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Eroica Fenice

Food

Il Principe e Pasticceria De Vivo presentano due panettoni salati Luxury Edition

Il Principe e Pasticceria De Vivo danno vita ad un evento che può segnare un passo in avanti nella collaborazione tra due diversi mondi della gastronomia: in questo caso, la pasticceria italiana e l’alta cucina. Lo scorso 25 settembre si è tenuta a Pompei, presso il ristorante Il Principe del patron Gian Marco Carli, la presentazione di due panettoni salati Luxury Edition creati dall’estro della Pasticceria De Vivo, una istituzione non soltanto in città ma anche nel resto d’Italia, con un bellissimo punto vendita presso La Rinascente di Milano. Non sono certamente i primi lievitati salati proposti dal maestro lievitista Alfonso Schiavone: infatti, nel catalogo della pasticceria sono presenti lievitati (validi tutto l’anno) con papaccelle napoletane e colatura di alici di Cetara e con carciofi di Paestum, oltre ad una nutrita lista di panettoni classici e farciti con creme ed altri ingredienti pregiati, sia della Campania che del resto d’Italia. Ma stavolta, l’intera famiglia De Vivo ha deciso di superarsi: i due lievitati salati dell’anno 2020 vedono non solo l’impiego di materie prime pregiate e rare, ma la consulenza “aromatica” dello chef Gian Marco Carli, che ha guidato Alfonso Schiavone nei dosaggi e nelle modalità d’impiego. D’altro canto, Schiavone ha lavorato perfettamente sulla gentilezza del lievitato, utilizzando come sempre materie prime di altissima qualità ma “aggiustandole” di dosaggio, in modo tale da accogliere le materie prime che hanno – per la prima volta nella storia della pasticceria – impreziosito la pasta lievitata, opportunamente calibrata al meglio. Abbiamo quindi potuto apprezzare due lavori che rientrano a pieno titolo nell’alta lievitazione e nell’alta cucina: un connubio che speriamo possa andare lungamente avanti e segnare un punto di svolta e di collaborazione tra due rami della gastronomia che sono un vanto della Campania e dell’Italia intera.   Il primo, panettone salato all’acqua di mare, caviale e plancton, vede la sezione di panettone servita con caviale e completata con acqua di mare di Sardegna, adeguatamente resa adatta all’uso alimentare. Il morso è salino, delicato ma allo stesso tempo persistente: imperdibili per gli amanti del mare. Di bosco, di piante, di terra invece è il panettone al tartufo bianco d’Alba, con ganache di crema all’uovo: il tartufo è persistente ed invasivo e – spiega lo chef Gian Marco Carli – l’unico modo per riequilibrare un tartufo costoso e persistente è l’uovo. Il risultato che ne esce fuori assomiglia ad un matrimonio destinato sin dalla nascita. Il patron Marco De Vivo, da imprenditore illuminato qual è, ci spiega i canali di vendita di questi due gioielli salati: saranno in limited edition, quindi pochi pezzi per ogni tipologia; gli ingredienti che andranno a comporlo sono stati ricercati e selezionati con mesi d’anticipo, per permettere allo chef Carli ed al lievitista Schiavone di fare tutte le prove necessarie. Di seguito, abbiamo potuto apprezzare un “assaggio” completo della cucina de Il Principe di Pompei, raffinata ma allo stesso tempo immediata. Il giovane Gian Marco lavora con il farro ed altri grani antichi per i suoi lievitati, realizzati a partire […]

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Libri

Daniela Matronola per Manni Editori: Il mio amico | Recensione

Recensione de Il mio amico, nuovo romanzo di Daniela Matronola, edito da Manni Editori. Un romanzo composto in quattro racconti lunghi, in realtà l’ammontare delle pagine non lo classifica come “un mattone” da libreria, ma non per questo il risultato finale è scarno, anzi: ci accorgeremo, man mano durante la lettura, che la situazione può prendere una via diversa rispetto a quella immaginata dal lettore. Daniela Matronola, affermata scrittrice e traduttrice, scrive con l’agilità e la familiarità di chi certi argomenti è abituato a trattarli; quello che non manca mai è il rispetto per le piccole, grandi cose della vita, tragedie comprese. Un vero peccato, da un certo punto di vista, che la situazione stringente data dalla pandemia di Covid-19 sia così limitante anche per gli incontri letterari: Il mio amico è quell’opera che classicamente si presta alle letture di gruppo, anche di poche persone, intime, nei pomeriggi autunnali. Passiamo però al libro vero e proprio. Il mio amico è la storia di “un amico” che tutti potrebbero avere; alla fine di questo viaggio, sarà un amico che tutti sentono di avere, un amico che ricorre nelle pagine del libro, davvero esistito. Quattro racconti, quattro tappe di vita che ripercorrono un’esistenza sospesa tra il tempo esterno, che vede Mauro, il nostro protagonista, coinvolto in un episodio che lo costringe a fermarsi. È un uomo stanco, Mauro, che non ha mai preso una sosta. Eppure, ora la sua mente ed il suo corpo gli impongono una sosta, una “slegatura” dal tutto; questa “slegatura”, questo smarrimento di Mauro a tratti ricorda lo “smarginamento” tanto caro ad un’altra autrice, Elena Ferrante. Degno di menzione è l’ultimo racconto della raccolta-romanzo, che narra di un viaggio a Parigi: una sorta di “Grand Tour” ottocentesco, che un po’ tradisce le ambizioni della scrittrice-traduttrice. Viviamo, come si diceva qualche rigo più su, insieme a Mauro un “tempo interno” legato alla realtà ed allo stesso tempo  che vive di vita e ritmi propri, quasi un uomo controcorrente come lo fu il Des Esseintes di un paio di secoli fa. Saltella senza problemi e senza età tra le varie epoche della sua vita, preciso come un bisturi, una precisione probabilmente data dagli anni. Il linguaggio della Matronola è duro, adulto: attingendo da una solida cultura da traduttrice, i riferimenti al mondo del cinema e della letteratura europea sono sapientemente sparsi tra le righe. Il lettore attento saprà catturarli nella sua interezza, quello appena curioso vedrà la leva della propria coscienza muoversi ed andrà a documentarsi. Il mio amico, che alla fine diventerà anche un “nostro” silenzioso, doloroso amico, è un libro da tenere sotto mano in questo periodo così complicato. Vale sempre la pena fermarsi un attimo e fare i conti con se stessi, anche con cose, faccende, volti e persone che riteniamo dimenticati, chiusi nei cassetti, con cui pensiamo di aver fatto pace con il solo potere del tempo. Immagine: Manni Editori

