Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Napoli e Dintorni

Scarrafunera con Roberto Azzurro al Pausilypon

Durante il secondo appuntamento della IX stagione della rassegna “Suggestioni all’imbrunire” curata da Stefano Scognamiglio e Francesco Capriello, presso il Parco Archeologico del Pausilypon, è stato messo in scena lo spettacolo teatrale “Scarrafunera” di Cristian Izzo e con Roberto Azzurro. La rassegna riesce a far vivere allo spettatore la commistione tra musica, teatro, natura e soprattutto la bellezza del sito archeologico che fa da cornice, grazie al lavoro del Centro Studi Interdisciplinari Gaiola onlus che si prefigge l’obiettivo di studiare, tutelare e valorizzare l’immenso patrimonio naturalistico e storico-archeologico dell’area a ridosso della collina di Posillipo. Ogni appuntamento di “Suggestioni all’imbrunire” inizia con la scoperta della grotta di Seiano, grazie ad un percorso guidato che fa apprezzare quella che fu una delle tre più grandi vie di comunicazione che portavano fuori dalla città fin dal I sec. a.C. Il visitatore viene accompagnato sino al cuore del Parco Archeologico del Pausilypon, sito dove fu costruita Villa d’Otium con il suo sistema di teatri. Più che una villa si trattava di una vera e propria cittadella, un ricco villaggio, che animava la collina di Posillipo e di proprietà di Publio Vedio Pollione, uno schiavo che divenne ricco cavaliere romano e consigliere dell’imperatore Augusto, suo amico che poi ereditò il complesso. Uno dei teatri della Villa, l’Odeion, è stato inaugurato in occasione della rassegna, dopo il difficile recupero che l’ha visto protagonista. Il 3 giugno 2017 è avvenuto il taglio del nastro alla presenza di Giuliano Volpe, Presidente del Consiglio Superiore di Beni culturali e paesaggistici, dando la possibilità al pubblico di apprezzare lo spettacolo teatrale Scarrafunera. “Comme schifo a sta’ rinta a stu buco ‘e merda!” Il prosimetro, con protagonista Roberto Azzurro, porta in scena l’immagine dell’umanità come un’eterna Scarrafunera, citando da Pino Daniele a Salvatore Di Giacomo. Livello dopo livello ognuno di noi cerca di migliorare la propria condizione, spesso calpestando chi ci sta intorno, spesso approfittando della situazione di disagio che qualcuno che ci sta intorno può vivere o, che purtroppo, sta già vivendo. “…e mo so mille e treciento. Nun è nu vico. È na scarrafunera”. ‘O Fonneco, S. Di Giacomo Come scarrafoni ci agitiamo, gli uni sugli altri come una grande immensa massa, noncuranti della nostra condizione, non volendo forse riconoscerne il reale peso, per non accettarlo, nè condividerlo. Vogliamo solo elevarci, partire, prendendo le distanze da ciò che ci ha da sempre circondati, ma salendo, guardando gli altri dall’alto in basso, ci accorgeremo che il cambiamento non è possibile se il nostro atteggiamento rimarrà tal quale. Uno solo è il risultato di questo continuo muoversi nel mondo che ci costruiamo intorno: l’individuo scarrafone rimarrà per sempre immobile e pur sempre in movimento.

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Luca Iovino al PAN con “Noi che siamo carne”

Dal primo al 19 giugno al PAN è in esposizione “Noi che siamo carne“, la mostra fotografica di Luca Iovino, in collaborazione con L’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e ad ingresso gratuito. “Dei bambini giocano sotto il Cristo in croce insanguinato dove i dannati sono rappresentati avvolti dalle fiamme del purgatorio”. Così scrisse Hans C. Andersen in una sua lettera da Napoli, descrivendo ciò che vedeva osservando dalla finestra della sua abitazione in via Speranzella, così come le immagini che Luca Iovino ha portato in mostra descrive parte di un’identità, quella forte che parla di ognuno di noi, radicata fin dalla nascita e che risponde a ciò che fin da sempre appartiene a Napoli e ai suoi popoli. Conosciamo bene il tema delle edicole sante a Napoli, come mai Luca Iovino ha voluto affrontarlo e soprattutto come ha realizzato un racconto fotografico riferendosi ad un tema cosi vasto e complesso? «Il mio intento nella realizzazione di questo progetto è stato quello di raccontare un aspetto così “sociale” della cultura napoletana, il suo rapporto con la fede e quella venatura di misticismo e spiritualità che da sempre lo permea, attraverso l’aspetto urbanistico della città. Quello che mi ha sempre interessato è lo stretto rapporto tra uomo e città. Sono sempre più convinto che i paesaggi urbani raccontino tantissimo dell’essere umano, come l’uomo trasforma il paesaggio che lo circonda e come il paesaggio stesso radicalizzi drasticamente l’uomo, al punto tale da intersecarsi ineluttabilmente. Ciò che resta di quest’incontro rimane latente nelle pieghe della città, sono piccole tracce, impronte che noi lasciamo e che sono destinate a rimanere invisibili, fino a quando non riusciamo a porci la giusta attenzione. Credo che questo atteggiamento mi abbia aiutato in questo progetto a rivedere sotto una luce nuova quel senso di appartenenza al territorio che è insito nel popolo napoletano». Con quale linguaggio hai deciso di intraprendere la strada che ci porta a riconoscere Napoli nei tuoi scatti e, soprattutto, cosa ti ha fatto prediligere un metodo ad un altro? «Sin da quando mi sono avvicinato al mezzo fotografico ho quasi sempre scattato in pellicola, specialmente in bianco e nero, per avere maggior controllo poi in camera oscura. Alla nascita di questo progetto ho trovato naturale affrontarlo in questo modo, quasi per mantenere inalterato il mio approccio al soggetto/oggetto che mi sono poi trovato davanti». Luca Iovino ha voluto rendere visibile ciò che lega tutti noi alla nostra terra Quali e quanti tipi di ricerca hai dovuto affrontare prima di poter riportare alla luce le immagini che ci raccontano di una delle tante identità della città partenopea? «Tendo ad avere un approccio piuttosto culturale quando decido di cominciare un progetto. Cerco letture, documentazioni e riferimenti cinematografici e letterari per assimilare sempre più impressioni che in qualche modo possano influenzare poi il mio sguardo. Nel caso di “Noi che siamo Carne” ho cercato il più possibile di approcciarmi prendendo dei punti di riferimento, dei punctum che secondo me erano il punto nevralgico del rapporto tra il […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Infinity, nata dall’amore di Luigi D’Auria per la pizza

