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Eroica Fenice

Libri

Pizza e bolle: abbinamento perfetto? Ce lo dice il libro di Tania Mauri e Luciana Squadrilli

Pizza e bolle di Tania Mauri e Luciana Squadrilli: c’era un tempo… C’era un tempo, nemmeno così remoto e lontano, dove il pairing pizza e bolle (intendiamo, bollicine di vino…) era assolutamente stigmatizzato, ostracizzato. Ma ci fu un tempo ancora più lontano dove il “pairing”, o per meglio dire, l’accoppiata di pizza e vino (soprattutto frizzante) era assolutamente normale: questo, poteva accadere per diversi motivi. Ad esempio, prima dell’arrivo del pomodoro e di ulteriori condimenti per il nostro disco di pasta preferito, una bella bevuta (magari di vino locale, giovane e frizzante) con un prodotto da forno caldo era l’ideale per rimettersi in forze ed affrontare un’intera giornata per strada, a lavorare. Con la diffusione della pizza all’estero (ricordiamolo, è tra i prodotti made in Italy… e vittima del conseguente Italian sounding, più famoso), soprattutto in terra anglo-americana, si è presa l’abitudine diffusa di bere birra in accompagnamento alla pizza, a discapito del vino. Negli ultimi anni, per fortuna, i due mondi di vino e birra si stanno ri-equilibrando accanto alla pizza. Ognuno sta trovando il proprio spazio e la propria fetta di adepti. In particolare, questo sembra proprio il momento di pizza e bolle (così come vengono chiamate le “bollicine” , i vini frizzanti, dagli amanti.) Ma cosa intendiamo, noi, con pizza e bolle? Con questo pairing, intendiamo la pizza – fritta o al forno, dalle varie farciture – accompagnata per quanto riguarda il beverage da vini frizzanti: tra questi, possiamo contare molti vini della Campania, primo fra tutti il Gragnano. Seguono a ruota – non inferiori in importanza, sia chiaro – Asprinio d’Aversa e Caprettone. Poi ci sono i vini piemontesi, veneti, gli champagne… Pizza e bolle: un libro che tutti aspettavamo Umilmente, mi pongo nella schiera di chi la pizza l’ha sempre accompagnata con il vino, preferibilmente frizzante. Quindi, attendevo con ansia un bignami di pizza e bollicine, e tutti noi enopizzofili (si perdoni, un neologismo)  siamo stati ben felici di accogliere Pizza e Bolle, l’ultimo lavoro saggistico di Tania Mauri e Luciana Squadrilli (fondatrici, insieme ad Alessandra Farinelli, dell’ottimo pizzaontheroad.eu). Insieme all’enologo Alfonso Isinelli, le autrici hanno intrapreso un viaggio viscerale nella cultura della pizza italiana, abbracciando più campi: il vino, come si può immaginare, è stato un ottimo e corposo “pretesto” per andare a recuperare la memoria di luoghi e le tradizioni di un tempo. Venti sono i pizzaioli che raccontano il loro modo di abbinare la pizza con le bolle, a loro volta “in abbinamento” a vignaioli e vini che, talvolta, li rispecchiano nel carattere. Pizza e bolle di Tania Mauri e Luciana Squadrilli: la presentazione a Napoli Il 6 dicembre, alle ore 17.00, presso la sede dell’Associazione Verace Pizza Napoletana di Via Capodimonte (Napoli), si è tenuta la presentazione napoletana di Pizza e bolle, con entrambe le autrici presenti, nonché una “folta” rappresentanza dei pizzaioli che sono protagonisti tra le pagine. A moderare l’evento, in maniera “frizzante”, tanto per restare in tema, la giornalista enogastronomica Laura Gambacorta, che non ha fatto mancare la sua in […]

