miglior colomba nell’ambito della prestigiosa kermesse indetta dalla Federazione Internazionale Pasticceria, Gelateria e Cioccolateria (Fipgc). Gran Caffè Romano: la colomba Venus, l’assaggio In effetti, un premio per la colomba Venus ci sta tutto. Il packaging è lussuoso, nei toni del rosa antico e tonaca di frate, logo impresso sulla scatola e nome della colomba sul fronte, in bei caratteri vintage che rievocano tempi passati. Una volta fatto l’unboxing, la colomba Venus è bellissima a vedersi, elegante e slanciata, giustamente corposa al centro senza eccessi. Una volta tagliata, la pasta del lievitato “fa il filo”, cioè si sfilaccia tra le mani, così come dovrebbe fare un grande lievitato prodotto in maniera corretta. L’odore preminente è quello di burro, con una lieve nota tostata; i canditi sono belli da vedere, caramelle golose fatte di arancia e limoni biologici, una leccornia da gustare quasi da soli. La glassa sopra è bella uniforme, con gli zuccherini decorativi grandi, così come […]

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Recensioni

13 assassine al TRAM: un format da non perdere

“13 assassine”: una storia lunga quanto il mondo | Recensione Cosa hanno in comune 13 donne, di diverse epoche, età, mansioni, fattezze? Semplice, quanto crudo: tutte hanno commesso almeno un omicidio, per i più svariati motivi. È questo il filo conduttore di “13 assassine”, il format messo in scenda dal 2 al 14 aprile al teatro TRAM di Napoli, ideato dal regista Mirko de Martino. L’assassinio è il casus belli della messa in scena ma i motivi sono decisamente più profondi: si cerca di indagare nella fine composizione psicologica delle “assassine”, nel loro passato, sui loro eventuali aguzzini oppure complici. “13 assassine” è un format assolutamente indicato a chi – come chi vi scrive – aspetta il mercoledì per vedere Chi l’ha visto? con Federica Sciarelli oppure si sente un po’ Leosiner, cioè fan accanito di Franca Leosini: l’analisi della cronaca nera va forte in Italia e c’è da dire che la facciamo benissimo. “13 assassine”: l’ultima serata tra gli omicidi della storia recente e passata L’ultima serata del format, il 14 aprile scorso, ha visto in scena le assassine di ieri e di oggi, con omicidi passati alla storia per tantissimi motivi. È anche questo il bello di “13 assassine”: non importa lo status sociale, l’impiego, l’età, le motivazioni. L’assassinio “livella” tutte e mette le protagoniste a nudo, cosicché lo spettatore può – in cuor suo, s’intende – trovare una spiegazione logica ad un comportamento altrimenti illogico. 13 assassine, quindi, spogliate dei condizionamenti dati dai mass media e presentate a noi come donne. Si parte con la storia di Daniela Cecchin, la donna che, vittima di un forte disturbo della personalità, uccide una ex compagna di classe del marito perché “invidiosa della troppa felicità“. E’ giustamente “disturbante” la doppia personalità creata da Daniela: da un lato, ossequiosa e rispettosa dei dettami religiosi; dall’altra, una donna alla ricerca spasmodica della bellezza estetica, così tanto da sottoporsi a svariati interventi. Il secondo spettacolo ha visto in scena una giovanissima attrice, interprete di Erika de Nardo, protagonista del caso che è passato alla storia come il delitto di Erika ed Omar a Novi Ligure: la coppia di fidanzatini allora sedicenni infierì con 57 coltellate sulla madre e sul fratellino di lei. Erika appare sulla scena come una persona oppressa, un’adolescente inquieta ed incompresa da una famiglia tradizionale, che cerca svago e conforto negli eccessi: alcol, droghe, finanche il sesso per lei era uno strumento di liberazione. Una personalità fragile e corrotta ha portato al compimento dei due omicidi: sarebbero stati tre, includendo anche il padre assente in quel momento, se il “vigliacco Omar” non fosse andato via. Si prosegue quindi con un fortissimo momento storico, con una Lucrezia Borgia completamente avvinta dai giochi di potere che si svolgevano con lei ed intorno a lei. Bellissima sulla scena tanto quanto afflitta ed avvinta, dopo che per secoli le si sono attribuiti omicidi e veleni. In realtà, si cela in lei una personalità molto più complessa della semplice assassina per potere: infatti, la giovane […]

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Colomba pasquale: 10 da provare in Campania

Colomba pasquale: diciamoci la verità, è tradizione da pochi decenni. Si è diffusa di più negli ultimi anni. La sorella minore del lievitato che spopola da qualche anno a questa parte – Sua Maestà il Panettone, declinato in Milanese e Campano ormai – la Regina Colomba Pasquale sembra non spiccare mai propriamente il volo della notorietà. Complici sicuri diversi fattori: il tempo abbastanza risicato delle festività pasquali, la diffusione – giusta – dei dolci tipici del periodo ancora molto forte, oppure le uova di cioccolato in ogni foggia, misura e gusto (graditissime dai bambini). Un vero peccato: perché la colomba pasquale (che sia essa classica oppure farcita con creme, o ancora salata!) ottiene delle ottime performance nelle mani di esperti pasticcieri. La colomba pasquale, come simbolo, in realtà affonda le radici nel regno lombardo del VI secolo: il re Alboino conquistò Pavia nel 572 d.C.; i cittadini riuscirono ad ingraziarsi il nuovo sovrano offrendogli pani dolci lievitati a forma di colomba. L’altra leggenda, sempre del VI secolo, riguarda il miracolo di San Colombano: durante la quaresima trasformò la selvaggina in pane dolce e zuccherato, permettendo così ai credenti di cibarsi in quel periodo. La colomba pasquale moderna è frutto di un grande pubblicitario, l’avreste mai detto? Signore e signori, Dino Villani, pubblicitario dell’azienda Motta, oltre a creare il logo, perfezionò un business che era soltanto stagionale: quello dei dolci natalizi. Si riprese così la forma della colomba, la si declinò nel pirottino, il resto è stata storia. Così tanto storia che oggi la colomba si fregia del PAT, Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani. Solitamente, la colomba pasquale differisce dal panettone per l’assenza di uvetta nell’impasto (ma qualcuno l’aggiunge), ed ovviamente per la forma. La forma della colomba può incidere su lievitazione e cottura: infatti, la parte centrale è più gonfia e ben lievitata/cotta, mentre le ali potrebbero avere difetti in questi senso. La nostra Pasqua è iniziata presto: la scorsa settimana abbiamo assaggiato un certo numero di pastiere napoletane; abbiamo chiamato in causa gli stessi pasticcieri campani (più qualche new entry), per vedere come se la cavano con la colomba, dolce “importato”. Questa è la nostra pratica guida con i consigli per gli acquisti per le colombe pasquali in Campania in ordine assolutamente sparso. Non dimenticate di segnalarci le vostre preferite! Pasticceria Pansa, Amalfi Ci troviamo nel tempio del limone, della delizia al limone e di tanti altri buonissimi dolci costieri. Bellissimo l’incarto a mano, classico, della colomba pasquale della Pasticceria Pansa di Amalfi. La carta è quella lussuosa di Amalfi, fatta a mano dai migliori cartai, con il nastrino tipico del “cartoccio di paste” ad avvolgere il nostro lievitato. Meno zuccherini in questo caso, con mandorle grosse e una crosta lievemente più asciutta, che dona consistenza. Tra gli ingredienti spicca il sale artigianale di Trapani e la bacca di vaniglia Bourbon. Al taglio, il lievitato si presenta compatto, facile da tagliare, con pasta setosa. Il sentore di vaniglia e burro è minimo, godibile anche dai palati più raffinati. Un regalo […]

