Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Attualità

La tragedia delle studentesse di Kabul che rende un diritto privilegio

A Kabul c’è stata una tragedia, una storia tristissima che fa venire i lacrimoni e fa tanta rabbia. Una bomba è finita su una scuola femminile uccidendo cinquanta studentesse. Cinquanta. Non una di meno, forse molte di più. Uno potrebbe rilegarla lì, a vicenda brutale di un paese dell’estremo oriente, lontano e retrogrado. Dispiacersi, sì, ma tornare al proprio piccolo orticello, pieno di esami di cui lamentarsi e di un privilegio in più da scordare per strada (perché davanti a una tragedia simile ci si rende conto che alcune cose rischiano di diventare privilegi a seconda di dove abiti, pure se sono naturali). Il punto è che c’è una donna, anzi cinquanta e passa, a un bel po’ di kilometri da qua, che esercita il proprio sacrosanto diritto allo studio e non si capacita come non possa farlo. La verità è che nessuno lo sa. Sarebbe impossibile spiegare perché la cultura dovrebbe essere elitaria e in base ai genitali (cosa che non regge mai e poi mai) e in fondo non si troverebbero vere spiegazioni ma solo forzature. È molto più facile capire che studiare rende pensanti e i pensieri sono liberi, svincolati, ubiqui, nel senso che vanno dappertutto e contemporaneamente, e sono pure malleabili, riproducibili, incontrollati. Se si pensa si è invincibili. Le ragazze di Kabul questo lo sanno: in alcuni posti un pensiero ha un prezzo ingiusto, sproporzionato, addirittura costa una vita. Però loro sono mille anni più avanti di una terra che baratta la libertà per la reclusione e la cultura per l’ignoranza, fuori tempo, fuori posto. Per questo chi sembra di essere nella parte di mondo apparentemente più funzionante deve leggere il doppio, studiare dieci volte tanto. È il modo per essere grati a chi lotta ancora, perché altrimenti si passa dalla parte di chi lancia le bombe in nome di una cultura anti livellatrice e fantoccia. Perché fino a quando uno soltanto non lo ha, quello che ho io è un privilegio, enorme, sacro e oneroso. E non si dà per scontato, non si sminuisce, non arretra davanti a chi dice il contrario. È il plausibile cordoglio per un disastro, forse l’unico che rende la morte di queste studentesse un pochino meno amara, un pochino meno morte.   Fonte immagine in evidenza: https://irvapp.fbk.eu/news/detail/16844-2/

... continua la lettura
Attualità

In Francia sedute gratis dallo psicologo: il virus che manda in tilt la mente

In Francia il governo ha promosso una iniziativa per garantire dieci sedute dallo psicologo per chi ne necessita, in particolar modo per i più giovani, in risposta al virus che sta mandando il tilt la mente. Il covid non ha solo prodotto conseguenze sostanziali sul fisico ma ha generato psicosi, stress, isolamento, sociopatia. Ritrovarsi da un momento all’altro a dover fronteggiare una pandemia, chiusi fra quattro mura, sentirsi impotenti, piccoli davanti alla sciagura intorno è stato un duro colpo per tutti. È quasi fisiologico: si inaridisce. Un giorno si è per strada a chiacchierare della cena al pub la sera prima, quello dopo si è a casa e non si chiacchiera neanche tanto più perché non c’è molto da dire. Le conversazioni si sono ridotte a battute secche sulla situazione, sulle notizie fotocopia, sulla morte, così materiale, che monopolizza qualsiasi argomento, fagocitandolo dentro la paura. E le frasi restano sospese, come le giornate. Non sapere cosa fare, non avere voglia di fare neppure quello che ancora non si sa può essere sintomo di depressione o apatia e può avere un riverbero enorme su chi è più fragile e sulla mente di ciascuno di noi. Solo che quando si parla di problemi che non si “vedono” si tende ad esaurirli come se la vista fosse l’unico tramite e ci fosse una sottospecie di equazione per cui se non si vede, non esiste. E ci si dimentica della mente. Però esiste, eccome, quel senso di nichilismo esistenziale che prende davanti al pc, per sei ore di seguito, e poi al telefono, altre sei. Oppure la noia scomposta del lunedì uguale al sabato e di una scansione temporale diventata labilissima, quasi nulla. Oggi è solo ieri che continua a venire e il futuro è un posto dalle fattezze sbiadite, con zero progetti a lungo termine perché l’unico progetto a lungo termine è sapere il colore della zona di regione. La mente ne risente, come ne risentono i polmoni dopo un’ora di corsa e con 2 pacchetti di sigarette all’attivo. E se poi si va dallo pneumologo, giustamente, una volta tanto bisogna andarci dallo psicologo. Dire che il virus ha sfinito, ha ridotto all’osso getta le basi per altri dieci anni di paura nell’uscire di casa e altri cinque, buoni, del non poterlo fare più. Non fa male ammetterlo, farebbe più male non farlo e sguazzare nel proprio malessere interiore (il rischio è affogare). Basta chiedere aiuto, non nel senso che non si può ma nel senso che è sufficiente, è necessario. Funziona. Un amico, una persona competente, un genitore. Ascoltare e parlare. Viene bene e forse aiuta a scongiurare un momento di angoscia che, da un anno e mezzo, non è più un semplice momento.   Fonte immagine: it.yahoo.com 