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Teatro

TRAM: riparte la stagione teatrale. Intervista a Mirko Di Martino

Che periodo complicato, per il teatro: la pandemia di Covid-19 rende decisamente più difficile la fruizione degli spettacoli dal vivo. A causa del lockdown degli scorsi marzo ed aprile, moltissimi cartelloni teatrali sono saltati e mai più recuperati: un danno incalcolabile per il mondo delle perfomance, che coinvolge non soltanto le persone che vediamo sul palco ma tantissime altre categorie del mondo dello spettacolo che spesso sono state lasciate senza tutela alcuna. Già durante l’estate abbiamo visto timidamente qualche rassegna ricominciare, sfruttando gli spazi all’aperto: con l’avvento dell’autunno, quest’anno un insolito autunno precoce e freddo, si ripropone il “problema” degli spazi chiusi. In un mondo prima della pandemia di Covid-19, il teatro era un luogo sicuro in cui vivere qualche ora catapultati in un altro mondo, anzi, spesso facendo amicizia con i vicini di posto, raccogliendo uno spirito corale. Innegabile la battuta d’arresto alla socialità del teatro che la pandemia ha scatenato. Al TRAM di Napoli riparte nelle prossime settimane la programmazione teatrale, sotto la direzione di Mirko Di Martino, nostra vecchia conoscenza. Lo abbiamo intervistato, per cercare di capire meglio come sarà strutturata la rassegna e contenutisticamente cosa aspettarci in un periodo così delicato per tutti noi.   Ciao Mirko! Siamo molto felici di ritrovarti. Come hai passato il periodo del lockdown ed il successivo periodo “scarno” di eventi (anche se per te non è stato così?) Sono molto felice anch’io di ritrovare gli amici di Eroica Fenice: è un altro segno che le cose stanno lentamente tornando alla normalità. Io ho approfittato del lockdown per portare avanti la scrittura di un nuovo testo e sistemare un po’ di progetti arretrati, ma non è stato facile. Nonostante il tanto tempo a disposizione, la qualità del tempo non era l’ideale per essere produttivi. L’incertezza sul futuro pesava come un macigno e la clausura forzata ci rendeva tutti ansiosi e deconcentrati. In quel periodo, con il TRAM abbiamo sperimentato percorsi alternativi, in particolare abbiamo lavorato con i podcast, su cui eravamo all’opera già da un po’. Abbiamo proposto letture di classici napoletani e un progetto inedito della Compagnia Under30 del TRAM, “I dieci peccati capitali”, che ha avuto molto successo. Poi, un po’ alla volta, siamo ripartiti: a maggio abbiamo partecipato al progetto in streaming del Maggio dei Monumenti dedicato a Giordano Bruno, ad agosto abbiamo presentato la settima edizione di Classico Contemporaneo nel cortile di San Domenico Maggiore a Napoli, che ha avuto molto successo, e a settembre abbiamo recuperato i laboratori di teatro che avevamo sospeso durante il lockdown. Le tue rassegne sono spesso intime, il TRAM ne è la prova: un teatro “sotterraneo” in un portone di Napoli, dove meno te l’aspetti. Come si concilierà la necessità delle norme anti-Covid con questa forma di arte? Le misure per garantire la sicurezza del pubblico vengono al primo posto per noi. Purtroppo, questo significa rinunciare a più della metà dei posti disponibili. Da settanta posti passeremo a trenta. È evidente che un teatro che si basa quasi esclusivamente sullo sbigliettamento […]

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Cinema e Serie tv

Black Robot Entertainment: una nuova casa di produzione cinematografica

Intervista a Stefano Labbia, fondatore di Black Robot Entertainment. In questo momento storico è cambiato notevolmente il modo di fruire dei prodotti cinematografici. Il moltiplicarsi delle piattaforme di streaming, dell’utilizzo casalingo dei mezzi di diffusione, ha fatto sì che ancora di più i produttori cercassero nuovi modi per venire incontro ai gusti della platea. C’è anche chi decide di investire: è il caso di Black Robot Entertainment, casa di produzione nata nel febbraio 2019 dalla mente di alcuni giovani appassionati e studiosi della materia cinematografica. Di ispirazione internazionale, mira appunto ad incontrare i gusti della platea, utilizzando le nuove forme dell’arte cinematografica messe a disposizione grazie alla tecnologia. Abbiamo intervistato Stefano Labbia, fondatore di Black Robot Entertainment, che ci ha raccontato la genesi, il presente e qualche anticipazione sul futuro di questa giovane casa di produzione cinetelevisiva. Ciao! Siamo molto felici di ospitare in Eroica Fenice la presentazione di una neonata casa di produzione. Chi siete voi, ideatori del progetto? Presentatevi liberamente, diamo un volto alle persone. Innanzitutto grazie per la possibilità che ci date! Sono Stefano Labbia, fondatore di Black Robot Entertainment, casa di produzione cinetelevisiva inglese aperta nel Febbraio 2019. Ho sempre scritto e amato il mondo del cinema. Mi sono ritrovato dunque, dopo un percorso artistico che mi ha visto scrivere a 360° (da raccolte di poesie a romanzi, da graphic novel a sceneggiature), con l’esigenza di mettere in scena ciò che scrivevo basandomi sulla vita vera, sul mio vissuto e su quello che vedo attorno a me. Com’è nata l’idea di una casa di produzione cinematografica? Ci sono studi ad hoc alle spalle? L’idea è nata soprattutto per dare spazio a giovani e meno giovani che hanno qualcosa da dire e da dare. Purtroppo specialmente in Italia il mondo della cultura è fermo da tempo. Sussistono nell’ambiente dei meccanismi difficili da scardinare e credo che non ci sia nemmeno tanta voglia di farlo. Nel caso specifico della nona arte, ovvero, non credo ci sia voglia di narrare storie diverse dal solito. Ciò che mi disse un produttore italiano molto famoso mi è rimasto impresso nel cuore e nella mente: “i prodotti che vogliamo devono essere originali ma aderenti a certi standard.”. Un ossimoro insomma… Io sono sempre stato un lettore accanito e uno spettatore curioso: Ho letto le sceneggiature originali dei classici americani, Oscar inclusi. Ho studiato (corsi, webinar con importanti Università inglesi). Ho assorbito la tecnica del “narrare attraverso le immagini” da ogni film che ho visto – e ne ho visti tanti… Ma credo che ci sia sempre da imparare. Da tutti. Fino alla fine. Abbiamo visto che state lavorando già su alcuni progetti. Che taglio avranno? Più che sui generi, ci siamo focalizzati e concentrati sui nostri spettatori. Il nostro spettatore medio ha tra i 18 e i 40 anni. Ama le serie TV, i film e i documentari. Ma soprattutto ama farsi domande. Purtroppo non è un periodo semplice quello che stiamo affrontando, come pensate si evolverà il vostro lavoro? Sicuramente si […]

