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Eroica Fenice

Teatro

Arancia Meccanica al Teatro Bellini

Il Teatro Bellini riporta in scena dal 18 al 20 marzo Arancia Meccanica, l’adattamento teatrale di Gabriele Russo dell’omonimo romanzo di Anthony Burgess, nonché del capolavoro cinematografico di Kubrick. La messinscena di Arancia Meccanica si guadagna a pieno titolo il diritto di porsi sulla linea del libro e del film: i cultori del mondo distopico di Alex DeLarge e dei suoi Drughi non potranno non assistere alla sua trasposizione teatrale, decisamente ben riuscita e già premiata da un largo consenso del pubblico nazionale negli ultimi anni. Arancia Meccanica: una messinscena molto “dobby” L’impostazione cinematografica di Arancia Meccanica convince e colpisce il pubblico: la scena dello stupro recitata in slow motion è il principio di tutta la vicenda; Alex, interpretato da Daniele Russo, incarna la pochezza d’animo della sua generazione, e i suoi Drughi, interpretati da Sebastiano Gavasso e Alessio Piazza, ne sono i seguaci; i tre sono inclini a una violenza senza limiti e ad uno straniamento dalla società, testimoniato anche dall’utilizzo dello slang “Nadsat” inventato da Burgess, ripreso da Kubrick ed inserito abilmente nei dialoghi dello spettacolo. La complessità di questa storia intramontabile e quanto mai attuale nel suo messaggio si risolve agli occhi del pubblico grazie alla estrema cura e giustapposizione di tutti gli elementi teatrali che parlano da sé, che supportano e talvolta sostituiscono la recitazione, ma senza gettarla nell’ombra: la magnifica scenografia è opera di Roberto Crea, i costumi sono curati da Chiara Aversano e le luci da Salvatore Palladino. La musica, curata da Morgan, è uno dei mezzi che maggiormente ha contribuito ad imprimere nello spettatore un effetto straniante, specialmente nell’esordio: una dignitosa rivisitazione elettronica che strizza l’occhio alla colonna sonora del film e che si lascia andare a ritmi incalzanti sottolineando il climax della rappresentazione e accompagnando la recitazione del personaggi. Il richiamo frequente all’Inno alla Gioia di Beethoven è il leitmotiv musicale che accompagna la pièce, nonché motivo ispiratore delle azioni di Alex: “la distruzione è il mio inno alla gioia“. Una riflessione sulla libertà di scelta e l’omologazione dell’individuo Ma l’intento del regista non è offrire semplicemente una versione teatrale di Arancia Meccanica: conscio della potenza del messaggio di Burgess, Gabriele Russo pone l’accento sul fenomeno della massificazione, veicolato dai vertici del potere, padroni dell’esibizionismo mediatico. La Ministra degli Interni, intrepretata da Paola Sambo, indossa occhiali da sole e un abito sgargiante, quasi come se fosse una diva. Oggetto dei riflettori dei mass media, nonché cavia da laboratorio, è Alex, il quale, dopo essere stato sottoposto da un gruppo di scienziati mitomani alla “cura Ludovico” per annullare ogni velleità incline alla violenza, viene presentato direttamente al pubblico del teatro nella sua nuova natura docile e mansueta, a luci accese e senza finzione teatrale, quasi come se si volesse suggellare dittatorialmente che la spersonalizzazione dell’individuo e la sua omologazione non sono più una questione opinabile.  Ciò che colpisce è la sensazione di non provare soddisfazione per la buona riuscita della cura, la soluzione definitiva contro la criminalità e i comportamenti fuori dagli schemi: Alex non è più […]

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Teatro

Sonata irregolare per anime inquiete al Teatro di Sotto

Sonata irregolare per anime inquiete va in scena venerdì 26 e sabato 27 febbraio alle ore 21 presso il Teatro di Sotto, dalla abile regia di Massimo Smith e Maurizio Tieri, con Raffaele Imparato nelle vesti di Mozart e Ciro Giordano Zangaro in quelle di Antonio Salieri, e i costumi a cura di Maria Pennacchio. Sonata irregolare per anime inquiete: lo scontro dicotomico tra Mozart e Salieri Vienna, 1791. La dimora di Salieri accoglie un ospite a lui caro e al tempo stesso ostile: Wolfgang Amadeus Mozart, giovane compositore dal precoce talento, verso il quale Salieri prova affetto e ammirazione, ma altresì incapacità di nascondere una profonda invidia, che lo porta inevitabilmente a istituire un confronto con le capacità musicali del suo amico. I due compositori incarnano la differenza che intercorre tra talento e genio: il talento è innato, abbraccia la totalità, e trova il suo massimo interprete nella figura di Antonio Salieri, kapellmeister e maestro di Beethoven, Schubert, Liszt; mentre il genio crea qualcosa di nuovo e che nessun altro potrebbe mai generare, è totalmente fuori da ogni definizione, proprio come il suo sommo rappresentante, “Wolfie” Amadeus Mozart, mera incarnazione del genie und wahnsinn di Wagner, nonché Theophilos, “colui che è amato da Dio”, come suggerisce l’origine greca del suo secondo nome. “Musica, rigore, disciplina“: è questo il leitmotiv che accompagna tutta la vita di Salieri, alla perenne ricerca dell’amore di Dio, quell’amore che invoca da una vita intera, ma che non troverà mai, se non nelle note che si sprigionano inspiegabilmente dal genio creativo di Mozart, le cosiddette “parole di Dio”, pronunciate da una personalità la cui dedizione e passione per la musica è pari a quella per le donne e il vino. “La musica consuma“. È questo il destino che accomuna i due protagonisti. Ma la musica, unico denominatore comune delle loro vite, è ciò che li rende entrambi anime tormentate, e al tempo stesso è ciò che li rende rivali. La leggenda dell’avvelenamento di Mozart per mano di Salieri Dietro il rapporto controverso tra Mozart, dedito a una vita dissoluta, consumato dal suo stesso genio, e Salieri, devoto al rigore, si narra una leggenda: in seguito alla prematura morte di Mozart per cause misteriose, Salieri fu accusato di averlo avvelenato per invidia verso il suo lavoro.  La storia di Mozart e Salieri ha ispirato molti artisti nel corso del tempo: Aleksandr Puškin nel 1830 scrisse un dramma in versi, “Mozart e Salieri”, sul quale fu detto: “Se Salieri non ha ucciso Mozart, di sicuro Puškin ha ucciso Salieri“. Da quel momento in poi Puškin consegnò al pubblico un’immagine negativa di Salieri. Massimo Smith e Maurizio Tieri, nell’allestimento di Sonata irregolare per anime inquiete, seguono la linea che hanno tracciato gli autori nel corso del tempo, offrendo agli spettatori la loro personale interpretazione del reale svolgimento della vicenda: Mozart, consapevole di essere atteso dalla morte, decide di affidare a Salieri il prosieguo del Requiem, che altrimenti sarebbe rimasto incompiuto. La sublime musica di Mozart si diffonde in sala; la profonda ammirazione di […]