... continua la lettura
Attualità

Ddl Zan: quando importante è parlare

Di recente il rapper italiano Fedez è intervenuto sul dibattito legge Zan, rispondendo in particolare ad alcune affermazioni del senatore Pillon che un po’ con fare polemico e un po’ con negligenza, ha ritenuto il ddl Zan non di imminente priorità. È chiaro che possono esserci valutazioni differenti in merito e che il disegno di legge, per ora osteggiato dalla Lega, necessita di riflessioni di ampio respiro e di una attenta valutazione, forse però non procrastinabile veramente. Il ddl prevederebbe un aggravamento della pena per reati e violenze fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità della persona. In Italia esiste già una legge contro qualsiasi tipo di discriminazione e il ddl Zan si inserirebbe come sorta di precisazione e ampliamento di quella vigente. Ancora, nonostante i pareri più o meno favorevoli, il botta e risposta del cantante ha fatto discutere molto. Non è una cosa cattiva che una persona con tanta visibilità tenti di lanciare un messaggio positivo, visto che ce ne sono altre di stessa “levatura” che fanno meno bene (come le considerazioni poco felici di Er Faina circa il catcalling). Impiegare i social come strumento di sensibilizzazione ed informazione resta una mossa che ai più scettici può apparire meramente furba, ma che in realtà si presenta parecchio efficace per far fermentare idee e creare discussioni. È indubbio che, se a sollevare una questione x, risulti Fedez, la cosa ha un riverbero enorme e si sviluppa con maggiore incisività. Sarebbe però da interrogarsi sul perché a pronunciarsi su questioni cruciali sia un rapper, che non è competente e che di professione fa tutt’altro, e non si esprima un senatore (Pillon ha liquidato l’argomento in una manciata di battute) o chiunque sia in prima linea per tutela e diritti. Poi, che qualcuno possa criticare il cantante circa la sua posizione privilegiata che gli ha permesso di eludere alcune misure stringenti anti-covid, è pure giustificabile. Pur ricordando, non con arrendevolezza, che chi ha i soldi “sguazza meglio” di chi non li ha e che questo è un problema secolare e una piaga (che non riguarda solo Fedez ma un pochino tutti direi). Resta di fatto che, nonostante il teatrino venuto fuori dopo le storie Ig, si apre una concreta possibilità di confronto che non va snobbata o ridimensionata. Il ddl Zan è un passo significativo su tantissimi fronti e che, tornando su applicazioni già esistenti, evidenzia la drammaticità di alcuni eventi. Che sia Fedez a farne parlare o il panettiere sotto casa ora non ha importanza. Importante è parlarne fino alla noia perché solo così si possono formare idee ed essere liberi. Fonte immagine: https://www.ilgiornale.it/news/politica/ddl-zan-pd-pressing-ora-lega-insorge-manovra-contro-noi-1934935.html

... continua la lettura
Attualità

Femminicidio a Napoli: educare alla non violenza, non a quella scampata

Nell’omicidio di Ornella Pinto, la giovane donna uccisa a Napoli dall’ex marito, una delle cose che ha più fatto pensare è stata una frase detta (che sa un po’ di routine davanti a certe situazioni): “È importante che le persone debbano saper dire basta, appena le cose non funzionano”. Un po’ equivale non ad “educare alla non violenza chi fa il fatto” ma è più “assuefarsi alla violenza e nel caso fuggirla, il prima possibile”. Che è un pragmatismo un pochino cinico e ridondante, se uno ci pensa. Non dice niente di nuovo, lascia che le cose restino uguali. Come dire non studia altrimenti il compito ti va male” ma “cerca di capire quando il prof interroga”. È un escamotage. E dopo il silenzio per una vita finita, quanto sono leciti questi pseudo autoinganni? La verità è che dietro un omicidio tanto brutale, tocca dirlo, di un femminicidio (e non si pensi che lo si puntualizzi per un marcato vittimismo dei nostri giorni ma proprio perché c’è una tendenza a fare violenza contro le donne spaventosamente comprovata da statistiche) ci sono una caterva di questioni snobbate o raccattate dietro espressioni di circostanza. Un po’ residui di una società patriarcale e violenta, che a furia di parlarne sembra esorcizzata ma che ancora resiste su logiche di potere e mansioni basate sul sesso, oltre che su un’applicazione della forza fisica indiscriminata e brutale. Un po’ incapacità di metabolizzare i no, quel senso di spossatezza che deriva da un imprevisto. Non si è abituati più: quando si chiude una storia è una tragedia, quando si perde il lavoro pure, quando una cosa non va non c’è verso di metterla apposto. Ma la vita, in fondo, non chiede proprio di non lavorare su ciò che non va più ma su quello che va? Ora non è facilissimo capire, entrare nelle storie degli altri e, di fatto, non si deve dare per forza nome o forma alle vicende, è vero. Però se alcune situazioni ricorrono più di altre e sempre più fotocopia, l’arrendevolezza del “è andata così” non basta più, non regge proprio. Ci vuole più occhio, testardaggine, esempio e tanto, tantissimo interesse, fino alla noia (da inter-esse, essere dentro alle cose). Non si risolve niente con la violenza, innanzitutto perché la violenza fa schifo e in secondo luogo perché non c’è niente mai veramente da risolvere e irrisolvibile. È la vita, funziona così, quella che ora non c’è più. E prima che ne vengano a mancare delle altre è ora che si cambino i toni: si educhi alla non violenza, non alla violenza scampata.