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Food

Panettone artigianale: 10+3 consigliati in Campania

Il panettone artigianale fa tendenza ormai da qualche anno: ce n’è un gran parlare per tv, giornali, riviste specializzate, eventi ad esso dedicati e programmi televisivi ad hoc. Cosa intendiamo per panettone artigianale? C’è un disciplinare da rispettare, per il prodotto da forno delle festività che vogliamo chiamare panettone. Il panettone artigianale è, sostanzialmente, un panettone interpretato dai Maestri Pasticcieri o dalle pasticcerie più blasonate, che danno il loro tocco personale, una sferzata in più. Soprattutto, sono i quantitativi disponibili a scendere: altrimenti, che panettone artigianale sarebbe? Un panettone, per chiamarsi tale, deve avere farina, zucchero, uova fresche per almeno 4%, burro per almeno il 16%, arance candite e uvetta per almeno il 20%, pasta acida, lievito naturale. Poi, possono esserci le variazioni sul tema di panettone artigianale: cioccolato, frutta varia, creme, addirittura vini o liquori. Per tutti i gusti, per quasi tutte le tasche. Infatti i prezzi, rispetto ai prodotti industriali, salgono sensibilmente: da un minimo di 25 euro al chilo, arrivando anche ai 40 euro al chilo. In Campania, siamo diventati particolarmente bravi ad interpretare l’arte del panettone meneghino, aggiungendoci il nostro estro e la nostra creatività, tanto da essere spesso annoverati tra i migliori ad ogni concorso in materia. Abbiamo provato a stilare una lista dei panettoni artigianali consigliati per il Natale 2018. Abbiamo inserito descrizioni, i riferimenti per gli shop online e i prezzi al chilo, laddove li abbiamo trovati. Abbiamo anche aggiunto qualche foto e vi assicuriamo: sono dei veri gioielli dal vivo. Vale la pena assaggiarne qualcuno! Panettone artigianale: i 13 fatti in Campania e consigliati per il Natale 2018 – in rigoroso ordine alfabetico Dolciaria Marigliano (San Giuseppe Vesuviano Napoli) Dolciaria Marigliano ha sede a San Giuseppe Vesuviano: Giovanni Marigliano “guida” la pasticceria ormai dal 2006, mentre Alessandro Marigliano ne è il genio creativo. La loro pasticceria quotidiana si concentra sulle torte, sui gelati, sulle monoporzioni da servire sia in pasticceria che alle moltissime attività ristorative della zona. Conta tra le sue file una folta schiera di appassionati che affollano, sin dagli ultimi giorni di novembre, il punto vendita e il laboratorio per accaparrarsi uno dei suoi dolci e grandi lievitati. Il panettone artigianale, classico milanese, basso, ha una bella confezione in cartone patinato, elegante ma non pretenziosa. Come amano dire, il “Parco Nazionale del Vesuvio” è il loro miglior fornitore: via libera dunque a canditi creati artigianali, mele annurche, albicocche pellecchielle del Vesuvio per i panettoni innovativi. Il risultato è un panettone particolarmente profumato di canditi e vaniglia, morbido al taglio ed al morso molto soddisfacente. Panettone classico milanese: 32 euro/1kg Acquistabile sullo shop online di Dolciaria Marigliano Dolciaria Marigliano, Via Cortile Ammirati 20, San Giuseppe Vesuviano (Napoli) Dolciarte (Avellino) Subways, noto gruppo inglese, direbbe che Carmen Vecchione è la rock’n’roll queen del panettone artigianale. Avellino non è certo nuova a perdizioni e sapori ma con Carmen ha dato una decisa nota dolce alle sue caratteristiche. Una grande passione per i piccoli e grandi lievitati (spiccano, tra questi, brioche e croissant da […]

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I Rota – Vino e Cucina: autentici sapori di terra

I Rota – Vino e Cucina, abbiamo assaggiato e… La cucina di un locale, ristorante, bistrot che sia, assume sempre contorni più definiti e di valore quando accoglie più elementi del luogo che lo ospita. Per fortuna, la cucina locale italiana sembra riacquistare punti ogni giorno di più, e ne stiamo avendo la dimostrazione dalle molte aperture che improntano il loro marketing (e di conseguenza, ci auspichiamo, l’agire) sulla tradizionalità. Nel solco di questo trend, lo scorso sabato abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare la cucina de I Rota – Vino e Cucina, grazie all’invito della giornalista enogastronomica Laura Gambacorta, come sempre impegnata in prima linea nella valorizzazione delle realtà territoriali. I Rota – Vino e Cucina : dove, chi Ci troviamo a Mercato San Severino, un paese da secoli molto importante sia per la posizione geografica, che di conseguenza economica. Polo di scambi commerciali prima, poi arricchitosi con le fiorenti industrie, oggi resta un importantissimo scalo sia per chi vuole affacciarsi alle porte di Salerno, oppure come avanscoperta verso i territori irpini. I Rota – Vino e Cucina nasce dall’Hosteria La Rota, creata da Vittorio Fierro. Il giovane Francesco Fierro (che ben ha impressionato durante la sua presenza da Sushiaria, a Salerno), ne ha preso le redini trasformandolo nel locale che oggi ci viene proposta. Insieme a Fierro, vediamo Patrizia de Maio, impegnata nella gestione della sala e nel rapporto con la clientela. Il nome deriva dall’antico toponimo della città di Mercato San Severino: infatti, prima si chiamava Oppidum Rota. In virtù della sua posizione geografica strategica, il governo del luogo pretendeva l’oppidum rota, cioè una sorta di “pedaggio” sulle ruote dei carri, carichi di beni da rivendere, che transitavano in quelle terre di passaggio per poi dirigersi verso l’Irpinia. I Rota – Vino e Cucina : i produttori La nuova vita de I Rota – Vino e Cucina è data, oltre che dalla freschezza in cucina di Francesco Fierro, da una selezione davvero accurata dei produttori: notevoli chicche gastronomiche in fatto di aziende sono presenti in carta. A partire dai prodotti dell’Azienda Agricola Il Moera, che abbiamo avuto l’occasione già di visitare: qui sono presenti i vari pesti e creme prodotte da Francesco Fusco ad Avella, proprio a ridosso del Monte Partenio. Immancabile, quindi il pesto fatto con il delicatissimo aglio orsino. I vini in degustazione – presenti anche in carta – appartengono all’Azienda Vinicola d’Aione, sita in Tufo (Avellino). Il nome dell’azienda viene dalle gesta del principe longobardo D’Aione, che si narra passò proprio per queste terre. La degustazione molto particolare del Greco di Tufo ha permesso una breve dissertazione su questo vino: i terreni dove sorgono i vigneti sono prevalentemente argillosi, con molto zolfo. Questo conferisce al Greco di Tufo dell’azienda D’Airone spiccate note minerali. Il comparto salumi è affidato al prosciuttificio irpino Vittorio Ciarcia, di Venticano. Il loro prosciutto irpino presenta delle caratteristiche organolettiche davvero notevoli: è un PAT, cioè un Prodotto Agroalimentare Tutelato; l’antica tradizione irpina dell’allevamento degli animali da cortile, trova ancora dimora. L’animale […]