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Di Pizza: il format della pizza fa tappa a Salerno

Di Pizza è il nuovo format di eventi che ha l’obiettivo di far incontrare le pizzerie più rappresentative del territorio con un selezionato pubblico di esperti di settore, giornalisti, blogger e opinion leader del mondo food. Avrà sette appuntamenti che attraverseranno l’Italia. Per ogni città verranno individuate le sette realtà pizzaiole d’eccellenza che saranno protagoniste dell’evento, con performance live e momenti di presentazione della propria attività e confronto con media e appassionati del settore, per raccontarsi e migliorarsi. Dopo la tappa di Milano l’8 novembre 2019 e quella di Salerno (1° aprile 2019), arriverà a maggio a Verona. Di Pizza: come nasce? È un evento a marchio Dissapore (www.dissapore.com) e della neonata realtà Garage Pizza: insieme, questi due modi totalmente innovativi di raccontare il cibo si propongono di indagare nelle eccellenze riconosciute e meno riconosciute di tutta Italia, entrando nelle pizzerie, mostrando un nuovo modo di comunicare il cibo e la persona. Garage Pizza sarà dalla mentalità mobile oriented, senza sacrificare la scrittura, spesso dimenticata. Di Pizza: tappa a Salerno – 1° aprile, I Borboni (Pontecagnano Faiano) La seconda tappa  (la prima in Campania) si è svolta il 1° aprile a Pontecagnano Faiano: ospiti della pizzeria I Borboni, c’è stata l’esibizione dei “Magnifici Sette” e la premiazione dei “Sottosopra”, cioè di altri sette tra i migliori pizzaioli di Salerno e provincia. Presenti anche gli sponsor delle tappe: Molino Denti (con la sua selezione di farine per pizza e panificazione), Birrificio Balabiott (con la sua nuova linea di birre), Salvatore Martusciello Wines (con il suo Gragnano), Solania srl (con la sua selezione di pomodori: San Marzano DOP, pomodoro pelato lungo, pomodoro giallo), Fior d’Agerola (con latticini e formaggi). Buffet dolce offerto dalla Pasticceria Palumbo, di Roccapiemonte, specializzata in creazione farcite al pomodoro, tra le quali la famosa zizzinella: uno scrigno ripieno di ricotta di bufala e con perline di confettura al pomodoro San Marzano. Dopo un abbondante finger food ed un altrettanto abbondante “menu caldo” dedicato a mini arancini in varie declinazioni offerto dai padroni di casa, si è passati rapidamente all’esibizione dei sette pizzaioli chiamati: Madia – con Francesco Miranda: datterino giallo, provola affummicata, pancetta arrotolata di Gioi Cilento, scaglie di cacioricotta di capra, fili rossi di peperoncino In Voga – con Fabio di Giovanni: pizza con crema di zafferano, chips di riso e foglia d’oro edibile; L’oro di Napoli – con Pierino Cardonia: pizza con pomodoro San Marzano DOP, mozzarella di bufala e perline di mozzarella di bufala; La locanda dei feudi  – con Francesco Capece: pizza con pomodoro, sbriciolata di salsiccia pezzente, barilotto di bufala e basilico ‘o sarracin – con Angioletto Tramontano: pizza con base di crema di zucca, salsiccia rossa di Castelpoto, melanzane arrostite, mozzarella misto bufala, rughetta. I Borboni – con Daniele Ferrara e Valerio Iessi: pizza con fondo di pomodoro giallo, all’uscita: stracciata di bufala, maionese di riccio di mare, pesto di menta con noci di Sorrento e zeste di limone. Resilienza – con la crew intera di Gennaro Coppeta: pizza con provola, pesto […]

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Food

Pastiera napoletana: storia e consigli per gli acquisti

Pastiera napoletana: già il nome è godurioso, nulla manca a questo dolce partenopeo ricco di ingredienti e sapore. Tradizionalmente preparato durante la Pasqua (e quindi, in primavera), intorno a questo dolce ruotano leggende, storie e aneddoti. Sovente, la pastiera napoletana originale è preparata in casa da veri team di maestri pasticcieri casalinghi: è una preparazione lunga e laboriosa, dove i differenti ingredienti richiedono attenzione e maestria. C’è chi compra il grano per il ripieno ancora da cuocere, c’è la crema da fare, la sottile pastafrolla, la ricotta da setacciare. Una ritualità che non sembra scomparsa nel tempo, anche a fronte della miriade di dolci pasquali proposta, tra i primi uova di cioccolato e colombe. Pastiera napoletana: miti, leggende e qualche risata Un piatto così abbondante rimanda facilmente ai miti di Cerere, alle funzioni celebrative primaverili di rinascita. Molte le storie, alcune davvero leggendarie, che ruotano intorno alla nascita della pastiera napoletana. La prima fa risalire il nostro dolce addirittura alla sirena Partenope, dandogli così una connotazione pagana: gli abitanti del golfo, per ingraziarsi la sirena che aveva scelto quel luogo dove abitare, le inviarono sette bellissime fanciulle cariche di doni della natura: farina, grano, zucchero, ricotta, acqua di fiori d’arancio, uova, spezie. La sirena mischiò insieme gli ingredienti: da qui nacque la nobilissima pastiera napoletana. Ancora una leggenda lega la pastiera napoletana al mondo dei pescatori: le mogli di questi ultimi, a quanto pare, solevano lasciare doni al mare affinché i loro mariti ritornassero (e a reti piene, s’intende). Cesti ricchi di doni (grano, farina, ricotta, fiori d’arancio, uova) venivano lasciati sulla riva. Un mattino, dopo questo solito rituale, le donne non solo videro i loro mariti tornare, ma il mare aveva mischiato gli ingredienti e dato loro un dolce particolarissimo. Qui è decisamente chiaro il simbolismo degli ingredienti: il grano la fecondità, le uova la vita che nasce, la farina la ricchezza, i fiori d’arancio il profumo della terra, lo zucchero la dolcezza. Altra leggenda, forse più veritiera, attribuisce la creazione della pastiera napoletana alle monache di un indefinito convento a San Gregorio Armeno, nelle viscere di Napoli. Qui le sorelle cercavano un dolce per celebrare la morte e la resurrezione del Cristo: nell’impasto degli ingredienti, ognuno con la propria simbologia, crearono un dolce che affascinò i pellegrini, oltre che riempire le strade del centro storico di un odore inebriante. I patrizi erano ben contenti di ricevere pastiere in dono! Forse, aveva proprio ragione Ferdinando II, rivolgendosi a sua moglie Maria Teresa d’Asburgo-Teschen: “magnatell ‘na risata!“ Infatti, la regina, che non rideva mai, si lasciò scappare un sorriso di compiacimento addentando la pastiera napoletana, della quale il marito era molto ghiotto. Pastiera napoletana: alcune delle migliori interpretazioni dei pasticcieri napoletani e campani – Diteci la vostra pastiera napoletana preferita! Antica pasticceria Giovanni Scaturchio Dire Scaturchio è dire, praticamente, la casa della pastiera napoletana. La Napoli bene da secoli ormai acquista esclusivamente la pastiera di questa Antica Pasticceria che, oltre a produrre un dolce di assoluto garbo e rispetto, ne […]