... continua la lettura
Culturalmente

Sapir e Whorf: due studiosi per la lingua in relazione

Cos’è l’ipotesi della relatività linguistica? Perché parlare poi di relatività linguistica? In soldoni l’idea di fondo è: la lingua esiste, è fondamentale per la comunicazione, è mutevole, cangiante, ibrida. La parte di un retroterra culturale che più si presta all’evoluzione, più lo preserva nel caso, più è malleabile. Quando uno parla fa leva su uno sterminato bagaglio di parole, costruzioni, accostamenti e neanche si rende conto della naturalezza di quello che accade. Funziona così, dal primo momento in cui si è cominciato a farlo e neanche ci si ricorda poi quando. La lingua può essere pure relativa, ovvero in stretta relazione con quello che uno pensa. Lo dicevano due studiosi dell’Ottocento, Edward SapirSapir e Benjamin Lee Whorf. Da qui ipotesi di relatività. Lo sviluppo cognitivo può essere influenzato dalla lingua o ancora meglio è la lingua che mostra ed evidenzia ogni minima oscillazione di pensiero. Per farla breve era una cosa che aveva già notato von Humboldt, altro grande nome della linguistica generale, quando diceva che a fare diversi gli uomini era il modo di guardare il mondo che si riversava inevitabilmente sul modo di comunicare. Sapir e WhorfWhorf vollero andare a fondo alla vicenda: sul finire del 1800 furono presi in considerazione gli usi linguistici, gli stili di vita, le categorie grammaticali degli Amerindi, nativi americani. In effetti ci si rese conto che i suddetti non impiegavano il passato o non nella maniera che ci si aspettava. Da qui la supposizione che i nativi americani non possedessero la coscienza della dimensione del passato alla maniera degli occidentali e da ciò venisse fuori un’impalcatura linguistica drasticamente differente. La lingualingua diventa spia di un intero modo di pensare, di avere consapevolezza del mondo. Non solo come strumento per restituirsi al circostante ma come parte di quella restituzione, integrale. Era quello che volevano spiegare Sapir e Whorf con l’espressione relativismo linguistico, nel senso di lingua in relazione. Una relazione, intrinseca ma non sfaldata, tra pensiero e linguaggio, tra modo di acquisire la vita e modo di esportarla al di fuori. Era una rivoluzione perché di fatto attribuiva un potere enorme al sistema comunicativo più che mero mezzo al quale è generalmente rilegato. Non tutti concordano con l’ipotesi Sapir-Whorf e sull’incidenza linguaggio-pensiero e viceversa ma il loro studio ha consentito un nuovo margine di miglioramento dell’analisi linguistica. Che sembra pure inutile ma senza linguaggio le cose muoiono in testa e nessuno lo sa.

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Mbappè: avere 22 anni nella cultura del giovane per forza

