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Eroica Fenice

Food

A cena con gli chef da Alfonso Pepe

Sant’Egidio del Monte Albino è un paese della provincia di Salerno famoso per un paio di cose, entrambe molto importanti: la prima, fa parte dell’area dove si può coltivare il famoso pomodoro San Marzano DOP; la seconda, è la patria di uno dei più grandi Maestri Pasticcieri italiani, Alfonso Pepe. Sempre ai vertici per quanto riguarda le classifiche sui panettoni artigianali, in prima linea quando si tratta di viaggiare, creare ed accogliere. Appunto l’accoglienza sembra essere il leitmotif della sua nuova sede, inaugurata più di un anno fa, rinnovando gli storici locali. Alfonso Pepe si sta proprio divertendo in questa sede con un’offerta ancora più ricca fatta non solo di dolci ma anche di finger food e drink, oltre che di ospiti ed eventi. A cena con gli chef è il format creato da Alfonso e il suo team: a scadenza periodica, ospita due o tre Maestri della cucina, per dar vita a gustose cene ad otto mani. Un ottimo modo, per gli avventori della pasticceria, di vivere un momento diverso della struttura; altri motivi ottimi per eventi del genere sono sicuramente la curiosità che si suscita nell’avventore, magari invogliandolo a visitare lo chef nella sua residenza principale; ultimo, ma non in ordine di importanza, è il generoso networking che si fa sempre in cene del genere. Lunedì 18 febbraio abbiamo avuto l’opportunità di partecipare ad una tappa di A cena con gli chef, che ha visto come protagonisti: il pizzaiolo Antonio Fusco, lo chef Alfonso Caputo, lo chef Christoph Bob… ed ovviamente la famiglia Pepe al completo A cena con gli chef: Antonio Fusco – pizzaiolo Ristorante Il Pino, Cercola Antonio Fusco fa parte di quelle certezze granitiche per quanto riguarda la pizza napoletana: lontanissimo dai riflettori, seppur giovane, ha una mentalità da vecchia guardia. Durante la serata degustazione, abbiamo avuto l’opportunità di provare due versioni della sua celeberrima pizza fritta: mezzo “piscetiello” (così si chiama in napoletano la pizza fritta di piccole dimensione) con ripieno di ricotta romana, pepe e ciccioli di maiale; l’altra metà ripiena di pomodorino giallo varietà pizzutello vesuviano, fiordilatte d’Agerola, zeste di limone e pecorino romano. Il fritto è dorato, uniforme, dalla consistenza sfogliata anche dopo uno o due minuti di relax tecnico nel piatto causa bollori eccessivi. Intermezzo: Cheese bar a cura di Carmasciando. In abbinamento: DUBL, spumante metodo classico di Feudi di San Gregorio. A cena con gli chef: Alfonso Caputo – Taverna del Capitano, Nerano * Solida, comoda e fresca la cucina di Alfonso Caputo, patron de La Taverna del Capitano a Nerano: già dal nome suona come un approdo sicuro. Il crunch: tappo di sfogliatella riccia, opera del Maestro Alfonso Pepe, con topping di crema di palamita, olive, capperi, aglio e peperone crusco. Se prima abbiamo definito questa cucina “comoda”, il motivo c’è: anche in trasferta non perde la sua essenza e, anzi, la declina secondo le formalità della casa dell’ospite. Una entrèe di tutto gusto: tartine e patè varie, scansatevi. O almeno, adeguatevi e dateci il nostro crunch quotidiano. […]

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Creme alla nocciola: oggi è il Nutella Day

Creme alla nocciola: zuccherose, amare, in barattolo di vetro oppure di plastica, profumate alla vaniglia oppure con un bouquet di profumi più legnoso e di “bosco”: le varianti sono pressocché infinite. Ma oggi, 5 febbraio, è il giorno dedicato alla più famosa: ricorre infatti il Nutella Day, il giorno dedicato alla crema alla nocciola più famosa del mondo, nonché simbolo del made in Italy da più di 50 anni. Nutella Day: il giorno delle creme alla nocciola. Nascita della ricorrenza È un fatto serio, questa ricorrenza della Queen delle creme alla nocciola: la pagina Facebook, ad oggi, conta più di 55mila fan, e migliaia di eventi dedicati nella sola giornata del 5 febbraio, sparsi in giro per il mondo. In realtà, l’idea di celebrare le creme alla nocciola non fu dell’azienda Ferrero, bensì di una blogger americana che risponde al nome di Sara Rosso. Undici anni fa, Sara ebbe l’idea di festeggiare quello che nel giro di mezzo secolo è diventato un simbolo di golosità. Ferrero, azienda produttrice della Nutella, continuando nel solco del successo ha più volte incentivato i fan a “proseguire questa tradizione”, moltiplicando le pubblicità e le iniziative a favore. Ad esempio, sul sito ufficiale del #WorldNutellaDay (hashtag ai primissimi posti di Instagram in questo momento, con 38mila utilizzi), c’è un vero e proprio decalogo per “celebrare” la ricorrenza: 1. Inventare una nuova ricetta. 2. Dedicarle una canzone o una poesia. 3. Mangiarla in un posto “interessante” o inusuale. 4. Creare una piccola opera d’arte ispirata alla Nutella 5. Scattare un selfie 6. Provare nuovi abbinamenti – anche azzardati 7. Raccontare a qualcuno il primo assaggio della nostra vita 8. Regalare un barattolo a qualcuno che amiamo 9. Farla assaggiare a qualcuno per la prima volta 10. Organizzare una vera e propria festa di compleanno Nutella Day: nascita e diffusione della più famosa crema alle nocciole al mondo. La più amata delle creme alla nocciola, inventata da Pietro Ferrero nel 1964, capitò quasi “per caso”, come tutte le invenzioni geniali. Infatti, il pasticciere di Alba (Cuneo); cercava un modo per rendere spalmabile su fette di pane sottile il blocco di “Giandujot”, cioè il blocco di gianduiotto piemontese. Già nel nome, la più famosa crema alle nocciole sbandierava la sua voglia di arrivare nel mondo: la radice “Nut” è, appunto, “nocciola” in lingua inglese; “ella”, un suffisso molto orecchiabile in lingua italiana e facile da pronunciare all’estero. Spesso sotto inchiesta a causa del suo profilo nutrizionale (molti zuccheri, molti oli vegetali, poche nocciole), la Nutella continua a restare la più famosa crema alle nocciole. In realtà, la sua fama si slega anche da questo concetto gastronomico, per diventare un fatto di costume molto più consistente: è simbolo della globalizzazione, anche in senso positivo. Le pubblicità più famosa in tal senso, creata dal gruppo Ferrero, riguarda proprio 12 bambini che, in diverse parti del mondo, dicono nelle rispettive lingue “Nutella è buona”: infatti, al di là di “qualche” vincolo alimentare dato da religioni oppure necessità mediche, la Nutella è […]

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Degustì: la quarta tappa da Sciuè il panino vesuviano