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Culturalmente

Titti Marrone: intervista alla giornalista raccontatrice

E’ lunga la carriera della napoletana Titti Marrone, difficile da riassumere in una sola intervista. Ce ne vorrebbero un paio soltanto per raccontare la sua lunga carriera ne “Il Mattino”, dal 1980 al 2013, con collaborazione attuale. Dal 1996 insegna all’università storie e tecniche del giornalismo. Come narratrice e saggista, è altrettanto prolifica: dai libri sulla questione Sud (Riforma agraria e questione meridionale, ed. De Donato), oppure sulla Shoah (Meglio Non sapere, ed. Laterza). Per la libreria “Iocisto“, la libreria di tutti, ha curato l’antologia di autori vari “Ho sete ancora”. Abbiamo avuto occasione di intervistare Titti Marrone prima della sua partecipazione alla giornata di festa per la riapertura della libreria iocisto, prevista per sabato 30 marzo, dei quali siamo media partner. In questa occasione, sarà presentato il suo ultimo lavoro “La donna capovolta” (Iacobelli editore, 16,00 euro), e selezionato tra i 52 romanzi da proporre per il prossimo Premio Strega dal gruppo Gli amici della domenica. Due righe per descrivere Titti Marrone: dall’inizio fino ad ora. Una giornalista raccontatrice. Una che ama pazzamente il suo mestiere, che lo ha cominciato a fare più di trent’anni fa interrompendo un percorso di lavoro universitario sulla storia contemporanea per poi accorgersi che in effetti le due cose non erano affatto diverse. Una che dalla passione per la storia ha mutuato, anche quando scrive romanzi, il bisogno di ispirarsi guardando in faccia la realtà. In cosa è cambiato il ruolo del giornalismo in questi anni? Nel fatto di essere ancora più importante di prima per capire chi siamo. Con lo sviluppo della rete, tutti postano contenuti  di ogni tipo online, e questo può creare l’illusione del “siamo tutti giornalisti”. Invece il dilagare stesso delle fake news sta a dirci quanto necessario sia il filtro professionale del giornalista. Di conseguenza… com’è cambiato il giornalismo in questi anni? La carta stampata è stata detronizzata e si direbbe sul viale del tramonto. Il giornalismo online è quello del futuro ma per ogni tipo di giornalista aumentano la responsabilità nel dare notizie e la necessità di essere attrezzati con tutti i possibili strumenti. Come si approda dal giornalismo alla narrativa? Nel mio caso ha coinciso con la voglia di raccontare storie sempre attinte o suggerite dalla realtà, ma con un linguaggio dal respiro più ampio che allo stesso tempo riflettesse anche la mia voglia di guardarmi dentro. Parliamo un po’ del suo ultimo romanzo “La donna capovolta”: è stato indicato tra le selezioni per il Premio Strega. Il Venerdì di Repubblica lo ha definito: “Un romanzo che capovolgerà diverse certezze”. Da dove nasce? Cosa ha sentito la necessità di raccontare? Nasce dall’osservazione della realtà, poi del tutto trasfigurata in una narrazione di fantasia.  I temi sono molti e li affronto in modo ironico, a volte comico: la paura di invecchiare; la difficile integrazione di un tipo particolare di migranti che crediamo molto inserite nelle nostre famiglie e invece sono dolorosamente sradicate dalle loro; la complessità del rapporto tra donne, spesso incapaci di comunicare realmente; il perdurare dei […]

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Napol e Dintorni

Circumvesuviana: istruzioni per l’uso

Circumvesuviana: croce e delizia dei trasporti locali, quante vite sarebbero state diverse senza di essa? Decine di migliaia di studenti, innanzitutto, ogni mattina prendono il treno per almeno una o due fermate (ma anche una decina), per raggiungere gli istituti scolastici della propria provincia o di quelle limitrofe; quanti amori nati in Circumvesuviana; quante pagine Facebook nate in maniera autonoma per aiutare i viaggiatori a segnalare disservizi oppure cercare il colpo di fulmine avvenuto tra le fermate di Flocco e Sant’Anastasia; oppure, c’è chi ha creato delle piccole perle di poesia osservando ciò che accadeva intorno. Ma la Circumvesuviana per molti di noi è anche: The train to Sorrento is arriving on the track two! Il senso di comunità, nel bene e nel male, creatosi intorno alla Circumvesuviana ha radici molto profonde: recenti eventi che ne hanno portato il nome alla ribalta (purtroppo in negativo), non fanno altro, in realtà, che portare alla luce un problema che in realtà è diffuso in tutta Italia, cioè la messa in sicurezza delle tratte frequentemente utilizzate dai pendolari. Circumvesuviana: un po’ di storia La Circumvesuviana serve la zona orientale e meridionale della regione Campania, raggiungendo ben 3 province: la provincia di Napoli (coperta dal servizio nella parte Est e Sud), la provincia di Avellino e quella di Salerno. Un embrione di Circumvesuviana ci fu già nel 1884, cioè appena qualche decennio dopo l’istituzione della prima vera linea ferrata in Italia: infatti in questa data fu inaugurata una linea che da Napoli portava a Baiano (Avellino), tutt’oggi ricalcata dalla moderna linea (molti tratti in sopraelevata). Nel 1890, la Società Anonima Ferrovia fra Napoli ed Ottaviano inaugurò il tratto che collegava le menzionate città; successivamente, questa linea fu estesa fino a San Giuseppe Vesuviano; nel 1901, iniziò a crearsi l’anello immaginario intorno al Vesuvio, che collegava i comuni di Portici, Ercolano, Torre del Greco e Pompei, per poi innestarsi sul ramo principale di Napoli-Ottaviano; nel 1904, la linea si estese fino a Sarno (Salerno), in virtù dell’intenso collegamento industriale di questa città, che veniva chiamata la Manchester del Sud viste le floride imprese tessili (e successivamente conserviere). La Napoli-Sarno, possiamo dire, fu la prima vera di linea di Circumvesuviana completa. Negli anni 30 del Novecento, furono implementati i lavori sulla Costiera Sorrentina, in virtù di (almeno) due grandi centri turistici e bacini demografici: la città di Pompei (sede degli importanti scavi archeologici, nonché del Santuario Mariano più famoso del Sud Italia). Nella seconda metà del Novecento, ci furono altri lavori: la costruzione della Circumvesuviana a Pomigliano d’Arco ed Alfa Lancia ad Acerra. Insomma: la Circumvesuviana arriva dove c’è bisogno di trasportare lavoratori, studenti, professionisti. Una linea dal grande valore, che sicuramente ha subito delle tribolazioni finanziarie. Dal 2012, la società è stata incorporata all’Ente Autonomo Volturno, che ne gestisce tutte le attività. I numeri della Circumvesuviana sono decisamente consistenti: nel 2013, i dati riportano che su tutte le linee hanno transitato circa 25 milioni e mezzo di passeggeri! Circumvesuviana: linee ed indicazioni utili Le linee […]