Luigi D’Auria ha presentato ieri sera il giro di pizza Infinity, in una gustosa serata dove il pizzaiolo di Mondo Pizza (via Francesco Netti 1, Napoli) ci ha raccontato, tra un assaggio e l’altro, del suo lavoro e di quanta passione vi impiega. Il patron ha accolto numerosi giornalisti, food blogger, influencer e food photographer, tra i quali c’era Eroica Fenice! Ma cosa rende essenzialmente diversa Infinity dal resto del vasto panorama delle pizze che possiamo gustare nella patria della pizza e affini? «Sostanzialmente il mio impasto è ottenuto dopo 48 ore di lievitazione ed è costituito dalla biga, lievito madre e farine con poco glutine. Chiaramente tutte materie di altissima qualità che mi permettono di ottenere una pizza estremamente digeribile. La trovata brillante, l’ingrediente che non è mai stato adoperato per realizzare una pizza così, è lo yogurt greco, fresco e cremoso, con il quale realizzo una crema molto neutra». Un prodotto innovativo ma che riesce a strizzare l’occhio alla tradizione. Luigi D’Auria ha realizzato un prodotto nuovo nel sapore e nell’immagine, ma badando al contenuto con estrema sensibilità. Come pensi potrà reagire il pubblico che ama la pizza dopo l’uscita di Infinity? «In realtà già sto testando Infinity, solo da oggi raggiungerò il grande pubblico. Il mio giro di pizza è apprezzatissimo. Le persone si accorgono fin da subito di quanta dedizione c’è dietro ogni piatto. Dai pomodorini all’olio, penso anche alla pala che uso per infornare, di vero legno dal mare». Luigi D’Auria ha 40 anni, 27 dei quali li ha passati lavorando in pizzeria, maturando una grande esperienza nel settore. Lavora sempre con tanto amore verso ciò che produce. Infinity ne è la prova. Figlio d’arte, da tre generazioni di panificatori e pizzaioli, oltre a Mondo Pizza il lavoro di Luigi D’Auria è quello di trasmettere le sue conoscenze grazie alla scuola che sta aprendo. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscenze, tra i quali il riconoscimento dal Ministro dell’Agricoltura per la Vera Pizza Napoletana nel mondo. Parlando con Luigi D’Auria emerge anche il suo lato sensibile, quello filosofico, che supera il concetto di pizza come noi la conosciamo, gli risulta infatti difficile definire la sua pizza come un prodotto. «La pizza è come gli esseri umani e come noi è fatta d’acqua. Considero la pizza come un essere vivo e quando lavoro penso agli insegnamenti di Masaru Emoto. L’acqua viene influenzata da ciò che la circonda, e di conseguenza trasferisce ciò che riceve anche nella pizza». Luigi preferisce trascurare per un po’ il suo forno, la sala gremita di media che lo attendono, per dare la possibilità ad Eroica Fenice di divulgare il suo pensiero. «Fare la pizza è un’arte che plasma materia viva. Non possiamo trattare l’impasto in modo meccanico, bisogna trasmettere energie positive, perchè l’energia che sarà trasferita, arriverà dal pizzaiolo a chi avrà il piacere di degustare il suo lavoro». Foto: Marcello Affuso

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Scampìa Felix, un documentario sui colori di Scampia

Scampìa Felix nasce con la voglia di contrastare un’immagine. Nasce con la necessità di poter consegnare alle generazioni future il sapere, quello di Felice Pignataro che vive ancora lì a Scampia, nei suoi murales, nelle sue idee, nei volti dei suoi amici, nei sorrisi di chi ha imparato a costruire qualcosa perchè qualcuno gliel’ha insegnato. Il film uscirà ufficialmente il 20 maggio 2017 e sarà proiettato all’Auditorium “Fabrizio De Andrè” di Scampia e sarà disponibile in download on demand dal sito Openddb.it. Francesco Di Martino capì cosa c’è a Scampia e ha voluto raccontarlo con un documentario. Nella pagina web dedicata al film c’è scritto che sei un fotografo freelance, non ti senti regista? «Nasco come fotografo però sono diventato un cineasta, un documentarista – più che regista – con il mio primo documentario. Subito dopo il 2006, seguendo un gruppo di amici per i quali fui il fotografo di scena, scoprii il mondo dell’immagine in movimento, il cinema, e lì, sono rimasto fottuto praticamente!» Come mai hai lasciato così tanto spazio alle immagini, ai suoni, anzichè alle parole, per lanciare la campagna di crowdfunding di Scampìa Felix aperta fino al 19 maggio? «Penso semplicemente che le immagini a volte siano molto più potenti delle parole, quindi la mia scelta di montare il trailer solo con la musica degli ‘o Rom, che tra l’altro è il gruppo napoletano che ha composto  il  brano “Scampìa Felix”, è stata dettata proprio da questo. Ho avuto voglia di far incuriosire la gente che purtroppo ha sempre la stessa idea di Scampia. Non riesco a dimenticare tutte le volte che qualcuno sapeva che andavo a Scampia, al mio ritorno mi chiedeva se era andato tutto bene, se avessi trovato qualche problema, se era vero quello che si dice. Far vedere queste immagini di una Scampia colorata e in festa è stata una delle cose principali su cui ho voluto puntare anche nel trailer, qualcosa che nessuno si aspetta perchè tutti conoscono l’immagine di una Scampia già raccontata». Come sei arrivato a Scampia? «Come sono arrivato a Scampia? Nel 2009 fui invitato al cineforum del Gridas per presentare il mio primo documentario che era da poco uscito. Bisogna ricordare che era il periodo in cui si parlava tanto di Gomorra, il libro di Saviano. Avevo un’idea ben precisa di Scampia: un quartiere difficile, poco sicuro, ovvero ciò che si sapeva. Martina Pignataro e Mirella La Magna, accogliendomi, mi fecero conoscere Scampia, facendomi entrare in contatto con tutte le realtà associative che lavorano lì. Entrai subito in contatto con la figura di Felice Pignataro, il padre di Martina, attraverso le tracce che lasciò e le persone che con lui hanno lavorato a Scampia. Quando rientrai in Sicilia capii che se non fossi mai andato, avrei per sempre avuto un’immagine di Scampia, quella che sempre ci hanno raccontato». Scampìa Felix non è solo un documentario sul carnevale del Gridas, è soprattutto l’immagine della voglia di far conoscere i colori di Scampia Pur non facendo parte della comunità locale di Scampia, come ti sei approcciato a quei luoghi e come hai decodificato […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