Sciuè, il panino vesuviano e Degustì: così si promuove “pane e territorio” Si è già parlato su queste pagine del revanscismo del panino, della rivincita del pane con il companatico. Tra i protagonisti che ormai fanno trend, ritroviamo sicuramente Sciuè, il panino vesuviano. La creatura dei fratelli De Luca a Pomigliano d’Arco, ad un tiro di schioppo da Napoli, fa incetta di premi e riconoscimenti: infatti, gli interni del locale sono stati premiati da diverse riviste di architettura come uno dei lavori più belli del 2018, mentre la sempre nutrita fila fuori la porta (anche di mercoledì, giorno in cui siamo andati), dimostra che è ben più di una questione di “pane e companatico”. Il panino si è evoluto nella sua tradizionalità: al pane è dedicata attenzione maniacale, così come anche alle farciture. Carni accuratamente selezionate, ricette e contorni “della tradizione” ripresi, un po’ reinventati e con nuova vita e tante storie da raccontare. Insomma: in Campania, il panino tanto quanto la pizza sono quei cibi che uniscono le famiglie. I genitori hanno la certezza che i bambini mangino patatine fritte e carni di qualità, mentre loro possono coccolarsi agevolmente con verdure, polpette e quant’altro. Anche il ruolo del distributore è cambiato in questi anni: ormai, non ci si limita più a fornire il prodotto, ma al suo fianco c’è tutta un’attività proficua di consulenza, suggerimenti, lezioni tematiche che spaziano dal pomodoro ai latticini, passando per le birre ed il vino. Luigi Castaldi Group, che opera l’attività di distribuzione in diverse parti della Campania, ha ideato un format nuovissimo che si chiama Degustì. Grazie a Degustì, sia Luigi Castaldi Group che le attività commerciali sono coinvolti in vere e proprie serate di “sponsorizzazione” del mangiare bene e di qualità. Di volta in volta, le serate a tema Degustì prevedono il pairing di pietanze create ad hoc dagli chef e vino oppure birra. Un grande momento di incontro e di confronto: il gruppo del distributore ha così la possibilità di verificare sul terreno quali sono i punti di forza dei locali in cui opera la sua attività; per il ristoratore, è un momento di incontro e formazione anche attraverso le opinioni dei clienti. Sciuè, il panino vesuviano e Degustì: cosa si è mangiato ed appreso durante la quarta tappa La quarta tappa del tour Degustì si è svolta appunto da Sciuè, mercoledì 23 gennaio, a partire dalle ore 19.30. La serata è stata guidata, con pochi tratti essenziali, dall’energico Renato Rocco (giornalista e direttore de “La buona tavola“), che ha presentato i collaboratori del Luigi Castaldi Group, tra i quali un beer specialist che ci ha guidati nel focus di questa quarta serata di Degustì: l’abbinamento tra le birre del Birrificio Antoniano e le pietanze proposte dal team di Sciuè. Menu della serata: crocchetta di baccalà impanata alla farina di riso: buona la panatura della crocchetta di baccalà, fatta con leggerissima farina di riso che dava l’effetto “nuvola” tanto caro alla cucina orientale. Baccalà non invadente, cucinato alla perfezione. In abbinamento, […]

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Culturalmente

Poesie romantiche: 5 da conoscere con analisi

Poesie romantiche: perché conoscere la poesia d’amore? Chi è senza peccato, scagli la prima… poesia: almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo avuto l’esigenza di dedicare qualche verso, una poesia, o raccolte di poesie, a qualcuno. Sono moltissime, sterminate potremmo dire, le collezioni di poesie romantiche che durante il corso dei secoli, sin da quando l’uomo ha capito di avere la capacità di “fare poesia”, si sono “accumulate” per la nostra gioia e il nostro piacere. Conoscere le poesie, tra queste le poesie romantiche, fa bene al nostro animo ed anche al nostro cervello: nel 2013 l’Università di Exeter ha condotto diversi studi sulla poesia, ricavandone che il nostro cervello la percepisce in maniera molto simile alla musica, quindi la processa come musica. Allena il ritmo emozionale, favorisce l’empatia, l’introspezione e la riflessione, oltre che la logica, grazie alla metrica. Poesie romantiche: 5 da conoscere assolutamente Catullo – Carme numero 5 Sia per chi ha compiuto studi classici, che per i semplici appassionati di versi, il Carme numero 5 di Catullo rappresenta una sorta di canone imprescindibile quando si parla di poesie romantiche. È inoltre tra i carmi più conosciuti di Catullo; si pensi al suo verso iniziale “Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci…” Il componimento si snoda lungo tre temi principali: la giovinezza (vista come tempo dove si può godere della vita), la luce (intesa come vita, che un giorno terminerà), e la ciclicità del tempo. Tutto quello che muove questo Carme è l’amore, nella sua forma più compiuta: il poeta fa un appello alla sua amata Lesbia affinché insieme possano vivere un amore libero da ogni costrizione e pettegolezzo, perché la vita non è altro che una “breve luce” al termine della quale dormiranno “un’unica notte eterna”. Dopodiché invita ancora l’amata a dargli mille baci, e ancora cento, e ancora altri mille, in un vero e proprio loop letterario che ha attraversato secoli e secoli di dediche e poesie romantiche. Negli ultimi versi, Catullo rimarca il potere taumaturgico di questi baci, perché porteranno i pettegoli a confondersi, difendendoli. “Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci, e le dicerie dei vecchi severi consideriamole tutte di valore pari a un soldo. I soli possono tramontare e risorgere; noi, quando una buona volta finirà questa breve luce, dobbiamo dormire un’unica notte eterna. Dammi mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento, poi senza smettere altri mille, poi cento; poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia, li confonderemo anzi no, per non sapere (il loro numero) e perché nessun malvagio ci possa guardare male, sapendo che ci siamo dati tanti baci.” Dante Alighieri – Canto V dell’Inferno, incontro con Paolo e Francesca Dante Alighieri, poeta italiano per eccellenza, cantava moltissimo l’amore. Sebbene egli utilizzasse l’amore per Beatrice come allegoria per il suo amore verso il Divino, non mancano poesie romantiche, come ad esempio nella sua Vita Nova, o ancora molti punti della sua Commedia. In particolare, nell’Inferno, ricorderemo sicuramente il suo incontro con Paolo e Francesca, sorpresi dalla passione, ad essa […]