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Comunicati stampa

Benvenuti al sud: incontri di pizza a Villa Giovanna

Benvenuti al Sud: la pizza intesa come pluralità Di sicuro, esiste la pizza come concetto: ma nella prassi, esistono le pizze. Il nostro disco di pasta farcito con ingredienti più o meno importante è bello anche perché dà la dimensione della pluralità, della coralità di un territorio. Benvenuti al Sud è un ciclo di eventi che parte stasera, 19 marzo 2019, che ha come obiettivo diffondere la cultura e la conoscenza delle pizze, oltre a creare un affresco quanto più possibile completo per chi è “novizio” dell’ambiente. Il secondo appuntamento sarà presso la Pizzeria Acunzo 1964, con il patron pizzaiolo Gabriele Sorice; mentre il terzo appuntamento sarà alla Pietra Azzurra, a Caselle in Pittari (Salerno). Benvenuti al Sud: i protagonisti della prima serata Ricalcando il titolo di un famoso film di qualche anno fa, Benvenuti al Sud avrà diverse location e protagonisti durante le serate. La prima serata, come accennato prima, si terrà nella pizzeria di Villa Giovanna, nel pieno del Parco Nazionale del Vesuvio, ad Ottaviano (Napoli). Qui, la pizzaiola resident Renata Sitko ospiterà il pizzaiolo contadino Michele Croccia. Renata Sitko è sicuramente un personaggio singolare nel panorama della pizza non soltanto campano, ma anche nazionale: va a nutrire una piccola ma testarda schiera di pizzaiole, ognuna con una propria personalità. La particolarit delle pizze di Renata Sitko è sicuramente quella di utilizzare prodotti provenienti tutti – o quasi – dal Parco Nazionale del Vesuvio: via libera quindi a friarielli, torzelle (un tipo molto particolare di cavolo), e tanto altro ancora. Inoltre, utilizza per i suoi impasti farine macinate a pietra. Michele Croccia è il patron pizzaiolo de La Pietra Azzurra, ristorante/pizzeria di Caselle in Pittari (Salerno), paese famoso per gli scavi archeologici. Croccia è uno di quelli a cui non piace essere un “pizzaiolo fotocopia”, cerca la diversità e di sicuro l’ha trovata portando avanti le sue radici: infatti, porta avanti la tradizione della pizza nel ruoto cilentana (una pizza cotta in un tegame di rame), oltre a dedicarsi alla ricerca, allo studio e all’utilizzo dei cosiddetti “grani antichi” cilentani. Menu della prima serata Benvenuti al sud del 19 marzo 2019 Ouverture: pizza al ruoto cilentana di Michele Croccia: sugo di pomodoro, cacioricotta di capra cilentana, salame tipico locale; Pizze della prima serata Benvenuti al sud Pizza Torzella di Renata Sitko: torzella (verdura tipica dell’area vesuviana), pomodoro San Marzano, provola e provolone del Monaco; Pizza Villa Giovanna di Renata Sitko: baccalà, fiordilatte, pesto di basilico, pomodori del piennolo del Vesuvio misti rossi e gialli; Pizza Tonno e scarola di Michele Croccia: tonno del golfo di Policastro, burrata di bufala, olive taggiasche e scarola riccia fresca; Pizza grigliata di Michele Croccia: Mozzarella di bufala, caciocavallo, salsiccia e pistacchio di Bronte. Dolce: zeppola di San Giuseppe di Renata Sitko. Benvenuti al Sud: indirizzo e contatti di Villa Giovanna, location della prima serata: Via Valle delle Delizie (km: 25,40) Ottaviano – Napoli. Telefono: 081 827 9014. Inizio ore 20.00   Crediti | Immagine in evidenza: Pagina Facebook Pizzeria Villa Giovanna

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Recensioni

Non solo Medea: ovazione al Teatro Mercadante

Non solo Medea: l’immortalità della tragedia. È senza tempo la tragedia greca: nelle vicende di ieri, sembra sentire la eco delle tragedie di oggi, senza confini nè barriere. È su questo filo del “senza tempo” che si muove Non solo Medea, ideato dai coreografi Emio Greco e Pieter C. Scholten, con produzione del Teatro Stabile in collaborazione con Le Ballet National di Marsiglia, per il secondo anno consecutivo a Napoli. Lo scorso anno, ha avuto anche l’importante cornice del Pompeii Theatrum Mundi, cioè all’interno degli scavi pompeiani; un palcoscenico atto a sottolineare la fragilità quasi della nostra contemporaneità. Quest’anno Non solo Medea va in scena dal 15 marzo al 17 marzo compreso al Teatro Mercadante di Napoli. Un pubblico variegato ed entusiasta ha accolto la prima dello spettacolo lo scorso venerdì 15. Non solo Medea: la precarietà dell’uomo moderno In Non solo Medea, è Manuela Mandracchia l’attrice a cui è stato affidato il compito di interpretare di volta in volta i personaggi della tragedia greca. La Mandracchia, vestita di rosso e con i capelli riccioluti lasciati liberi dalle costrizioni, incarna perfettamente ognuna delle sette parti delle quali è composta l’opera: Rimpiangere, Domare, Accettare, Ribellarsi, Negare, Realizzare, Esodo. In ognuno di queste sette episodi – liberamente collocabili in uno spazio-tempo preferito – l’attrice cambia identità di volta in volta. Ora è Medea (che perde tutto per seguire il suo sposo), poi Edipo (dilaniato dagli episodi e dalle colpe), poi ancora Medea, la dimenticata Antigone (la compianta Ifigenia. Personaggi che, di episodio in episodio, quasi perdono la loro vera identità per diventare simbolo di un dramma comune e comunitario.  Insomma: Medea come simbolo di incomprensione, cambiamento, lotta. Il corpo di ballo, composto dai professionisti del Ballet National di Marsiglia, ha accompagnato in maniera del tutto indipendente i monologhi dell’attrice/aedo, solitaria come una Cassandra. Le musiche, selezionate accuratamente, rispecchiano in pieno la dimensione atemporale dell’opera: si spazia dai Pink Floyd a Beethoven, senza che questo crei confusione o imbarazzo. In un crescendo esplosivo, la parte coreografica ha dialogato e talvolta si è scontrata con la parte dialogata, avviluppando completamente lo spettatore nella sua dimensione (ancora: senza spazio, senza tempo). Le percussioni, magistralmente, hanno scandito i ritmi: non è un caso che siano stati tamburi e xilofoni ad accompagnarci in Non solo Medea; quando gli ominidi iniziarono ad interessarsi dei suoni intorno a loro, con tutta probabilità provano a riprodurre il battito del cuore e i passi, quindi percussioni. Altro suono che ci ha accompagnato spesso durante la rappresentazione, è il fluire dell’acqua: acqua purificatrice, ma anche dannata causa di dolori. Panta rei, anche per Medea, anzi: non solo per Medea. Non solo Medea: la fondazione dell’episodio zero e la rinascita dell’uomo. Continui i richiami, durante l’opera, alle vicende che sono intorno, molto additate nell’opera come una delle cause della distruzione dell’Europa. Durante il prologo ed anche in seguito la scarna scenografia manda però in onda su telo immagini di guerre, soprusi, distruzioni e le nuove, nuovissime tragedie fatte di sbarchi. Tanto che Medea […]