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Teatro

Sogno di una notte di mezza estate al San Ferdinando

Il teatro San Ferdinando porta in scena, dal 10 al 21 febbraio, “Sogno di una notte di mezza estate”, una delle più famose opere shakespeariane, curata da Ruggero Cappuccio. Claudio Di Palma dirige due volti noti del teatro italiano, Lello Arena, nei panni di Oberon, e Isa Danieli, ovvero Titania. Libera rivisitazione di Sogno di una notte di mezza estate, un classico del teatro internazionale Le riscritture di testi teatrali che portano la firma di onorevoli drammaturghi come il bardo William Shakespeare, si sa, sono spesso scelte azzardate, completamente in balia della creatività di chi decide di avventurarsi in questa impresa; agli esordi dello spettacolo il pubblico dunque non sa ancora cosa aspettarsi da questa contemporanea mise-en-scène di Sogno di una notte di mezza estate: un racconto idealmente ambientato fra le strade di Napoli, una dinamica diatriba “napoletanizzata” in chiave anglosassone, in cui le atmosfere oniriche tipiche di Shakespeare e la comicità serrata che diletta il pubblico, si fondono in maniera tale da realizzare perfettamente quella rielaborazione che nella sua innovatività non tradisce le sue origini. Elemento di novità perciò risulta essere l’innesto del lessico anglosassone nella lingua napoletana, in uno scambio incalzante di battute tra Oberon e Titania, i cui personaggi sono supportati dall’interpretazione di validissimi attori (Fabrizio Vona nei panni del folletto Puck, oltre a Renato De Simone, Enzo Mirone, Rossella Pugliese, Antonella Romano) nelle vesti di marionette ed elfi che, mossi dai deliri onirici dei due protagonisti, prendono vita per divenire musicisti e attori, in procinto di rappresentare Sogno di una notte di mezza estate. La vicenda, ambientata in un antico palazzo napoletano, funge così da cornice delle vicende amorose di Ermia, Lisandro, Demetrio ed Elena, interpretati dalle marionette curate da Selvaggia Filippini, che prendono vita nei sogni del re degli elfi Oberon e della regina delle fate Titania. I deliri dei due attori che, sospesi tra sonno e veglia, diventano i demiurghi dei loro stessi sogni, dando vita ai loro deliri onirici, diventano a loro volta, al termine della vicenda, parte di un sogno, parte di un disegno più grande nel quale essi stessi sono burattini, confermando così la lezione di Shakespeare: “Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni”. Un armonico contrasto tra le interpretazioni e gli elementi scenici e musicali A supportare l’interpretazione di Lello Arena e Isa Danieli e a rendere Sogno di una notte di mezza estate uno spettacolo di alta fattura, concorrono l’accuratezza dei costumi (Annamaria Morelli), l’originalità della scenografia (Luigi Ferrigno) e delle brevi ma incantevoli musiche (Massimiliano Sacchi). La giustapposizione tra i sublimi elementi scenici e musicali, che danno vita ad un’atmosfera surreale, e le interpretazioni rapide e concise di Lello Arena e Isa Danieli rendono la pièce uno straniante, ma tutto sommato convincente, compromesso tra poeticità e scurrilità, tra la leggerezza della poetica shakespeariana e quella del teatro napoletano.

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Teatro

Michele Placido al Teatro Cilea

Al Teatro Cilea di Napoli, dal 21 al 24 gennaio 2016, Michele Placido e Maria Nazionale portano in scena “Serata d’onore“, un eccezionale viaggio di poesia, cinema, musica e teatro che crea un dialogo diretto e senza filtri tra gli artisti e gli spettatori. Michele Placido interpreta il meglio della cultura del nostro Paese Punto di partenza è una semplice serata informale tra amici, portata questa sera sul palco del Cilea; una performance recitata senza copione, che si serve di poche linee direttive e di tanta improvvisazione, a tratti forse più spontanea del dovuto, ma per questo mai scontata. Il dialogo tra Michele Placido e gli spettatori è interrotto a più riprese dagli intermezzi musicali di due eccezionali musicisti: il cantante Gianluigi Esposito e il musicista Antonio Saturno, due figure che racchiudono nel loro talento il bagaglio culturale della musica napoletana, di cui ci offrono un excursus che allieta un pubblico maturo, nato e cresciuto con le note di queste pietre miliari, ma anche uno più giovane, prossimo ad accostarsi alle radici di una cultura che appartiene a tutti. La serata comincia con “Era de maggio” di Salvatore di Giacomo, che lascia spazio a un Michele Placido che, omaggiando Massimo Troisi e il suo ultimo capolavoro cinematografico “Il postino”, recita “La notte nell’isola” di Pablo Neruda. Subito dopo, Maria Nazionale inaugura il suo ingresso con “Nun me scetà“, una canzone di Ernesto Murolo, musicata da Ernesto Tagliaferri. Ciò che rende questa serata particolare nel suo genere è l’assoluta ecletticità e differenziazione di ciò che viene offerto agli spettatori: Michele Placido recita abilmente “L’uccelletto” di Trilussa; dopo “La pansè” e “Voce ‘e notte“, Placido prosegue speditamente con Eugenio Montale (“Ho sceso, dandoti il baccio“) e Guido Gozzano (“Le golose“), per poi lasciare spazio con “‘A tazza ‘e café” di Roberto Murolo. Michele Placido riesce così a barcamenarsi tra uno stile recitativo goliardico e disimpegnato, e uno più grave e carico di pathos. Napoli, protagonista indiscussa della scena Napoli è, chiaramente, presenza costante nei discorsi e negli aneddoti di Michele Placido; Napoli è infatti una città che si adatta e resiste da sempre alle influenze esterne, vive reinventandosi ogni giorno. Maria Nazionale canta quindi Napoli, che è “rosa, preta e stella”, ossia “Carmela” di Sergio Bruni, un personaggio che dagli anni ’70 in poi segnò uno spartiacque tra la vecchia e la nuova canzone napoletana. Ma il centro della serata è dominata, ovviamente, dalla figura imprescindibile di Eduardo de Filippo e dalla sua Napoli milionaria, di cui tutti cantano insieme “Simm ‘e Napule paisà” (versi di Peppino Fiorelli e musica di Nicola Valente) e di cui Placido recita l’ultima toccante scena, quella che rimanda alla celebre frase “Adda passà ‘a nuttata“. Maria Nazionale prosegue la sua performance canora, costantemente alternata a quella di Michele Placido, con “I’ te vurria vasà“, “Me chiammo Maria“, “È colpa mia” (scritta dagli Avion Travel). Placido, infine, chiude la serata cambiando di nuovo drasticamente registro stilistico, stavolta recitando in mezzo al pubblico un estratto della Divina Commedia, quello del colloquio tra Dante […]