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Food

Franco Pepe: chi c’è dietro la pizzeria migliore del mondo

A Franco Pepe, gli appassionati di pizza associano automaticamente la sua pizzeria: Pepe in Grani. L’esperienza da Pepe in Grani – per gli addetti ai lavori e gli appassionati – è una “missione” da compiere, prima o poi, per trarne un proprio giudizio; un po’ come quei libri da leggere prima o poi nella vita. Di seguito, anche grazie al tempo dedicato da Franco Pepe durante una cena, si cercherà di mettere in fila una pizzeria che è un mondo, fatta da un uomo che rivendica per sé un ruolo preciso nella società: quello di artigiano. Franco Pepe: i luoghi, i produttori, la persona La geometria è quella scienza primitiva che nasce dall’esigenza di rappresentare, di misurare il mondo che ci circonda. A Franco Pepe va il merito di aver codificato una geometria della pizza, sfrondando questo ambiente da molti pelucchi. Caiazzo dista da Napoli 50km; per chi conosce la geografia campana, è facile intuire che 50km di distanza sono sufficienti per generare flora e fauna completamente differenti da un luogo ad un altro. Poco più di cinquemila anime, dove il capoluogo più vicino (Caserta) dista ancora 17 km di vallate e montagne. Facile giungere alla conclusione che qui lo spopolamento, la migrazione, sono voci da mettere nel libro mastro giorno dopo giorno. Ci vuole amore per far sì che Caiazzo diventi meta e non punto di partenza per non tornare mai più; c’è una certa assonanza tra quello che predica Franco Arminio, il paesologo, e quello che fa Franco Pepe: c’è bisogno di tornare nei paesi, per capire dove stiamo andando. La panificazione è nel sangue di Franco Pepe: il nonno Ciccio, di ritorno dalla guerra in Libia, apre un forno dove vende pane ed altri generi di prima necessità; suo padre Stefano funge anch’egli da modello. Dai gesti ripetuti mille e mille volte nasce appunto l’idea di una pizza diversa, che sa di antico. Fondamentale in questo passaggio è il rapporto che il pizzaiolo ha con Caiazzo, i suoi abitanti, e i produttori degli ingredienti che utilizza per le sue pizze. Fondamentali i due rapporti che tesse con Il Casolare, caseificio, e La Sbecciatrice, azienda agricola. E ancora una miriade di collaborazioni fruttuose con i piccoli produttori ed artigiani dei presidi Slow Food. Tutto è senza soluzione di continuità, come un nastro di Mobius. Una scelta che appare evidente sin dalla struttura, al centro di Caiazzo, e che prosegue nella scelta e formazione del personale di sala, nonché dei prodotti utilizzate per le pizze, e ancora nella selezione di birre artigianali e vini. Da non dimenticare il respiro trans-campano ed internazionale: sue le pizze ed il comparto esperienzale ad esso dedicato de L’Albereta in Franciacorta, così come la collaborazione con il gruppo Kytaly, che vede due “filiali” ad Hong Kong e a Ginevra. Franco Pepe: e la pizza? Soltanto da un rapporto così stretto e diretto con i produttori ed il luogo in cui si cresce può nascere una grande pizza. L’impasto è lavorato esclusivamente a mano, in […]

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Food trend: 10 ossessioni in Campania nel 2018

Paese che vai, food trend che trovi: ad esempio, se fate una ricerca su Google digitando “avocado bar”, (per chi l’ha dimenticato, l’avocado fu il cosiddetto superfood del 2017)  vi renderete conto che questa tipologia di format ha praticamente cloni su cloni in città come Amsterdam, Berlino, Milano. A Napoli, non c’è nemmeno un locale segnalato così (ehi, tu proprietario dell’unico bar a Napoli che propone avocado: segnalacelo!). Questo non vuol dire mica che siamo fuori dal mondo, anzi: significa che Napoli vive di food trend propri e li esporta anche altrove. Basti pensare alla pizza. Oppure alle salse, come il ragù o alla genovese. La cucina partenopea, con le mille contaminazioni di altre culture, è barocca, chiassosa, colorata, dannatamente buona da dettare legge e fare tendenza ovunque. All’interno della Campania stessa, possiamo osservare una miriade di food trend che si susseguono mese dopo mese. Alcuni, ci appaiono come dei food trend formato meteora, destinati purtroppo a sparire; altri, c’è da dirlo, rappresentano delle rinascite di cibi tradizionali che altrimenti sarebbero finiti nel dimenticatoio. Per queste rinascite, dobbiamo comunque dire grazie alle nutrite cricche di gastronomi, appassionati, giornalisti, che durante i loro lavori e i loro viaggi hanno indotto curiosità in molti palati. Senza dimenticarci del tam tam fatto da Facebook ed Instagram: i ristoratori sono diventati, praticamente, delle figure che fanno parte della nostra quotidiana vita social, favorendo la creazione dei food trend. Di seguito, in ordine assolutamente sparso, abbiamo raccolto 10 food trend che hanno accompagnato il nostro 2018 in Campania. Favorite! I panini Il revanscismo del panino, per circa trent’anni (dall’arrivo delle catene di fast food americane) relegato al ruolo di fast food, domina già da qualche anno. Possiamo affermare con una certa sicurezza che il 2018 è stato l’anno della consacrazione a food trend. Questo non può che farci piacere: la qualità delle materie prime si è alzata notevolmente, a partire dal patty (cioè il disco di carne, hamburger), passando per il bun (cioè il panino che accoglie il patty), terminando con i contorni e le salse. La parola d’ordine sembra essere recupero delle ricette tradizionali con un pizzico di cucina di altre culture. Inoltre, solitamente, accanto al panino d’autore trova spazio un buon calice di vino accuratamente selezionato oppure una birra artigianale, oltre che fritture – e qui la mente può viaggiare: dalle classiche chips fino a crocché dalle farciture complicate, ognuno ha il proprio fritto preferito. Qualche indirizzo giusto? Sciuè – Il panino vesuviano; Salotto FAME; Macelleria Hamburgeria da Gigione; Puok Burger Store. La pizza Attenzione: la pizza è di tendenza da praticamente sempre, questo è certo, ma c’è stato particolare movimento in Campania durante il 2018. I pizzaioli, ormai influencer rodati, hanno dettato legge sui social, proponendoci giorno dopo giorno (anzi, che dico: di ora in ora), i loro esperimenti, i grandi classici, e i progressi. Insomma, per la pizza è stato solo un altro anno in più come food trend. La diatriba tra canotto (pizza con cornicione molto pronunciato) e ruota di carro sembra […]

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Culturalmente

Ibico, curiosità e notizie sul poeta lirico greco

Ibico, poeta lirico greco: un po’ di storia Ibico, chi è costui? Certo, non è facile destreggiarsi tra il mare magnum di poeti, lirici e compositori di vario genere che affollavano la Magna Grecia intorno al VI secolo avanti Cristo. Ragion per cui, se non avete mai sentito parlato di Ibico, poeta lirico greco, non vi preoccupate: non siete mica gli unici. Ibico è stato cittadino “famoso” e poeta lirico corale nato a Rhegion, l’attuale Reggio Calabria, all’epoca fiorente metropoli e successivamente grande città bizantina, all’incirca nel VI secolo avanti Cristo. La pronuncia corretta è con l’accento sulla i. La nascita dovrebbe datarsi intorno al 570 a.C.; la morte, molto incerta, intorno al 522 a.C. Le notizie che abbiamo riguardo Ibico provengono principalmente da due fonti: una, è il cronografo Eusebio; l’altro, è l’enciclopedia bizantina Suda, del X secolo d.C. Che si segua la linea cronologica di Eusebio, oppure quella bizantina, Ibico ad un certo punto della sua vita si spostò da Rhegion a Samo, in Asia Minore. Le due fonti contrastano sul periodo: Eusebio data questo trasferimento in età adulta, mentre la Suda in fanciullezza. Si sa che il poeta lirico greco provenisse da una famiglia aristocratica: il nome del padre era Fitio; una leggenda narra addirittura che gli fosse stata proposta la tirannide di Rhegion, che egli rifiutò (e da qui, un celebre proverbio colto recita: Più stupido di Ibico). Insomma, stupido o non stupido che fosse, il nostro poeta Ibico si diresse a Samo, con molta probabilità nello stesso periodo in cui operava alla corte Samia Anacreonte. Ibico sostò presso Policrate, e probabilmente (se diamo fede alla datazione dell’enciclopedia alessandrina) conobbe anche il padre di questi, cioè Policrate il Vecchio. La morte di Ibico ha ispirato una leggenda molto famosa, seppur “recente”.  Si narra, infatti che il poeta lirico greco sia stato ucciso per mano di una banda di ladroni, a Corinto oppure a Rhegion. Il poeta invocò l’intervento di uno stormo di gru, durante l’agonia, affinché lo vendicassero. Poco dopo, i briganti si recarono a teatro: qui, durante la rappresentazione, uno di loro alzò gli occhi al cielo e vide appunto lo stormo di gru. Si dice che esclamò: Guardate, i vendicatori di Ibico!, e così le persone intorno capirono cos’era successo al poeta. Così – pare – si consumò la vendetta di Ibico, poeta della Magna Grecia. Queste notizie ci vengono fornite da Plutarco, nel suo De Garreritate. Come possiamo notare, non mancano certo gli aneddoti su Ibico. Tra le sue capacità, non si annovera soltanto il verso e quindi la poesia, ma anche la capacità di inventare strumenti musicali: infatti, secondo lo storico Ateneo di Taucrati, Ibico inventò il barbiton, una sorta di strumento con molte corde, assomigliante ad una lira. La storia convenzionale ne colloca la nascita in Frigia. Ibice, che ricorda molto da vicino il nome Ibico, inoltre, è il nome antico dello stambecco.   Ibico, poeta lirico greco: genere ed opere Non ci è rimasto molto del poeta lirico greco Ibico: della sua vasta […]