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Food

A cena con gli chef da Alfonso Pepe

Sant’Egidio del Monte Albino è un paese della provincia di Salerno famoso per un paio di cose, entrambe molto importanti: la prima, fa parte dell’area dove si può coltivare il famoso pomodoro San Marzano DOP; la seconda, è la patria di uno dei più grandi Maestri Pasticcieri italiani, Alfonso Pepe. Sempre ai vertici per quanto riguarda le classifiche sui panettoni artigianali, in prima linea quando si tratta di viaggiare, creare ed accogliere. Appunto l’accoglienza sembra essere il leitmotif della sua nuova sede, inaugurata più di un anno fa, rinnovando gli storici locali. Alfonso Pepe si sta proprio divertendo in questa sede con un’offerta ancora più ricca fatta non solo di dolci ma anche di finger food e drink, oltre che di ospiti ed eventi. A cena con gli chef è il format creato da Alfonso e il suo team: a scadenza periodica, ospita due o tre Maestri della cucina, per dar vita a gustose cene ad otto mani. Un ottimo modo, per gli avventori della pasticceria, di vivere un momento diverso della struttura; altri motivi ottimi per eventi del genere sono sicuramente la curiosità che si suscita nell’avventore, magari invogliandolo a visitare lo chef nella sua residenza principale; ultimo, ma non in ordine di importanza, è il generoso networking che si fa sempre in cene del genere. Lunedì 18 febbraio abbiamo avuto l’opportunità di partecipare ad una tappa di A cena con gli chef, che ha visto come protagonisti: il pizzaiolo Antonio Fusco, lo chef Alfonso Caputo, lo chef Christoph Bob… ed ovviamente la famiglia Pepe al completo A cena con gli chef: Antonio Fusco – pizzaiolo Ristorante Il Pino, Cercola Antonio Fusco fa parte di quelle certezze granitiche per quanto riguarda la pizza napoletana: lontanissimo dai riflettori, seppur giovane, ha una mentalità da vecchia guardia. Durante la serata degustazione, abbiamo avuto l’opportunità di provare due versioni della sua celeberrima pizza fritta: mezzo “piscetiello” (così si chiama in napoletano la pizza fritta di piccole dimensione) con ripieno di ricotta romana, pepe e ciccioli di maiale; l’altra metà ripiena di pomodorino giallo varietà pizzutello vesuviano, fiordilatte d’Agerola, zeste di limone e pecorino romano. Il fritto è dorato, uniforme, dalla consistenza sfogliata anche dopo uno o due minuti di relax tecnico nel piatto causa bollori eccessivi. Intermezzo: Cheese bar a cura di Carmasciando. In abbinamento: DUBL, spumante metodo classico di Feudi di San Gregorio. A cena con gli chef: Alfonso Caputo – Taverna del Capitano, Nerano * Solida, comoda e fresca la cucina di Alfonso Caputo, patron de La Taverna del Capitano a Nerano: già dal nome suona come un approdo sicuro. Il crunch: tappo di sfogliatella riccia, opera del Maestro Alfonso Pepe, con topping di crema di palamita, olive, capperi, aglio e peperone crusco. Se prima abbiamo definito questa cucina “comoda”, il motivo c’è: anche in trasferta non perde la sua essenza e, anzi, la declina secondo le formalità della casa dell’ospite. Una entrèe di tutto gusto: tartine e patè varie, scansatevi. O almeno, adeguatevi e dateci il nostro crunch quotidiano. […]

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Food

Creme alla nocciola: oggi è il Nutella Day

Creme alla nocciola: zuccherose, amare, in barattolo di vetro oppure di plastica, profumate alla vaniglia oppure con un bouquet di profumi più legnoso e di “bosco”: le varianti sono pressocché infinite. Ma oggi, 5 febbraio, è il giorno dedicato alla più famosa: ricorre infatti il Nutella Day, il giorno dedicato alla crema alla nocciola più famosa del mondo, nonché simbolo del made in Italy da più di 50 anni. Nutella Day: il giorno delle creme alla nocciola. Nascita della ricorrenza È un fatto serio, questa ricorrenza della Queen delle creme alla nocciola: la pagina Facebook, ad oggi, conta più di 55mila fan, e migliaia di eventi dedicati nella sola giornata del 5 febbraio, sparsi in giro per il mondo. In realtà, l’idea di celebrare le creme alla nocciola non fu dell’azienda Ferrero, bensì di una blogger americana che risponde al nome di Sara Rosso. Undici anni fa, Sara ebbe l’idea di festeggiare quello che nel giro di mezzo secolo è diventato un simbolo di golosità. Ferrero, azienda produttrice della Nutella, continuando nel solco del successo ha più volte incentivato i fan a “proseguire questa tradizione”, moltiplicando le pubblicità e le iniziative a favore. Ad esempio, sul sito ufficiale del #WorldNutellaDay (hashtag ai primissimi posti di Instagram in questo momento, con 38mila utilizzi), c’è un vero e proprio decalogo per “celebrare” la ricorrenza: 1. Inventare una nuova ricetta. 2. Dedicarle una canzone o una poesia. 3. Mangiarla in un posto “interessante” o inusuale. 4. Creare una piccola opera d’arte ispirata alla Nutella 5. Scattare un selfie 6. Provare nuovi abbinamenti – anche azzardati 7. Raccontare a qualcuno il primo assaggio della nostra vita 8. Regalare un barattolo a qualcuno che amiamo 9. Farla assaggiare a qualcuno per la prima volta 10. Organizzare una vera e propria festa di compleanno Nutella Day: nascita e diffusione della più famosa crema alle nocciole al mondo. La più amata delle creme alla nocciola, inventata da Pietro Ferrero nel 1964, capitò quasi “per caso”, come tutte le invenzioni geniali. Infatti, il pasticciere di Alba (Cuneo); cercava un modo per rendere spalmabile su fette di pane sottile il blocco di “Giandujot”, cioè il blocco di gianduiotto piemontese. Già nel nome, la più famosa crema alle nocciole sbandierava la sua voglia di arrivare nel mondo: la radice “Nut” è, appunto, “nocciola” in lingua inglese; “ella”, un suffisso molto orecchiabile in lingua italiana e facile da pronunciare all’estero. Spesso sotto inchiesta a causa del suo profilo nutrizionale (molti zuccheri, molti oli vegetali, poche nocciole), la Nutella continua a restare la più famosa crema alle nocciole. In realtà, la sua fama si slega anche da questo concetto gastronomico, per diventare un fatto di costume molto più consistente: è simbolo della globalizzazione, anche in senso positivo. Le pubblicità più famosa in tal senso, creata dal gruppo Ferrero, riguarda proprio 12 bambini che, in diverse parti del mondo, dicono nelle rispettive lingue “Nutella è buona”: infatti, al di là di “qualche” vincolo alimentare dato da religioni oppure necessità mediche, la Nutella è […]