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Culturalmente

Nasce LICET, l’associazione delle scuole di italiano per stranieri

La pandemia di Coronavirus ha cambiato i nostri modi di interagire, di viaggiare, di apprendere. Tutto si è rallentato e modificato in attesa di un vaccino o di una cura definitiva. Tra i tanti settori colpiti, c’è da ricordare quello dell’istruzione: certo, i supporti informatici hanno mitigato le carenze, ma è venuta meno tutta la parte che riguarda l’incontro ed il confronto con “l’altra persona”, tassello fondamentale ed insostituibile della didattica. Abbiamo intervistato Rita Raimondo, che ringraziamo per la disponibilità, riguardo i progetti di LICET di questo presente e di un prossimo futuro. Ciao, Rita! Ti conosciamo già in qualità di direttrice di NaClips, che è il tuo progetto “originale”. Come nasce? NaCLIPS è una scuola di Lingua Italiana per Stranieri a Napoli. Nasce nel gennaio del 2018 grazie a una collaborazione tra me e il mio amico e collega Mario De Simone. Dopo esserci formati in questo settore, abbiamo deciso di creare la nostra scuola applicando i metodi di insegnamento che riteniamo più efficaci creando un ambiente familiare, informale e culturalmente attivo. Dopo quasi 3 anni possiamo dire di esserci riusciti. Qual è la tipologia di persona che solitamente usufruisce dei corsi di italiano? La nostra scuola accoglie studenti di ogni tipo. Ci sono studenti e professori universitari che vengono qui a Napoli per un semestre o un intero anno; professionisti che si trasferiscono in città per motivi di lavoro; stranieri che hanno sposato un italiano e hanno necessità di migliorare la lingua. Ci sono anche persone che abbinano la vacanza allo studio – moltissimi, in verità – che vengono qui per conoscere la bellezza del posto e della nostra lingua. Le motivazioni per studiare l’Italiano sono veramente tante. Ognuno viene qui e ci porta la sua storia. E noi gli offriamo in cambio la nostra lingua e la nostra cultura A NaClips, durante la quarantena a causa della pandemia di Covid19, si aggiunge il progetto LICET, che mi sembra essere una associazione che si propone di raccogliere scuole di italiano per stranieri. Ci parli della sua nascita e di cosa sta facendo ora? LICET è stata la nota positiva di questa quarantena. La voglia di confrontarsi con altre scuole del nostro settore era tanta e così, grazie a Roberto Tartaglione – che è oggi il presidente di LICET – più di 40 scuole di italiano per stranieri si sono incontrare su Zoom un pomeriggio di non molte settimane fa. Siamo tutti sulla stessa barca, questa era la questione principale. Nessuno sapeva come reagire alle misure restrittive imposte dal governo che continua ad associarci a tutte le altre scuole di ogni ordine e grado. Ma noi non siamo scuole normali. Noi accogliamo ogni anno migliaia di persone che vengono qui per conoscere il nostro territorio. Oltre alle lezioni in aula facciamo numerose attività culturali. I nostri studenti diventano ambasciatori della cultura italiana all’estero, non abbiamo molto da condividere con le scuole “normali”. Quindi, uno degli obiettivi di LICET è proprio quello di farsi sentire e di stabilire un dialogo […]

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Culturalmente

Toscana, l’Atelier della Bestemmia: così si racconta l’Italia dall’interno

Toscana, l’Atelier della bestemmia è il primo volume della serie Dispacci italiani edita da Les Flaneurs: uno sguardo all’Italia dall’interno Rivoltare l’Italia dall’interno, nei suoi vizi (tanti) e nelle sue virtù (altrettante!) – come se prendessimo un budello, un intestino – non è cosa facile, né per tutti. Il primo effetto in cui si incorre è sicuramente quello di avere paura o timore di ciò che vi si ritrova. Un po’ come accade quando, accidentalmente, inciampiamo in segreti di famiglia che avremmo preferito non conoscere, oppure in avvenimenti imbarazzanti che tendiamo a nascondere come polvere sotto il tappeto. Svelare lati non molto conosciuti dell’Italia è ciò che sembra voler fare la nuova collana Dispacci Italiani – Viaggi d’amore in un Paese di Pazzi, edita dalla casa editrice Les Flâneurs, un progetto molto ambizioso, che dovrebbe dare voce a personaggi “insoliti” oppure poco conosciuti al grande pubblico, ma non per questo meno validi, anzi potrebbe essere proprio questa la chiave di lettura di un Paese in sedicente e perenne crisi: l’utilizzo di voci non convenzionali e probabilmente più “autentiche”, meno legate a dogmi letterari. La collana è curata dal giornalista e scrittore Davide Grittani, firma de Il Corriere del Mezzogiorno e famoso tra le altre cose per aver curato la prima mostra di letteratura italiana all’estero, denominata Written in Italy, che ha coinvolto 26 Paesi sparsi in 5 continenti. Toscana, l’Atelier della bestemmia: alla scoperta di questo “diario di bordo” Abbiamo avuto l’opportunità di leggere il primo volume dei Dispacci (anche il nome della collana, davvero bello ed indicativo, una sorta di “diario di bordo” dei vizi e virtù dello stivale): il volume s’intitola Toscana, l’Atelier della bestemmia e – neanche a dirlo – ha già nel titolo tutto ciò che dobbiamo aspettarci tra le pagine. Strutturato come una raccolta di racconti, con degli inserti fotografici suggestivi dei paesaggi toscani, è un volume sicuramente senza veli. Lontani dalle luci internazionali, dalle copertine patinate di una Toscana spesso venduta alla mercé degli stranieri (tra i quali, tantissimi americani) letteralmente (e giustamente, ci viene da dire) innamorati di questa regione. Davide Grittani, per realizzare questo collage, si è avvalso dell’aiuto di sette voci “controcorrente” della letteratura regionale ed italiana, impegnate in diversi campi: Sergio Nelli (fondatore del blog Il primo amore ed autore di diversi libri, come Dopopasqua); Roberto Masi (che ha in questa collana il suo esordio narrativo); Emiliano Gucci (autore di Donne e Topi, Fazi 2004, e in uscita con Le anime Gemelle, Feltrinelli); Veronica Galletta (Premio Campiello, sezione opera prima del 2020); Marco Vichi (autore di spettacoli teatrali, sceneggiature televisive e fortunati libri ambientati nella Firenze degli anni Sessanta); Massimo di Campiglio (autore di Ogni dì viene Sera, Eretica 2016); Ilaria Giannini (autrice di romanzi ma anche di reportage, come I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio, Piano B 2016). Gli autori, già dalle loro presentazioni, rappresentano un vario e vasto campionario di esperienze, parole, tecniche antiche e moderne di scrittura dalle quali attingere: dalle produzioni audiovisive al classico romanzo, passando […]