È la nuova star nascente del calcio internazionale, Kylian Mbappè, incoronatosi come prossimo candidato al pallone d’oro dopo l’ottima prestazione contro il Barcellona. Mbappè è giovanissimo, ha 22 anni e già sguazza nel successo come un giocatore para-normale con tanto talento e una buona dose di fortuna. È strano: a 22 anni uno non sa mica molto della propria vita, forse neanche sa da dove cominciare esattamente. E non essere mediocri è essere vivi, nei momenti giusti, nelle tappe in cui uno deve stare, confinato lì ma perché è il corso delle cose, naturale, obbligato. Sviare una tappa è complicato, potrebbe significare bruciarsi, saltare i pezzi e poi ritrovarsi a quarant’anni a fare la vita di uno che ha vissuto il doppio o la metà ma non quarant’anni. Perché funziona così. Mbappè è un genio, gioca a calcio in una maniera che gli viene facile, è un vero prodigio e dopo la notte del sedici non c’è un solo francese a non conoscere il suo nome. Pure se è nato quasi ieri. Che non è del tutto sbagliato, perché i giovani devono mangiarsi il mondo, lo devono prendere a calci (e lui ci sta proprio dentro, letteralmente). Però questa cultura del giovane per forza e del “quanto prima” rischia poi di invecchiarli questi giovani tanto che il quanto prima può diventare prima del tempo. Uno è bombardato da “tutto e subito” per così tanti anni che poi finisce per stancarsi o si sente di meno se si dimentica l’avverbio per strada. Non è questo, non dev’essere questo. Mbappè merita tutta la fama che si sta godendo adesso ma merita pure di fermarsi se le cose non andranno sempre forte. E non sarà fare un passo indietro ma fare esattamente i passi che gli spettano, tutti, tutti. Perché ha vent’anni e il successo e le cose immediate non sono clementi con chi della vita non ha visto ancora molto. È un campione nel campo ma la vera sfida è non sentirsi arrivato o pressato da una società impaziente, senza cura della persona, che le persone le vuole già fatte e confezionate, addirittura demonizzando il fallimento, che è una parte essenziale dello scoprirsi. Ma questo non riguarda solo uno che ha avuto una buona serata in un grande stadio, perché le buone serate le hanno tutti, si sa, anche senza stadio. Riguarda ognuno di noi perché ci si ripete all’infinito di fare in fretta ma mai di vivere appieno soltanto e basta.

... continua la lettura
Attualità

Polonia: il diritto all’aborto nel cuore dell’Europa delle tutele

La Polonia e il diritto all’aborto. È entrata in vigore dopo mesi di fuoco e protesta, in Polonia, la norma restrittivissima contro l’aborto non consentito per malformazione del feto e che resta praticabile ora solo per casi di incesto, stupro o per evidente stato di pericolo della madre. Un giorno, viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale polacca una legge, nel nulla, in mezzo al caos, in sordina perché c’erano state così tante polemiche prima che era impossibile farlo diversamente. Un divieto enorme, caduto sulle teste delle donne della Polonia, nel cuore dell’Europa delle tutele, quasi a ciel sereno. Un assalto confezionato alla bell’e meglio contro la libertà dei cittadini e un passo rilevante verso svolte autoritarie e dispotiche da parte del governo. Eppure può sembrare una cosa da niente, svegliarsi ed essere privati di un diritto legittimo, già ampiamente leso e ora completamente ridimensionato e declassato. E può sembrare pure da niente che lo si faccia in un posto dove la storia ha insegnato più che agli altri posti e che all’improvviso si scordi ogni lezione strada facendo (eppure era ieri che si commemoravano i crimini contro l’umanità che si badi bene, non erano venuti fuori dal nulla, ma da un raduno di libertà). La verità è che non si tratta di una cosa da niente, non si tratta, prima di tutto, di cose, ma di persone. Di donne, con davanti un dolore immenso, che ora sono allo sbando, ai margini di una società, che parla di diritto alla vita e poi fa di tutto per renderla meno facile, più clandestina, sottomessa, senza scelte. Ed è paradossale perché a pensarci il partito di Destra polacco, Diritto e Giustizia (PiS) sostiene di combattere per il diritto alla nascita. Ma per ribadirne un principio ne calpesta un altro, lo stronca sul nascere, neanche dà il beneficio del dubbio. Non è un cortocircuito venuto fuori malissimo? Ora con la forma di una legge, fatta e inamovibile, che può essere contestata ma purtroppo rimane lì e nessuno delle voci grosse si scomoda per dire che è ingiusto e che anziché un passo avanti, si è un passo anni luce dietro. Per quanto si voglia dire o fare, interrompere una gravidanza è una possibilità, per quanto travagliata, che dev’essere tutelata. Ognuno, indistintamente crede nel diritto alla vita e lo difende. Però per difendere la vita non si deve per forza, davanti a una situazione tanto estrema, progettare l’esistenza di un altro a tavolino senza neanche pensarci due volte. Immagine: LifeGate

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Mr. Nobody: la vita di tante vite possibili