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Ghe Kalè: il lusso possibile al centro della Campania

Ghe Kalè, ci siamo stati e… Mangiare bene, se possibile con ricercatezza e in un bell’ambiente, sembra essere il leitmotiv delle nostre uscite e dei nostri impegni economici abituali. Indubbiamente, la qualità media si è alzata sia per la cucina, per il mood, la location. Bisogna altrettanto ammettere che, purtroppo, a volte il rapporto qualità/prezzo non coincide e scoraggia molti “buoni palati” dall’uscire a cena e concedersi delle chicche gastronomiche, impauriti dai conti salatissimi. Ghe Kalè, ristorante di San Paolo Bel Sito (Napoli), ha tra i suoi mantra il “lusso possibile”. Eroica Fenice è stata invitata con mano a tastare questa realtà. Ghe Kalè: dove, come? Ghe Kalè: dal greco classico, gea kalè, buona terra. La stessa fraseologia dal quale, probabilmente, deriva il nome del Monte Cicala, sotto il quale si è stanziato il nostro ristorante. Ci troviamo a San Paolo Bel Sito, piccolo paese da tremila anime ad appena qualche passo dalla più famosa Nola. Il Monte Cicala, sopra menzionato, viene anche descritto dal filosofo Giordano Bruno, che qui ebbe i natali. Un monte che ha fatto la fortuna degli autoctoni, per posizione geografica e prosperità. Siamo pressappoco al centro della Campania, nè più nè meno che nella sua pancia; quasi equidistanti dalle cinque province, un perfetto crocevia. Il ristorante Ghe Kalè: le persone, l’ambiente La Famiglia Bifulco, proprietaria della tenuta dove alloggia il Ghe Kalè, è una di quelle famiglie dove l’ospitalità sembra innata. Proprietaria di diversi boutique hotel e bnb a Napoli (tra i quali, ricordiamo, Le Stanze del Vicerè, Dei Decumani e il nuovissimo Hotel Santa Brigida), porta il folklore artistico partenopeo in provincia. L’arredo, impreziosito con sapienza qui e lì tra le camere, è stato affidato a Le voci di dentro, storica bottega di artigianato partenopeo. Ci si muove agilmente tra kitsch, barocco e neoclassico. Il piano inferiore dell’edificio è dedicato al progetto bistrot, una perla rara aperta in alcune serate dedicate, con menu differenti (talvolta, semplificati), e una limonaia che vede vita in climi decisamente più clementi. Gli ambienti presentano un lusso distratto, intellettuale, con opere di valore sapientemente utilizzate come arredi. La cucina è affidata all’executive chef Raffaele de Rise, solida personalità nolana formatasi nelle cucine di Gennarino Esposito (La Torre del Saracino, due stelle Michelin) e al sous chef Simone Heredia Jimenez, esperto nei diversi tipi di cotture all’aperto (brace, barbecue all’italiana e all’americana, e molti altri). Il ristorante Ghe Kalè: le proposte, i prezzi Se “Lusso possibile” è il payoff di Ghe Kalè, non resta che andare a verificare sul menu. I piatti hanno un costo variabile: gli antipasti vertono intorno ai 16 euro, con una proposta ad appena 8 euro (la “zeppola salata”); i primi piatti, vanno dai 12 ai 16 euro; così anche i secondi piatti. Menzione a parte per le portate “della tradizione”, a prezzi decisamente più contenuti: presenti ragù e carne alla brace, rispettivamente ad 8 euro e 10 euro. Per quanto riguarda i vini, la carta è corposa ma le proposte abbastanza semplici. Intuibili le molte […]

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Pizzeria Jolly (Palma Campania): 10 anni tra gusto e sociale