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Food

Degustì: la quarta tappa da Sciuè il panino vesuviano

Sciuè, il panino vesuviano e Degustì: così si promuove “pane e territorio” Si è già parlato su queste pagine del revanscismo del panino, della rivincita del pane con il companatico. Tra i protagonisti che ormai fanno trend, ritroviamo sicuramente Sciuè, il panino vesuviano. La creatura dei fratelli De Luca a Pomigliano d’Arco, ad un tiro di schioppo da Napoli, fa incetta di premi e riconoscimenti: infatti, gli interni del locale sono stati premiati da diverse riviste di architettura come uno dei lavori più belli del 2018, mentre la sempre nutrita fila fuori la porta (anche di mercoledì, giorno in cui siamo andati), dimostra che è ben più di una questione di “pane e companatico”. Il panino si è evoluto nella sua tradizionalità: al pane è dedicata attenzione maniacale, così come anche alle farciture. Carni accuratamente selezionate, ricette e contorni “della tradizione” ripresi, un po’ reinventati e con nuova vita e tante storie da raccontare. Insomma: in Campania, il panino tanto quanto la pizza sono quei cibi che uniscono le famiglie. I genitori hanno la certezza che i bambini mangino patatine fritte e carni di qualità, mentre loro possono coccolarsi agevolmente con verdure, polpette e quant’altro. Anche il ruolo del distributore è cambiato in questi anni: ormai, non ci si limita più a fornire il prodotto, ma al suo fianco c’è tutta un’attività proficua di consulenza, suggerimenti, lezioni tematiche che spaziano dal pomodoro ai latticini, passando per le birre ed il vino. Luigi Castaldi Group, che opera l’attività di distribuzione in diverse parti della Campania, ha ideato un format nuovissimo che si chiama Degustì. Grazie a Degustì, sia Luigi Castaldi Group che le attività commerciali sono coinvolti in vere e proprie serate di “sponsorizzazione” del mangiare bene e di qualità. Di volta in volta, le serate a tema Degustì prevedono il pairing di pietanze create ad hoc dagli chef e vino oppure birra. Un grande momento di incontro e di confronto: il gruppo del distributore ha così la possibilità di verificare sul terreno quali sono i punti di forza dei locali in cui opera la sua attività; per il ristoratore, è un momento di incontro e formazione anche attraverso le opinioni dei clienti. Sciuè, il panino vesuviano e Degustì: cosa si è mangiato ed appreso durante la quarta tappa La quarta tappa del tour Degustì si è svolta appunto da Sciuè, mercoledì 23 gennaio, a partire dalle ore 19.30. La serata è stata guidata, con pochi tratti essenziali, dall’energico Renato Rocco (giornalista e direttore de “La buona tavola“), che ha presentato i collaboratori del Luigi Castaldi Group, tra i quali un beer specialist che ci ha guidati nel focus di questa quarta serata di Degustì: l’abbinamento tra le birre del Birrificio Antoniano e le pietanze proposte dal team di Sciuè. Menu della serata: crocchetta di baccalà impanata alla farina di riso: buona la panatura della crocchetta di baccalà, fatta con leggerissima farina di riso che dava l’effetto “nuvola” tanto caro alla cucina orientale. Baccalà non invadente, cucinato alla perfezione. In abbinamento, […]

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Culturalmente

Poesie romantiche: 5 da conoscere con analisi

Poesie romantiche: perché conoscere la poesia d’amore? Chi è senza peccato, scagli la prima… poesia: almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo avuto l’esigenza di dedicare qualche verso, una poesia, o raccolte di poesie, a qualcuno. Sono moltissime, sterminate potremmo dire, le collezioni di poesie romantiche che durante il corso dei secoli, sin da quando l’uomo ha capito di avere la capacità di “fare poesia”, si sono “accumulate” per la nostra gioia e il nostro piacere. Conoscere le poesie, tra queste le poesie romantiche, fa bene al nostro animo ed anche al nostro cervello: nel 2013 l’Università di Exeter ha condotto diversi studi sulla poesia, ricavandone che il nostro cervello la percepisce in maniera molto simile alla musica, quindi la processa come musica. Allena il ritmo emozionale, favorisce l’empatia, l’introspezione e la riflessione, oltre che la logica, grazie alla metrica. Poesie romantiche: 5 da conoscere assolutamente Catullo – Carme numero 5 Sia per chi ha compiuto studi classici, che per i semplici appassionati di versi, il Carme numero 5 di Catullo rappresenta una sorta di canone imprescindibile quando si parla di poesie romantiche. È inoltre tra i carmi più conosciuti di Catullo; si pensi al suo verso iniziale “Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci…” Il componimento si snoda lungo tre temi principali: la giovinezza (vista come tempo dove si può godere della vita), la luce (intesa come vita, che un giorno terminerà), e la ciclicità del tempo. Tutto quello che muove questo Carme è l’amore, nella sua forma più compiuta: il poeta fa un appello alla sua amata Lesbia affinché insieme possano vivere un amore libero da ogni costrizione e pettegolezzo, perché la vita non è altro che una “breve luce” al termine della quale dormiranno “un’unica notte eterna”. Dopodiché invita ancora l’amata a dargli mille baci, e ancora cento, e ancora altri mille, in un vero e proprio loop letterario che ha attraversato secoli e secoli di dediche e poesie romantiche. Negli ultimi versi, Catullo rimarca il potere taumaturgico di questi baci, perché porteranno i pettegoli a confondersi, difendendoli. “Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci, e le dicerie dei vecchi severi consideriamole tutte di valore pari a un soldo. I soli possono tramontare e risorgere; noi, quando una buona volta finirà questa breve luce, dobbiamo dormire un’unica notte eterna. Dammi mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento, poi senza smettere altri mille, poi cento; poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia, li confonderemo anzi no, per non sapere (il loro numero) e perché nessun malvagio ci possa guardare male, sapendo che ci siamo dati tanti baci.” Dante Alighieri – Canto V dell’Inferno, incontro con Paolo e Francesca Dante Alighieri, poeta italiano per eccellenza, cantava moltissimo l’amore. Sebbene egli utilizzasse l’amore per Beatrice come allegoria per il suo amore verso il Divino, non mancano poesie romantiche, come ad esempio nella sua Vita Nova, o ancora molti punti della sua Commedia. In particolare, nell’Inferno, ricorderemo sicuramente il suo incontro con Paolo e Francesca, sorpresi dalla passione, ad essa […]