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Teatro

“Eva Hitler” di Riccardo Citro al Museo del Sottosuolo di Napoli

Eva Hitler, a cura della regia di Riccardo Citro, è andato in scena domenica 10 gennaio presso il Museo del Sottosuolo di Napoli, proposto grazie alla collaborazione tra Nonsoloart e Progetto Buone Idee. Eva Hitler si presenta al pubblico come uno spettacolo itinerante in una location unica, in rapporto antitetico rispetto alla tematica trattata: un rifugio a venti metri di profondità, le cui cave originariamente hanno prestato dimora ai napoletani in fuga dall’orrore del secondo conflitto mondiale. Ma non è di guerra e di morte che si parla stavolta, bensì dell’amore di una giovane donna (Roberta Astuti) per Adolf Hitler (Riccardo Citro). “Eva Braun” di Riccardo Citro: “la donna più infelice del Terzo Reich” La pièce di Riccardo Citro inizia dall’epilogo; siamo nel 1945, è il 30 aprile; la donna il cui nome è stato Eva Braun adesso si presenta al pubblico, nell’ultimo giorno della sua vita, come Eva Hitler; appena pronuncia il suo nuovo nome, nei suoi occhi si riflettono al tempo stesso fierezza e rammarico, ma anche paura e coraggio per la scelta di una vita intera, un amore che forse ancora non sa se l’abbia resa felice oppure no, ma che l’ha condotta inesorabilmente a restare accanto al suo compagno fino alla morte. La scelta di Eva è la scelta di morire; ma questo, probabilmente, Eva non l’ha sempre saputo. Lo spettacolo prosegue nel 1935, quando Eva era una giovane e corteggiata donna, divisa tra due passioni: quella di Kurt e quella di Adolf. Kurt (interpretato da Francesco S. Esposito) viene da Vienna, le parla della sua arte: tuttavia l’amore sincero e devoto per la giovane donna non basta a spegnere l’intensa passione per il signor Wolf (pseudonimo di Hitler). Ma per quanto Eva abbia cercato di tenere nascosti i favori di Kurt, “Lui” non esita ad eliminarlo e a provare l’infedeltà della sua amante, che solo a quel punto capisce di non potersi più piegare alla ragione, ma solo al suo logorante amore. Anna e Paula sono i nomi di Eva Braun che sulla scena sono impersonificati dalle voci della sua coscienza, le attrici Viviana Cangiano e Serena Pisa: due figure sempre presenti sulla scena che danno voce alle parole e ai sentimenti che Eva non osa svelare a Kurt o a Wolf, due voci sempre discordanti, ma che alla fine si uniscono in un unico grido di dolore. Paolo Gentile, infine, interpreta Theodor Morell, il medico personale di Hitler, una figura minore sulla scena, ma non superfluo, perché solo a lui Eva manifesta tutta la rabbia e la paura per la guerra e per l’avvenire che la freddezza e l’impassibilità del suo amante le rendono impossibile da comunicare.  Oltre alla location, completano ulteriormente la bellezza della pièce l’accuratezza dei costumi, la scenografia, le luci e i suoni (spiccano in particolare Lili Marleen e la musica di Philip Glass) che contribuiscono a rendere l’atmosfera ancora più suggestiva, calando pienamente il pubblico in questo buio periodo della storia, ma mantenendo tuttavia la leggerezza che solo una storia d’amore e passione può dare, seppur in tutta […]

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Teatro

Danza al Piccolo Bellini: Riot – Lupi della Companhia de dança Almada

Il 27 novembre il Piccolo Bellini inaugura la sua terza stagione di danza con Dance Show Case, un prologo che dal 27 al 29 novembre proporrà due spettacoli al giorno. Tredici serate per un cartellone che ospita venti coreografie a cura di giovani artisti italiani e stranieri, con un’attenzione particolare verso le nuove compagnie partenopee. Filo conduttore degli spettacoli è il legame imprescindibile che lega il teatro al linguaggio del corpo, tenuti insieme dall’interazione tra generi poetici diversi: video, pittura e musica, che fanno della danza un’esperienza totalizzante, adatta ad esprimere in maniera completa i nuovi linguaggi della contemporaneità. Riot: una danza poetica e al tempo stesso violenta La rassegna dedicata alla danza comincia dunque con Riot, una produzione portoghese della Companhia de dança Almada, con Bruno Duarte, Joana Puntuel e Luis Malaquias, la cui coreografia è a cura di Bruno Duarte. Riot mette in scena il caos generato dalla nascita di una nuova vita, che implica necessariamente la distruzione di una condizione originaria: un rifugio dal materiale traslucido lascia intravedere al suo interno forme di vita che con movimenti sinuosi si apprestano ad uscire dalla loro placenta; una protezione, un universo che è destinato ad essere squarciato, contro il volere di chi vi è rifugiato e che si appresta a una ribellione. La poetica di Riot è ispirata dalle parole di Herman Hesse: “L’uccello lotta per uscire fuori dal suo guscio; l’uovo rappresenta il mondo; chi vuole rinascere deve distruggere il vecchio mondo precedente“. Lupi: l’intensa tensione tra un istinto primordiale e la ragione La serata prosegue con Lupi, con Giuseppe Brancaccio e Antonio Nicastro, regia e coreografia di Emma Cianchi, produzione di IF0021, Artgarage. Un cerchio di terra delimita il confine della razionalità umana, costantemente condizionata dalla moralità e dalla tradizione, che lascia fuori il richiamo agli istinti primordiali che lo accomuna agli animali. La difesa del territorio all’interno di quel cerchio costituisce un richiamo all’umano istinto di proteggere invano se stesso dalle ingerenze esterne, che tentano di penetrare nei suoi confini e successivamente nella sua psiche. La coreografia è emblema della lotta dicotomica tra i due aspetti ambivalenti della natura umana, quella razionale e quella riconducibile agli istinti che rendono l’uomo uguale all’animale. La danza al Piccolo Bellini prosegue nelle prossime serate: il 28 novembre con The duet – Emoticon e Tres, infine il 29 novembre con Elettroshock e Finding Home. Successivamente la rassegna dedicata alla danza riprenderà il 29 gennaio 2016 portando sul palco Re-Garde e Confini Disumani. Per maggiori informazioni: https://www.teatrobellini.it/spettacoli#danza