Dieci anni di attività, soprattutto per quanto riguarda la ristorazione, non sono pochissimi. Valgono ancora di più se a condurla è un giovane Maestro, che nel nostro caso risponde al nome di Gennaro Catapano, che nella sua Pizzeria Jolly porta avanti un percorso che si snoda tra la ricerca del gusto (sempre legato alla territorialità) e l’impegno per il sociale. Il 5 novembre Gennaro Catapano ha festeggiato questi primi dieci anni di attività ristorativa offrendo una panoramica gastronomica di ciò che si è fatto e ciò che si farà. Gennaro Catapano e Jolly: una storia di studio, passione e famiglia Il progetto Jolly nasce da un disegno coerente ad opera di Gennaro e suo fratello Angelo (poi trasferitosi a Milano e pizzaiolo di un’altra interessante realtà, quella di Pizzium). I due fratelli da sempre hanno cercato di portare la cultura della pizza napoletana fino in provincia, anticipando sul tempo anche molti altri pizzaioli ed impegnandosi in progetti per la riqualificazione dei luoghi della città di Palma Campania e zone limitrofe, oltre che del recupero dei ragazzi in difficoltà grazie alla partecipazione ai progetti del parroco Luigi Meola. La posizione della pizzeria è confortevole, su una grande strada di passaggio che collega l’Agro-Sarnese Nocerino all’Agro-Nolano, cioè le due grandi distese che insieme coprono una bella parte della Campania extra-cittadina. Una zona certo non povera di spunti enogastronomici interessanti, dai quali Gennaro ha sempre attinto – e con riconoscenza – a piene mani. La Pizzeria Jolly: percorsi d’autunno e d’inverno per i suoi dieci anni In concomitanza con il decennale, Gennaro presenta al pubblico della Pizzeria Jolly il menu protagonista dei prossimi mesi, “Percorsi d’autunno e d’inverno”. Dopo molto labor limae, sono sei le pizze in carta dedicate ai mesi più freddi dell’anno ma non per questo meno gustosi; per quanto riguarda i fritti, ci sono quattro nuove montanare interessanti. Le novità vedranno come protagonista, ovviamente, la terra dove è nato e cresciuto non solo Gennaro ma anche il team dei suoi collaboratori, tutti giovanissimi. Un’intera parte del menu sarà declinata al pomodoro: infatti, durante l’ultima edizione di My Social Recipe (che abbiamo ampiamente documentato), Gennaro ha ricevuto la menzione speciale per la miglior pizza al pomodoro elargita da Francesco Franzese de La Fiammante. Il capitolo antipasti vede il territorio rappresentato con un appetizer fatto di bocconcini di baccalà impanati su crema di broccolo romano e fiori eduli. Il baccalà è molto diffuso in questa zona grazie alla vicinanza di Somma Vesuviana, dove c’è uno dei commerci più fiorenti d’Europa in tal senso. Una rinfrescata è stata data anche al menu beverage: confermati i ragazzi del vicinissimo birrificio Okorei di Mariglianella, new entry con due referenze di Birra di Paestum e due referenze del Birrificio Aeffe di Nocera Inferiore. Per i vini, Gennaro si è affidato alle vicine Cantine Villa Dora che propongono vini di qualità esclusivamente dell’area vesuviana. I dolci sono affidati, come da tempo a questa parte, all’arte della Dolciaria Marigliano di San Giuseppe Vesuviano (Napoli). Menu della serata del 5 […]

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Mangiare vegano a napoli: 5 locali a tema

Non è soltanto una moda salutistica, oppure un guizzo etico: mangiare vegetariano (termine che include nella dieta derivati di origine animale ma non la carne vera e propria), o ancora mangiare vegano (definizione che non ammette nella dieta alcun derivato di origine animale) può essere decisamente gustoso. Napoli – e di conseguenza, i napoletani – è sempre stata descritta come una città fatta da una popolazione di mangiafoglie: un modo “antico” per ribadire che nella cultura partenopea, la carne era rara e costosa; mentre, dalle vicine campagne (basti pensare che già il Vomero ad inizio Novecento era tutta campagna!) ortaggi, frutta e verdura erano a buon mercato. Peperoncini friggitelli, broccoli friarielli, melanzane, peperoni, zucchine: quanto piatti hanno inventato i napoletani con questi doni della terra? Ad oggi, Napoli non ha perso l’animo “naturalmente vegetariano“, e neppure quello vegano. Di seguito, vi proponiamo una lista di cinque locali dove poter testare la migliore cucina napoletana in salsa vegetariana e vegana. Si accettano suggerimenti per integrazioni! Mangiare vegano e vegetariano, istruzioni per l’uso La Riggiola – Ristorante (non solo) vegano e vegetariano La Riggiola è sempre stata attenta alle esigenze dei suoi clienti, ma la ventata di novità portata dall’ultimo menu incentrato sulle proposte vegane e vegetariane ha attirato la nostra attenzione, tanto che siamo stati presenti all’anteprima stampa qualche settimana fa. Infatti, da qualche settimana a questa parte, oltre al menu con la presenza di carne e pesce è previsto un intero menu vegano, anche molto gustoso. Noi, durante l’anteprima, abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare il menu declinato al veg ad opera dello chef Francesco Fusco. Gli ortaggi e le verdure utilizzati provengono dall’azienda agricola del patron Pietro Micillo. Per il menu autunnale, largo quindi a tagliolini con farina di canapa, rocher di fagioli a formella su chutney di melanzane, e come dolce una camilla fatta in casa di carota viola con crema di cioccolato bianco e latte di cocco. Mangiare vegano alla Riggiola è un vero e proprio piacere per i sensi. Cavoli Nostri – perché se mangi vegetariano e vegano sono… cavoli loro! Un punto d’approdo sicuro a Napoli è certamente Cavoli Nostri, nella bella zona di Santa Lucia, in particolare a Via Palepoli. Cavoli Nostri è arredato ed ha l’impostazione più di un bistrot che di un ristorante vero e proprio, però non mancano tutte le accortezze e le preparazioni che lo rendono notevole. Tra gli antipasti, non mancano appetizer e salse tipiche della cucina mediterranea: dalle verdure ed ortaggi tagliati a listarelle e fatti in tempura, hummus di ceci, ed altre salse dal sapore orientale; notevole il tris di crostoni (fantasia di peperoni, avocado mojito, babaganoush e pomodorini). Tra i primi del menu catturano l’attenzione la lasagnetta di pane carasau (un particolare tipo di pane croccante sardo) e pesto alla genovese, riso venere all’avocado e fantasia di verdure (questo piatto certificato naturalmente privo di glutine, per info maggiori chiedere al personale di Cavoli Nostri) A Napoli, ovviamente, non possono mancare le polpette: da Cavoli Nostri sono preparate […]