MATERIA UMANA, giovani talenti al PRAC

Fino al 13 maggio al PRAC è in mostra Materia Umana, un’esposizione collettiva e trasversale di quattordici artisti napoletani a cura di Federica Gubitosi, con la direzione artistica di Francesca Strino e con il progetto grafico di Gianfranco Campo. Il PRAC, la galleria d’arte contemporanea dedicata all’arte figurativa diretta dall’architetto Piero Renna, ospita una mostra ricca di visioni sull’umana conoscenza. I quattordici artisti della collettiva Materia Umana, hanno intrapreso un viaggio durante il quale espongono la loro voglia di definire una nuova strada. Non rimangono seduti al finestrino per osservare il mondo che stanno attraversando, bensì con molto coraggio, vincono le battaglie sul percorso intrapreso. Riescono a scendere in campo riuscendo a partecipare attivamente nel campo dell’arte con le loro opere.  Materia Umana è ricca di sguardi fatti da giovani talenti che hanno la voglia di emergere riuscendo a trovare la propria strada nel mondo dell’arte Valentina Campo lascia parlare le sue ossessioni con le pennellate sulla tela. Elena Carax con il suo lavoro ci permette di osservare i suoi corpi catturati nell’intimità. Rosa Casapullo riesce a restituire l’immagine della passione attraverso le tensioni che l’accompagnano. Legen Dario ha portato in mostra le raffigurazioni pittoriche di due grandi sculture modificandole per poterne mutare il significato espressivo. Adriano De Simone riesce a sedurci con le sue colorate passioni. Beatrice Del Guercio lascia trasparire le sue emozioni con i suoi toni vivaci e le ombre cupe. Emma Di Fiore lascia immaginare luoghi che ci riportano a fotografie di altri tempi.  Annamaria Docimo riesce a coniugare la pittura e la musica, accostandoli e rendendo visibile al pubblico il loro innegabile rapporto. Francesco Giaquinto descrive gli attimi sfuggenti con un gesto che fissa gli scorci impercettibili delle nostre azioni.  Federica Gubitosi si prefigge di rendere evidente l’anima della realtà. Samuele Laezza traduce il suo stato onirico con le pennellate sulla tela, rendendo visibili i suoi sogni e tangibili i suoi pensieri. Michele Ricci nei suoi dipinti riesce a rendere indossatrici dei suoi pensieri le sue modelle. Cristiano Verde asseconda le outline della nostra realtà facendole emergere nei suoi spaccati fedeli a ciò che riesce a vedere nei suoi viaggi. Federica Strino vuol donare al pubblico di Materia Umana la leggerezza che ogni individuo si merita. Gli artisti di Materia Umana rispondono con estrema incisività alla direzione artistica, rendendo la mostra fruibile e gradevole La galleria PRAC ha ospitato tante grandi mostre riuscendo a dare anche tanto spazio ad artisti emergenti, Materia Umana non è da meno e sarà visitabile dal martedì al sabato, dalle 17.00 alle 19.30 e su appuntamento. 

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

IN-TAGLIO, la costruzione di un’opera parte dai frammenti che la compongono

IN-TAGLIO è una collettiva che sarà in mostra fino al 15 maggio, curata da Liz Gordon; le opere animeranno Villa Di Donato, in piazza Sant’Eframo Vecchia a Napoli. Presentata da Art 1307, istituzione culturale fondata nel 2007 a Napoli e che si occupa di promuovere le arti visive a livello internazionale, IN-TAGLIO fa emergere la potenza delle abilità manuali degli artisti chiamati in causa: italiani, giapponesi e statunitensi.  Dal 2007 al 2017, dieci anni di attività segnati dal profondo legame con l’arte e gli artisti che ne sono fautori, Art 1307 festeggia con IN-TAGLIO il suo lavoro  Nicola Torcoli, nella grande sala attigua all’ingresso, espone le sue opere che sono il frutto di un lavoro di ricucitura tra parti di tele colorate. Le opere composte da tante strisce colorate raccontano, come con tanti frame, una storia nuova, anche di città immaginarie. Nella stessa sala, il californiano Richard Aber ha portato in mostra i suoi tessuti ricuciti come scandole. Scompone lo spazio cercando di rendere visibili anche le linee sghembe, suggerendo, con le sue policromie, luci ed ombre che sottolineano un lungo lavoro di studio legato alla scomposizione delle superfici in uno spazio a tre dimensioni. Seguendo il percorso suggerito dall’allestimento degli artisti di IN-TAGLIO, si arriva ad una parete dove una lunga linea spezzata viene piegata segnando con i suoi frammenti colorati la scansione temporale per la sua percorrenza con lo sguardo. Syuta Mitomo ci dà la possibilità di creare il nostro viaggio personale, lungo una strada colorata e adeguatamente calibrata allo spazio che lo ospita. Emilia Castioni con il taglio laser seziona le sue fotografie, le rende scomposizioni possibili, con realtà immaginarie che impongono una riflessione verso il surrealismo. Figure mobili escono dalle foto per essere riadattate in paesaggi fittizi. Emergono idee e pensieri quasi onirici. Vengono  mescolate le tecniche per l’elaborazione proprie della fotografia digitale alla realtà tangibile, fuori dallo schermo di un PC. Carla Viparelli con la sua installazione video ci riporta alla visione della necessità di una realtà da ricostruire partendo dalla natura e da ciò che essa ci offre. La ricostruzione dopo la demolizione, l’unione dopo la separazione, sembrano essere i suoi temi nell’intervento per IN-TAGLIO. Come una gradita sorpresa osserviamo con attenzione le opere nella sala d’ingresso, scopriamo di trovarci in un percorso verso le origini. Diane Silver chiude, e apre allo stesso tempo, l’esposizione. I ritagli che fuoriescono dai tubi, quasi come a voler richiamare una fontana monumentale, riportano la sintesi del codice binario. Le sue opere a parete sono un chiaro riferimento alle acque del Mediterraneo che bagnano la città partenopea.