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Teatro

Il contratto, De Filippo e Pino Carbone al Piccolo Bellini

Il contratto, commedia in tre atti di Eduardo De Filippo diretta da Pino Carbone, inaugura dal 23 ottobre al 1° novembre l’inizio della stagione teatrale 2015/2016 del Piccolo Bellini di Napoli. Pino Carbone rilegge De Filippo  Il contratto, scritto nel 1967, narra la storia di Geronta Sebezio (Claudio Di Palma), discendente di un’aristocratica famiglia, vittima di un’ingustizia da parte dei suoi fratelli maggiori, che lo hanno escluso dall’eredità paterna. Nonostante il trattamento subito, Geronta non ha mai smesso di esercitare generosità e amore per l’umanità. L’altruismo e il disinteresse che caratterizzano da subito Geronta illudono lo spettatore fino all’ultimo atto attraverso l’inganno del contratto, un documento che l’impostore fa firmare a coloro i quali, avendo amato familiari e parenti in vita, sono meritevoli di una seconda occasione dopo la morte. L’adattamento della pièce concepisce gli atti come una trilogia di episodi autonomi, differenziati anche dall’utilizzo dei colori di scena; ognuno di questi episodi è caratterizzato da un differente campo di indagine, che pone l’uomo al centro della questione, rendendolo motore dell’intera vicenda. Primo atto: l’indagine sull’individuo Il contratto comincia presentando Geronta e il suo dipendente Isidoro Esposito (Carmine Paternoster), un orfano allevato dalla famiglia Sebezio. Su Geronta si diffonde la notizia della sua capacità di resuscitare i morti. Proprio Isidoro ne è la prova vivente: morto improvvisamente, Geronta riesce a riportarlo in vita, ma quella che viene vista come una resurrezione miracolosa è interpretata dall’uomo come l’estrema conseguenza del suo grande e disinteressato amore verso Isidoro, unito a quello dei suoi amici, una “catena d’amore” che gli ha donato una seconda vita. Da qui scaturisce l’interesse dei giornalisti, che, vestiti di nero, accerchiano Geronta e lo intervistano circa la singolarità di questo episodio. L’atmosfera cupa e buia riflette la solitudine di Geronta per l’immoralità del suo inganno, che tuttavia riesce a gestire con naturalezza, elevandosi a figura divina capace di riportare in vita. Secondo atto: l’indagine sugli affetti  Il meccanismo della truffa è presentato al pubblico grazie alla vicenda che si svolge in seguito alla morte di Gaetano Trocina, un uomo dedito ad una vita dissoluta e lontana dagli affetti familiari, almeno sino al giorno della firma del contratto, secondo il quale Geronta si impegnerà a riportare l’uomo in vita in caso di morte, ma solo se Gaetano dedicherà il resto della sua vita alla famiglia e alla preghiera, lontano da qualsiasi tipo di vizio o forma di egoismo, se non quella di continuare a vivere dopo la morte. Il cadavere di Gaetano è trattato come un qualsiasi bene materiale che viene prima utilizzato dall’avida famiglia come tavolo su cui mangiare, e poi fatto a pezzi dall’Ufficiale sanitario per constatarne l’effettiva morte. Gli abiti di scena stavolta sono bianchi, testimonianza del finto pallore e della finta innocenza di una famiglia apparentemente distrutta dal dolore. La morte di Gaetano farà scattare il meccanismo di successione che si svilupperà nel terzo atto, quando lo spettatore scoprirà il sottile inganno di Geronta. Terzo atto: l’indagine sulla società Il contratto giunge al suo ultimo atto, che vede di nuovo Geronta al centro di un cerchio rotante contenente alcuni elementi della società […]

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Comunicati stampa

Nuovo Teatro Sanità: stagione teatrale 2015-2016

Il Nuovo Teatro Sanità, venerdì 18 settembre, ha annunciato “Vorrei essere qui”,  la nuova stagione teatrale 2015-2016, curata dal direttore artistico Mario Gelardi, che da ottobre ad aprile metterà in scena diciotto spettacoli.  Il Nuovo Teatro Sanità riparte per il secondo anno grazie al supporto dell’azienda Optima Italia, che per quest’anno prevede l’erogazione di borse di studio teatrali, e a quello di Roberto Saviano, che ha recentemente celebrato il “Miracolo alla Sanità” sull’Espresso. La nuova stagione sarà inaugurata il 10 e l’11 ottobre con L’amico degli eroi  – Parole, opere e omissioni di Marcello Dell’Utri, uno spettacolo di impegno civile scritto, diretto e interpretato da Giulio Cavalli, liberamente tratto dalle vicende giudiziarie di Marcello Dell’Utri, Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi. Il 17 e 18 ottobre è la volta di Claudio Finelli con La grande tribù per la regia di Mario Gelardi, una long form del format Do not disturb dedicata a Pier Paolo Pasolini. Si continua il 23, 24 e 25 ottobre con Smile – La tua vita in 35 mm, un lavoro teatrale di e con Lalla Esposito che attraverso un pianoforte, un clarinetto, un sax, un contrabbasso e una voce assegnano alla musica il compito di raccontare l’emozione che il cinema trasmette attraverso le più belle colonne sonore di film che restano nell’anima. Dal 29 ottobre al 1° novembre debutta L’abito della sposa scritto da Mario Gelardi, diretto da Maurizio Panici e ambientato nell’Italia degli anni Sessanta. Il 13, 14 e 15 novembre è la volta di La DORA FILM presenta, progetto e regia di Antonella Monetti, un altro spettacolo che parla di cinema e che racconta il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Verranno proiettate sequenze girate dal vero per le strade di Napoli nel 1915 da Elvira e Nicola Notari. Il 20, 21 e 22 novembre sarà la volta di Bambolina, una rivisitazione pop del classico Isso, essa e ‘o Malamente, diretto da Gianni Spezzano e già portato sulle scene del Napoli Teatro Festival. Si continua il 26, 27, 28 e 29 novembre con 360° – Liberamente tratto da “Girotondo” di A. Schnitler per la regia di Carlo Caracciolo e Mario Gelardi, spettacolo che fa parte di un progetto sul teatro europeo degli inizi del Novecento. Il 4, 5 e 6 dicembre va in scena Una giornata particolare – Liberamente tratto dall’omonimo film di Ettore Scola, scritto e diretto da Michele Danubio, interpretato da Laura Borrelli e allo stesso Danubio: racconto della giornata del 6 maggio 1938, il giorno della grande parata militare in via dei Trionfi in onore della visita ufficiale di Adolf Hitler a Roma. Il 18, 19 e 20 dicembre è la volta di Post Fata Resurgo – Lirica Bastarda, scritto da Cristian Izzo e diretto da Gianfelice Imparato, storia di un popolo che vive nell’assuefazione a consuetudini di vita spietate e di una terra, che decide lei stessa di attuare una rivoluzione perché il tempo di aspettare il Salvatore è finito. L’8, il 9 e il 10 gennaio sarà in […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Cirque des Reves e Blandizzi al Maschio Angioino