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Libri

Pizza e bolle: abbinamento perfetto? Ce lo dice il libro di Tania Mauri e Luciana Squadrilli

Pizza e bolle di Tania Mauri e Luciana Squadrilli: c’era un tempo… C’era un tempo, nemmeno così remoto e lontano, dove il pairing pizza e bolle (intendiamo, bollicine di vino…) era assolutamente stigmatizzato, ostracizzato. Ma ci fu un tempo ancora più lontano dove il “pairing”, o per meglio dire, l’accoppiata di pizza e vino (soprattutto frizzante) era assolutamente normale: questo, poteva accadere per diversi motivi. Ad esempio, prima dell’arrivo del pomodoro e di ulteriori condimenti per il nostro disco di pasta preferito, una bella bevuta (magari di vino locale, giovane e frizzante) con un prodotto da forno caldo era l’ideale per rimettersi in forze ed affrontare un’intera giornata per strada, a lavorare. Con la diffusione della pizza all’estero (ricordiamolo, è tra i prodotti made in Italy… e vittima del conseguente Italian sounding, più famoso), soprattutto in terra anglo-americana, si è presa l’abitudine diffusa di bere birra in accompagnamento alla pizza, a discapito del vino. Negli ultimi anni, per fortuna, i due mondi di vino e birra si stanno ri-equilibrando accanto alla pizza. Ognuno sta trovando il proprio spazio e la propria fetta di adepti. In particolare, questo sembra proprio il momento di pizza e bolle (così come vengono chiamate le “bollicine” , i vini frizzanti, dagli amanti.) Ma cosa intendiamo, noi, con pizza e bolle? Con questo pairing, intendiamo la pizza – fritta o al forno, dalle varie farciture – accompagnata per quanto riguarda il beverage da vini frizzanti: tra questi, possiamo contare molti vini della Campania, primo fra tutti il Gragnano. Seguono a ruota – non inferiori in importanza, sia chiaro – Asprinio d’Aversa e Caprettone. Poi ci sono i vini piemontesi, veneti, gli champagne… Pizza e bolle: un libro che tutti aspettavamo Umilmente, mi pongo nella schiera di chi la pizza l’ha sempre accompagnata con il vino, preferibilmente frizzante. Quindi, attendevo con ansia un bignami di pizza e bollicine, e tutti noi enopizzofili (si perdoni, un neologismo)  siamo stati ben felici di accogliere Pizza e Bolle, l’ultimo lavoro saggistico di Tania Mauri e Luciana Squadrilli (fondatrici, insieme ad Alessandra Farinelli, dell’ottimo pizzaontheroad.eu). Insieme all’enologo Alfonso Isinelli, le autrici hanno intrapreso un viaggio viscerale nella cultura della pizza italiana, abbracciando più campi: il vino, come si può immaginare, è stato un ottimo e corposo “pretesto” per andare a recuperare la memoria di luoghi e le tradizioni di un tempo. Venti sono i pizzaioli che raccontano il loro modo di abbinare la pizza con le bolle, a loro volta “in abbinamento” a vignaioli e vini che, talvolta, li rispecchiano nel carattere. Pizza e bolle di Tania Mauri e Luciana Squadrilli: la presentazione a Napoli Il 6 dicembre, alle ore 17.00, presso la sede dell’Associazione Verace Pizza Napoletana di Via Capodimonte (Napoli), si è tenuta la presentazione napoletana di Pizza e bolle, con entrambe le autrici presenti, nonché una “folta” rappresentanza dei pizzaioli che sono protagonisti tra le pagine. A moderare l’evento, in maniera “frizzante”, tanto per restare in tema, la giornalista enogastronomica Laura Gambacorta, che non ha fatto mancare la sua in […]

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Food

Panettone artigianale: 10+3 consigliati in Campania

Il panettone artigianale fa tendenza ormai da qualche anno: ce n’è un gran parlare per tv, giornali, riviste specializzate, eventi ad esso dedicati e programmi televisivi ad hoc. Cosa intendiamo per panettone artigianale? C’è un disciplinare da rispettare, per il prodotto da forno delle festività che vogliamo chiamare panettone. Il panettone artigianale è, sostanzialmente, un panettone interpretato dai Maestri Pasticcieri o dalle pasticcerie più blasonate, che danno il loro tocco personale, una sferzata in più. Soprattutto, sono i quantitativi disponibili a scendere: altrimenti, che panettone artigianale sarebbe? Un panettone, per chiamarsi tale, deve avere farina, zucchero, uova fresche per almeno 4%, burro per almeno il 16%, arance candite e uvetta per almeno il 20%, pasta acida, lievito naturale. Poi, possono esserci le variazioni sul tema di panettone artigianale: cioccolato, frutta varia, creme, addirittura vini o liquori. Per tutti i gusti, per quasi tutte le tasche. Infatti i prezzi, rispetto ai prodotti industriali, salgono sensibilmente: da un minimo di 25 euro al chilo, arrivando anche ai 40 euro al chilo. In Campania, siamo diventati particolarmente bravi ad interpretare l’arte del panettone meneghino, aggiungendoci il nostro estro e la nostra creatività, tanto da essere spesso annoverati tra i migliori ad ogni concorso in materia. Abbiamo provato a stilare una lista dei panettoni artigianali consigliati per il Natale 2018. Abbiamo inserito descrizioni, i riferimenti per gli shop online e i prezzi al chilo, laddove li abbiamo trovati. Abbiamo anche aggiunto qualche foto e vi assicuriamo: sono dei veri gioielli dal vivo. Vale la pena assaggiarne qualcuno! Panettone artigianale: i 13 fatti in Campania e consigliati per il Natale 2018 – in rigoroso ordine alfabetico Dolciaria Marigliano (San Giuseppe Vesuviano Napoli) Dolciaria Marigliano ha sede a San Giuseppe Vesuviano: Giovanni Marigliano “guida” la pasticceria ormai dal 2006, mentre Alessandro Marigliano ne è il genio creativo. La loro pasticceria quotidiana si concentra sulle torte, sui gelati, sulle monoporzioni da servire sia in pasticceria che alle moltissime attività ristorative della zona. Conta tra le sue file una folta schiera di appassionati che affollano, sin dagli ultimi giorni di novembre, il punto vendita e il laboratorio per accaparrarsi uno dei suoi dolci e grandi lievitati. Il panettone artigianale, classico milanese, basso, ha una bella confezione in cartone patinato, elegante ma non pretenziosa. Come amano dire, il “Parco Nazionale del Vesuvio” è il loro miglior fornitore: via libera dunque a canditi creati artigianali, mele annurche, albicocche pellecchielle del Vesuvio per i panettoni innovativi. Il risultato è un panettone particolarmente profumato di canditi e vaniglia, morbido al taglio ed al morso molto soddisfacente. Panettone classico milanese: 32 euro/1kg Acquistabile sullo shop online di Dolciaria Marigliano Dolciaria Marigliano, Via Cortile Ammirati 20, San Giuseppe Vesuviano (Napoli) Dolciarte (Avellino) Subways, noto gruppo inglese, direbbe che Carmen Vecchione è la rock’n’roll queen del panettone artigianale. Avellino non è certo nuova a perdizioni e sapori ma con Carmen ha dato una decisa nota dolce alle sue caratteristiche. Una grande passione per i piccoli e grandi lievitati (spiccano, tra questi, brioche e croissant da […]