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Osterie d’Italia 2019, le 20 osterie campane da non perdere in Campania

La parola Slow Food, ormai, ci mette sicurezza (anzi: a qualcuno mette anche un po’ d’ansia!). Accogliamo sempre così l’uscita della Guida Osterie d’Italia, una delle più complete ed esaurienti guide enogastronomiche alla scoperta dei luoghi del “mangiarbene”. Osterie d’Italia 2019, piccoli consigli tratti dalla guida Slow Food Un nutrito pool di esperti, ogni anno, fa un lavoro mastodontico per fornire a noi – popolo di viaggiatori e buone forchette – tutti gli strumenti necessari per arrivare in un posto, ordinare quello che più ci incuriosisce e pagare il giusto. Un lavoro davvero mastodontico: basti pensare che l’edizione 2019 della guida contiene 133 nuove segnalazioni, 279 chiocciole, 213 osterie notevoli per i formaggi, 361 osterie notevoli per i vini, 484 locali con un orto di proprietà, 370 osterie con menù vegetariani e 321 aziende con alloggio. Com’è fatta la Guida alle Osterie d’Italia 2019 Slow Food? La Guida è molto articolata: la “chiocciola” è il simbolo più ambito, significa che il locale che l’ha ottenuta racchiude in sè tutti i dettami dell’osteria contemporanea (rispetto per la tradizione con tanto di fantasia, ambiente conviviale, utilizzo dei prodotti a km 0 e valorizzazione dei vini locali). Ci sono, però, molte realtà ristorative non menzionate tra le chiocciole ma che riescono ad entrare nella Guida  grazie ad alcuni valori spinti ai massimi livelli: si può esser menzionati come ristorante/osteria/trattoria che produce formaggi (e quindi, avere il simbolo del formaggio), oppure come un locale che pone attenzione particolare ai vini (simbolo della bottiglia), o ancora che dedica attenzione alla valorizzazione delle cultivar locali di olive per la produzione di oli. Noi di Eroica Fenice abbiamo redatto per voi una selezione di 20 realtà ristorative campane, tra chiocciole, formaggi, bottiglie di olio e di vino. La selezione è stata fatta perché ci siamo effettivamente stati in questi locali, oppure ne abbiamo la curiosità o ancora abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare qualcosa ad uno degli eventi cui partecipiamo ogni settimana. Disclaimer: tutti i prezzi e le portate riportati sono stati presi dalla Guida alle Osterie d’Italia 2019, Slow Food Editore. Questa è solo una panoramica per indurvi curiosità. Se volete notizie approfondite, nonché tutta la lista delle realtà della Campania (e non solo), vi invitiamo all’acquisto: non ve ne pentirete. La Pignata (Ariano Irpino, Avellino) Vera istituzione di cucina irpina, a cavallo del Fortore, l’osteria è gestita con passione dall’intera famiglia Ventre. Qui non si trascura niente della filiera produttiva e ci si evolve, rispettando sempre il solco della tradizione. Cosa mangiare? Esiste qui la formula menù da degustazione, in tre varianti: da 35, 40 e 50 euro ciascuno con differenti proposte. Tra gli antipasti, oltre ai salumi locali, si ritrova anche il classico pancotto tipico delle zone di montagna sia dell’avellinese che dell’alto casertano. Tra i primi piatti, consigliati i paccheri con baccalà e mollica di pane, oppure la zuppa di fagioli e castagne. Una cucina sostanziosa, insomma. Quanto si spende: 30-35 euro vini esclusi Contatti: La Pignata, Viale dei Tigli 7, Ariano Irpino. Telefono […]

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FaceFood incontra l’orto con il Moera di Avella