... continua la lettura
Cucina e Salute

Pastiera di grano napoletana: la regina della Pasqua dei fratelli Calemma

Casatiello e Tortano sono d’obbligo, ma che Pasqua sarebbe senza la pastiera di grano napoletana? La sua storia ha origini antiche accompagnata da una leggenda incredibile e da aneddoti che profumano di fiori d’arancio. Partenope, la sirena dalla quale prese il nome Napoli, ogni anno a primavera usciva dal mare per salutare ed allietare con i suoi canti la popolazione che abitava nel golfo. Il canto della sirena era così bello che gli abitanti vollero ringraziarla  con doni che simboleggiavano tutta l’ammirazione che provavano per lei. Scelte tra le più belle, sette fanciulle portarono a Partenope i doni dei villaggi: la farina che rappresenta la forza e la ricchezza della campagna, la ricotta, omaggio dai pastori, le uova come simbolo della rinascita, il grano bollito nel latte a prova dei due regni della natura, l’acqua di fiori d’arancio, dono dei profumi della terra, le spezie per rappresentare tutti i popoli e lo zucchero perché tanta era la dolcezza di Partenope.  La sirena tornò felice dai suoi dei, ai piedi dei quali pose i doni di Napoli, ed essi li mescolarono inebriati dal canto, trasformandoli nella prima Pastiera. Com’è certo che la pastiera napoletana nacque per festeggiare nei riti pagani l’avvento della primavera, la rinascita della vita, è sicuro che le suore del convento di San Gregorio Armeno nel periodo pasquale erano maestre nella realizzazione della pastiera per le famiglie della ricca borghesia. Cariche di simbolismi, le leggende e le storie legate alla regina della Pasqua parlano soprattutto di bontà e maestria, come quella dei fratelli Calemma che con la loro passione da circa dieci anni lavorano nei Quartieri Spagnoli regalandoci Dolci Momenti, come accade durante le festività di Pasqua soprattutto con la loro Pastiera napoletana. Savio, il maggiore, che sta in pasticceria fin da quando aveva tredici anni, assieme ad Alessandro oggi lavora tutti i giorni per sfornare, dalla colazione agli spuntini, ogni sorta di bontà. «Ingredienti buoni, tanta fatica, passione e tanta, tanta pacienza» Dalla prima fetta, fin dal primo morso, si capisce che la pastiera di grano napoletana è la tradizione della pasticceria napoletana Per la pasta frolla: 200g di Farina, 200g di zucchero, 200g di strutto e 3 uova intere Disporre la farina e lo zucchero a fontana con al centro lo strutto, i tuorli d’uovo e la buccia grattugiata di mezzo limone. Sbattere con una forchetta le uova al centro della fontana mescolandole pian piano con la farina, lo strutto e lo zucchero. Quando sarà tutto ben amalgamato, lavorare la pasta pressandola fin quando il colore non sarà uniforme. Far riposare almeno mezzora l’impasto coperto con un canovaccio umido. È importante non lavorare troppo la pasta frolla per non farle perdere la friabilità. Riuscire a dosare bene gli ingredienti è importante per poter dare equilibrio alla vita. La Pastiera napoletana chiaramente richiede di rispettare questa regola e  la crema è il cuore, il sentimento che fa davvero la differenza tra la pastiera ed un altro dolce. Per la crema: 700g di ricotta, 600g di zucchero, 400g di grano cotto, 80g di cedro candito, […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Parade a Napoli, Picasso torna dove trovò l’ispirazione

Fino al 10 luglio è in mostra presso il Museo di Capodimonte Picasso e Napoli: Parade a cura di Sylvain Bellenger, Direttore generale del Museo e Real Bosco di Capodimonte, e di Luigi Gallo. La mostra può essere letta come il racconto in primo luogo di un viaggio, la tappa di un percorso che Picasso fece per raggiungere ciò che oggi ben conosciamo. La narrazione è soprattutto la restituzione grafica del periodo di permanenza nell’area napoletana: schizzi, fotografie, dipinti e souvenir. L’insieme di tante fonti d’ispirazione per Parade, ma non solo, basti pensare agli spunti del toro per la Guernica. Parade è un balletto di un sol atto scritto da Léonide Massine, su poema di Jean Cocteau, musiche di Satie e costumi e scenografie di Picasso. La Prima Guerra Mondiale aveva la miccia più che accesa, era il 1917. Picasso lavorò con la voglia di ricercare la soglia di rottura con le avanguardie del primo ventennio del ‘900, con la volontà di riaffacciarsi ad una forma d’arte che necessariamente doveva guardare al futuro con leggerezza, pur strizzando l’occhio al passato, quasi come una forma di adulazione. Picasso, Parade e il nuovo linguaggio Quando Picasso iniziò a lavorare a Parade era il 1916, era già famoso per il suo cubismo, sentì la necessità di parlare d’altro, con un altro linguaggio. I suoi amici Braque e Apollinaire furono chiamati alle armi, e la sua Eva morì improvvisamente. Nell’autunno del 1905 decise di iniziare a lavorare con Cocteau ad un balletto, anche grazie a i legami instaurati nel tempo con i Ballets Russes e l’impresario Sergej Diaghilev. Nella mostra i bozzetti provenienti dal Musèe Picasso di Parigi riescono a far seguire il percorso creativo che portò l’artista alla realizzazione dell’opera. Un cavallo, la ragazzina americana, il cinese, l’acrobata e i managers, sono i protagonisti della Parade rievocando le parate di un tempo, quelle che ritroviamo anche nel mondo felliniano – famosa è quella di Otto e mezzo. Parade è anche la più grande delle opere di Picasso esposta nel salone del Museo di Capodimonte, 17m di lunghezza per 11m di altezza. Il salone da ballo, con le sue pareti decorate e gli immensi lampadari, è tutto dedicato al sipario del balletto che fu messo in scena il 18 maggio 1917 al Théatre du Chalet di Parigi. Picasso durante il suo soggiorno in Italia si stabilì a Roma, visitò anche Napoli assieme al suo amico Cocteau che lo invogliò con una ormai celebre frase: «Sì è vero, a Roma c’è il Papa, ma a Napoli c’è Dio». A Napoli era molto diffuso il teatro di strada, con gli spettacoli di pupi e marionette. Si avvicinarono inoltre all’arte pompeiana e alla tradizione iconografica partenopea. A Napoli Picasso riconobbe il valore dell’antico e riuscì a guardarlo come un tutt’uno con la cultura popolare. Nel sipario di Parade, si ritrova tutto il suo viaggio italiano: la commedia dell’arte, i drappi rossi che fungevano da quinte nelle rappresentazioni con le marionette, le colonne classiche, si scorge persino l’essenza del […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Vicoli di Carta, un’iniziativa di FoQus per Riciclo Aperto