Mr. Nobody: si chiama così il film del 2009 con protagonista Jared Leto e diretto da Jaco Van Dormael, disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix. Il film racconta di un uomo che riesce a vedere tutta la vita davanti a sé ma riesce pure a vedere cosa sarebbe successo se non avesse compiuto determinate scelte. Mr. Nobody, Signor Nessuno Signor Nessuno, che sembra un paradosso perché poi nella pellicola c’è più di una persona in realtà, più di una vita e mai zero, mai nessuno. Però è più complicato di così, di un titoletto che tenta di riassumere due ore e passa di cinema. Il problema è che c’è un uomo che tenta di raccontare la sua storia e tutto si articola in un lunghissimo flashback a spezzoni, slegati, sconnessi, contraddittori a tratti. Perché è una storia multiforme, poliedrica, che si presta a mille interpretazioni ed esiti differenti. Non c’è la storia di Nemo (nome che ai più suggerisce la sua non identità), c’è la sua vita confezionata in tanti plausibili accadimenti dovuti ad altrettante possibili scelte. Azioni potenziali che se fatte cambiano il corso di un racconto intero o potrebbero riformularla, interromperlo addirittura. In effetti, quante decisioni possono inficiare l’esistenza di uno qualunque, entrarci e decidere loro per tutto? Allora il senso del film diventa esattamente questo: scoprire la portata di un momento che magari è buttato lì, non è neanche chissà quanto pensato e che magari ha un riverbero enorme nella sua schiacciata contingenza. Il senso è pure mostrare altre opzioni, un non momento, una sua declinazione alternativa. Ed ecco che vengono riprodotte tutte le vicende ammissibili. Da una sola se ne dipanano altre. Non c’è nessuna meglio o peggio dell’altra, solo che poi cambiano e non rimane niente uguale. Però si badi bene: tutte sono ammissibili ma non ammesse poi veramente. La storia di Nemo resta una e si annulla nell’istante in cui vorrebbe essere tutte ma non è contemplata, tra le tante possibilità, nessuna di essere tutte insieme. Per questo uno sceglie e fa cose e sbaglia e vorrebbe tornare indietro e penserebbe di ritrattare tutto e non può farlo. Perché è la vita, perché si esiste e purtroppo o per fortuna si esiste in un solo modo o direzione, che non è tanto solo, è più unico. Che è spaventoso però è anche entusiasmante perché in fondo l’irripetibilità eterna cose non eterne. Ed è paradossale proprio come dice uno che si chiama Mister Nessuno. Alla fine di Mr. Nobody tutte quelle storie sembrano trovare un leitmotiv, una sorta di interlinea che potrebbe scandagliarle ma poi non c’è niente che riesca poi a districarle davvero. Ma a nessuno interessa perché quello che uno si ricorda è che esistono mille scelte e mille vite pensabili ma una soltanto, poi, da pensare e ripensare veramente, la propria.

... continua la lettura
Culturalmente

2020: riflessione di un anno non proprio da buttare

Al termine di un anno così, la prima cosa che viene da fare è buttare tutto. Non lasciare proprio niente, fare damnatio memoriae alla latina e sperare che non ricapiti più, che neanche si possa mai ripresentare in una forma simile. Buttarlo, proprio senza possibilità di ritrattare niente o di redimersi all’ultimo. Il 2020 è stato un anno tragico, che era venuto fuori bene all’inizio, coi problemi in sordina che poi sono diventati catastrofi a meno della metà. La verità è che il 2020 si è preso proprio tutto, all’improvviso. La vita, frenetica, un po’ ordinaria, sottovalutata spesso, persino messa all’angolo delle volte. La socialità, fatta di tantissime persone (ma poi mica si vedevano tutte), a tratti rimpicciolita dietro lo schermo quando ancora neanche c’era bisogno degli schermi. Il 2020 si è preso il diritto all’istruzione fatto a misura di bambino o ragazzo (che un po’ era uno sbatti svegliarsi prestissimo di mattina e ci si lamentava in continuazione). Si è preso il movimento, il tran tran quotidiano e si è preso persino quelle volte in cui ci si trascinava in un posto o in una situazione e non si aveva proprio la voglia di farlo. E poi la scelta di decidere cosa fare. Pure scegliere di non fare niente, invocare il niente quando serviva, era una scelta, che funziona pure spessissimo. Non se n’è risparmiata una, alla fine. Anzi, ha isolate, le ha fatte ammalare. Però il 2020 un po’ lo sapeva che prima di lui le cose erano così buttate lì che rischiavano di essere solo cose, scontate, grezze, senza valore. Sapeva che c’erano duemila amici e poi è bastata un pochino di distanza per farne rimanere due soltanto. Che l’amore era una parola bellissima ma a tratti rimaneva una parola. Invece quest’anno proprio non ci è stato alle parole. Ha preteso un passo in più, sacrificio, fatti, investimento. Sapeva pure ci si poteva spostare ovunque e poi, invece, si rimaneva a casa. Era bello pure quello, rimanere a casa e infatti poi lo ha permesso per un anno intero. Ma a parte ciò, è stato brutto e tuttora fa un sacco paura, quando prima non si era spaventati molto e la vita era resa più piccola di quella che è adesso, ché si vorrebbe fare il mondo ed invece è il mondo con la sua emergenza a fare tutto. Forse quest’anno è davvero da buttare dalla finestra il 31 mentre si ascolta “l’anno che verrà” di Lucio Dalla. Però se proprio bisogna trovarci del buono, una cosa viene fuori. Proprio quest’anno, mentre non si è potuto vivere normalmente e mentre si è provato il dolore vero, Ungaretti avrebbe detto «non sono mai stato così tanto attaccato alla vita» Nell’anno della non vita, la vita ancora più forte. Fonte immagine: pixabay.com