Mercoledì  16 settembre, in occasione della rassegna Estate a Napoli, il cortile del Maschio Angioino si è illuminato sulle note del cantautore partenopeo Lino Blandizzi e della band emergente Cirque des Reves, supportati dalla magia circense e dalle coreografie di Zeno Sputafuoco, con la partecipazione di Magda D’Angelo e Robert Visco, in arte Scacco Matto. Ospiti della serata sono stati anche gli artisti Martina Striano, Gianluca Capurro, Roberto Russo e Donata Greco. Lino Blandizzi ha un lunga carriera musicale alle spalle, sei album all’attivo e uno in uscita a novembre. Del suo repertorio musicale si ricordano i brani “Vieni donna del sud”, incentrato sulla violenza alle donne del sud, “Abbiccì”, uno dei brani più significativi della sua carriera dedicato ai bambini, e la cover di Francesco De Gregori “Generale”. A supportare la performance apprezzabile di Lino Blandizzi intervengono le esibizioni circensi: le bolle di Scacco Matto, i passi di danza di Magda D’Angelo e i giochi pirotecnici di Zeno Sputafuoco. Cirque des Reves Il resto della serata è per i Cirque des Reves. La band emergente, che Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare, è apprezzata anche dal pubblico internazionale ed composta da membri con una carriera musicale già avviata da tempo: Lisa Starnini (voce), Giovanni Ilardo (chitarre), Giovanni Bruno (pianoforte), Corrado Calignano (basso), Alfredo “Edo” Notalroberti (violino) e Alessio Sica (batteria, percussioni e glockenspiel). In diretta con la Gran Bretagna, i Cirque des Reves animano la serata con il loro sound, un mix eterogeneo di suoni presi in prestito dai più svariati generi, dal folk al pop. Da segnalare in particolare la bravura di Edo Notalberti che insieme a Lisa Starnini dominano il centro del palco e della voce di Martina Striano, una degli ospiti della serata che accompagna e completa il canto della leader. La serata raggiunge il suo apice con “Polvere”, uno dei brani più rappresentativi della loro musica; l’atmosfera è resa ancora più piacevole dai giochi pirotecnici di Zeno Sputafuoco. I Cirque des Rêves terminano la serata con un brano tratto dall’omonimo album “Mirabilia”, prodotto da Maartin Allcock e in uscita il prossimo autunno. La loro performance contribuisce a rendere ancora più piacevole la suggestiva location del cortile del Maschio Angioino, e allo stesso tempo il loro talento esorta il pubblico presente affinché continui a seguire la loro carriera in lenta ma costante ascesa.

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Culturalmente

Il decalogo dello studente erasmus. Parte II

Seconda parte del decalogo dello studente erasmus. Clicca qui per leggere la prima parte. 6) Non tenere il conto delle figure poco dignitose che farai perché non capisci la lingua locale. Siete studenti erasmus, avete la licenza di parlare maccheronicamente la lingua locale ma questo pensiero, per quanto sia consolatorio, potete applicarlo solo nel contesto universitario, per tutto il resto non esistono scuse: prima o poi dovete imparare a comunicare, ne vale della vostra sopravvivenza! Il nuovo nido fatto di coinquilini e l’università sono i due nuclei intorno ai quali graviterete i primi giorni, vi fanno sentire quasi come a casa, sia perché siete accerchiati da altri italofoni confusi quanto voi, sia perché all’università gli erasmus vengono accolti con tutti gli onori. Non abbiate paura di prendere l’iniziativa uscendo di casa: affrontare la quotidianità è la maniera migliore per entrare in contatto con la lingua viva e per iniziare ad integrarsi. Non temete di risultare ridicoli alle orecchie di chi vi ascolta: probabilmente un po’ darete questa impressione all’interlocutore, ma col tempo non ci farete nemmeno più caso, e non vedrete mai dei miglioramenti probabilmente, non vi renderete conto di aver imparato a padroneggiare la lingua finché qualcuno non vi dirà: “Sei migliorato/a!”, “Parli bene la lingua!”. Sono i complimenti più belli ma soprattutto i più sinceri che riceverete mai. 7) Il giusto sta nel mezzo tra studio e divertimento. Non date retta a chi vi dirà: “In erasmus non si studia, gli esami si fanno come passatempo”, perché chi ve lo dice è una capra. Ed è proprio a causa di idee come questa che erasmus è diventato sinonimo di “attività inutile propria di chi va all’estero per spassarsela”; ovviamente non si nega la componente spassosa e tendenzialmente nullafacente dell’erasmus ma è pur vero che se siete qui non è perché avete prenotato una vacanza: vi ha mandato l’università, non il tour operator. La vita universitaria è una componente essenziale da non trascurare, che vi può dare molti stimoli se la prendete nel verso giusto. In genere il sistema universitario italiano è diverso da quelli delle università straniere ma non hanno nulla di difficoltoso che non possiate imparare, quindi appena capirete come funziona avrete tutte le carte in regola per fare gli esami. Fatevi furbi: in genere i professori chiudono un occhio sugli erasmus, per via delle difficoltà linguistiche apportano variazioni al programma d’esame e hanno metodi di valutazione più larghi rispetto ai loro studenti. Se seguite queste dritte potreste, addirittura, tornare con la media più alta; sempre se vi convalideranno gli esami (ma questa è un’altra storia sulla quale ci sarebbe da parlarne a parte). In questo caso, allora, è lecito che l’erasmus possa essere paragonato a una vacanza. 8) Potrete dire di esservi integrati solo quando arriverete ad odiare almeno una volta la città in cui vivete. I social network degli erasmus sono profondamente detestati dai poveracci che restano: foto di luoghi fantastici, foto con tanta bella gente, tag nei posti più particolari. Sembra tutto perfetto: ogni studente erasmus è nella sua […]

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Culturalmente

Il decalogo dello studente erasmus. Parte prima

Sono sempre più numerosi gli studenti che ogni anno ambiscono a partecipare al progetto Erasmus. Dal 1987 l’Italia ha visto oltre 300mila studenti universitari partire per quella che probabilmente è stata la loro prima esperienza all’estero. Partire è facile, se sai come farlo: questo vademecum di dieci punti, diviso in due parti, affronta dieci questioni semiserie che chi si appresta a partire per la prima volta deve sapere per non essere colto impreparato. Chi meglio di un ex studente erasmus può guidare i futuri erasmus? 1) Paese che vai, erasmus che trovi. Non tutte le mete erasmus sono uguali. Per scegliere la meta giusta la lingua e il budget devono essere i principali parametri che vi guideranno nella scelta; questi parametri varieranno a seconda delle vostre esigenze e delle vostre preferenze. Volete perfezionare l’inglese? Andate nei paesi dell’est dove gli esami sono in inglese, o meglio ancora in Inghilterra. Volete imparare lo spagnolo? Andate decisamente in Spagna. Avete delle basi in francese o in tedesco? Non disdegnate la Francia né la Germania. Ma le mete erasmus spaziano decisamente: dal Portogallo alla Grecia, fino ad arrivare in Scandinavia e nei paesi extra europei. Ma fate attenzione, informatevi in anticipo su eventuali certificati di lingua da presentare, ma soprattutto su quale sarà la lingua in cui dovrete sostenere gli esami. La soluzione migliore per chi non mastica bene la lingua del paese che ha scelto è seguire prima della partenza dei corsi di lingua che vi forniscano almeno le basi. Ringrazierete voi stessi tra qualche mese per la vostra lungimiranza. Il budget deve avere invece un peso non indifferente nella vostra scelta. A tal proposito, Francia, Regno Unito e Germania sono in genere le mete più dispendiose; Spagna, Portogallo ed Europa dell’Est non sono mete eccessivamente costose. Ma questo dipende anche dalla città: Barcellona o Madrid saranno sensibilmente più costose rispetto alla regione dell’Andalusia, così come Parigi rispetto ad altre città francesi. Sta a voi scegliere, ma l’importante è prendere una decisione ponderata in base alle proprie possibilità e in base al contributo che vi spetta ricevere. 2) Il learning agreement lo modificano tutti. Il learning agreement è solo uno dei tanti documenti mitologici che vi toccherà affrontare; il learning vi accompagnerà per tutto il vostro erasmus. Il learning agreement è il piano di esami (o tirocinio o ricerca tesi) che lo studente sosterrà all’estero. Vi verrà richiesto di prepararlo e forse anche di inviarlo all’università ospitante diversi mesi prima dell’arrivo. Come si fa il learning agreement? Un altro documento con il quale dovrete socializzare, ovvero il regolamento del programma erasmus, cita: “Prima della partenza ogni studente Erasmus deve essere in possesso di un dettagliato piano delle attività – denominato Learning Agreement for Studies – che dovrà svolgere all’estero, approvato e sottoscritto sia dal docente promotore che dall’Istituto ospitante“. Ebbene, non credete a quello che state leggendo (vedere punto 3). In ogni caso, una volta arrivati nella vostra nuova città vi daranno tempo trenta giorni per apportare delle modifiche al learning agreement, ordunque il mio consiglio è, nel caso in cui […]