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Food

I Rota – Vino e Cucina: autentici sapori di terra

I Rota – Vino e Cucina, abbiamo assaggiato e… La cucina di un locale, ristorante, bistrot che sia, assume sempre contorni più definiti e di valore quando accoglie più elementi del luogo che lo ospita. Per fortuna, la cucina locale italiana sembra riacquistare punti ogni giorno di più, e ne stiamo avendo la dimostrazione dalle molte aperture che improntano il loro marketing (e di conseguenza, ci auspichiamo, l’agire) sulla tradizionalità. Nel solco di questo trend, lo scorso sabato abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare la cucina de I Rota – Vino e Cucina, grazie all’invito della giornalista enogastronomica Laura Gambacorta, come sempre impegnata in prima linea nella valorizzazione delle realtà territoriali. I Rota – Vino e Cucina : dove, chi Ci troviamo a Mercato San Severino, un paese da secoli molto importante sia per la posizione geografica, che di conseguenza economica. Polo di scambi commerciali prima, poi arricchitosi con le fiorenti industrie, oggi resta un importantissimo scalo sia per chi vuole affacciarsi alle porte di Salerno, oppure come avanscoperta verso i territori irpini. I Rota – Vino e Cucina nasce dall’Hosteria La Rota, creata da Vittorio Fierro. Il giovane Francesco Fierro (che ben ha impressionato durante la sua presenza da Sushiaria, a Salerno), ne ha preso le redini trasformandolo nel locale che oggi ci viene proposta. Insieme a Fierro, vediamo Patrizia de Maio, impegnata nella gestione della sala e nel rapporto con la clientela. Il nome deriva dall’antico toponimo della città di Mercato San Severino: infatti, prima si chiamava Oppidum Rota. In virtù della sua posizione geografica strategica, il governo del luogo pretendeva l’oppidum rota, cioè una sorta di “pedaggio” sulle ruote dei carri, carichi di beni da rivendere, che transitavano in quelle terre di passaggio per poi dirigersi verso l’Irpinia. I Rota – Vino e Cucina : i produttori La nuova vita de I Rota – Vino e Cucina è data, oltre che dalla freschezza in cucina di Francesco Fierro, da una selezione davvero accurata dei produttori: notevoli chicche gastronomiche in fatto di aziende sono presenti in carta. A partire dai prodotti dell’Azienda Agricola Il Moera, che abbiamo avuto l’occasione già di visitare: qui sono presenti i vari pesti e creme prodotte da Francesco Fusco ad Avella, proprio a ridosso del Monte Partenio. Immancabile, quindi il pesto fatto con il delicatissimo aglio orsino. I vini in degustazione – presenti anche in carta – appartengono all’Azienda Vinicola d’Aione, sita in Tufo (Avellino). Il nome dell’azienda viene dalle gesta del principe longobardo D’Aione, che si narra passò proprio per queste terre. La degustazione molto particolare del Greco di Tufo ha permesso una breve dissertazione su questo vino: i terreni dove sorgono i vigneti sono prevalentemente argillosi, con molto zolfo. Questo conferisce al Greco di Tufo dell’azienda D’Airone spiccate note minerali. Il comparto salumi è affidato al prosciuttificio irpino Vittorio Ciarcia, di Venticano. Il loro prosciutto irpino presenta delle caratteristiche organolettiche davvero notevoli: è un PAT, cioè un Prodotto Agroalimentare Tutelato; l’antica tradizione irpina dell’allevamento degli animali da cortile, trova ancora dimora. L’animale […]

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Ghe Kalè: il lusso possibile al centro della Campania

Ghe Kalè, ci siamo stati e… Mangiare bene, se possibile con ricercatezza e in un bell’ambiente, sembra essere il leitmotiv delle nostre uscite e dei nostri impegni economici abituali. Indubbiamente, la qualità media si è alzata sia per la cucina, per il mood, la location. Bisogna altrettanto ammettere che, purtroppo, a volte il rapporto qualità/prezzo non coincide e scoraggia molti “buoni palati” dall’uscire a cena e concedersi delle chicche gastronomiche, impauriti dai conti salatissimi. Ghe Kalè, ristorante di San Paolo Bel Sito (Napoli), ha tra i suoi mantra il “lusso possibile”. Eroica Fenice è stata invitata con mano a tastare questa realtà. Ghe Kalè: dove, come? Ghe Kalè: dal greco classico, gea kalè, buona terra. La stessa fraseologia dal quale, probabilmente, deriva il nome del Monte Cicala, sotto il quale si è stanziato il nostro ristorante. Ci troviamo a San Paolo Bel Sito, piccolo paese da tremila anime ad appena qualche passo dalla più famosa Nola. Il Monte Cicala, sopra menzionato, viene anche descritto dal filosofo Giordano Bruno, che qui ebbe i natali. Un monte che ha fatto la fortuna degli autoctoni, per posizione geografica e prosperità. Siamo pressappoco al centro della Campania, nè più nè meno che nella sua pancia; quasi equidistanti dalle cinque province, un perfetto crocevia. Il ristorante Ghe Kalè: le persone, l’ambiente La Famiglia Bifulco, proprietaria della tenuta dove alloggia il Ghe Kalè, è una di quelle famiglie dove l’ospitalità sembra innata. Proprietaria di diversi boutique hotel e bnb a Napoli (tra i quali, ricordiamo, Le Stanze del Vicerè, Dei Decumani e il nuovissimo Hotel Santa Brigida), porta il folklore artistico partenopeo in provincia. L’arredo, impreziosito con sapienza qui e lì tra le camere, è stato affidato a Le voci di dentro, storica bottega di artigianato partenopeo. Ci si muove agilmente tra kitsch, barocco e neoclassico. Il piano inferiore dell’edificio è dedicato al progetto bistrot, una perla rara aperta in alcune serate dedicate, con menu differenti (talvolta, semplificati), e una limonaia che vede vita in climi decisamente più clementi. Gli ambienti presentano un lusso distratto, intellettuale, con opere di valore sapientemente utilizzate come arredi. La cucina è affidata all’executive chef Raffaele de Rise, solida personalità nolana formatasi nelle cucine di Gennarino Esposito (La Torre del Saracino, due stelle Michelin) e al sous chef Simone Heredia Jimenez, esperto nei diversi tipi di cotture all’aperto (brace, barbecue all’italiana e all’americana, e molti altri). Il ristorante Ghe Kalè: le proposte, i prezzi Se “Lusso possibile” è il payoff di Ghe Kalè, non resta che andare a verificare sul menu. I piatti hanno un costo variabile: gli antipasti vertono intorno ai 16 euro, con una proposta ad appena 8 euro (la “zeppola salata”); i primi piatti, vanno dai 12 ai 16 euro; così anche i secondi piatti. Menzione a parte per le portate “della tradizione”, a prezzi decisamente più contenuti: presenti ragù e carne alla brace, rispettivamente ad 8 euro e 10 euro. Per quanto riguarda i vini, la carta è corposa ma le proposte abbastanza semplici. Intuibili le molte […]