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Culturalmente

I poeti maledetti: chi sono e perché rappresentano la poesia moderna

Poeti maledetti, poètes maudits: gli amanti della poesia si sono almeno una volta rapportati con questa definizione, al quale la critica ha dedicato biblioteche intere di testi. Ci viene da dire, a ben ragione. I poeti maledetti, vissuti durante la seconda metà dell’Ottocento, rappresentano a tutto tondo una prima generazione di poesia che possiamo definire moderna. Ma essere poeti maledetti non significava – e significa – soltanto “scrivere” in un certo modo, bensì racchiude tutta una filosofia di pensiero che si esplica anche nel loro modo di vivere, con ripercussioni sociali non da poco. La fortuna della definizione “poeti maledetti” fu fatta da Paul Verlaine, con l’opera Les poètes maudits pubblicata nel 1884: all’interno, Verlaine inserì i poeti che soleva frequentare abitualmente. Ritroviamo, quindi: Arthur Rimbaud, Stephane Mallarmé, Tristan Corbiere, Auguste Villiers de l’Isle-Adams, Marceline Desbordes-Valmore (unica donna inserita nel circolo) e Pauvre Lelian (che altro non era che Paul Verlaine sottoforma di acronimo). Ciò non significa che i maledetti furono una “corrente” attiva soltanto nell’Ottocento, anzi: lo scrittore latino Petronio è stato inserito tra i poeti maledetti, per la sua condotta; il medievale François Villon; in epoca contemporanea, sono stati chiamati “maledetti” anche il cantante Jim Morrison, Kurt Cobain dei Nirvana, ma anche Amy Winehouse. Essere poeta maledetto non significava, pertanto, essere soltanto avvezzo all’alcol, alle droghe ed ai tipi di evasione “artificiali”: essere poeta maledetto significava anche condurre una vita al di fuori della società, sia perché delusi dall’andazzo della stessa (ci riferiamo, qui, alle vicissitudini accadute in Francia durante tutto l’Ottocento), sia per una sorta di “snobismo”: infatti, i poeti maledetti nelle loro opere non parlavano della povera gente – lasciando, quindi, il compito al positivismo ed al realismo di quegli anni – ma si dedicavano a minuziose descrizioni di personaggi singolari, alla ricerca estetica ed autoreferenziale della poesia. I poeti maledetti: le loro opere Il mito del poeta maledetto si ramifica, quindi, nel complesso quadro letterario che è l’Ottocento in Francia. Come ben sappiamo, la corrente maggiore fu il Romanticismo, che si articolò in vari periodi (primo e secondo Romanticismo, per semplificare) e che a mano a mano si avviò verso una “distruzione” della poesia come la si era conosciuta fino a quel tempo, a partire dal verso. Se – fino a Baudelaire compreso – il verso più prolifico in Francia era stato l’alessandrino (che Victor Hugo e Baudelaire portarono alle estreme conseguenze di bellezza e possibilità), con i poeti maledetti ci avviamo verso la distruzione del verso, alla non-coordinazione tra le varie parti del discorso. Per quanto riguarda le tematiche, come abbiamo avuto già modo di accennare, i poeti maledetti sceglievano tematiche che li “allontanavano” dalla borghesia e dalla descrizione della realtà (compito che lasciavano all’allora imperante corrente del Realismo e del Positivismo), avvicinandosi a temi “di nicchia” e non socialmente accettabili spesso. Tutti i poeti maledetti inseriti nell’opera verlainiana rappresentarono delle eccellenze della loro epoca; menzione d’onore per l’unica donna, Marceline Desborde-Valmore: dalla vita pittoresca, attrice di teatro, i suoi versi richiamano ancora la […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Galleria Toledo riparte con Doppio Sogno: l’intervista a Laura Angiulli

Galleria Toledo riparte con Doppio Sogno: l’intervista alla direttrice Laura Angiulli La ripartenza di una rassegna teatrale dà un forte segnale di voler ritornare alla normalità. Se poi a ripartire è Galleria Toledo, allora napoletani e non saranno ancora più felici di vedere le loro sere d’estate piene di ottima cultura. Galleria Toledo riparte da Villa Pignatelli alla Riviera di Chiaia, storica location di rara eleganza e di molto affetto per gli abitanti di Napoli, con la ventesima edizione di “Doppio Sogno”, la rassegna estiva di cinema, musica e teatro in programma dal 25 giugno al 6 luglio; l’edizione 2020, dieci serate con film d’autore, concerti, incontri e azioni performative, è organizzata dal Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo con la direzione artistica di Laura Angiulli, Titolo di quest’anno è “Doppio Sogno – Remote Control, oltre la delimitazione” sui temi del confinamento, della costrizione coatta e della sofferenza del cambiamento: un titolo quanto mai pregnante in un periodo dove abbiamo dovuto modificare molto delle nostre vite. In attesa degli appuntamenti della rassegna, abbiamo intervistato la direttrice artistica Laura Angiulli: regista, insegnante, direttrice. Laura Angiulli è una donna che non ha bisogno di presentazioni: protagonista della vita culturale napoletana da oltre tre decenni, una vita non semplice, che lei affronta con l’arma più forte che ci sia: la conoscenza e la cultura. Nel 1991 apre un teatro ai Quartieri Spagnoli: una sala dove la parte migliore di Napoli si è incontrata, ha discusso ed incantato il pubblico. Il resto, è storia conosciuta per gli amanti e non. L’intervista a Laura Angiulli e la rassegna Doppio Sogno Buonasera Laura, grazie per averci concesso questa intervista. Come si sente il team di Galleria Toledo a far ripartire la rassegna? Emozionato? Siamo molto, molto emozionati: è il primo vero segno di normalità per noi far ripartire il tabellone, da Villa Pignatelli poi… un posto al quale siamo molto legati. Siamo sicuri che la rassegna sarà capace di incuriosire ed invogliare le persone. Come ha impiegato il tempo del lockdown? Io? Io non mi sono mai fermata! La cultura non si ferma, la scrittura degli spettacoli nemmeno. Devo dire che ci siamo fermati davvero sul più bello, stavamo per mettere in scena il Giulio Cesare di Shakespeare… quindi, puoi capire quanta amarezza c’è stata. Ma non è mancato il lavoro da fare. Inoltre, insegno Regia in un corso di laurea magistrale all’Accademia delle Belle Arti e quindi le mie lezioni sono andate avanti. Ho dovuto calcolare e studiare la modalità di lezione ancor meglio del solito, ma devo dire che c’è stata molta soddisfazione. E’ stato singolare e bello poter entrare nelle camere dei miei studenti attraverso le loro webcam, ci siamo ripromessi di incontrarci dopo il corso per poter condividere una pizza, finalmente dal vivo. Quindi, Lei cosa ne pensa? Ci sarà ancora spazio per fruire di didattica ed arte a distanza? Io penso decisamente di sì: va da sè che non potrà mai essere l’unico metodo, però ritengo che “misto” ad altre forme di fruizione della didattica sia un metodo […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Kaos 48: intervista al collettivo che ha ideato la mostra pandemica

Intervista al collettivo Kaos 48, ideatore della “mostra pandemica”. La fruizione classica delle arti, in questo momento, è in serio pericolo: la pandemia generata dal Coronavirus ha letteralmente mandato all’aria centinaia e centinaia di mostre, installazioni, espressioni artistiche che prevedevano l’afflusso e la presenza di persone. È un fattore che ci impoverisce un po’ di più, giorno dopo giorno. Ma l’arte è una di quelle cose che non si può fermare: non si può fermare il flusso degli artisti, ma nemmeno il nostro nutrimento e la nostra crescita. Il collettivo Kaos 48 – dal nome emblematico, che riprende i fatti della rivoluzione del 1848 – ha ideato Diciann9ve – mostra pandemica: artisti di tutto il mondo hanno inviato le proprie opere per “allestire” uno spazio web dove l’arte possa trovare un minimo di respiro. Abbiamo intervistato il collettivo Kaos 48, per due chiacchiere su Diciann9ve: mostra pandemica e sul presente e sul futuro della fruizione dell’arte. Ciao! Grazie per averci reso partecipi di Diciann9ve: la mostra pandemica del collettivo Kaos 48. Presentatevi per il pubblico di Eroica Fenice, in tre righe. Kaos 48 è una realtà che si sta consolidando nel mondo degli eventi artistici, nata con il preciso intento di mostrare che Napoli non solo accoglie cultura, ma la restituisce arricchendola di un tocco personale. Kaos48 è un movimento nato da un’idea di Fabrizio Scomparin e sostenuto da Stefano Nasti e Paola Cimmino. Com’è nata l’idea di Diciann9ve: la mostra pandemica del collettivo Kaos 48, che è a tutti gli effetti una mostra online? L’idea “Diciann9ve” come mostra “pandemica” poteva essere sviluppata solo online viste le attuali restrizioni, invece il web ci ha consentito di abbattere i confini e allargare la partecipazione al di fuori del territorio campano e italiano. Come e quando sarà fruibile dal pubblico Diciann9ve? La mostra “Diciann9ve” sarà fruibile al pubblico, con 19 opere, il 19 maggio alle ore 19:00 attraverso un link condiviso sulle nostre piattaforme social (Facebook, Instagram, Youtube) Con quali criteri sono state selezionate le opere? Abbiamo spiegato il nostro progetto a vari artisti cercando di comprendere le emozioni che hanno provato, che siano state positive o negative, durante questi giorni di quarantena e abbiamo chiesto di potercele esprimere attraverso la loro arte. Come cambierà, secondo voi il modo di approcciarsi all’arte? Secondo alcuni studi, attraverso lo schermo l’attenzione è in qualche modo “distorta”… L’arte visiva ne soffrirà? Indubbiamente non si può sostituire l’esperienza e il pathos che un evento culturale dal vivo può generare in ognuno di noi, tanto è vero che è nelle nostre previsioni di proporre questo Evento anche dal vivo, ma riteniamo il web un elemento importante, aggiuntivo per la divulgazione dell’arte e della cultura in tutto il mondo, continueremo ad utilizzarlo, affiancandolo al metodo tradizionale, anche quando tutto sarà tornato “normale”. Come potrebbe contribuire il pubblico a fare in modo che si diffondano queste nuove forme di fruizione dell’arte visiva? Parlandone e condividendo! Immagine: Kaos 48