... continua la lettura
Attualità

Il crepuscolo della civiltà: la vicenda di Patrick Zaki

Patrick Zaki resterà altri 45 giorni in carcere. Lo ha deciso il tribunale antiterrorismo del Cairo dopo la richiesta degli avvocati di rilascio e dopo una grande mobilitazione mediatica, anche a opera di star internazionali. Patrick resta lì, dentro le mura del silenzio, nell’orrore delle situazioni che non possono essere cambiate e che finiscono poi per cambiano loro te, nel caos degli eventi, nell’avvilente “mercanteggio” per la libertà. Nel paradosso di un tempo che non scorre allo stesso modo per tutti i posti, che a volte viene scandito diverso a seconda di dove ti trovi e che rimbalza dentro sé stesso come un flipper. In Egitto, per esempio, è una notte fonda, buia come la pece e senza luce. Si cammina a tentoni e si fa fatica persino a capire dove mettere i piedi e se messi male, si rischia di non muoverli più, per sempre. Nel resto del mondo invece è il crepuscolo, col sole appena declinato che sembra tutto l’auspicio di ristoro e invece è solo la fine del giorno, frettoloso, uguale al precedente. Nella vicenda di Zaki il tempo è cattivo e lunghissimo, fagocita tutto quello che di buono è stato detto e lascia che si diradi, muoia. Però Patrick lo sa come vanno queste cose, sa che una parola detta ha un riverbero enorme, corre più forte dell’orologio e se compresa attecchisce pure, che è rivoluzionaria qualche volta. Per questo è in carcere. Lo sa che sta lì, ché non gli andava proprio di camminare in un posto dove ogni passo deve essere deciso da qualcuno perché altrimenti non ha senso spostarsi, che ci sono rumori di passi che sono meno forti di altri e vanno ascoltati meglio e si riesce solo se c’è qualcuno che li racconta veramente. Sa che sta lì anche perché lui è uno che pensa, tanto, molto più di quelli che sono indifferenti a quello che gli succede intorno. Pensa pure per loro, perché qualcuno deve pur pensarci e menomale che lo fa lui. Per questo resta rinchiuso. Lui che è sempre così attivo, ora deve stare fermo. Ma Zaki lo sa che non si tratta di coraggio o spavalderia, è normalità. È normale dire che una cosa non funziona quando è rotta e attivarsi per aggiustarla, è più strano il contrario. Oggi non funziona che Patrick sia detenuto, torturato e rinchiuso per aver denunciato i soprusi del governo egiziano e per aver combattuto per i diritti umani che ogni giorno vengono calpestati. Sarebbe strano e profondamente ingiusto non dirlo, non scandalizzarsi, dormirci la notte quando fuori è il crepuscolo della civiltà. Scusaci Patrick.

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Nanette: la stand up comedy di Hannah Gadsby

Nanette, la stand up comedy di Hannah Gadsby: ironia su uno spaccato di vita al femminile Succede per caso di imbattersi in alcune storie, quelle degli altri. Sono di poco conto, piccole, lontane da quello che uno si aspetta o da quello che uno sa di solito. Su Netflix la stand up comedy di una comica inglese, Hannah Gadsby, racconta la sua storia attraverso uno spettacolo intitolato Nanette. È uno spaccato di vissuta quotidianità femminile, una porta spalancata sul mondo, a volte complesso per la componente femminile e rivolto alle donne omosessuali. Perché Hannah è lesbica, lo dice apertamente nel suo show, lo ha detto ai suoi familiari e ci fa persino uno spettacolo a riguardo. Tra una battuta sferzante e l’altra rivela quanto sia difficile muoversi spesso in un contesto di uomini e crescere in posti dove la diversità è a fatica contemplata. Il suo coming out, la paura che ne è derivata, il dolore di esperienze traumatiche personali non sono però storie isolate. Capita spesso di sentirsi sbagliati, incompresi, di sembrare fuori tempo, come dirà lei parlando di Van Gogh, uno dei più grandi post-impressionisti del secolo che non riusciva a sentirsi come gli altri e che in tutta la sua vita ha venduto un solo quadro. Che spreco, si potrebbe dire. Eppure è successo e succede di continuo quando non si hanno sempre punti di riferimento. Nanette è una stand up comedy un po’ diversa, con l’obiettivo di spiegare come i racconti di vita delle persone siano un po’ quelli di tutti, né più né meno. Che tutti vivono le stesse ansie, le stesse paure, confinati a volte in un senso di inadeguatezza enorme. Questo è amplificato per le donne che si ritrovano ancora a dover combattere pregiudizi, opinioni precostituite e confezionate dalla società, senza possibilità di opporsi. Ma è un senso di inadeguatezza che poi accomuna le persone, indistintamente, davanti ad atti di ignoranza o di violenza. Hannah Gadsby, nel suo monologo, una soluzione sembra quasi avercela: nonostante la sua sia la storia di una donna che ha sofferto, trovare connessioni con gli altri ha permesso di trasformare la sua sofferenza in un racconto da condividere, addirittura in un pezzo di cabaret. E non si tratta di semplice solidarietà ma proprio di legami, forti, duraturi che superano ogni possibile incomprensione, perché basati sull’affetto, sull’accettazione che non è sacrificio ma apertura naturalissima. “Van Gogh era riuscito a dipingere i girasoli perché aveva un fratello che lo amava e non solo per il suo genio” dirà a un certo punto. È il senso di ogni cosa, pure davanti a quelle più amare della vita. Hannah Gadsby ne parla semplicemente, con la sua mezza risata e gli occhi pieni di forza. La forza di una donna che ha sofferto ma che non è diventata cattiva per la malignità gratuita di altri, anzi ha imparato a rimettersi in piedi e in piedi, letteralmente, poi a raccontarlo.   Immagine in evidenza: https://www.netflix.com/it/title/81054700