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Pizzeria Jolly (Palma Campania): 10 anni tra gusto e sociale

Dieci anni di attività, soprattutto per quanto riguarda la ristorazione, non sono pochissimi. Valgono ancora di più se a condurla è un giovane Maestro, che nel nostro caso risponde al nome di Gennaro Catapano, che nella sua Pizzeria Jolly porta avanti un percorso che si snoda tra la ricerca del gusto (sempre legato alla territorialità) e l’impegno per il sociale. Il 5 novembre Gennaro Catapano ha festeggiato questi primi dieci anni di attività ristorativa offrendo una panoramica gastronomica di ciò che si è fatto e ciò che si farà. Gennaro Catapano e Jolly: una storia di studio, passione e famiglia Il progetto Jolly nasce da un disegno coerente ad opera di Gennaro e suo fratello Angelo (poi trasferitosi a Milano e pizzaiolo di un’altra interessante realtà, quella di Pizzium). I due fratelli da sempre hanno cercato di portare la cultura della pizza napoletana fino in provincia, anticipando sul tempo anche molti altri pizzaioli ed impegnandosi in progetti per la riqualificazione dei luoghi della città di Palma Campania e zone limitrofe, oltre che del recupero dei ragazzi in difficoltà grazie alla partecipazione ai progetti del parroco Luigi Meola. La posizione della pizzeria è confortevole, su una grande strada di passaggio che collega l’Agro-Sarnese Nocerino all’Agro-Nolano, cioè le due grandi distese che insieme coprono una bella parte della Campania extra-cittadina. Una zona certo non povera di spunti enogastronomici interessanti, dai quali Gennaro ha sempre attinto – e con riconoscenza – a piene mani. La Pizzeria Jolly: percorsi d’autunno e d’inverno per i suoi dieci anni In concomitanza con il decennale, Gennaro presenta al pubblico della Pizzeria Jolly il menu protagonista dei prossimi mesi, “Percorsi d’autunno e d’inverno”. Dopo molto labor limae, sono sei le pizze in carta dedicate ai mesi più freddi dell’anno ma non per questo meno gustosi; per quanto riguarda i fritti, ci sono quattro nuove montanare interessanti. Le novità vedranno come protagonista, ovviamente, la terra dove è nato e cresciuto non solo Gennaro ma anche il team dei suoi collaboratori, tutti giovanissimi. Un’intera parte del menu sarà declinata al pomodoro: infatti, durante l’ultima edizione di My Social Recipe (che abbiamo ampiamente documentato), Gennaro ha ricevuto la menzione speciale per la miglior pizza al pomodoro elargita da Francesco Franzese de La Fiammante. Il capitolo antipasti vede il territorio rappresentato con un appetizer fatto di bocconcini di baccalà impanati su crema di broccolo romano e fiori eduli. Il baccalà è molto diffuso in questa zona grazie alla vicinanza di Somma Vesuviana, dove c’è uno dei commerci più fiorenti d’Europa in tal senso. Una rinfrescata è stata data anche al menu beverage: confermati i ragazzi del vicinissimo birrificio Okorei di Mariglianella, new entry con due referenze di Birra di Paestum e due referenze del Birrificio Aeffe di Nocera Inferiore. Per i vini, Gennaro si è affidato alle vicine Cantine Villa Dora che propongono vini di qualità esclusivamente dell’area vesuviana. I dolci sono affidati, come da tempo a questa parte, all’arte della Dolciaria Marigliano di San Giuseppe Vesuviano (Napoli). Menu della serata del 5 […]

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Mangiare vegano a napoli: 5 locali a tema

Non è soltanto una moda salutistica, oppure un guizzo etico: mangiare vegetariano (termine che include nella dieta derivati di origine animale ma non la carne vera e propria), o ancora mangiare vegano (definizione che non ammette nella dieta alcun derivato di origine animale) può essere decisamente gustoso. Napoli – e di conseguenza, i napoletani – è sempre stata descritta come una città fatta da una popolazione di mangiafoglie: un modo “antico” per ribadire che nella cultura partenopea, la carne era rara e costosa; mentre, dalle vicine campagne (basti pensare che già il Vomero ad inizio Novecento era tutta campagna!) ortaggi, frutta e verdura erano a buon mercato. Peperoncini friggitelli, broccoli friarielli, melanzane, peperoni, zucchine: quanto piatti hanno inventato i napoletani con questi doni della terra? Ad oggi, Napoli non ha perso l’animo “naturalmente vegetariano“, e neppure quello vegano. Di seguito, vi proponiamo una lista di cinque locali dove poter testare la migliore cucina napoletana in salsa vegetariana e vegana. Si accettano suggerimenti per integrazioni! Mangiare vegano e vegetariano, istruzioni per l’uso La Riggiola – Ristorante (non solo) vegano e vegetariano La Riggiola è sempre stata attenta alle esigenze dei suoi clienti, ma la ventata di novità portata dall’ultimo menu incentrato sulle proposte vegane e vegetariane ha attirato la nostra attenzione, tanto che siamo stati presenti all’anteprima stampa qualche settimana fa. Infatti, da qualche settimana a questa parte, oltre al menu con la presenza di carne e pesce è previsto un intero menu vegano, anche molto gustoso. Noi, durante l’anteprima, abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare il menu declinato al veg ad opera dello chef Francesco Fusco. Gli ortaggi e le verdure utilizzati provengono dall’azienda agricola del patron Pietro Micillo. Per il menu autunnale, largo quindi a tagliolini con farina di canapa, rocher di fagioli a formella su chutney di melanzane, e come dolce una camilla fatta in casa di carota viola con crema di cioccolato bianco e latte di cocco. Mangiare vegano alla Riggiola è un vero e proprio piacere per i sensi. Cavoli Nostri – perché se mangi vegetariano e vegano sono… cavoli loro! Un punto d’approdo sicuro a Napoli è certamente Cavoli Nostri, nella bella zona di Santa Lucia, in particolare a Via Palepoli. Cavoli Nostri è arredato ed ha l’impostazione più di un bistrot che di un ristorante vero e proprio, però non mancano tutte le accortezze e le preparazioni che lo rendono notevole. Tra gli antipasti, non mancano appetizer e salse tipiche della cucina mediterranea: dalle verdure ed ortaggi tagliati a listarelle e fatti in tempura, hummus di ceci, ed altre salse dal sapore orientale; notevole il tris di crostoni (fantasia di peperoni, avocado mojito, babaganoush e pomodorini). Tra i primi del menu catturano l’attenzione la lasagnetta di pane carasau (un particolare tipo di pane croccante sardo) e pesto alla genovese, riso venere all’avocado e fantasia di verdure (questo piatto certificato naturalmente privo di glutine, per info maggiori chiedere al personale di Cavoli Nostri) A Napoli, ovviamente, non possono mancare le polpette: da Cavoli Nostri sono preparate […]