A Napoli l’8 aprile si è svolta l’iniziativa “I Vicoli di Carta“, promossa da Comieco in collaborazione con FoQus, Fondazione Quartieri Spagnoli. Lungo via Portacarrese e lungo via Concordia, convergendo verso l’ingresso della fondazione, sono stati srotolati grandi rotoli di carta dall’artista Umberto Manzo. «Di solito il mio lavoro si sviluppa sempre in due momenti, il primo libero e soprattutto emozionale, durante il quale disegno, dipingo sulla carta e supporti diversi, seguito poi da uno più razionale durante il quale compongo le mie opere con i frammenti dei miei dipinti. Per l’iniziativa I Vicoli di Carta, ho preferito affidare la prima parte a chi ha voluto partecipare all’action painting, in particolar modo rivolgendomi ai bambini. I fogli sono divenuti così il contenitore delle loro emozioni. L’opera finale costituirà un grosso polittico di 13m che sarà esposto negli spazi di FoQus». I vicoli dei Quartieri Spagnoli sono stati subito invasi da numerosi bambini che hanno usato tempere e pennelli per dare sfogo alla loro fantasia: da macchie e schizzi sono emersi i pesci dagli abissi, dal mare ha fatto capolino la sirena Partenope, i vicoli sono divenuti prati in fiore, ed il sole dei sorrisi ha illuminato tutto. Il presidente della fondazione, Rachele Furfaro,  ha tenuto a precisare che l’iniziativa va ben oltre l’evento che ha tinto i vicoli interessati l’8 aprile.    «I Vicoli di Carta è solo una delle iniziative prevista nell’ambito di una tre giorni denominata Riciclo Aperto. Dal 26 al 28 aprile undici impianti campani apriranno le loro porte per far conoscere al pubblico le diverse fasi del ciclo del riciclo. Sarà possibile infatti assistere alle varie procedure che vanno dalla selezione del macero in piattaforma al riciclo in cartiera, fino alla trasformazione in nuovi prodotti nelle cartotecniche». Un importante segnale è partito dai vicoli dei Quartieri Spagnoli. Grazie anche alla grande partecipazione del territorio è emerso un importante segnale con lo sguardo verso il futuro. Questi sono i Vicoli di Carta! Una bella iniziativa che oltre alla sensibilizzazione ha ben centrato l’obiettivo della partecipazione. Dai vicoli agli impianti, per ridar vita alla carta. L’iniziativa Riciclo Aperto è promossa dalla Comieco e patrocinata dal Comune di Napoli e da ASIA, che collaborano al programma e come si comprende leggendo il programma andrà ben oltre i vicoli dei Quartieri Spagnoli. Il programma è ricco e si articolerà da esperienze laboratoriali ad atti di microrigenerazione urbana con l’installazione di fioriere nei Quartieri Spagnoli a cura dei ragazzi con disabilità del centro Argo, che opera all’interno di FoQus. Inoltre si potrà assistere a numerosi i talk show sui principi dell’economia circolare animati da tante performance.

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Crociera della Musica Napoletana 2017, musica e cultura per lo sviluppo del territorio

Presso l’antisala dei Baroni del Maschio Angioino è stata presentata la decima edizione della Crociera della Musica Napoletana. L’edizione del 2017, che si svolgerà dal 24 settembre al 1 ottobre a bordo della MSC Splendida, partirà dal porto di Civitavecchia e toccherà le città di Palermo, Cagliari (novità assoluta per la Crociera della Musica Napoletana), Valencia, Palma de Maiorca, Marsiglia e Genova.  L’Amministratore e direttore Tecnico della Scoop Travel, Francesco Spinosa, ha spiegato durante la conferenza per la presentazione del progetto che la crociera è un evento di grande portata che coinvolgerà numerosi paesi e che sarà destinato ad essere riconosciuto tra le manifestazioni che hanno più risonanza al mondo, in quanto sarà portavoce della cultura napoletana, ma soprattutto della musica partenopea in primo piano.

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Planetario 3D e Corporea, torna alla ribalta la Città della Scienza

Dal 19 marzo 2017 sarà possibile immergersi nei profondi oceani fatti di corpi celesti presenti nello Spazio grazie al nuovo Planetario 3D della Città della Scienza. Era il 4 marzo 2013 quando la Città della Scienza fu danneggiata da un incendio di grandi dimensioni, causando grandi danni e rallentando quello che è un processo messo in moto da chi ci ha sempre creduto ed ha lavorato per ottenere i risultati che, ora più che mai, sono visibili nell’attuale fondazione. Corporea e il Planetario di Città della Scienza sono tra le principali opere museali scientifiche realizzate con fondi europei negli ultimi anni in Europa, infatti, utilizzando bene i fondi strutturali messi a disposizione, si è riusciti a raggiungere grandi obiettivi. Il lavoro encomiabile dei tecnici, che in due giorni sono riusciti ad avviare il sistema, concludendo i test sulla cupola di grandi dimensioni in tempi record, permetterà di vivere grandi emozioni a contatto con la sfera celeste. Il nuovo planetario della Città della Scienza ha il diametro di 17,5 m, è il più grande in tecnologia 3D Active in Italia e potrà ospitare ben 113 visitatori. Sostanzialmete ciò che distingue questo planetario dagli altri è l’immersività: ogni spettatore avrà la possibilità di godere delle immagini che saranno proiettate sulla grande cupola con una vista a 180°, senza elementi di distrazione. Marco Cosmacini fondatore di Skypoint s.r.l., azienda friulana che fa vedere le stelle, parla con grande orgoglio del loro nuovo strumento. «Gestiamo progetti in tutta Europa, circa una quindicina all’anno, rispetto agli altri, qui a Napoli abbiamo lavorato solo cinque mesi trascorsi dall’ordinazione della cupola negli USA all’installazione del planetario. Normalmente un sistema di questo tipo richiede anche dodici mesi per divenire operativo. In Italia non c’è nulla a questo livello». Il planetario è connesso ai server di tutto il mondo, compresi quelli della NASA, per poter offrire sempre immagini aggiornate in real time La parola d’ordine è stato investire su un progetto che considerasse la rete degli organi scientifici e poli museali, sui quali si era già investito tanto fino a quattro anni fa, quando purtroppo la Città della Scienza fu incendiata. È chiaro che l’investimento ha tra le voci l’avanzamento tecnologico. È stato importante riprendere un lavoro che è stato interrotto quattro anni fa, riportando a Napoli un luogo di divulgazione e di comunicazione della scienza. Tra i processi in atto legati alla realizzazione del planetario vi è quello per far avere alla Città della Scienza un ruolo di leadership nelle manifestazioni del centro-sud, che la vedranno in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Astrofisica e l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte; d’altronde non è passato molto tempo dall’incontro avvenuto con il professor D’Amico, presidente dell’INAF, per discutere proprio di progetti di natura nazionale. Anche l’ANM partecipa alla crescita del progetto della fondazione mettendo a disposizione anche dei turisti e dei visitatori della Città della Scienza la linea bus 507 che collega Bagnoli Dazio con piazzale Tecchio attraverso via Coroglio e via Cavalleggeri D’aosta. Il Planetario della Città della Scienza riuscirà sicuramente […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Lo sguardo di tre fotografe al Museo Pignatelli con L’arte del femminile