... continua la lettura
Libri

Le incredibili avventure delle piante viaggiatrici: la botanica di Katia Astafieff

Recensione de “Le incredibili avventure delle piante viaggiatrici” di Katia Astafieff pubblicato da addEditore “Le incredibili avventure delle piante viaggiatrici” di Katia Astafieff, edito da addEditore, è un libro che fornisce, con garbo e disinvoltura, un ricettacolo puntuale di alcune delle piante più conosciute al mondo. Non si rivela, però, un libro canonico e convenzionale di trattatistica, con intenti enciclopedici o con pretese didascaliche. Al contrario, è un testo godibile e “spensierato” che racconta la storia delle piante. Perché la scoperta delle piante, del loro impiego e della loro funzione, come base fondamentale di molte arti, non è per niente scontata e attraversa periodi di tempo anche remoti. Ogni pianta ha una storia quasi secolare o addirittura millenaria e dietro l’impiego moderno ci sono aneddoti, incomprensioni, persino lotte ed equivoci. È il caso del ginseng, il cui estratto col caffè è oggi tanto apprezzato negli aperitivi o nel caffè. Il ginseng canadese, come spiegato dall’autrice, ebbe una storia travagliata nel 1700 perché confuso con quello cinese, con il quale condivide analoghe proprietà. Il nodo sarebbe stato sciolto soltanto nel 1718 interrogando la popolazione degli amerindi in Quebec, grandi conoscitori della flora e fauna del posto. Per la prima volta la consultazione di un popolo autoctono agevolava le consultazioni scientifiche e apriva la strada al grande commercio del ginseng, le cui proprietà sono tutt’ora potenzialmente benefiche. Katia Astafieff non è solo una esperta di botanica e fine intenditrice delle più sottili differenze. È una appassionata e ,come tale, è anche in grado di trascinare il lettore in uno scenario quasi fiabesco in cui scienza, storia e cultura si danno manforte per mostrare un’altra faccia del mondo, quello vegetale. Senza troppi tecnicismi o artifici retorici, con semplicità e scorrevolezza, la Astafieff appassiona, in una materia, la botanica, che forse in altri contesti non piacerebbe a nessuno e che invece qui diventa raccontino divertente e suggestivo. Capace poi di mostrare quanto il potere delle piante sia di solito trascurato e invece fondamentale per la medicina e la scienza in generale e quanto per le piante si siano scatenati alcuni eventi storici cruciali come il Boston tea party. Dunque, “Le incredibili avventure delle piante viaggiatrici” si propone come un testo veramente avventuroso e che permette anche di viaggiare un po’, metaforicamente, seduti sul divano di casa, alla volta di terre lontane nello spazio e nel tempo. Come dovrebbe fare ogni libro, e come riesce Katia, in una manciata di pagine e in una manciata più grande di storie. Fonte immagine: https://www.italiani.net/2020/11/30/le-incredibili-avventure-delle-piante-viaggiatrici/

