Mentiras, racconti di tradimento dal mondo ispanico

Mentiras, racconti di tradimento dal mondo ispanico

Il mese di ottobre ha assistito all’uscita della seconda raccolta di racconti dal mondo ispanico edita dall’Alessandro Polidoro Editore: Mentiras.

Dopo il successo di Amapolas, gli studenti del Corso Specialistico in Traduzione Letteraria per l’Editoria, sostenuti dall’Istituto Cervantes di Napoli e dall’Università “L’Orientale”, si sono cimentati in una tematica ancor meno circoscrivibile, un aspetto che Marco Ottaiano, docente universitario e direttore del Corso, ha definito «vasto e inafferrabile»: il tradimento. Mentiras, le menzogne. Dal mondo ispanico novellieri noti o meno tornano a sconvolgere il lettore italiano con la sensibilità del perverso, della deviazione da un codice precostituito, ennesima lotta all’asfissiante prerogativa borghese della norma. Il vero connotato dell’uomo è proprio quell’organo malato, quell’arto che per quanto tranciato resta fantasma. La descrizione esplicita della dimensione corporea non ha una finalità prettamente estetica, ma è espressione dell’inevitabile consapevolezza di un fuoco che si scatena nella membra. Da qui, l’accostamento del tradimento alla malattia, inesorabilmente senza cura. «Si accorse che l’infedeltà non era altro che la morte, e vide infine aprirsi la porta del forno in cui il suo corpo sarebbe stato cremato».

Mentiras: mondo ispanico e fenomenologia del desiderio

Mentiras tratta dell’atto di coraggio di uscire da una tradizione di prigionia rappresentata dalle precedenti generazioni, portatrici di una morale castrante, probabile stigma di una ineluttabile caducità. «Non mi butterò nel pozzo con loro, dietro i loro tulle da bambola, i loro fiocchi e le cravatte color salmone. Ma lo feci, mi buttai, mi sposai». Mentire diventa un atto di liberazione, un momento di assoluta verità, di onestà verso se stessi. L’alienazione è fomentata da un capitalismo omologante, che detta e instilla nelle menti ragioni che censurano il sentire, per quanto puro o profano possa essere. «Tutti i miei clienti sono brutte persone. Per via della televisione le coppie hanno smesso di vivere con naturalezza le proprie relazioni. Si spiano. Camminano in cerchio».

I personaggi di Mentiras si abbandonano a quel seppure inopportuno «impeto di eccitazione». Lou Reed cantava «I’ve been set free and I’ve been bound», perché la liberazione comporta una nuova sottomissione, «imprigionato dal suo sguardo»: «quel che prima era magia si trasformò in sortilegio: con il solo attrito del suo corpo lo sottomise a un incantesimo di cui restò prigioniero per cinque lunghi anni». Si diventa ghiotti del proibito, proprio in virtù di quel senso del divieto, e anche quando si è sazi fino alla nausea non si vuole «scappare da questa bulimia emozionale». Mentiras è dunque un’indagine sulla fenomenologia del desiderio di deviazione, contro i connotati limitanti dell’uomo di quella che Massimo Recalcati definisce «clinica dei nuovi sintomi»: la costante insoddisfazione e l’impossibilità di vivere il desiderio stesso.

La prospettiva non è solo quella dei traditori, si concede libero sfogo anche alle riflessioni dei traditi. «Uno non è solo nel mondo, anche gli altri contano, anche gli altri hanno il diritto di partecipare», e il tradimento in alcuni racconti di Mentiras si traduce proprio in esclusione e isolamento. L’illuminazione del momento di passione, vissuta come abbandono o scelta (non manca per alcune di queste maschere la battuta irriverente «il mio mestiere era mentire»), ha in sé l’essenza dell’incomunicabile. L’infedeltà diventa un «fantasma», inoppugnabile intangibilità, incubo di una vita di certezza. «Penso fino a che punto una donna possa fotterti la vita, che l’unico modo per tornare a essere felice, o perlomeno diminuire l’infelicità, è farla sparire dalla faccia della terra (per non dire ucciderla)».

L’amara consapevolezza di uno stato di natura indomabile in Mentiras è allo stesso tempo afflato vivificante. «Perché vivere in pace significa morire. E io non voglio morire». La malattia si è fatta cura, il momento eternità. La turba di personaggi della raccolta si distingue dalla folla per aver scelto, scelto di osare.

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A proposito di Carolina Borrelli

Carolina Borrelli (1996) è iscritta al corso di dottorato in Filologia romanza presso l'Università di Siena. Il suo motto, «Χαλεπὰ τὰ καλά» (le cose belle sono difficili), la incoraggia ogni giorno a dare il meglio di sé, per quanto sappia di essere solo all’inizio di una grande avventura.

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