FaceFood arriva al Moera di Avella: si tratta del format ideato da Lino D’Angiò in collaborazione con la giornalista gastronomica Laura Gambacorta Come ci siamo finiti al Moera di Avella? Semplice: bei tempi andati, quelli in cui per fare una trasmissione serviva uno studio fisso, dei collaboratori e tutto il resto. Ma – non sottovalutiamo! – dovevamo starcene attaccati al tubo cadotico, in attesa che quello lì facesse una battuta o ancora quell’altro lì interpretasse un famoso. Tutto questo è stato lentamente spazzato via da Internet che dal suo avvento – ci troviamo più o meno nel 1994/1995 – ha rivoluzionato il modo di godere della televisione e anche di fare televisione. Un modo senza dubbio rivoluzionario e soprattutto godereccio è il format FaceFood, ideato da Lino D’Angiò in collaborazione con la giornalista gastronomica Laura Gambacorta, autorità negli eventi gastronomici in Campania e non solo. FaceFood è un format decisamente innovativo, che prevede uno studio non fisso (infatti, si cambia di puntata in puntata, cioè di ristorante in ristorante), con la partecipazione degli ospiti in sala, dello staff di cucina e – soprattutto! – dei piatti in degustazione. Tra uno sketch sportivo, gastronomico e di gossip, si ride un po’ del pane quotidiano, prendendosi con leggerezza e gusto. Abbiamo seguito FaceFood già alla sua prima presentazione presso La locanda del profeta; questa volta, dal centro di Napoli ci siamo spostati ad Avella, in provincia di Avellino. L’occasione è stata stavolta l’evento La Dispensa del Moera, tenutosi il 5 ottobre: presentazione dei nuovi prodotti dello chef Francesco Fusco e famiglia che, oltre all’attività di degustazione, porta avanti una prolifica attività come azienda agricola. Il Ristorante-Orto Moera ad Avella Avella è da secoli una cittadina importantissima. A cavallo tra le province di Napoli ed Avellino, confinante con il Parco del monte Partenio, era conosciuta in antichità con il nome di Abella. Sede di un anfiteatro romano e di un castello medievale, possiamo dire che la cittadina è inoltre conosciuta dal mondo per le sue nocciole. Il Moera di Francesco Fusco è una struttura che sorge appunto all’interno di un’aera di cinque etteri suddivisi tra noccioleto, uliveto ed altre coltivazioni. La sala è molto accogliente, intima e dà perfettamente l’impressione di “locanda” dove l’oste coccolerà con le primizie stagionali i suoi ospiti. E’ un lungo processo, quello portato avanti da Francesco con sua moglie Diana, che però vede i suoi frutti, primo tra i quali una colta e folta clientela che ha partecipato alla cena spettacolo. Le novità del Ristorante-Orto Moera L’evento La Dispensa del Moera è stata l’occasione per presentare alcuni prodotti che vanno a rimpinguare la schiera già nutrita delle preparazioni che lo chef mette a disposizione dei suoi ospiti. L’idea è quella che il cliente, una volta assaggiate le specialità, possa portarle tranquillamente a casa per cimentarsi a sua volta negli “esperimenti”. Chef Fusco è ferrato sulla preparazione di creme e composte dell’orto. Suoi cavalli di battaglia, il pesto all’aglio orsino (le cui foglie sono raccolte personalmente da lui, sulle montagne del […]

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Vini casertani e campani in degustazione a Galluccio

Una degustazione a Galluccio: viaggio nell’alto casertano alla scoeprta dei vini campani Domenica 30 settembre si è svolto un piacevole viaggio alla scoperta dei vini tipici dell’alto casertano, in particolare grazie alla partnership tra la tenuta Podere San Giovanni e Cantine Mediterranee. Si è trattato di una degustazione a Galluccio, nella frazione di Sipicciano, grazie all’impegno dell’assocazione SpaghettiItaliani, come sempre in prima linea quando si tratta di promuovere piccoli produttori e realtà ristorative di valore. Dove: Galluccio, alto casertano Eroica Fenice stavolta si è spinta fino a Galluccio; non propriamente dietro l’angolo, diranno i più ferrati in geografia. Parliamo di alta provincia di Caserta, ad appena una manciata di chilometri dal confine con il Lazio. Panorama senza dubbio spettacolare: ci troviamo nel parco regionale di Roccamonfina, riserva naturale dal 1993, letteralmente su di un vulcano spento e nella natura davvero lussureggiante. Una parte di Campania talvolta ingiustamente dimenticata, di confine; scarsa attrattiva per le masse di sicuro, ma siamo certi che qualche spirito come quelli dei sottoscritti, presi dalla sindrome del wanderlust, possa trovare più che piacevole trascorrere qualche giorno in questo frammento di Campania al confine. Usciti a Caianello, dopo un po’ di chilometri tra castagni, ulivi ed – ovviamente – vitigni, troverete Galluccio. Beccata la frazione Sipicciano, troverete anche il Podere San Giovanni (sotto la dicitura Se.Vin. Società Cooperativa Agricola). Cantine Mediterranee & Podere Don Giovanni Le due cantine coinvolte nella promozione e diffusione dei vini di questo tratto di alto casertano sono, appunto le Cantine Mediterranee (di Napoli) e Podere Don Giovanni (cantina ospitante). Entrambi i brand sono sul mercato da tempo, ma negli ultimi anni hanno visto consolidarsi la loro presenza sul mercato soprattutto per quanto riguarda la parte export. Cantine Mediterranee, come azienda, è inoltre motivata a portare avanti la tradizione dei vini sia dell’Irpinia che del Sannio; inoltre, l’azienda è tra le poche aziende vinicole certificate in Italia (e nel mondo) a poter produrre vino kosher, cioè che è conforme ai dettami della religione ebraica e quindi adatto al consumo per gli appartenenti alla fede. Il Podere San Giovanni risponde alla Se.vin Società Cooperativa Agricola della Famiglia Severino, che da più di 20 anni produce e diffonde i vini prodotti dai vigneti del parco naturale di Roccamonfina. Ma non solo di vigneti è fatto il podere: infatti, passeggiando qua e là, abbiamo potuto constatare che sono numerosi i castagni e un uliveto. La famiglia Severino punta molto alla produzione da filiera biologica e tracciabile. La giornata nell’alto casertano La degustazione a Galluccio si è svolta grazie alla guida dei brand ambassador aziendali, che dapprima hanno illustrato i risultati raggiunti, per poi concederci una piacevole visita guidata all’interno dello stabilimento. Dai vitigni che circondano la casa padronale, il vino viene direttamente raccolto e qui iniziano tutte le fasi di lavorazione: dalla fermentazione fino all’imbottigliamento. Il pranzo è stato a cura della Gastronomia Arfè di Napoli, con la presenza dello chef Antonio Arfè, grazie anche all’intervento dei partner tecnici della giornata: Latticini Orchidea, Intenso Caffè, Pasta […]