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

The Queen’s Gambit: la regina degli scacchi su Netflix

Recensione de “La regina degli scacchi” sulla piattaforma streaming Netflix È uscita il 23 ottobre sulla piattaforma di streaming Netflix la nuova serie sul gioco degli scacchi basata sul romanzo di Walter Trevis. Il titolo in lingua originale “The queen’s gambit” allude a una delle mosse d’apertura più famosa nel gioco, il gambetto di donna che poi nella traduzione italiana è diventato un titolo icastico: la regina degli scacchi. Beth Harmon, interpretata da Anya Taylor-Joy, è davvero la regina indiscussa degli scacchi, perché lei ha un talento: un giorno si sveglia e scopre come muovere i pezzi sulla scacchiera. Scopre che lo sa fare, che lo sa fare bene, come nessun altro e che prima di impararlo quei pezzi si muovono da soli nella sua testa come se avessero vita propria. Beth è un genio, pure se ha nove anni e pure se la vita è durissima nei suoi confronti. Per,  rilegata nelle 64 caselle quella vita sembra meno cattiva, o forse lo è lo stesso però resta un gioco e lei è bravissima in quello. In un tempo controverso, nell’America della guerra fredda, in un gioco che è sempre stato primato dei russi e in un contesto di uomini, Beth è elegante, capace, ostinata, gioca con una naturalezza disarmante e brilla. Proprio lì dove vengono offuscati tutti gli altri, lei riesce a brillare. Eppure si sente il peso del talento, lei lo avverte, sa che si può perdere e perdere può persino significare perdersi quando si va al massimo. “Sei la più brava di tutti da così tanto tempo che non sai neanche come sia per tutti noi” le dirà qualcuno in un momento. Perché in fondo bisogna saper essere dei geni e non esserlo e basta. La “regina degli scacchi” non è semplicemente la storia di una donna piena di talento. È la storia di una riconciliazione, tra i ricordi del passato che a volte tornano prepotenti e il futuro, inesplorato, pronto a essere toccato eppure incredibilmente lontano. Ed è anche la Storia, quella con la S maiuscola, di conflitti ideologici e fisici, che però davanti alla competizione, sana, spronante, non può far altro che annichilire. Non importa niente se poi Beth è una donna, è americana o è atea o se i suoi avversari non lo sono perché i pezzi sulla scacchiera non lo vedono e il bianco e il nero è tirato a sorte. Per questo, poi, nella finale del mondo di Beth Harmon, quelle tre mosse d’apertura d4,d5,c4 le conoscono tutti gli spettatori a memoria: gambetto di donna. Sono certi, si chiamano così. Fonte immagine: https://tecnologia.libero.it/regina-scacchi-chi-e-anya-taylor-joy-40322

... continua la lettura
Musica

Clito, il nuovo brano di Madame: rivoluzione o no?

Il 6 novembre scorso è uscito il singolo della cantante Madame su tutte le piattaforme digitali e di streaming. Francesca Galeano, in arte Madame, è una giovanissima cantante italiana della scena rap e urbam, classe 2002, conosciuta già per l’uscita di alcune canzoni come “Sciccherie”, “Anna” e “17”. Il nuovo brano, prodotto da Bias, si chiama Clito ed allude in maniera più o meno esplicita al piacere femminile. Icastica è l’espressione del ritornello “La vita mi fa click sul Clito”. Il testo, rap, riprende le fila dei grandi precursori del genere e a livello contenutistico tende a rilanciare nell’immaginario collettivo il ritratto della donna gaudente, libertina, uguale al suo corrispettivo maschile. È forse una delle prime volte che nel rap, all’elitarismo di contenuti maschi e spesso fallocentrici, si alterna una semi apertura di altri temi. Ma quanto effettivamente la canzone di Madame ha riverbero, adesso, nel 2020? È veramente rivoluzionario un pezzo in cui la donna vive la sessualità con disinvoltura o si riduce a rap d’intrattenimento, a tratti sguaiato e un pochino cliché, fatto da una donna? Sicuramente, da una parte si riconosce il progetto ambizioso di fare rap senza prerogative di genere, voluttuoso, provocatorio, pure esplicitamente calcato che va bene. E però, al contempo, potrebbe diventare una sperimentazione contenutistica goffamente costruita, senza veramente molto da dire di più. Perché Madame parla di donne e di cose da donne, con una impertinenza che funziona pure nell’insieme ma che rischia di sconfinare in toni impertinenti e basta, pedissequamente emulati dal primo rapper di turno. Allora va bene tutto: il brano suggerisce una nuova dimensione del rap, già ampiamente sciorinata in altri paesi e che fa fatica ad essere inquadrata in Italia per un certo conservatorismo di fondo, anche piuttosto arrugginito in realtà e in questo si presta alla più nobile delle rivoluzioni. Le rivoluzioni, però, non vengono bene a metà, devono sradicare qualcosa totalmente, ri-volgerlo da capo altrimenti è tentativo, piccolo, fortunoso di parlare di piacere senza convincere e piacere del tutto.

... continua la lettura
Attualità

Luigi e Ugo: Napoli con altri occhi

Luigi e Ugo non sono il simbolo di una terra che da anni è martoriata dalla criminalità. Sono dei ragazzi che hanno sbagliato e finiscono per essere parte di un retaggio culturale che spesso giustifica o tende a incasellare gli eventi in una dimensione cromatica che prevede il bianco e nero, senza ulteriori sfumature. Ed ecco che alcune vicende si riducono a sentenze e le sentenze diventano avvenimenti che si replicano, senza riflessione. Per questo poi è importante cambiare prospettiva, accogliere i fatti per come sono e poi comprenderli nel più dignitoso rispetto della vita.

... continua la lettura