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Culturalmente

Artika: nasce il polo virtuale per lo streaming delle arti

Artika: in arrivo un polo per lo streaming degli spettacoli dal vivo Si calcola che ad oggi la pandemia di Coronavirus sia costata svariati miliardi di euro di perdite per il mondo dell’arte. Cinema, teatri, luoghi di fruizione di performance sono chiusi dal primo decreto emanato tra il 10 e l’11 marzo. In verità, molti spettacoli erano già stati rimandati nelle settimane immediatamente prima il conclamarsi dell’emergenza: compagnie teatrali ed attori erano spesso impossibilitati a raggiungere teatri spesso posti in angoli lontani d’Italia e d’Europa. Facile immaginare quali tempi difficili corrano per gli attori, le compagnie teatrali ma anche gestori di teatri, produttori… una intera “filiera produttiva” artistica messa letteralmente in ginocchio In questo clima di incertezza si vuole “imporre” – in senso assolutamente positivo, s’intende – Artika: il polo virtuale per lo streaming delle arti. Già dallo scorso settembre 2019 l’agenzia Invitalia approva il progetto Artika, per il godimento e la divulgazione dell’arte e dello spettacolo dal vivo. Una intuizione che si rivela quanto mai fortuita in questo momento: l’esigenza di recuperare un momento “corale” come la fruizione di performance artistiche in un momento difficile, drammatico come la pandemia di Coronavirus è molto forte. Per capirci qualcosa di più, abbiamo intervistato uno dei fondatori di Artika. Intervista ad Antonio Gargiulo, tra i fondatori di Artika Ciao! Per il pubblico di Eroica Fenice, ti chiediamo di presentarti in tre righe Napoletano di nascita e virtù, il mio è un percorso articolato. Laurea in Legge (errori di gioventù!) e diploma di Mimo Lirico Concertistico, Master in Gestione di Impresa e insieme fondazione di gruppi teatrali, Festival internazionali e riviste di settore. Sempre a conciliare Arte e sostenibilità. Parliamo adesso del progetto Artika. Inizialmente, fu pensato per le persone che – per svariati problemi logistici – non potevano usufruire di un vero e proprio “posto in poltrona” a teatro… Come è nato e come è stato finanziato? Artika, come idea, nasce nel 2013. Erano tempi in cui si cominciava a bisbigliare di questo nuovo player, “Netflix”, che sarebbe di lì a poco arrivato anche in Italia. E nasce per rispondere a due diverse esigenze che nel corso delle mie attività ho sentito emergere. Quella, cioè, di rendere Arte e Spettacolo dal vivo veramente sostenibili e solidi per tutti i protagonisti del settore e quella di accompagnare, arrivando a “scovare” gli spettatori che negli anni, per ragioni logistiche o anche economiche, erano stati dimenticati. Approfondito il caso studio di Netflix, ecco che ho formulato la proposta: una WebTv delle Arti che fungesse come ideale prolungamento della tenuta degli spettacoli, sempre più ridotta come numero di date e piazze raggiunte. In questo modo non soltanto si genera ulteriore indotto per le compagnie e le produzioni, che quindi possono godere di ulteriore sostegno alle loro attività, ma permette a chiunque di poter fruire della vivacissima produzione culturale oltre, ovviamente, che sfruttarla per fini didattici e di studio. Ho cercato per un paio di anni il partner tecnologico adatto e l’ho trovato in Stefano Cavaliero, mio vecchio […]

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Culturalmente

Strumenti a percussione, breve storia della musica più antica

Strumenti a percussione: la forma più antica di musica (dopo la voce) Gli strumenti a percussione sono certamente la più antica famiglia di strumenti musicali: battere il tempo (su una pietra, piedi a terra, battere le mani) è la forma più antica di musica conosciuta dagli esseri umani, nonché quella a cui probabilmente si sente più legato. Il battito primitivo dà energia e ricorda il battito del cuore, fonte di vita. Di sicuro, la prima forma di musica è stata la voce umana: a seguire il battito di mani, piedi, bastoni, pietre. Il modo di suonare le percussioni si è affinato a mano a mano nella storia, seguendo l’evolversi dell’abilità che gli umani acquisivano in caccia ed agricoltura. L’invenzione di strumenti di caccia ed agricoli ha influito in maniera non secondaria anche sull’invenzione degli strumenti musicali, strumenti a percussione in primis. Questa tipologia di strumenti viene raggruppata sotto il nome di percussioni, facendo riferimento appunto all’atto del “battere”. Sin da piccoli veniamo indirizzati a questa tipologia di suoni e molti strumenti dati in dotazione ai bambini più piccoli (come le batterie giocattolo o i tamburi) fanno riferimento a questa innata passione e tendenza al tipo di movimento percussorio. Strumenti a percussione: il loro ruolo nell’evoluzione della musica Nell’evoluzione della musica, gli strumenti a percussione hanno avuto un ovvio tanto quanto importante ruolo. Si sono trovate testimonianze in Africa, risalenti al X secolo, che dimostano come le tribù in Africa utilizzassero le percussioni non soltanto come musica a scopo ricreativo, ma anche per lanciare messaggi (ad esempio, ipotetici avvistamenti di nemici). E’ con il XV secolo, cioè con le grandi migrazioni e la scoperta di nuove terre che si ha l’inizio degli strumenti a percussione intesi nel senso contemporaneo del termine. Le contaminazioni culturali hanno giocato un ruolo molto importante in questa evoluzione. Questa tipologia di strumenti è molto utilizzata nella musica regionale e folkloristica, sin dall’antichità. Durante l’Ottocento iniziò a comparire nella musica da camera una vasta gamma di strumenti a percussione che in passato erano stati molto bistrattati, dal momento che questa musica si basava principalmente sugli archi e sugli aerofoni. Parliamo, nella fattispecie, dell’apparizione degli ottoni, che assunsero una dimensione molto importante. Questo rese innanzitutto l’orchestra numericamente più ampia, in secondo luogo rese la musica più cromatica, vivace, timbricamente colorata. Gli strumenti a percussione hanno avuto un ruolo centrale nella musica di compositori del calibro di Boulez, Stockhausen, Chávez. Nel Novecento, gli strumenti a percussione sono entrati a far parte stabilmente della musica pop, rock, metal e di tutte le varie declinazioni di queste. Nella fattispecie, la batteria è lo strumento più utilizzato. Strumenti a percussioni: tipologie Gli strumenti a percussione possono essere di tre tipi: a membrana, di metallo oppure di legno. Gli strumenti a membrana sono composti da telai di legno rivestiti (totalmente o in parte) da membrane di cuoio; gli strumenti di metallo sono fatti da una parte concava, dove le vibrazioni sono libere di vibrare alle estremità; le percussioni di legno possono essere battute […]