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Cinema & Serie tv

Perché dobbiamo vedere “Sulla mia pelle”, il film sul caso di Stefano Cucchi

Sulla mia pelle, il film dedicato agli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, ha fatto parlare di sè da quand’era ancora in produzione. Ora, che viene visto in proiezioni organizzate grazie a cineforum, centri sociali, centri polivalenti ed è presente sulla piattaforma Netflix, questo gran parlare non gli fa che bene. Oltretutto, la pellicola è stata selezionata come apertura della sezione “Orizzonti” durante l’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Devastante e allo stesso tempo sublime: questi sono i due commenti che più spesso, in rete, gli vengono associati. Ma andiamo con ordine, ricordando innanzitutto “perché” il regista Alessio Cremonini ha deciso di dirigere film sulla vita di un ragazzo che ora non c’è più, e perché Alessandro Borghi – che interpreta il protagonista – è così calato nel personaggio? Sulla mia pelle, una storia sbagliata? Una storia sbagliata, direbbe qualcuno. Stefano Cucchi, giovane geometra romano, viene messo in custodia cautelare dopo essere stato sorpreso nello “scambio” e detenzione di una certa quantità di droga. Dopo una settimana nel carcere di Regina Coeli, si sa della morte di Stefano: sul suo corpo, chiari i segni delle percosse oltre che una malnutrizione in stato avanzato. Per tutte le informazioni aggiuntive, rimandiamo all’ottima pagina di Wikipedia dedicata all’argomento. Nella morte di Cucchi, coinvolti tutti: coinvolti gli agenti di polizia, coinvolti i medici, coinvolto lo Stato. Coinvolti noi, soprattutto, e questo film ce lo ricorda. Ilaria Cucchi – la sorella di Stefano, da sempre impegnata affinché la verità venga a galla – ce lo ricorda da sempre. Sulla mia pelle non è un film violento in senso stretto. È un film cupo, dove la violenza ha l’odore sia della vittima che del carnefice. I carnefici, che attuano su di lui i pestaggi, hanno l’odore della violenza legale; lo stesso Stefano, che in una forma di autolesionismo molto diffusa, tende prima a proteggere i suoi aguzzini, rifiuta di collaborare. È violenza anche il senso di colpa genitoriale. Ma, più di tutti, colpisce la violenza della burocrazia cieca. Colpiscono i genitori di Stefano, che inermi ogni volta devono tornare indietro; colpisce la sorella di Stefano, il suo strazio. Colpisce Stefano – un Alessandro Borghi di una potenza espressiva eccezionale, che verrà ricordato a lungo. C’è chi invoca la censura, l’oblio: non è forse anche questo un tentativo di violenza? Probabilmente l’obiettivo del film è appunto ricordarci che la violenza esiste sotto molte forme. E che il crimine, spesso, è alla luce del sole.