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Teatro

Improteatro Festival, Director’s Cut

Improteatro Festival è arrivato al termine della sua seconda settimana e prosegue la sua rassegna teatrale mettendo in scena Director’s Cut, sabato 4 luglio presso la Sala Assoli, giunta di recente al suo trentesimo anno di attività. Lo spettacolo stavolta è opera della compagnia teatrale padovana CambiScena, ospite per il terzo anno di fila all’Improteatro Festival. Nata come associazione culturale nel 2009, CambiScena si occupa della diffusione dell’improvvisazione teatrale sul territorio veneto e non, in collaborazione con l’associazione nazionale Improteatro. Sul palco della Sala Assoli si  presenta al pubblico il cast, composto da Claudia Gafà, Francesco Fontanieri, Grazia Generali, Lucio Bustaffa, Paolo Canuto,Paolo Facco, sei attori ma anche sei potenziali registi, ognuno di loro con un film da mettere in scena. Ma il pubblico deve scegliere solo cinque registi che potranno presentare il loro film. Anche in Director’s Cut la performance è legata all’interazione del pubblico, il quale viene, perciò, invitato a scegliere i registi e poi a escluderli con un meccanismo di voto inverso cioè un sonoro applauso per un indice di gradimento basso. I cinque registi iniziano così a presentare i loro film in brevi spezzoni che lasciano con il fiato sospeso, dopodiché attraverso gli applausi tocca al pubblico escludere un regista alla volta e decidere chi può continuare, fino ad incoronare il film vincente, l’unico tra i cinque che ha una conclusione. I generi dei film sono molto diversi tra loro, ognuno bizzarro a modo suo: Claudia Gafà è regista di una commedia all’italiana ambientata in un contesto western, che tra i protagonisti annovera Gesù e un pagliaccio; Francesco Fontanieri dirige la vicenda di due uomini dal passato misterioso che dopo molti anni decidono di fare ritorno a Scampia; Lucio Bustaffa mette in scena un classico del cinema d’essai ma a lui toccherà dirigere solo una breve scena perché il pubblico decide di eliminarlo per primo; Paolo Canuto dirige la storia di Tesla, un tedesco emigrato a Melbourne con un passato da pugile, al quale verrà chiesto di battersi sul ring per un’ultima volta; infine c’è Paolo Facco, che recita egli stesso la parte del regista imbranato che dirige, o almeno ci prova, un incalzante thriller, la cui suspense viene spesso rovinata dalle sue continue interruzioni. Nonostante tutto, quello di Paolo Facco risulta essere il film vincente secondo il voto del pubblico. Cinque trame il cui sviluppo è stato indirizzato anche dai suggerimenti del pubblico, secondo una formula per cui Improteatro Festival ormai si distingue: dietro richiesta dei registi, le voci del pubblico suggeriscono nomi, personaggi, ambientazioni, persino barzellette. In questo modo le storie prendono forma davanti agli spettatori, senza ricorrere a copioni già pronti, ma tutt’altro: la bravura della non-finzione dei registi/attori è tale che sembra di assistere per davvero alle prove di una regia, e non a un film compiuto, poiché i registi suggeriscono man mano agli attori cosa fare, come agire, intervengono sulla scena per modificare il set, domandano agli attori di girare scene al rallentatore e ordinano addirittura di interrompere scene in atto per rappresentare dei flashback, proprio […]

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Attualità

La grotta di Seiano e la villa del Pausilypon

La grotta di Seiano e la villa Pausilypon è un complesso archeologico la cui apertura di risale al 2009. Originariamente si trattava di un complesso di ville romane di personaggi di rilievo; il traforo serviva proprio a collegare queste ville con Pozzuoli e la zona dei Campi Flegrei. Tuttavia oggi solo una di queste ville è rimasta pressoché integra. La grotta di Seiano, scavata nel tufo, ha una lunghezza di 770 metri. I mattoncini di pietra che caratterizzano questa imponente costruzione risalgono all’epoca romana, precisamente al I a.C., e la tecnica di costruzione adottata è quella dell’opus reticulatum. La struttura subì una restaurazione nel I d.C. a causa di eventi sismici. La grotta prende il nome dal suo ideatore, ovvero Lucio Flavio Seiano, prefetto di Tiberio, il quale incaricò l’architetto Lucio Cocceio Aucto di realizzare il traforo. Secondo le testimonianze, Aucto avrebbe realizzato anche la cosiddetta grotta di Cocceio, che collega Cuma al lago d’Averno, la Crypta Neapolitana a Fuorigrotta e il Pantheon a Roma. Tuttavia la paternità di queste opere è stata messa in discussione in seguito al ritrovamento di un’iscrizione nella Crypta Neapolitana che avrebbe portato a ritenere che il nome di Aucto sia solo un acronimo, una sigla di lettere che rimandano ai primi consoli di Roma, apposte in luogo di opere particolarmente imponenti. Proseguendo nella grotta è possibile notare gli archi che si stagliano a perdita d’occhio, risalenti al 1800, a cura dell’architetto Enrico Alvino, la cui costruzione fu ordinata da Ferdinando II Borbone come via di fuga verso il mare. Il traforo venne adoperato anche durante la Seconda Guerra Mondiale come rifugio antiaereo per la zona di Bagnoli. Durante il percorso è possibile notare una leggera incurvatura della galleria: essa infatti venne scavata contemporaneamente da entrambi i lati, il punto di incontro coincise quasi del tutto, con una sfasatura di un solo metro. La grotta di Seiano, una meraviglia nascosta L’unica villa di cui si sono conservati i resti è quella di Publio Medio Pollione, un liberto (termine con cui veniva indicato uno schiavo liberato dal suo padrone), che divenne equites e combatté nel 31 a.C. ad Azio, nella battaglia tra Ottaviano e Marco Antonio, di particolare importanza poiché sancì l’ascesa al principato di Ottaviano, che assunse il nome Augusto. Pollione, divenuto ricco, si fece costruire questa villa, che alla sua morte lasciò in eredità ad Augusto. Nel complesso della villa di Pollione furono eretti due teatri ad uso privato. Il primo è un teatro alla greca; costruito ad uso privato per mettere in scena tragedie e commedie, originariamente poteva ospitare duemila persone. Tuttavia oggi rimane ben poco della struttura originaria, poiché il teatro è stato oggetto di un restauro che ha modificato i vecchi connotati. Il secondo è il teatro dell’ Odeon, altrimenti detto teatro tectum, ossia coperto, che ospitava duecento persone ed era destinato alla rappresentazione poetica e musicale. Ma il punto forte della visita è lo spettacolare panorama che si presenta ai visitatori: l’isola di Nisida a sinistra e il golfo di Pozzuoli in […]