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Culturalmente

Personaggi mitologici: come nascono e chi sono

Personaggi mitologici: cosa sono? Personaggi mitologici. Vi sfidiamo: almeno una volta, nella vita, avete usato questa espressione per esprimere un parere (che spesso è ammirazione) nei confronti di qualcuno, delle sue azioni. La nostra società è intrisa di mitologia e dei suoi personaggi, quindi c’è davvero poco di strano che nell’esprimere pareri su fatti attuali (che siano privati o pubblici) ci si rifaccia ad una certa terminologia. I personaggi mitologici, come dice il nome, sono i protagonisti della mitologia: i main characters, diremmo in inglese, dell’insieme di racconti fantastici, filosofie e credi propri di un popolo. Attraverso i personaggi mitologici, un mito si “disvela”, si spiega, svolge la sua funzione nel mondo. Personaggi mitologici: a cosa servono? Questo tipo di figure, come abbiamo detto prima, serve a veicolare una serie di messaggi. Sovente, sono messaggi positivi ma non mancano anche ammonimenti oppure personaggi mitologici che compiono una serie di errori. Infatti, sono molto più famosi quelli improntati sulla positività, ma non mancano personaggi mitologici “negativi”. Gli antichi Greci si servivano dei personaggi mitologici per veicolare stati d’animo, oppure modi d’essere, oppure ancora messaggi politici. Ci sovvengono quelli dell’Iliade: ad esempio, Achille ed Ettore – due personaggi mitologici statici, cioè che hanno subito ben pochi cambiamenti all’interno del racconto. Già Odisseo fa parte di quelli che si definiscono “round characters“, cioè personaggi a tutto tondo; dopotutto, anche la connotazione data dagli antichi ad Odisseo, ci fa capire che lo consideravano già tale (“uomo dal multiforme ingegno”). Non ne mancano, però, di quelli con un fondo storico: ad esempio, Gesù è storicamente esistito; la sua vita si è arricchita man mano, secondo i racconti degli storiografi dell’epoca e posteriori, di avvenimenti che l’hanno reso una figura mitologica in senso stretto, riconosciuta anche da culture diverse da quella cristiano-cattolica. Personaggi mitologici: chi è stato il primo? Il primo di cui abbiamo notizia è sicuramente Gilgamesh, re della Mesopotamia, protagonista dell’ Epopea di Gilgamesh. La datazione avviene intorno dal 2500 avanti Cristo fino al 2000 a.C. . Con Epopea di Gilgamesh si intende la raccolta di tutti quegli scritti redatti in caratteri sumerici che raccontano delle imprese dell’omonimo re di Uruk. Gilgamesh, senza ombra di dubbio, è uno degli “eroi” che più ha avuto influenza sulla mitologia contemporanea e successiva del Medio Oriente, Vicino Oriente Antico e mediterranea. Impossibile non notare le analogie che intercorrono tra le vicende dell’eroe Gilgamesh ed alcune delle vicende raccontate nel libro sacro della Bibbia. Ad esempio, il concetto di giardino dell’Eden è presente in entrambe le trascrizioni; così come il racconto del Diluvio Universale. Questo, secondo gli studiosi, accade perché tra le popolazioni di queste aree geografiche erano diffuso un tipo di mitologia molto simile. Personaggi mitologici: chi sono quelli della cultura mediterranea? La cultura mediterranea è un bacino fertile dove convergono protagonisti delle mitologie di diverse culture. Quelle predominanti sono, sicuramente, la cultura mitologica greca, quella romana, quella del Vicino Oriente Antico: un bacino molto ampio da dove attingere personaggi mitologici: questi erano sovente ripresi dalle antologie […]

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Culturalmente

Danao, il padre di Ipermestra: cose da sapere su questa figura

Danao, padre di Ipermestra: una figura mitologica Danao, in greco antico Δαναός, è una figura imprescindibile della mitologia greca anche se talvolta poco narrata. Chi ha compiuto studi classici oppure è semplicemente appassionato di mitologia classica greca, lo conoscerà in quanto padre di Ipermestra, figura femminile di spicco nella narrazione classica, che si rifiutò di obbedire al padre. Andiamo a conoscere quindi Danao, anche attraverso le varie narrazioni che storiografi, mitologi e menti eccelse della cultura classica hanno fatto del padre di Ipermestra. Danao, padre di Ipermestra: cosa ci dice la mitologia classica Danao, figlio di Belo re d’Egitto e di una ninfa del fiume Nilo, ebbe una sorte simile a quella del fratello. Infatti, il fratello Egitto ebbe 50 figli maschi e Danao ebbe 50 figlie femmine, le cosiddette Danaidi. Il padre di Danao ed Egitto, Belo, diede in dono a Danao il regno di Libia e ad Egitto l’Arabia. Si generò però un conflitto con il fratello per il predominio e Danao fu costretto a fuggire verso Argo, designata dai mitologi come sua vera terra d’origine (non a caso, spesso i Greci, soprattutto in Omero, erano segnalati come Danai). Danao divenne quindi re di Argo: Plinio il Vecchio narra che Danao divenne re d’Argo anche grazie all’introduzione presso queste popolazioni dei pozzi per attingere acqua. Infatti, i pozzi erano già lungamente in uso in Egitto, pare fossero ancora sconosciuti presso queste popolazioni. Il “gran rifiuto” della figlia al matrimonio combinato Danao era andato “lontano”, ma non riuscì a sfuggire alle ire del fratello Egitto. I 50 figli di Egitto giunsero quindi ad Argo, pretendendo la mano delle 50 figlie di Danao. Danao acconsentì, pensando ad uno stratagemma: una volta combinati i matrimoni, i neomariti sarebbero stati poi uccisi nel letto di nozze. Furono quindi combinati i matrimoni, celebrate le nozze ed assassinati i mariti. Ma non furono cinquanta gli assassinii, bensì quarantanove. Infatti, Ipermestra disobbedì al padre, risparmiando Linceo. Il suo sposo, infatti, le aveva portato grande riguardo risparmiando la sua verginità durante la prima notte di nozze. Danao imprigionò sua figlia Ipermestra, che fu liberata dalla dea Afrodite. Successivamente, anche le altre figlie furono liberate e purificate da Ermete ed Atena e furono libere di unirsi a dei vincitori di gare d’atletica, condannate poi nell’Oltretomba a riempire vasi rotti con dell’acqua. Un’altra versione narra di Danao e le restanti figlie uccise da Linceo. Danao, padre di Ipermestra: il mito ne Le Supplici di Eschilo Il tragediografo Eschilo, ne Le Supplici, racconta la sua versione del mito di Danao. Ne Le Supplici le figlie di Danao si oppongono strenuamente al matrimonio combinato, in un atto di grande ribellione femminile, visto che all’epoca non era assolutamente previsto il rifiuto di un matrimonio, nemmeno tra consanguinei. Di Eschilo, è andata perduta anche Le Danaidi, che avrebbe dovuto concludere il ciclo rappresentato da Le Supplici, Gli Egizi e Le Danaidi, che raccontava l’intero ciclo di miti. [Crediti | Foto: TheConversation.com]