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Osterie d’Italia 2019, le 20 osterie campane da non perdere in Campania

La parola Slow Food, ormai, ci mette sicurezza (anzi: a qualcuno mette anche un po’ d’ansia!). Accogliamo sempre così l’uscita della Guida Osterie d’Italia, una delle più complete ed esaurienti guide enogastronomiche alla scoperta dei luoghi del “mangiarbene”. Osterie d’Italia 2019, piccoli consigli tratti dalla guida Slow Food Un nutrito pool di esperti, ogni anno, fa un lavoro mastodontico per fornire a noi – popolo di viaggiatori e buone forchette – tutti gli strumenti necessari per arrivare in un posto, ordinare quello che più ci incuriosisce e pagare il giusto. Un lavoro davvero mastodontico: basti pensare che l’edizione 2019 della guida contiene 133 nuove segnalazioni, 279 chiocciole, 213 osterie notevoli per i formaggi, 361 osterie notevoli per i vini, 484 locali con un orto di proprietà, 370 osterie con menù vegetariani e 321 aziende con alloggio. Com’è fatta la Guida alle Osterie d’Italia 2019 Slow Food? La Guida è molto articolata: la “chiocciola” è il simbolo più ambito, significa che il locale che l’ha ottenuta racchiude in sè tutti i dettami dell’osteria contemporanea (rispetto per la tradizione con tanto di fantasia, ambiente conviviale, utilizzo dei prodotti a km 0 e valorizzazione dei vini locali). Ci sono, però, molte realtà ristorative non menzionate tra le chiocciole ma che riescono ad entrare nella Guida  grazie ad alcuni valori spinti ai massimi livelli: si può esser menzionati come ristorante/osteria/trattoria che produce formaggi (e quindi, avere il simbolo del formaggio), oppure come un locale che pone attenzione particolare ai vini (simbolo della bottiglia), o ancora che dedica attenzione alla valorizzazione delle cultivar locali di olive per la produzione di oli. Noi di Eroica Fenice abbiamo redatto per voi una selezione di 20 realtà ristorative campane, tra chiocciole, formaggi, bottiglie di olio e di vino. La selezione è stata fatta perché ci siamo effettivamente stati in questi locali, oppure ne abbiamo la curiosità o ancora abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare qualcosa ad uno degli eventi cui partecipiamo ogni settimana. Disclaimer: tutti i prezzi e le portate riportati sono stati presi dalla Guida alle Osterie d’Italia 2019, Slow Food Editore. Questa è solo una panoramica per indurvi curiosità. Se volete notizie approfondite, nonché tutta la lista delle realtà della Campania (e non solo), vi invitiamo all’acquisto: non ve ne pentirete. La Pignata (Ariano Irpino, Avellino) Vera istituzione di cucina irpina, a cavallo del Fortore, l’osteria è gestita con passione dall’intera famiglia Ventre. Qui non si trascura niente della filiera produttiva e ci si evolve, rispettando sempre il solco della tradizione. Cosa mangiare? Esiste qui la formula menù da degustazione, in tre varianti: da 35, 40 e 50 euro ciascuno con differenti proposte. Tra gli antipasti, oltre ai salumi locali, si ritrova anche il classico pancotto tipico delle zone di montagna sia dell’avellinese che dell’alto casertano. Tra i primi piatti, consigliati i paccheri con baccalà e mollica di pane, oppure la zuppa di fagioli e castagne. Una cucina sostanziosa, insomma. Quanto si spende: 30-35 euro vini esclusi Contatti: La Pignata, Viale dei Tigli 7, Ariano Irpino. Telefono […]

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FaceFood incontra l’orto con il Moera di Avella

FaceFood arriva al Moera di Avella: si tratta del format ideato da Lino D’Angiò in collaborazione con la giornalista gastronomica Laura Gambacorta Come ci siamo finiti al Moera di Avella? Semplice: bei tempi andati, quelli in cui per fare una trasmissione serviva uno studio fisso, dei collaboratori e tutto il resto. Ma – non sottovalutiamo! – dovevamo starcene attaccati al tubo cadotico, in attesa che quello lì facesse una battuta o ancora quell’altro lì interpretasse un famoso. Tutto questo è stato lentamente spazzato via da Internet che dal suo avvento – ci troviamo più o meno nel 1994/1995 – ha rivoluzionato il modo di godere della televisione e anche di fare televisione. Un modo senza dubbio rivoluzionario e soprattutto godereccio è il format FaceFood, ideato da Lino D’Angiò in collaborazione con la giornalista gastronomica Laura Gambacorta, autorità negli eventi gastronomici in Campania e non solo. FaceFood è un format decisamente innovativo, che prevede uno studio non fisso (infatti, si cambia di puntata in puntata, cioè di ristorante in ristorante), con la partecipazione degli ospiti in sala, dello staff di cucina e – soprattutto! – dei piatti in degustazione. Tra uno sketch sportivo, gastronomico e di gossip, si ride un po’ del pane quotidiano, prendendosi con leggerezza e gusto. Abbiamo seguito FaceFood già alla sua prima presentazione presso La locanda del profeta; questa volta, dal centro di Napoli ci siamo spostati ad Avella, in provincia di Avellino. L’occasione è stata stavolta l’evento La Dispensa del Moera, tenutosi il 5 ottobre: presentazione dei nuovi prodotti dello chef Francesco Fusco e famiglia che, oltre all’attività di degustazione, porta avanti una prolifica attività come azienda agricola. Il Ristorante-Orto Moera ad Avella Avella è da secoli una cittadina importantissima. A cavallo tra le province di Napoli ed Avellino, confinante con il Parco del monte Partenio, era conosciuta in antichità con il nome di Abella. Sede di un anfiteatro romano e di un castello medievale, possiamo dire che la cittadina è inoltre conosciuta dal mondo per le sue nocciole. Il Moera di Francesco Fusco è una struttura che sorge appunto all’interno di un’aera di cinque etteri suddivisi tra noccioleto, uliveto ed altre coltivazioni. La sala è molto accogliente, intima e dà perfettamente l’impressione di “locanda” dove l’oste coccolerà con le primizie stagionali i suoi ospiti. E’ un lungo processo, quello portato avanti da Francesco con sua moglie Diana, che però vede i suoi frutti, primo tra i quali una colta e folta clientela che ha partecipato alla cena spettacolo. Le novità del Ristorante-Orto Moera L’evento La Dispensa del Moera è stata l’occasione per presentare alcuni prodotti che vanno a rimpinguare la schiera già nutrita delle preparazioni che lo chef mette a disposizione dei suoi ospiti. L’idea è quella che il cliente, una volta assaggiate le specialità, possa portarle tranquillamente a casa per cimentarsi a sua volta negli “esperimenti”. Chef Fusco è ferrato sulla preparazione di creme e composte dell’orto. Suoi cavalli di battaglia, il pesto all’aglio orsino (le cui foglie sono raccolte personalmente da lui, sulle montagne del […]