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Teatro

Improteatro Festival, L’inedito – Wes Anderson

Improteatro Festival, giunto alla terza edizione, mette in scena in occasione del secondo appuntamento L’inedito – Wes Anderson, il 27 giugno allo Slash. Lo spettacolo è stato ideato, o meglio improvvisato, dall’associazione nazionale italiana di improvvisazione teatrale Improteatro.  L’inedito non è il vero titolo della vicenda rappresentata, anzi, è un inedito di nome e di fatto. Nel rispetto della filosofia del festival, non una stroria, né un copione né un titolo sono stati ideati: tutto ha preso forma davanti al pubblico, a partire dal titolo stesso, “Il bel carpentiere dei Johnson“. L’idea di fondo è proprio quella di presentare al pubblico l’immaginario nuovo film di Wes Anderson, eccentrico regista di Moonrise Kingdom, i Tenebaum e di Grand Budapest Hotel; le musiche, i personaggi e le vicende sono infatti costruite sulla falsariga dei film del regista texano. Il taglio cinematografico alla Anderson è frutto di uno studio sul regista che vede la collaborazione di Inbal Lori, artista di portata internazionale. Un inedito impossibile da replicare poiché fondato su un canovaccio che si basa su un repertorio comune a tutti gli attori, che si scambiano battute in perfetta sinergia, dando vita a situazioni irripetibili. Il pubblico vede per la primissima volta gli esordi di una storia che non annoia, ma che anzi riesce a sorprendere e ad intrattenere piacevolmente. La recitazione si distende in maniera del tutto spontanea e mai impacciata, in maniera tale da far dimenticare allo spettatore dell’assenza di una sceneggiatura. Con una sequenza di scene che ricorda tanto il montaggio alla Anderson, dopo la creazione del titolo vengono presentate le coppie di personaggi: i signori Johnson (Giorgio Rosa e Maria Adele Attanasio), lui fedele marito alla perenne ricerca di un contatto fisico con sua moglie, donna frigida che confida le sue angosce solo alla domestica; il figlio dei Johnson (Eugenio Galli), giovane scout appassionato di bandiere e la loro figlia (Annalisa Arione), attenta osservatrice e disegnatrice compulsiva; la domestica pettegola Francisca (Lara Mottola) e la sua silenziosa aiutante. A Fulvio Maura è affidato il ruolo di voce narrante, che fornisce ai personaggi il filo conduttore della storia. Il movente di tutta la vicenda è un fascinoso carpentiere, interpretato dallo stesso Eugenio Galli, che irrompe nella routine quotidiana della famiglia Johnson, facendo breccia nei cuori delle donne di casa, e non solo nei loro cuori. Improteatro festival prosegue con la sua particolare rassegna fino al 12 luglio, in luoghi altrettanto interessanti, come quello dello Slash. Il 28 giugno il terzo appuntamento vedrà la messa in scena di “Harold” alle stufe di Nerone, mentre in occasione del quarto appuntamento la compagnia CambiScena rappresenterà alla Sala Assoli “Director’s Cut“. Wes Anderson – L’inedito – Wes Anderson per Improteatro Festival 2015 –

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Libri

Un’Ucronìa di Sergio Mario Ottaiano

Un’Ucronìa è il primo prodotto letterario di esordio del giovane mariglianese Sergio Mario Ottaiano, pubblicato nel 2014 da Genesi Editrice. Con i “se” e con i “ma” la storia non si fa, dice un proverbio italiano. Sergio Mario Ottaiano invece riesce a costruire una storia partendo proprio da questo presupposto un po’ insolito; al suo primo libro dà il titolo di “Ucronìa”, ovvero una storia che, costruita di “se” e di “ma” nega se stessa, ma contemporaneamente ne trae spunto. Sergio riesce a mettere per iscritto in un racconto di novanta pagine di stampo diaristico i moti dell’animo tormentato di Phoe, alter ego dello scrittore, nelle cui parole ogni lettore inevitabilmente finisce per riconoscersi; quella del protagonista di Ucronìa è una scrittura paragonabile ad un flusso di coscienza privo di pause, che tocca in profondità, con una chiarezza e una sincerità che aiutano a catturare l’attenzione proprio perché sembra che si dia forma scritta agli stati d’animo del lettore, il quale in fondo sa di condividerli in piccola o in larga parte con Phoe. L’impalcatura filosofica e i riferimenti letterari non sono da trascurare ai fini di una comprensione completa del messaggio del libro: dietro le parole e le azioni, o meglio le non azioni di Phoe aleggia la dialettica ossimorica vita-morte di Carlo Michelstaedter; in linea con la tendenza a creare ucronìa, le non azioni di Phoe si riflettono in una tendenza all’inerzia, a un implicito rifiuto a vivere la vita, che preferisce condurre tramite astrazioni e riflessioni sul non fatto o su quello che doveva essere fatto. Proprio come se egli incarnasse un’antitesi del Dorian Gray di Oscar Wilde, dedito invece alla vita e pronto a voler superare la morte, alla quale Phoe sembra volersi sottomettere, come se fosse una delle tante possibili strade da intraprendere con altrettanta inerzia. Sergio Mario Ottaiano e la sua intima confessione Il racconto, privo di unità d’azione, è un’intima confessione messa per iscritto; le riflessioni di Phoe non peccano di banalità e arrivano subito ad incitare l’attenzione del lettore. Ucronìa si lascia così piacevolmente scoprire, senza ammettere pause. Il turbinio di pensieri struggenti del protagonista vengono riportati attraverso un modo di raccontare che si serve di parole mai prevedibili, perché imprevedibile e misteriosa è infatti l’identità di Phoe.  Del protagonista si sa infatti ben poco. Come punto di partenza di questo racconto il lettore viene subito a conoscenza di un fatto sul suo conto, ossia la storia di un rimpianto: quello di non aver mai avuto il coraggio di risanare un’importante amicizia; ma il suo proposito è stato completamente stroncato dalla morte di Roberto, destinatario di una lunga e appassionata lettera che avrebbe dovuto annullare ogni rimorso, se solo fosse stata spedita.  Perché allora vale la pena leggere Un’Ucronìa? Perché quelle che si leggono in questo racconto sono parole che penetrano lo stato d’animo di chi legge, oltre ad essere inserite in un impianto letterario abilmente costruito. Una prima prova abilmente superata per quello che può essere considerato non più un emergente, dal momento che in seguito alla pubblicazione […]