L’arte del femminile. Julia Margaret Cameron, Florence Henri, Francesca Woodman, a cura di Giuliano Sergio è la mostra che sarà inaugurata al Museo Pignatelli sabato 18 marzo, alle ore 11. È promossa dal Polo museale della Campania, in collaborazione con Incontri Internazionali d’Arte e la Galleria Massimo Minini. L’arte del femminile sarà esposta per la prima volta ed è l’unica tappa per ora prevista. Sarà visitabile a Napoli fino al 1 maggio 2017: verranno presentate 90 opere delle tre artiste acclamate internazionalmente per lo straordinario ruolo storico e culturale della loro opera. Le fotografie sono tutte stampe originali provenienti esclusivamente da collezioni private, accostano le tre visioni concentrate su un soggetto unico, lo sguardo femminile sulla donna. L’arte del femminile è la mostra del lavoro di tre donne rivoluzionarie. Alla presentazione Giuliano Sergio ha spiegato le sue scelte, facendo capire come con tanto lavoro si è riusciti a far “incrociare” lo sguardo delle tre fotografe. «Julia Margaret Cameron, nata nel 1815, non fu una fotografa professionista, era un amatore e iniziò a fotografare solo dal 1853, quando sua figlia le regalò una macchina fotografica. Non aveva nessuna intenzione di realizzare fotografie perfette». Con le sue immagini anticipò di vent’anni il pittorialismo, ma con una sensibilità diversa. Dimostrò profonda maturità nel linguaggio, gli sguardi dei suoi ritratti lo dimostrano, come in quello della nipote Julia Jackson ritratta in una fotografia all’albumina del 1867. «Se pensassimo alle fotografie del periodo vittoriano, potremmo ritrovare molti scenari falsificatori della realtà, la Cameron si svincola dalla realizzazione di immagini prive di autenticità, esponendo i suoi modelli con l’integrità del loro animo». La storia di Florence Montague Henri è assai diversa. I suoi studi prima in Francia e poi in Germania al Bauhaus di Dessau, la portano ad affrontare una fotografia estremamente legata alle avanguardie dell’epoca e con il suo periodo più florido, tra gli anni ’20 e gli anni ’30. Basta pensare che la prima recensione fu di Moholy-Nagy. Le immagini presenti in mostra raccontano del suo percorso stilistico, delle composizioni figlie del costruttivismo, della rivendicazione della donna che acquista un nuovo mondo femminile. Sono di forte esempio, per comprendere al meglio il suo lavoro, la Composition Nature morte del 1931 oppure uno dei suoi Autoportrait come quello con le biglie d’acciaio del 1928. Francesca Woodman nacque a Denver nel 1958 ed iniziò a scattare fin dall’età di tredici anni. La famiglia stampò le fotografie in mostra, solo cinque sono vintage, per la prematura morte per suicidio nel 1981. Nelle fotografie della Woodman c’è una restituzione attuale, la fotografa si racconta con le sue immagini che suscitano molta ansia, a volte paura anche nel rivelarsi, come delle piccole apparizioni compare con immagini mosse e senza dettagli che la potrebbero identificare, lunghe esposizioni che permettono di celarsi nel contesto. Come nel Eel series, lavoro eseguito a Roma tra il maggio 1977 e l’agosto del 1978. Nella mostra L’arte del femminile si può osservare attraverso i loro ritratti o, semplicemente, con i loro autoritratti le tre fotografe raccontano la donna, lasciando un segno nella storia della fotografia.  

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

TANGRAM, un progetto di ZAPOI per Napoli

Da sabato 4 marzo 2017 la galleria Principe di Napoli non è più un passaggio o un breve punto di sosta grazie all’associazione di architetti ZAPOI che ha realizzato TANGRAM, un palco componibile e aperto a tutti. Il progetto TANGRAM vinse nel 2013 il bando “Common Gallery” e ZAPOI nacque proprio in concomitanza di tale concorso. Le attrezzature realizzate solo oggi sono state rese disponibili al pubblico in quanto la galleria Principe di Napoli è stata interessata da lunghi lavori di riqualificazione e adeguamento. Vari eventi hanno perciò scandito il tempo dalla progettazione alla realizzazione, fino alla presentazione durante l’inaugurazione dell’opera. È stato fondamentale il dialogo con le istituzioni che hanno reso possibile il progetto con un bando che ha avuto come principale scopo quello di incentivare le attività giovanili, a dimostrazione di ciò fu l’allora neonata ZAPOI che da quel bando lavora sul territorio Napoletano in maniera attiva e costante, basti pensare ad un loro intervento presso FOQUS a Montecalvario oppure al progetto di arredo realizzato negli spazi delle Officine Gomitoli della cooperativa Dedalus presso il Lanificio di Porta Capuana. ZAPOI ci fa capire che TANGRAM ha alla base un’idea progettuale con la volontà di promuovere un utilizzo consapevole dello spazio comune e di sviluppare, attraverso la possibilità di interazione e modifica del progetto, un senso di appartenenza da parte di tutti gli utenti della galleria. Il titolo del progetto deriva proprio dal rompicapo tangram, gioco realizzato perlopiù in legno o comunque da materiale rigido, costituito da parti che accostate nella giusta posizione ricompongono un quadrato, ma che a piacimento possono essere usate per disegnare figure che richiamano la realtà. Il palco TANGRAM è costituito da moduli: due tavoli da ping pong, quattro tavoli da gioco con scacchiere disegnate sui ripiani, otto sedute, un palchetto e due scale per poterci salire, ma che all’occorrenza sono adeguatamente progettate per essere usate come sedute o piani di appoggio. Tutti i moduli accostati seguendo le istruzioni, stampate sui vari pezzi, diventano all’occorrenza e con facilità un palco di ben 27mq capace di ospitare anche gruppi musicali. Durante l’inaugurazione patrocinata dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli, nell’intero sabato pomeriggio, è stato possibile vedere e vivere tutte le possibili configurazioni di TANGRAM. I tavoli da ping pong sono stati collaudati dall’associazione cattolica sportiva dilettantistica S.Espedito Polisportiva P.G. Frassati,che ha il fine di promuovere il tennistavolo organizzando tornei sul territorio, i tavoli da gioco sono stati collaudati dal Circolo Scacchistico “Rosso Democratico”, creato con l’intento di divulgare e valorizzare la diffusione del gioco degli scacchi, il palchetto è stato collaudato da Manovalanza, un’Associazione di Promozione Sociale nata con l’obiettivo di restituire presenza attiva attraverso le arti, con uno spettacolo teatrale a cura degli allievi dell’associazione e per concludere l’iniziativa il palco grande ha ospitato un concerto dell’Orchestra ammaretata, una grande orchestra fatta di musicisti che sono accomunati dalla voglia di regalare la danza al proprio villaggio. ZAPOI con TANGRAM ha proposto una riconversione della galleria in una grande piazza coperta in grado di […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