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Food

24hours pizza people: un magazine cartaceo sulla pizza

24hours pizza people: parlare di cibo su carta nel 2019 Senza girarci troppo intorno, possiamo affermare che fare stampa è sempre più difficile: districarsi tra mille insidie e con il megafono del web l’informazione tende a distorcersi ed anche a smarrirsi in diecimila labirinti. Spesso, l’informazione prende una piega non desiderata oppure concetti validi si sfaldano nel mare magnum di internet. Riportare l’informazione ad una dimensione più pop e cartacea risulta ancora più difficile. C’è un tentativo interessante però in giro, a partire proprio da quest’anno 2019. Si tratta di 24hours pizza people, una fanzine cartacea a diffusione semestrale che tratta di un tema particolarmente apprezzato: la pizza. 24hours pizza people è un lavoro corale di autrici ed autori, illustratori, fotografi e protagonisti del pazzo mondo pizza, prodotto che ha agglutinato città di tutto il mondo rendendole simili e diverse. Ogni città ha la sua tendenza: scopo della fanzine è, appunto, raccontare le tendenze di ogni città. La fanzine cartacea ha una tiratura di 1500 copie per numero, due numeri programmati all’anno con firme sempre nuove, un costo di 15 euro a numero. 24hours pizza people è acquistabile all’indirizzo www.24hourspizzapeople.com/about. Alla guida di 24hours pizza people c’è la giornalista Martina Liverani, nome conosciuto nell’ambito della stampa gastronomica con una lunga carriera alle spalle. Oltre la fanzine, è creatrice e direttrice di Dispensa. Insieme a lei, i fratelli Aloe: calabresi di origine, possiamo tranquillamente dire che hanno esportato il loro concetto di pizza etica e sostenibile in Italia ed in Europa con il concept Berberè (a Londra, con due “postazioni” di Radio Alice). 24hours pizza people sin dal nome è un chiaro omaggio alla pellicola di Micheal Winterbottom 24hour Party People, che a sua volta racconta uno spaccato di subcultura cittadina che fu Factory Records, raccoglitore di tendenze musicali cittadine negli anni Settanta. Pizza al fuoco ce n’è, ma avevamo la curiosità di capire il percorso e l’evoluzone di questo ambizioso progetto. Il modo migliore era intervistare Martina Liverani: l’abbiamo fatto, per capire da dove nasce un’idea così singolare ed anche com’è lavorare con due menti vulcaniche come quelle dei fratelli Aloe. Ciao Martina! Hai 5 righe per presentarti, parlando di quello che vuoi: vogliamo assolutamente sapere chi c’è alla guida di questo progetto e vogliamo saperlo secondo Te. Ho 42 anni sono una giornalista e food writer, mi occupo principalmente di cibo. Negli anni ho collaborato con diverse riviste, da Repubblica a Vogue, da Sale&Pepe a Monocle.  6 anni fa ho fondato una mia casa editrice e una rivista indipendente che si chiama Dispensa, che parla di cibo raccontando le storie di generi alimentari e generi umani. Descrivici Dispensa, il magazine creato da te: è un progetto abbastanza “singolare” nel mare di progetti vari italiani incentrati sul cibo e tutto ciò che lo circonda. A metà tra un libro e una rivista, Dispensa racconta “generi umani e generi alimentari”, ma non ha pubblicità, non illustra ricette, non intervista Chef stellati da panorama televisivo, non la butti dopo un anno e […]

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Cucina e Salute

Alimenti per diabetici: ecco quali sono i più comuni

Alimenti per diabetici: perché si usano? Alimentazione e diabete è un binomio sempre più comune, purtroppo, negli ultimi anni. Il diabete è una patologia che può manifestarsi sotto diverse forme, ma hanno in comune tutte un disequilibrio nell’organismo tra l’assimilazione degli zuccheri, la reale sintesi di questi ultimi e quindi il buon funzionamento del corpo. L’incidenza di questa malattia, nelle sue diverse forme, è molto alta nella società occidentale e spesso è legata all’abuso di alcol, all’obesità ed altre patologie dell’alimentazione. Gli studiosi, quindi, tendono sempre di più a pensare che il diabete sia una malattia ad insorgenza superiore soprattutto nel nostro mondo “ricco” di possibilità alimentari, ma anche di cibi raffinati, con farine lavorate e zuccheri in quantità. Si è resa sempre più importante, quindi, la presenza e lo sviluppo di nuovi alimenti per diabetici. Il diabete è, infatti, una patologia che si può tenere sotto controllo anche tutta la vita e vivere quindi un’esistenza con delle rinunce controllate e non troppo sacrificate. Bisogna avere molta attenzione e, se si sospetta l’insorgere di questa patologia, consultare un medico specialista che vi toglierà ogni dubbio e vi porterà sulla strada corretta. Sarebbe comunque opportuno per tutti, come azione preventiva, regolare il nostro consumo di alimenti ricchi di farine raffinate e zuccheri raffinati, di alimenti industriali e cibi molto conditi e/o elaborati. Gli alimenti per diabetici, quindi, sono adatti ad una dieta particolare che deve essere ben bilanciata per non far mancare nessuno dei componenti fondamentali. Infatti, gli alimenti per diabetici e quindi la dieta adatta alla persona diabetica mira essenzialmente a tenere sotto controllo il livello degli zuccheri nel sangue. Quindi, occorre un’alimentazione adeguata per non andare incontro a complicazioni gravi che possono portare a shock e con conseguenze anche mortali. Alimenti per diabetici: quali sono? In realtà, esistono alimenti che possono essere mangiati dai diabetici – ovviamente in quantità controllate – senza problemi. Ad esempio, un modico piatto di pasta (quindi, carboidrati complessi), deve essere accompagnato da un ricco piatto o condimento a base di verdure, e quindi di fibre. Fonti di carboidrati semplici come ad esempio le patate, le carote, le zucchine devono essere assolutamente tenute sotto controllo. Gli alimenti per diabetici prodotti a livello industriale si caratterizzano per: – assenza di zuccheri aggiunti; – sostituzione dei dolcificanti naturali (sciroppi dolci, zucchero), con dolcificanti artificiali (anche se questa pratica tende sempre più a scomparire); – fortificazioni degli alimenti per diabetici con vitamine e minerali per renderli nutrizionalmente più validi. Tra gli alimenti per diabetici, quindi, possiamo includere gli alimenti che hanno una forte base proteica, come la carne magra oppure la carne semi-grassa di cui si dovrà mangiare una modica quantità; il pesce come il nasello, sogliola, tonno fresco. Pasta e pane devono essere nella dieta della persona diabetica in quantità controllate e preferibilmente integrali, visto che la presenza della crusca rallenta gli zuccheri nel sangue. Alimenti per diabetici: alimenti “speciali” Ci sono inoltre alcuni alimenti speciali già di natura adatti alla dieta dei diabetici. Parliamo in particolare […]

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Cucina e Salute

Alimenti senza carboidrati: facciamo chiarezza!