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Food

Sfritto: friggitoria con cucina nel cuore di Nola

Da qualche mese, per la precisione dal 20 giugno 2018, la già vivace Piazza Giordano Bruno di Nola (Napoli) accoglie Sfritto – Friggitoria con Cucina. La città bruniana di certo non è nuova a novità culinarie, sia esse di street food che di cucina alta; ma l’utenza è molta, e posti “comfort” come Sfritto non bastano mai. Siamo stati ospiti alla press dinner organizzata dal locale per pubblicizzare la cucina e le persone che ve ne fanno parte. E’ subito evidente che Sfritto nasca dalla necessità di chi lo crea di portare nel locale gran parte dei suoi ricordi d’infanzia: la cucina proposta è infatti immediata, con piatti che sono praticamente nella memoria di chiunque sia stato in Campania o addirittura sia napoletano. Sfritto, menù del press dinner Il locale si articola in due ambienti: quello inferiore, che funge essenzialmente da friggitoria d’asporto e per lo street food, con un bancone e delle sedute per consumare rapidamente quanto ordinato insieme ad una bibita mentre ; il piano superiore, invece, è composta da due salette dallo stile commisto tra l’essential e il retrò, dove ci si può sedere ed avviare una vera “degustazione” di ricette tradizionali napoletane. Curiosi gli involtini primavera “alla napoletana”: fatti di pasta fillo, ne abbiamo assaggiati due. Uno, ripieno di patate e prosciutto; l’altro, con la parmigiana di melanzane. Proseguiti poi con un “rinforzo” notevole: crocchettoni di patate dorati, ripieni di salsiccia, friarielli e stracciata di bufala. Senza tralasciare la frittatina di pasta e patate con fonduta di formaggio. La serie di appetizer disponibile è varia: ci vengono serviti due tegami tipici napoletani. Una zuppa di cozze e fagioli, con crumble di pane tostato. L’altro, è un ragù bianco di genovese napoletana con pane tostato fatt in casa. Ideali da dividere in compagnia. Passando alla selezione dei primi piatti, abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare ravioli caserecci ripieni di ricotta e maggiorana, con sugo di pomodorini freschi. L’altro primo, rigorosamente bianco, spaghetti aglio olio e peperoncino con colatura di alici e crumble di tarallo napoletano. Primi gustosi, anche questi di facile condivisione. Buona selezione dei vini, che vede una predominanza delle Cantine San Salvatore di Capaccio-Paestum; per il comparto birre, presenti alcune firme come Moretti in diverse versioni e le Baladin di Teo Musso. Sfritto – Friggitoria con Cucina, Piazza Giordano Bruno 21, Nola (Napoli). Tel: +3925232670

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Teatro

Il teatro in zattera: intervista a Giovanni Meola

L’idea di “deriva” fa pensare e fa rima con “instabile”: non è questo il concetto espresso dalla kermesse Teatro alla deriva, che si svolge ormai da sette edizioni durante tutto il mese di luglio nella spettacolare cornice delle Terme Stufe di Nerone. “Alla deriva” esclusivamente perché c’è la geniale idea di rendere “itinerante” questo spettacolo grazie all’ausilio di una zattera che si traghetta nel lago; gli attori, da novelli Odisseo, vivono i propri drammi un po’ qui, un po’ lì, aiutati dall’atmosfera magica. Personaggi isolati, ma in transito: la famosa quarta parete che divide gli spettatori esiste ed è materialmente fatta dall’acqua che divide il palcoscenico della zattera dai comuni mortali; e allo stesso tempo, però, non c’è. Una rassegna davvero singolare che nasce dalla mente di Giovanni Meola, direttore artistico della kermesse. Lo abbiamo intervistato, per sapere di più su di lui e su come si partorisce un’idea simile. Identikit: in un tweet, quindi con 140 caratteri, chi è Giovanni Meola? Non uso i cinguettii e per natura, essendo drammaturgo, spesso sono capace di non essere sintetico. Ecco, questa potrebbe essere una buona autodefinizione. Ma al di là delle battute, e impiegando ben più di 140 caratteri, posso dire che Giovanni Meola cerca di essere uomo di teatro a 360 gradi, con tutto il bello (e anche il complicato e, a volte, il brutto) che questo significa. Quindi, autore, drammaturgo, regista, formatore, direttore artistico, produttore, datore luci, e anche facchino e aiuto scenografo, se occorre. (ndr: non brevissimo, ma certamente molto bravo a rendere l’idea. Per noi, passa la prova). Giovanni Meola inizia presto ad essere autore e regista: com’è avvenuto il primo contatto con questo mondo? Da spettatore, da fruitore, da appassionato. Poi, da “facitore”, da uno che ha cominciato a lavorare sul campo, senza sosta, sia sul piano della scrittura che della regia e poi, dopo qualche anno, anche come formatore. Diciamo che queste tre espressioni dello stesso “essere” teatrale (scrittura, regia, formazione) hanno continuato a combinarsi ed intrecciarsi imperterrite con quella caratteristica iniziale, con l’essere cioè un fruitore attento e molto, molto curioso. Quali sono state le tue influenze principali? Mi ritrovo a pensare che le influenze, per chi maneggia arte e creazione, possono arrivare da qualunque tipo di suggestione, comprese le cose che non ti sono piaciute. Anzi, spesso, quelle ti indirizzano molto più di quel che ti piace e senti vicino, perché ti mostrano chiaramente ciò che non vuoi fare, rifare, scimmiottare, ricreare, la direzione nella quale non vuoi andare. Indicando espressamente qualcosa, invece, mi viene in mente tutto il teatro che è riuscito a restituirmi una verità espressiva nell’incontro tra corpo scenico e verbale, tra forma e contenuto. Anche se non ne ho visto tanto di teatro così, è anche vero che ne ho visto qualche volta, e già questa è una bella influenza. Nei miei lavori cerco di applicare e sviluppare questa influenza. Adesso parliamo della rassegna: è unica nel genere in Italia e siamo alla settima edizione, già un bel numero, […]

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