RACNA Magazine, unica come Napoli

Lo scorso 2 marzo presso gli spazi della biblioteca del MADRE, museo d’arte contemporanea Donnaregina, è stata presentata RACNA Magazine, la rivista che rappresenta più di un focus sull’arte contemporanea a Napoli. RACNA Magazine è stato acceso due anni fa, un team all’opera per poter fornire un punto di vista all’avanguardia sul territorio, in primo piano con riferimento al napoletano, poi nazionale, ed anche con spunti e riflessioni giunte da oltreoceano. Marchese Editore e Componibile 62 fondarono nel 2015 un portale multimediale dedicato all’arte contemporanea. Oggi non sembra passato così poco tempo eppure, con i suoi due numeri ed un terzo annunciato,  RACNA è anche on paper, un traguardo meritato per chi ha voluto da sempre superarsi. Il direttore del MADRE Andrea Viliani, riallacciandosi al discorso del presidente della fondazione Pierpaolo Forte, ha ribadito quanto è importante l’operato della rivista che si pone nel panorama delle pubblicazioni di settore. RACNA non vuol essere essere un’imitazione, non vuol raggiungere traguardi altrui bensì ha tanta voglia di far scoprire quanta originalità c’è nella ricerca dei suoi target. Il leitmotiv che è emerso nella discussione della serata è stato sicuramente quello del legame, del fare rete, dell’affinità. Introdotti dal direttore del museo hanno partecipato infatti, il direttore della rivista Carmine De Falco, la project manager Chiara Reale, Sabrina Vitiello curatrice del progetto Say no to Trash, il gallerista Piero Renna, la giornalista e scrittrice Alessandra Farro e Silvia Scardapane di Inward-Osservatorio sulla creatività urbana. RACNA Magazine non è solo una rivista che si limita ad osservare e riportare ai suoi lettori. È un osservatorio sul territorio, capace di tessere una fitta maglia di legami con gli operatori e con i fruitori nell’ambito artistico. RACNA Magazine riesce a conformarsi e confrontarsi con l’ampio contenitore culturale quale è Napoli. Chiara Reale ha ben spiegato come il lavoro che viene svolto dalla redazione mira a superare quella barriera che spesso si interpone tra il pubblico e l’arte contemporanea, riuscendo a raggiungere in maniera capillare chiunque, ponendosi come interfaccia, coinvolgendo galleristi, curatori, collezionisti, centri di produzione ed esposizione, di studio e promozione. «Forse è proprio questa la nostra forza, la capacità di non voler ripercorrere la strada degli altri. RACNA muta e non rimane immobile per poter ricercare sempre ciò che c’è di nuovo. Spesso si dice che a Napoli si potrebbe fare come in altri luoghi, solo gli artisti hanno detto altro su questa grande città, sono più sensibili e riescono ad apprezzare Napoli perchè unica. RACNA è come Napoli, unica come lei».

... continua la lettura
Cucina e Salute

Stairs Diner, dove c’è gusto c’è casa

Stairs Diner è sicuramente il locale dove riusciremo a degustare un buon pasto come se fossimo a casa. Accanto allo StairsCoffeeShop in via Luca Giordano 96/A nasce Stairs Diner aperto tutti i giorni dell’anno senza mai una pausa. Il locale propone un’ampia scelta di pietanze nel vasto e variegato menù. Ogni tipo di palato può essere stuzzicato dai piatti proposti: la scelta va dal breakfast eggs menu abbinabile al pancake e toast, con l’appetizer non sarà trascurato il momento aperitivo, per chi decide di godersi il momento lunch sono disponibili numerosi piatti freddi, sandwich, classic burger o special burger, le carni alla griglia, per i più goduriosi le glassate e per chi ha ancora spazio c’è lo special. Per accompagnare le gustose alternative culinarie oltre alle classiche bevande, chi avrà il piacere di godere dei piacevoli momenti allo Stairs Diner, avrà l’imbarazzo della scelta potendo sorserseggiare ogni giorno una Menabrea diversa: dagli spillatori sgorga la famosa birra piemontese, eccellenza italiana che proprio lo scorso anno ha compiuto 150 anni; inoltre lo Stairs Diner con un occhio all’ambiente ha deciso di offrire al più presto l’occasione ai suoi clienti di acquistare la Menabrea alla spina anche da asporto, incentivando il riuso attraverso il circolo virtuoso del vuoto a rendere. Allo Stairs Diner il rispetto per i prodotti di altissima qualità e primissima scelta quali ad esempio quelli di Sabatino Cillo e Bovinus Luxury, dimostrano quanto lo staff vuol bene a chi assaggerà i suoi piatti Lo chef Roberto Verducci crede nella buona cucina, quella fatta di ingredienti sani e di cotture lente, quella che riesce a far mantenere ai cibi tutte le loro proprietà, quella che racconta di sapienza e pazienza, proprio come quella che possiamo trovare nelle nostre case. Lo spazio progettato dall’architetto Tamara Miranda con l’aiuto soprattutto nelle fasi operative dall’architetto Alessandro Abys, è il risultato di un disegno preciso e minuzioso. Il progetto iniziato lo scorso settembre è espressione di fresca vitalità che rappresenta perfettamente il mood del lavoro che verrà svolto dall’intero staff dello Stairs Diner. La sala fa l’occhiolino agli anni sessanta durante i quali l’American’s Style invase i nostri sogni, forse anche grazie ai famose immagini delle pellicole hollywoodiane. Il leitmotif del locale va oltre il vintage, con un grande gusto contemporaneo si ritrova l’intima atmosfera di “casa nostra” chiaramente espressa nella sala più piccola dove l’arredo richiama il gusto e l’immagine di un salotto privato, ma che con l’ampia vetrata che si affaccia su via Luca Giordano genera una forte mixitè tra interno ed esterno.