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Food

Franco Pepe: chi c’è dietro la pizzeria migliore del mondo

A Franco Pepe, gli appassionati di pizza associano automaticamente la sua pizzeria: Pepe in Grani. L’esperienza da Pepe in Grani – per gli addetti ai lavori e gli appassionati – è una “missione” da compiere, prima o poi, per trarne un proprio giudizio; un po’ come quei libri da leggere prima o poi nella vita. Di seguito, anche grazie al tempo dedicato da Franco Pepe durante una cena, si cercherà di mettere in fila una pizzeria che è un mondo, fatta da un uomo che rivendica per sé un ruolo preciso nella società: quello di artigiano. Franco Pepe: i luoghi, i produttori, la persona La geometria è quella scienza primitiva che nasce dall’esigenza di rappresentare, di misurare il mondo che ci circonda. A Franco Pepe va il merito di aver codificato una geometria della pizza, sfrondando questo ambiente da molti pelucchi. Caiazzo dista da Napoli 50km; per chi conosce la geografia campana, è facile intuire che 50km di distanza sono sufficienti per generare flora e fauna completamente differenti da un luogo ad un altro. Poco più di cinquemila anime, dove il capoluogo più vicino (Caserta) dista ancora 17 km di vallate e montagne. Facile giungere alla conclusione che qui lo spopolamento, la migrazione, sono voci da mettere nel libro mastro giorno dopo giorno. Ci vuole amore per far sì che Caiazzo diventi meta e non punto di partenza per non tornare mai più; c’è una certa assonanza tra quello che predica Franco Arminio, il paesologo, e quello che fa Franco Pepe: c’è bisogno di tornare nei paesi, per capire dove stiamo andando. La panificazione è nel sangue di Franco Pepe: il nonno Ciccio, di ritorno dalla guerra in Libia, apre un forno dove vende pane ed altri generi di prima necessità; suo padre Stefano funge anch’egli da modello. Dai gesti ripetuti mille e mille volte nasce appunto l’idea di una pizza diversa, che sa di antico. Fondamentale in questo passaggio è il rapporto che il pizzaiolo ha con Caiazzo, i suoi abitanti, e i produttori degli ingredienti che utilizza per le sue pizze. Fondamentali i due rapporti che tesse con Il Casolare, caseificio, e La Sbecciatrice, azienda agricola. E ancora una miriade di collaborazioni fruttuose con i piccoli produttori ed artigiani dei presidi Slow Food. Tutto è senza soluzione di continuità, come un nastro di Mobius. Una scelta che appare evidente sin dalla struttura, al centro di Caiazzo, e che prosegue nella scelta e formazione del personale di sala, nonché dei prodotti utilizzate per le pizze, e ancora nella selezione di birre artigianali e vini. Da non dimenticare il respiro trans-campano ed internazionale: sue le pizze ed il comparto esperienzale ad esso dedicato de L’Albereta in Franciacorta, così come la collaborazione con il gruppo Kytaly, che vede due “filiali” ad Hong Kong e a Ginevra. Franco Pepe: e la pizza? Soltanto da un rapporto così stretto e diretto con i produttori ed il luogo in cui si cresce può nascere una grande pizza. L’impasto è lavorato esclusivamente a mano, in […]

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Food

Food trend: 10 ossessioni in Campania nel 2018

Paese che vai, food trend che trovi: ad esempio, se fate una ricerca su Google digitando “avocado bar”, (per chi l’ha dimenticato, l’avocado fu il cosiddetto superfood del 2017)  vi renderete conto che questa tipologia di format ha praticamente cloni su cloni in città come Amsterdam, Berlino, Milano. A Napoli, non c’è nemmeno un locale segnalato così (ehi, tu proprietario dell’unico bar a Napoli che propone avocado: segnalacelo!). Questo non vuol dire mica che siamo fuori dal mondo, anzi: significa che Napoli vive di food trend propri e li esporta anche altrove. Basti pensare alla pizza. Oppure alle salse, come il ragù o alla genovese. La cucina partenopea, con le mille contaminazioni di altre culture, è barocca, chiassosa, colorata, dannatamente buona da dettare legge e fare tendenza ovunque. All’interno della Campania stessa, possiamo osservare una miriade di food trend che si susseguono mese dopo mese. Alcuni, ci appaiono come dei food trend formato meteora, destinati purtroppo a sparire; altri, c’è da dirlo, rappresentano delle rinascite di cibi tradizionali che altrimenti sarebbero finiti nel dimenticatoio. Per queste rinascite, dobbiamo comunque dire grazie alle nutrite cricche di gastronomi, appassionati, giornalisti, che durante i loro lavori e i loro viaggi hanno indotto curiosità in molti palati. Senza dimenticarci del tam tam fatto da Facebook ed Instagram: i ristoratori sono diventati, praticamente, delle figure che fanno parte della nostra quotidiana vita social, favorendo la creazione dei food trend. Di seguito, in ordine assolutamente sparso, abbiamo raccolto 10 food trend che hanno accompagnato il nostro 2018 in Campania. Favorite! I panini Il revanscismo del panino, per circa trent’anni (dall’arrivo delle catene di fast food americane) relegato al ruolo di fast food, domina già da qualche anno. Possiamo affermare con una certa sicurezza che il 2018 è stato l’anno della consacrazione a food trend. Questo non può che farci piacere: la qualità delle materie prime si è alzata notevolmente, a partire dal patty (cioè il disco di carne, hamburger), passando per il bun (cioè il panino che accoglie il patty), terminando con i contorni e le salse. La parola d’ordine sembra essere recupero delle ricette tradizionali con un pizzico di cucina di altre culture. Inoltre, solitamente, accanto al panino d’autore trova spazio un buon calice di vino accuratamente selezionato oppure una birra artigianale, oltre che fritture – e qui la mente può viaggiare: dalle classiche chips fino a crocché dalle farciture complicate, ognuno ha il proprio fritto preferito. Qualche indirizzo giusto? Sciuè – Il panino vesuviano; Salotto FAME; Macelleria Hamburgeria da Gigione; Puok Burger Store. La pizza Attenzione: la pizza è di tendenza da praticamente sempre, questo è certo, ma c’è stato particolare movimento in Campania durante il 2018. I pizzaioli, ormai influencer rodati, hanno dettato legge sui social, proponendoci giorno dopo giorno (anzi, che dico: di ora in ora), i loro esperimenti, i grandi classici, e i progressi. Insomma, per la pizza è stato solo un altro anno in più come food trend. La diatriba tra canotto (pizza con cornicione molto pronunciato) e ruota di carro sembra […]