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Teatro

Ballarini di Emma Dante alla Galleria Toledo

Ballarini, in scena alla Galleria Toledo dal 4 al 14 dicembre, è il terzo episodio della “Trilogia degli occhiali”, scritta e diretta da Emma Dante. Ballarini racconta in soli quarantacinque minuti l’intensa storia d’amore di una vita intera, in un viaggio a ritroso nei momenti più significativi dei due protagonisti, gli eccezionali Manuela Lo Sicco e Sabino Civillieri. Ballarini di Emma Dante, dalla fine all’inizio Ballarini sta per “ballerini“, termine che rimanda al dialetto siciliano parlato dai due personaggi. La loro storia comincia dalla fine: entrambi sono ormai molto anziani, entrambi portano fin troppo i segni della loro età, stentano a camminare e a parlare, ma si sorreggono a vicenda; iniziano a ballare senza musica. Le luci sul soffitto, una bottiglia di champagne, un sussurro: «Auguri amore mio». È l’ultimo giorno dell’anno quando i due innamorati iniziano un viaggio tra i ricordi, riportando alla luce ciò che è racchiuso in un baule, custode di oggetti che hanno fatto la loro storia: tra questi, un carillon, elemento ricorrente della loro storia che li terrà in qualche modo legati. La quasi totale assenza di dialoghi è supplita dall’intensa gestualità da cui è possibile percepire la grande energia che un tempo i due amanti esprimevano a passo di danza, ora imprigionata in due corpi stanchi, che tuttavia non si stancano mai di prendersi cura l’un dell’altro. Al ritmo lento e spasmodico della prima parte si sostituisce un seconda parte costituita da una rapida sequenza di momenti in cui i due ballarini si liberano dall’inerzia della vecchiaia e dalla sua mise, inforcano gli occhiali e iniziano a sfrenarsi, rincorrendosi, giocando tra di loro e soprattutto ballando al ritmo dei successi anni ’60: Mina, Tenco, Rita Pavone, fino ad arrivare a ballare sulle note di “I Watussi” di Edoardo Vianello e “Fatti mandare dalla mamma” di Gianni Morandi. E così che dalla vecchiaia si ritorna al periodo dell’età adulta, ai primi momenti insieme al loro bambino, alla gravidanza, al matrimonio e infine al fatidico momento da cui tutto ha inizio: una dichiarazione d’amore e un carillon in dono, seguiti da una proposta di matrimonio. Il brano “Tango delle capinere” di Nilla Pizzi fa da sottofondo al momento di massima felicità dei due innamorati che in una lontana e popolare Sicilia del dopoguerra si apprestano a coronare il loro sogno ed a intraprendere un viaggio di cui lo spettatore ha già conosciuto le innumerevoli tappe. L’ultimo ballo è un salto avanti nel tempo, un ritorno all’amaro presente; tutto è buio e silenzioso, tutto viene riportato lentamente e affannosamente in quel baule. Le luci dei festoni si spengono, il carillon suona un’ultima volta. Ma lei stavolta è sola. Per Ballarini di Emma Dante non occorrono le parole per mostrare quanto grande sia questo amore, che si espande sul palco servendosi di altri mezzi. Ballarini è una sequenza di gesti, piroette, colori, musica, oggetti, azioni, poche e semplici battute che non lasciano tregua allo spettatore per riflettere su ciò che sta vedendo, poiché in un attimo cambia lo scenario, cambia la musica, ma in quell’attimo passano gli anni, in un […]

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Teatro

Sigmund & Carlo al Teatro Elicantropo

Sigmund & Carlo di Niko Mucci, in scena al Teatro Elicantropo dal 4 al 7 dicembre, è un dialogo dai toni surreali che vanta alle spalle una tournée di trentadue repliche, ed è interpretato da Roberto Cardone e Niko Mucci, che vestono rispettivamente i panni di Sigmund  Freud e Karl Marx. Cosa succede se due signori di una certa età che si spacciano per due presunte icone del pensiero del Novecento si incontrano sulla stessa panchina e iniziano a litigare su chi dei due debba restare per compiere un probabile atto osceno di fronte ad un istituto superiore femminile? Sigmund & Carlo sono due personaggi molto diversi, non solo nel modo di pensare ma anche nel modo di apparire: Sigmund è magro e nevrotico, palesemente germofobico; Carlo è grosso e sicuro di sé; le domande che pone a Sigmund creano inevitabilmente battibecchi e scontri fisici che tendono ad assumere toni grotteschi. Nessuno dei due nel momento del loro incontro sa chi è l’altro, eppure entrambi si conoscono bene e provano stima reciproca; tuttavia il loro diverso modo di pensare emerge dai litigi che scaturiscono dall’individualismo portato avanti da Sigmund e dal collettivismo sostenuto da Carlo. Due pensieri che viaggiano su sponde opposte ma che convivono nella stessa epoca storica, la Psicanalisi e il Marxismo di Sigmund & Carlo, due ideologie che nella realtà non si concilierebbero mai. La possibilità di realizzare questo paradosso del pensiero è offerto allo spettatore dal Teatro, unico luogo in cui l’inconciliabile può trovare la possibilità di una riconciliazione. Sigmund & Carlo: lo sgretolamento della coscienza collettiva “Noi non siamo certo come Marx ed Engels“, allude ironicamente Sigmund a Marx, riferendosi a Friedrich Engels, coautore del “Manifesto del partito comunista” nonché fondatore, insieme a Marx, del materialismo e del marxismo. Questa affermazione è emblematica della disunione che intercorre tra Sigmund & Carlo, i quali tuttavia verso il finale dello spettacolo trovano un punto di contatto: esso si realizza una sorta di eccentrica alleanza che induce i due personaggi a tirar fuori le loro pistole, quasi come se volessero accingersi, pochi secondi prima della chiusura, a compiere  quello che viene spiegato dal regista Niko Mucci come un attentato al pubblico, che assume il significato di una protesta contro una coscienza collettiva che con la sua inerzia ha portato allo sgretolamento e alla perdita di valore delle ideologie. Ed è proprio per questo motivo che il gesto disperato di Sigmund & Carlo, due personaggi sopravvissuti al loro tempo, non lascia alcun barlume di speranza, ma solo un senso di amarezza.

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