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Monica Aurino racconta Gianturco con le sue immagini

Fino al 2 febbraio, presso lo Slash in via Bellini 45, sarà possibile visitare la mostra fotografica “Lo spazio vuoto, Gianturco tra archeologia industriale e riqualificazione urbana” di Monica Aurino, a cura di Luca Sorbo. La fotografa vive a Gianturco e, potendo fotografare il suo quartiere, è riuscita a carpire molto rispetto a quanto con i suoi percorsi le è possibile cogliere: avvocato di professione è riuscita a tradurre in immagini i luoghi che l’hanno vista crescere. «Iniziando a scattare nel mio quartiere, ho fin da subito percepito ciò che mi circonda come uno spazio vuoto, da qui il titolo al mio lavoro. Ho fin da subito percepito Gianturco come una grande area industriale, oggi praticamente in parte dismessa ed oggetto di grandi riqualificazioni con la presenza di grande fermento». La mostra di Monica Aurino nasce da un’esercitazione svolta durante il corso di fotografia seguito presso la scuola di cinema e fotografia Pigrecoemme. Curatore dell’esposizione e del corso di fotografia seguito da Monica Aurino, Luca Sorbo ha introdotto e spiegato il perchè di una mostra su Gianturco. «Esplorare la città attraverso la fotografia è un modo per esplorare e per conoscere. Realizzare una mostra è un punto fondamentale nel percorso di un autore, è un punto di arrivo e di partenza. Dalla manifattura tabacchi l’interesse si è spostato su tutta l’area di Gianturco e farà parte di un grande progetto collettivo che prenderà il nome di “La terra di nessuno” ed interessarà la zona compresa tra la Stazione Centrale e Ponticelli». Lidia De Campora, Stefano Sparatore, Francesca Cilento, Maria Cafaro, Gino La Gatta, Livia Iannotta, Daniele Lepore, Elvira La Rocca e Monica Aurino saranno i protagonisti del progetto che verrà presentato il 20 maggio presso lo spazio espositivo dell’associazione Il Ramo d’oro per la quale è intervenuto Vincenzo Montella. «Durante un ciclo di eventi che prende il nome di Esplorazioni napoletane organizzati da Il Ramo d’oro, ho osservato Napoli sempre più a fondo ed ho capito quanto poco la conosciamo, dalle sue singolarità alle sue cesure e chiusure. L’attività degli allievi della Pigrecoemme restituisce con le fotografie il senso delle nostre passeggiate e risulterà quindi un’ottima occasione per concludere il ciclo di eventi della nostra associazione. “La terra di nessuno” potrà risultare così anche un invito alla frequentazione delle aree poco attraversate e che appartengono al territorio napoletano». Il viaggio che ha coinvolto Monica Aurino ci conduce verso la riscoperta di luoghi ricchi di passione e le sue immagini riescono, per certo, a regalare lunghe e profonde emozioni.

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Scampia ed i suoi colori fatti di persone

Anche se le condizioni meteo non sono quelle ottimali per effettuare una passeggiata fotografica Luca Sorbo e Fabio De Riccardis sono del parere che bisogna andare a Scampia ugualmente. «Con Luca Sorbo abbiamo organizzato molte passeggiate in tante zone di Napoli, da Ponticelli al Pallonetto di Santa Lucia, stavolta abbiamo pensato a Scampia perchè è una di quelle parti della città che viene purtroppo solo rappresentata da immagini iconografiche sulla scia di Gomorra e della cronaca nera. Pensiamo che attraverso le fotografie di questa passeggiata possiamo raccontare qualcosa di più, di diverso». Luca Sorbo nel vagone della metro cerca sin da subito di spiegare come affrontare il percorso della passeggiata che è stata intitolata “TUTTI I COLORI DI SCAMPIA“. «Appena usciremo dalla stazione dei Colli Aminei, osservate il panorama, vedrete un unico grande mare grigio». Le passeggiate fotografiche organizzate da Luca Sorbo sono nate soprattutto per dare la possibilità agli amatori di poter osservare la città e restituirne le infinite immagini. «Già da tempo sono attivi sul territorio napoletano diversi gruppi che lavorano per poter creare dei veri e propri documenti. Scommetto molto sulla forza dei fotografi amatoriali in quanto credo che hanno più possibilità di gestire lavori fotografici a  lungo termine e riescono ad essere più presenti sul territorio al quale appartengono». L’architetto Dario Guglielmi che è stato interpellato per far meglio comprendere ai fotografi la struttura di Scampia ha spiegato la storia dell’area. «Scampia è una bolla entro il perimetro del Comune di Napoli, è come un francobollo che non si accorda con il tessuto urbano preesistente, dove si sperimentarono nuove teorie di progettazione, enfatizzando l’aspetto tecnologico. La gestione dei progetti è stata fin dall’inizio difficile e tutte le teorie rimasero sul piano ideologico. Fu un esercizio a cuore aperto sul territorio. Scampia è rimasta un fuoriscala». Prezioso è stato anche il contributo di Franco Maiello, fondatore del Caffè Letterario di Scampia, che ha donato ai partecipanti delle emozioni citando ad esempio Luigi Sica. «Nel libro “Il borgo perduto – storia di una via Gluck napoletana”, Luigi Sica raccontò che prima delle grandi costruzioni, gli abitanti di Piscinola venivano a Scampia per prendere una boccata d’aria aperta e descrivendo una sua esperienza personale disse che quando capì che Scampia non sarebbe stata più quella di una volta, andò a farci l’amore con lerba che non sarebbe più esistita». Sembra che la parola Scampia si riferisca alla dicitura di campo incolto, ma quello che brulica tra gli stradoni di questo luogo, non è il malaffare, è la voglia e la forza di chi s’è unito per rendere giustizia a quello che è il luogo della città di Napoli più verde di tutti. La passeggiata passa di fianco alle vele di Scampia per arrivare al Centro Territoriale Mammut, accolti da Assunta Iorio «Vorrei che quando partirà una canzone, ognuno di voi attraversi il Mammut, percorra le sue stanze, ed individui un oggetto. Quando terminerà la musica portatelo qui ed in cerchi ci presenteremo spiegando le ragioni per le quali avete […]

... continua la lettura