Alimenti senza carboidrati: facciamo chiarezza su un argomento discusso Alimenti senza carboidrati: si parla sempre più spesso di diete a ridotto contenuto di carboidrati, spesso anche di diete senza carboidrati. Negli ultimi decenni, la società occidentale ha teso a demonizzare la fonte primaria di energia per l’essere umano. Quindi, meglio parlare in maniera molto cauta di dieta con alimenti senza carboidrati: gli studi del settore dimostrano che i carboidrati rappresentano circa il 40% della nostra energia giornaliera. Esistono, però, diete che prevedono il taglio totale di questa importantissima e primaria fonte di energia: parliamo delle varie forme di Dieta Dukan (molto in voga negli anni Ottanta e Novanta) e di dieta chetogenica, cioè una dieta che prevede grandi immissioni nel corpo di proteine con alimenti senza carboidrati nella loro natura. I carboidrati sono detti anche glucidi: sono formati da atomi di idrogeno, ossigeno e carbonio. I carboidrati/glucidi hanno il ruolo importantissimo, quindi, di mantenere sana e funzionante l’intera struttura corpo-umano. I carboidrati si dividono in semplici, presenti soprattutto nella frutta (specie se matura) e negli sciroppi naturali; complessi (pane, pasta e molti alimenti della dieta mediterranea). La carenza di carboidrati nel corpo umano dovuto al malassorbimento o alla presenza di troppi alimenti senza carboidrati porta l’organismo a cercare energia altrove, in primis letteralmente “divorando” le proteine dei muscoli, che non sono atti al ruolo di fornitori di energia. Quindi il nostro consiglio primario è sempre quello di contattare un medico, uno specialista nel settore della nutrizione prima di intraprendere un qualunque regime alimentare che prevede la presenza di soli alimenti senza carboidrati. Alimenti senza carboidrati: una breve lista senza implicazioni Fatte le dovute premesse, ci sono sicuramente degli alimenti senza carboidrati oppure degli alimenti con una ridotta percentuale di carboidrati. Non ci sono, assolutamente, alcuna implicazioni nell’assumere alimenti del genere. L’importante è – e dovrebbe essere così in ogni tipo di dieta o qualsivoglia regime alimentare – nel dosare con saggezza, metodo ed indicazioni degli esperti la qualità degli alimenti da introdurre nel proprio corpo. Senza dubbio, un consumo eccessivo di carboidrati (semplici e complessi) nella dieta comporta patologie come l’insorgenza di problemi dentali, insulinoresistenza e alcuni studi dicono anche alcune tipologie di tumore. Come abbiamo detto prima, anche l’assenza di carboidrati può portare a conseguenze decisamente spiacevoli e talvolta irreversibili. Di seguito, vi proponiamo una breve lista di alimenti senza carboidrati o con ridotto apporto di carboidrati, con qualche consiglio assolutamente spassionato per il consumo giornaliero o periodico. Ricordate sempre: consultate un nutrizionista se avete dubbi sulla vostra alimentazione. Enjoy your carbs! Carne (bianca, rossa, avicola): presenza un maggior numero di proteine anziché carboidrati, il quale valore tende quasi ad annullarsi. Pesce: idem come la carne, con presenza inoltre di vitamine e fosforo, utile per la memoria. Olio extravergine d’oliva: l’olio EVO presenta quasi soltanto grassi polinsaturi (se di buona qualità) e zero carboidrati. Diverse tipologie di verdure (asparagi, zucchine, finocchi, fagiolini, cetrioli): oltre ad essere alimenti senza carboidrati (o quasi), questi ortaggi appena elencati presentano altissimi profili nutrizionali […]

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Culturalmente

Alcesti: chi è l’eroina indimenticata della tragedia greca

Alcesti: chi è l’eroina indimenticata della tragedia greca? Alcesti, in greco antico Ἄλκηστις, è una figura della mitologia greca, trasportata poi in innumerevoli tragedie arrivate fino ai giorni nostri. La figura di Alcesti, infatti, è stata resa immortale dall’omonima tragedia di Euripide. L’Alcesti euripidea ha ispirato innumerevoli autori posteriori: tra questi, il poeta Geoffrey Chaucer e l’italiano Vittorio Alfieri, che hanno tratto liberamente elementi dal mito greco modificandoli secondo il parere e le necessità del tempo; cosa che ha fatto anche la grande scrittrice Marguerite Yourcenair. Anche Platone, nel suo Simposio, parla di Alcesti: infatti, per il filosofo greco l’eroina è quanto più vicino possa esserci all’amore disinteressato, all’Eros più puro che non esita al sacrificio dinanzi alla necessità. C’è una costante, però, nelle infinite rappresentazioni di questa eroina senza tempo: la sua fedeltà. Il filone originale del mito, infatti, narra di Alcesti che si offre in sacrificio al posto del marito, Admeto. Alcesti è quindi il simbolo della sposa fedele, pronta a rinunciare alla sua vita per il marito. Ma andiamo con ordine: è il caso di conoscere qualcosa in più sull’Alcesti “originale”. Alcesti: chi è l’eroina. Origini del mito e tragedia euripidea La fonte più precisa per quanto riguarda il mito di Alcesti è senza dubbio la tragedia omonima di Euripide. Si narra che Alcesti fosse figlia di Pelia (figlio di Poseidone) e di Anassibia. Admeto, re di Fere, superò diverse prove prima di riceverla in sposa: infatti, dovette fare ricorso all’aiuto del dio Apollo, che gli donò un cinghiale ed un leone. Da qui, però, Admeto avrà un debito con la divinità che dovrà in qualche modo saldare. Purtroppo, il solo modo di saldare il debito per Admeto è il sacrificio in punto di morte. Disperato, il re Admeto cerca qualcuno che sia disposto a sacrificarsi per lui: va addirittura dai suoi anziani genitori che, però, gli rifiutano il sacrificio. Admeto si vede costretto ad accettare, se non fosse per la sua sposa Alcesti, che si offre in sacrificio al suo posto. E’ davvero difficile da credere ma Admeto accetta senza batter ciglio questa proposta, accettando anche l’unica condizione posta dalla sua sposa: Admeto non dovrà più risposarsi, per evitare ai figli ulteriori dolori e la sofferenza di una matrigna che non li ama. La sposa di Admeto, quindi, spira sul letto nuziale, simbolo di una vita di coppia faticosamente conquistata e troppo presto ceduta. Tutto sembra volgersi al peggio: nel palazzo, si preparano i lutti per la regina; finché non si presenta sulla scena Eracle, ignaro del lutto che ha colpito il suo amico. Admeto, da buon greco, adempie ai sacri riti di ospitalità tacendo finanche sul proprio lutto. Eracle, felice di essere nelle proprietà di Admeto, si lascia andare al giubilo finché non nota gli sguardi tristi che gli lancia lo schiavo che lo assiste. Eracle pone delle domande allo schiavo, ed ottiene la verità. L’eroe prova tangibile vergogna del suo comportamento e vuole letteralmente dare un segno ad Admeto che, nonostante il grave lutto, […]

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