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Culturalmente

Ibico, curiosità e notizie sul poeta lirico greco

Ibico, poeta lirico greco: un po’ di storia Ibico, chi è costui? Certo, non è facile destreggiarsi tra il mare magnum di poeti, lirici e compositori di vario genere che affollavano la Magna Grecia intorno al VI secolo avanti Cristo. Ragion per cui, se non avete mai sentito parlato di Ibico, poeta lirico greco, non vi preoccupate: non siete mica gli unici. Ibico è stato cittadino “famoso” e poeta lirico corale nato a Rhegion, l’attuale Reggio Calabria, all’epoca fiorente metropoli e successivamente grande città bizantina, all’incirca nel VI secolo avanti Cristo. La pronuncia corretta è con l’accento sulla i. La nascita dovrebbe datarsi intorno al 570 a.C.; la morte, molto incerta, intorno al 522 a.C. Le notizie che abbiamo riguardo Ibico provengono principalmente da due fonti: una, è il cronografo Eusebio; l’altro, è l’enciclopedia bizantina Suda, del X secolo d.C. Che si segua la linea cronologica di Eusebio, oppure quella bizantina, Ibico ad un certo punto della sua vita si spostò da Rhegion a Samo, in Asia Minore. Le due fonti contrastano sul periodo: Eusebio data questo trasferimento in età adulta, mentre la Suda in fanciullezza. Si sa che il poeta lirico greco provenisse da una famiglia aristocratica: il nome del padre era Fitio; una leggenda narra addirittura che gli fosse stata proposta la tirannide di Rhegion, che egli rifiutò (e da qui, un celebre proverbio colto recita: Più stupido di Ibico). Insomma, stupido o non stupido che fosse, il nostro poeta Ibico si diresse a Samo, con molta probabilità nello stesso periodo in cui operava alla corte Samia Anacreonte. Ibico sostò presso Policrate, e probabilmente (se diamo fede alla datazione dell’enciclopedia alessandrina) conobbe anche il padre di questi, cioè Policrate il Vecchio. La morte di Ibico ha ispirato una leggenda molto famosa, seppur “recente”.  Si narra, infatti che il poeta lirico greco sia stato ucciso per mano di una banda di ladroni, a Corinto oppure a Rhegion. Il poeta invocò l’intervento di uno stormo di gru, durante l’agonia, affinché lo vendicassero. Poco dopo, i briganti si recarono a teatro: qui, durante la rappresentazione, uno di loro alzò gli occhi al cielo e vide appunto lo stormo di gru. Si dice che esclamò: Guardate, i vendicatori di Ibico!, e così le persone intorno capirono cos’era successo al poeta. Così – pare – si consumò la vendetta di Ibico, poeta della Magna Grecia. Queste notizie ci vengono fornite da Plutarco, nel suo De Garreritate. Come possiamo notare, non mancano certo gli aneddoti su Ibico. Tra le sue capacità, non si annovera soltanto il verso e quindi la poesia, ma anche la capacità di inventare strumenti musicali: infatti, secondo lo storico Ateneo di Taucrati, Ibico inventò il barbiton, una sorta di strumento con molte corde, assomigliante ad una lira. La storia convenzionale ne colloca la nascita in Frigia. Ibice, che ricorda molto da vicino il nome Ibico, inoltre, è il nome antico dello stambecco.   Ibico, poeta lirico greco: genere ed opere Non ci è rimasto molto del poeta lirico greco Ibico: della sua vasta […]

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Libri

Pizza e bolle: abbinamento perfetto? Ce lo dice il libro di Tania Mauri e Luciana Squadrilli

Pizza e bolle di Tania Mauri e Luciana Squadrilli: c’era un tempo… C’era un tempo, nemmeno così remoto e lontano, dove il pairing pizza e bolle (intendiamo, bollicine di vino…) era assolutamente stigmatizzato, ostracizzato. Ma ci fu un tempo ancora più lontano dove il “pairing”, o per meglio dire, l’accoppiata di pizza e vino (soprattutto frizzante) era assolutamente normale: questo, poteva accadere per diversi motivi. Ad esempio, prima dell’arrivo del pomodoro e di ulteriori condimenti per il nostro disco di pasta preferito, una bella bevuta (magari di vino locale, giovane e frizzante) con un prodotto da forno caldo era l’ideale per rimettersi in forze ed affrontare un’intera giornata per strada, a lavorare. Con la diffusione della pizza all’estero (ricordiamolo, è tra i prodotti made in Italy… e vittima del conseguente Italian sounding, più famoso), soprattutto in terra anglo-americana, si è presa l’abitudine diffusa di bere birra in accompagnamento alla pizza, a discapito del vino. Negli ultimi anni, per fortuna, i due mondi di vino e birra si stanno ri-equilibrando accanto alla pizza. Ognuno sta trovando il proprio spazio e la propria fetta di adepti. In particolare, questo sembra proprio il momento di pizza e bolle (così come vengono chiamate le “bollicine” , i vini frizzanti, dagli amanti.) Ma cosa intendiamo, noi, con pizza e bolle? Con questo pairing, intendiamo la pizza – fritta o al forno, dalle varie farciture – accompagnata per quanto riguarda il beverage da vini frizzanti: tra questi, possiamo contare molti vini della Campania, primo fra tutti il Gragnano. Seguono a ruota – non inferiori in importanza, sia chiaro – Asprinio d’Aversa e Caprettone. Poi ci sono i vini piemontesi, veneti, gli champagne… Pizza e bolle: un libro che tutti aspettavamo Umilmente, mi pongo nella schiera di chi la pizza l’ha sempre accompagnata con il vino, preferibilmente frizzante. Quindi, attendevo con ansia un bignami di pizza e bollicine, e tutti noi enopizzofili (si perdoni, un neologismo)  siamo stati ben felici di accogliere Pizza e Bolle, l’ultimo lavoro saggistico di Tania Mauri e Luciana Squadrilli (fondatrici, insieme ad Alessandra Farinelli, dell’ottimo pizzaontheroad.eu). Insieme all’enologo Alfonso Isinelli, le autrici hanno intrapreso un viaggio viscerale nella cultura della pizza italiana, abbracciando più campi: il vino, come si può immaginare, è stato un ottimo e corposo “pretesto” per andare a recuperare la memoria di luoghi e le tradizioni di un tempo. Venti sono i pizzaioli che raccontano il loro modo di abbinare la pizza con le bolle, a loro volta “in abbinamento” a vignaioli e vini che, talvolta, li rispecchiano nel carattere. Pizza e bolle di Tania Mauri e Luciana Squadrilli: la presentazione a Napoli Il 6 dicembre, alle ore 17.00, presso la sede dell’Associazione Verace Pizza Napoletana di Via Capodimonte (Napoli), si è tenuta la presentazione napoletana di Pizza e bolle, con entrambe le autrici presenti, nonché una “folta” rappresentanza dei pizzaioli che sono protagonisti tra le pagine. A moderare l’evento, in maniera “frizzante”, tanto per restare in tema, la giornalista enogastronomica Laura Gambacorta, che non ha fatto mancare la sua in […]

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