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Eroica Fenice

Capitalocene. Appunti da una nuova era di Silvio Valpreda

Capitalocene. Appunti da una nuova era di Silvio Valpreda

Capitalocene. Appunti da una nuova era edito dall’Add Editore, è il racconto illustrato del viaggio di Silvio Valpreda in zone del mondo agli antipodi: Serengeti, Scozia, Norvegia, Miami, Tokyo, Lavezzi.

Scrittore, artista pop concettuale e curatore, torinese classe ’64, Silvio Valpreda è spinto, nei suoi viaggi, da impellenti interrogativi: «tra un vulcano che stermina gli abitanti di una città e gli uomini che, per primi, hanno aggredito le sue pendici costruendovi case, possiamo stabilire chi sia buono e chi cattivo?». O, ancora: «avevo davanti un ambiente creato dall’uomo che non era ospitale per l’uomo, né per il ricco né per il povero. Allora l’uomo, per chi lo aveva creato?»

È un forte squilibrio tra uomo e natura quello che avverte Silvio Valpreda e che ci illustra con l’esempio lampante della planimetria del suo appartamento di Miami. Da un lato il salotto, da cui è possibile scorgere il cortile dei vicini che rilassati prendono il sole a bordo piscina; dall’altro, la cucina che affaccia sul retro: uno stretto vico abitato da un cassonetto della spazzatura che per procioni e uomini simboleggia qualcosa di preziosissimo, uno scrigno da contendere per la ricerca di cibo e non solo. Un edificio, quello della casa di Miami, che divide e evidenzia il divario tra due ecosistemi differenti, entrambi costruiti dall’uomo eppure diversamente confortevoli e ideali per l’uomo stesso.

La forza delle illustrazioni di Capitalocene è tutta qui, nella loro efficace semplicità: esse ci permettono di “visualizzare” le sottili dinamiche che muovono e determinano il complesso sistema natura-uomo, che ha come tirannico intruso il denaro. La dicotomia uomo-natura, ci spiega Silvio Valpreda,  diventa così denaro-natura, laddove la natura (di cui l’uomo è parte)  non è che una dimensione costituente di un sistema che la subordina alla necessità di produzione e di accumulazione di ricchezza. È sulle orme di Jason W. Moore, quindi, che le immagini accumulate in questo diario di viaggio vengono analizzate alla luce del concetto di Capitalocene.

Chiamare il sistema con il proprio nome. Sì, ma quale? Per Silvio Valpreda è Capitalocene

All’inizio del suo viaggio, Silvio Valpreda è accompagnato dalla convinzione che i luoghi si possano classificare in base all’impatto che l’azione dell’uomo ha avuto su di loro: «“Antropocene” è un termine nato alla fine del XX secolo, e poi divulgato da Paul Crutzen, con cui viene indicata una nuova era geologica nella quale tutte le caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche del pianeta Terra sono influenzate dall’azione dell’uomo».

Chiamare il sistema con il proprio nome: Antropocene sembra essere, ancora oggi, la soluzione più condivisa tra quei tentativi di dare un nome alla nostra era per sintetizzarne il suo andamento ed evidenziarne i fenomeni che lo determinano. Ma di certo incontra opposizioni. James Lovelock per esempio, ambientalista e futurista britannico, priva l’uomo di ogni supremazia. Secondo Lovelock, infatti, l’era che stiamo vivendo è definibile come Novacene: l’era dell’iperintelligenza, in cui le intelligenze artificiali sostituiranno l’uomo la cui supremazia “sta rapidamente finendo”.

Capitalocene è invece la proposta di Jason W. Moore (storico ambientale e geografo storico alla Binghamton University, dove è professore di sociologia) che, nel libro Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, edito da Ombre corte, intende presentare la “pericolosità” del concetto di Antropocene. Silvio Valpreda stesso si stava accorgendo, mentre in viaggio compilava i suoi appunti, di quanto il termine Antropocene non fosse sufficiente a descrivere un sistema complesso per la sua diversità biologica, culturale e sociale: «Stavo iniziando a capire che gli interessi in gioco non fossero soltanto quelli degli esseri umani e quelli della natura. Ma c’era qualcosa d’altro che influenzava le decisioni  e muoveva le scelte. Sia dell’uomo che della natura.»

Ecco allora che, arrivato all’isola deserta di Lavezzi, Silvio Valpreda ci propone una nuova planimetria. È quella dei due cimiteri costruiti per accogliere le spoglie dei 560 giovani marinai che, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1855, si trovavano a bordo della Sémillante, una nave militare francese che naufragò  su quelle coste. I due cimiteri testimoniano come, con il solo fatto di essere esistito, l’uomo abbia la potenza di contaminare un ecosistema presumibilmente incontaminato. Ma  questo è quello che affermerebbe Paul Crutzen (sostenitore del concetto di Antropocene). Quello su cui, invece, ci fa riflettere Silvio Valpreda, grazie alla chiarezza illustrativa delle croci che compongono la planimetria dei due cimiteri (una, fitta di piccole croci, con le croci dei 550 soldati e marina; l’altra occupata da poche grandi croci, quelle dei nove ufficiali e del cappellano di bordo) è che queste croci non registrano solo la presenza dei naufraghi, ma riflettono un sistema organizzato e gerarchizzato in base al denaro, quello della Francia di metà Ottocento dove non tutte le famiglie proletarie potevano permettersi una tomba monumentale per i propri figli, giovani di leva appena diciottenni, e che si accontentarono così della semplice croce di ferro fornita dall’esercito.

La pericolosità di cui parlava Jason W. Moore riguardo all’Antropocene è proprio questa: esso non riconosce che l’umanità è tutt’altro che omogenea nel rapporto con l’ambiente con il conseguente rischio di ignorare la disuguaglianza e la violenza del capitalismo, causa di tutte quelle catastrofi la cui responsabilità sarebbe, in questo modo, affidata a un astratto anthropos.

Al contrario, sarebbe esatto parlare di Capitalocene, che Jason W. Moore identifica come l’epoca in cui la stratificazione in classi di un sistema di potere dipende da vincoli economici che sono decisivi nel determinare le azioni dell’uomo verso l’ambiente.  Proprio alla luce di questa consapevolezza, Silvio Valpreda snoda le questioni che analizza in Serengeti, Scozia o Norvegia: “Cosa ha sconvolto il rapporto tra masai e leoni in Seregenti?”, “È proprio vero che la Norvegia, nel prediligere l’energia idroelettrica al petrolio, è mossa da ragioni esclusivamente ecologiche?”

Abbandonati i documentari che era solito guardare di ritorno da scuola, Silvio Valpreda lascia Torino e si immerge corporalmente negli ambienti che ha sempre visto attraverso uno schermo. Con i suoi “appunti da una nuova era” ci offre la sua visione, condivisibile o meno, convinto che a quest’epoca, imbrigliata nelle reti del “Dio Danaro”, niente si adatti meglio del nome “Capitalocene”. Forse tra qualche anno neppure questo nome ci soddisferà più e, a una velocità disarmante, spunteranno numerose, nuove definizioni. Senza aspettarci, ahimè, che in esse il modo di agire dell’uomo possa avere alcun tipo di alibi.

Fonte immagine copertina: Add Editore.

Sitografia: Delio Salottolo per scienzaefilosofia.com su Antropocene o Capitalocene. Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria di Jason W. Moore, Introduzione a cura di Alessandro Barberi, Emanuele Leonardi, Ombre corte, Verona 2017

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