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Vini casertani e campani in degustazione a Galluccio

Una degustazione a Galluccio: viaggio nell’alto casertano alla scoeprta dei vini campani Domenica 30 settembre si è svolto un piacevole viaggio alla scoperta dei vini tipici dell’alto casertano, in particolare grazie alla partnership tra la tenuta Podere San Giovanni e Cantine Mediterranee. Si è trattato di una degustazione a Galluccio, nella frazione di Sipicciano, grazie all’impegno dell’assocazione SpaghettiItaliani, come sempre in prima linea quando si tratta di promuovere piccoli produttori e realtà ristorative di valore. Dove: Galluccio, alto casertano Eroica Fenice stavolta si è spinta fino a Galluccio; non propriamente dietro l’angolo, diranno i più ferrati in geografia. Parliamo di alta provincia di Caserta, ad appena una manciata di chilometri dal confine con il Lazio. Panorama senza dubbio spettacolare: ci troviamo nel parco regionale di Roccamonfina, riserva naturale dal 1993, letteralmente su di un vulcano spento e nella natura davvero lussureggiante. Una parte di Campania talvolta ingiustamente dimenticata, di confine; scarsa attrattiva per le masse di sicuro, ma siamo certi che qualche spirito come quelli dei sottoscritti, presi dalla sindrome del wanderlust, possa trovare più che piacevole trascorrere qualche giorno in questo frammento di Campania al confine. Usciti a Caianello, dopo un po’ di chilometri tra castagni, ulivi ed – ovviamente – vitigni, troverete Galluccio. Beccata la frazione Sipicciano, troverete anche il Podere San Giovanni (sotto la dicitura Se.Vin. Società Cooperativa Agricola). Cantine Mediterranee & Podere Don Giovanni Le due cantine coinvolte nella promozione e diffusione dei vini di questo tratto di alto casertano sono, appunto le Cantine Mediterranee (di Napoli) e Podere Don Giovanni (cantina ospitante). Entrambi i brand sono sul mercato da tempo, ma negli ultimi anni hanno visto consolidarsi la loro presenza sul mercato soprattutto per quanto riguarda la parte export. Cantine Mediterranee, come azienda, è inoltre motivata a portare avanti la tradizione dei vini sia dell’Irpinia che del Sannio; inoltre, l’azienda è tra le poche aziende vinicole certificate in Italia (e nel mondo) a poter produrre vino kosher, cioè che è conforme ai dettami della religione ebraica e quindi adatto al consumo per gli appartenenti alla fede. Il Podere San Giovanni risponde alla Se.vin Società Cooperativa Agricola della Famiglia Severino, che da più di 20 anni produce e diffonde i vini prodotti dai vigneti del parco naturale di Roccamonfina. Ma non solo di vigneti è fatto il podere: infatti, passeggiando qua e là, abbiamo potuto constatare che sono numerosi i castagni e un uliveto. La famiglia Severino punta molto alla produzione da filiera biologica e tracciabile. La giornata nell’alto casertano La degustazione a Galluccio si è svolta grazie alla guida dei brand ambassador aziendali, che dapprima hanno illustrato i risultati raggiunti, per poi concederci una piacevole visita guidata all’interno dello stabilimento. Dai vitigni che circondano la casa padronale, il vino viene direttamente raccolto e qui iniziano tutte le fasi di lavorazione: dalla fermentazione fino all’imbottigliamento. Il pranzo è stato a cura della Gastronomia Arfè di Napoli, con la presenza dello chef Antonio Arfè, grazie anche all’intervento dei partner tecnici della giornata: Latticini Orchidea, Intenso Caffè, Pasta […]

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Cinema & Serie tv

Perché dobbiamo vedere “Sulla mia pelle”, il film sul caso di Stefano Cucchi

Sulla mia pelle, il film dedicato agli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, ha fatto parlare di sè da quand’era ancora in produzione. Ora, che viene visto in proiezioni organizzate grazie a cineforum, centri sociali, centri polivalenti ed è presente sulla piattaforma Netflix, questo gran parlare non gli fa che bene. Oltretutto, la pellicola è stata selezionata come apertura della sezione “Orizzonti” durante l’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Devastante e allo stesso tempo sublime: questi sono i due commenti che più spesso, in rete, gli vengono associati. Ma andiamo con ordine, ricordando innanzitutto “perché” il regista Alessio Cremonini ha deciso di dirigere film sulla vita di un ragazzo che ora non c’è più, e perché Alessandro Borghi – che interpreta il protagonista – è così calato nel personaggio? Sulla mia pelle, una storia sbagliata? Una storia sbagliata, direbbe qualcuno. Stefano Cucchi, giovane geometra romano, viene messo in custodia cautelare dopo essere stato sorpreso nello “scambio” e detenzione di una certa quantità di droga. Dopo una settimana nel carcere di Regina Coeli, si sa della morte di Stefano: sul suo corpo, chiari i segni delle percosse oltre che una malnutrizione in stato avanzato. Per tutte le informazioni aggiuntive, rimandiamo all’ottima pagina di Wikipedia dedicata all’argomento. Nella morte di Cucchi, coinvolti tutti: coinvolti gli agenti di polizia, coinvolti i medici, coinvolto lo Stato. Coinvolti noi, soprattutto, e questo film ce lo ricorda. Ilaria Cucchi – la sorella di Stefano, da sempre impegnata affinché la verità venga a galla – ce lo ricorda da sempre. Sulla mia pelle non è un film violento in senso stretto. È un film cupo, dove la violenza ha l’odore sia della vittima che del carnefice. I carnefici, che attuano su di lui i pestaggi, hanno l’odore della violenza legale; lo stesso Stefano, che in una forma di autolesionismo molto diffusa, tende prima a proteggere i suoi aguzzini, rifiuta di collaborare. È violenza anche il senso di colpa genitoriale. Ma, più di tutti, colpisce la violenza della burocrazia cieca. Colpiscono i genitori di Stefano, che inermi ogni volta devono tornare indietro; colpisce la sorella di Stefano, il suo strazio. Colpisce Stefano – un Alessandro Borghi di una potenza espressiva eccezionale, che verrà ricordato a lungo. C’è chi invoca la censura, l’oblio: non è forse anche questo un tentativo di violenza? Probabilmente l’obiettivo del film è appunto ricordarci che la violenza esiste sotto molte forme. E che il crimine, spesso, è alla luce del sole.

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