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Eroica Fenice

Yakuza

La Yakuza e il suo rapporto con il governo giapponese

La storia della Yakuza ha origini antiche ma confuse e contorte. Sebbene il suo mutuo rapporto con il governo sia quello di semi-legalità, quali sono i suoi rapporti con lo Stato?

Yakuza, origini storiche

La confusione politica che porta alle origini del brigantaggio, e che poi sfocerà nella formazione di organizzazioni a base criminale, inizia nel Giappone del VII secolo. In particolar modo con l’ascesa della classe militare, che marginalizza la nobiltà avviando così la fase del “Sengoku Jidai” che dà inizio alla scalata dei “buke o bushi” delle famiglie militari, gli unici che, a concessione del governo, potevano portare la spada. I buke diedero vita a un severo codice di condotta, il bushidō, la via del guerriero, nel quale si sottolineavano i principi di coraggio, rettitudine, benevolenza, cortesia, sincerità, onore ed un radicato senso di giustizia e di dominio di sé. Il bakufu (governo della tenda) di Kamakura diede grande importanza ai buke concedendo loro lo tsujigiri: un samurai, fermo all’angolo di una strada, poteva aggredire il primo uomo che gli si presentava davanti, al fine di provare la lama della sua nuova spada. Largamente diffuso nel periodo Tokugawa, lo tsujigiri veniva praticato dagli hatamoto, uomini della bandiera, dai rōnin, samurai senza padrone, e dagli otokodake, giovani bushi criminali. Questi si muovevano negli shōen, possedimenti terrieri amministrati dai daimyō, nei quali gli hatamoto occupavano un grado inferiore e controllavano i quartieri.[1]
Con le riforme Tokugawa iniziò a crescere ulteriore malessere soprattutto da parte degli hatamoto e di coloro che venivano esclusi dalla divisione territoriale. La riforma che prevedeva la confisca delle armi, in particolare, segnò definitivamente il congelamento della struttura sociale: imperatore, shōgun, daimyō, samurai, contadini e chonin, a ognuno dei quali fu tassativamente proibito di cambiare il proprio status sociale, quindi i poveri e i disperati non potevano in alcun modo migliorare la propria condizione di vita. Nascono così, nel malcontento sociale, vari gruppi di risposta; l’ Hatamotoyakko diventò colui che, schieratosi dalla parte del più debole, si opponeva all’oppressore guardando con disprezzo i daimyō, considerati fonte di degenerazione. Lo Hatamotoyakko era pronto a sacrificare la propria vita per i principi in cui credeva nel rispetto dell’umanità e della giustizia. Questo tipo di presentazione li rendeva piuttosto innocui, ma il loro egocentrismo li portava spesso ad aggirarsi furtivamente con fare arrogante e superiore. Dopo aver mangiato in una locanda, essi erano soliti allontanarsi senza pagare il conto affermando apertamente: “We don’t have money today”. Se l’oste si fosse rifiutato di accettare o avesse cercato di ricambiare in qualche modo, i giovani Hatamotoyakko erano pronti a reagire con la forza. Per la gente comune non era facile relazionarsi con loro dato che usavano un gergo particolare e difficilmente comprensibile. Molti gruppi usavano nomi insoliti e spesso inverosimili come Taishō Jinji gumi, banda di tutti gli Dei, scomparsa in seguito agli interventi del governo. [2]
Questo tipo di comportamento portò i cittadini ad organizzare una controparte.
I “Machiyakko“; servitori della città. Anch’essi caratterizzati da forti valori della tradizione, conquistarono presto la simpatia dei Tokugawa che usufruivano della loro maestria per imparare l’arte della spada. Grazie al loro appoggio i Machiyakko estesero la sfera di influenza su territori sempre più vasti e accolsero nei loro gruppi gran parte degli emarginati, dei samurai sbandati e dei disoccupati che popolavano la città. Nell’immaginario generale divennero gli eroi della città, decantati in molti drammi Kabuki, in particolar modo la figura di Banzuin Chōbei anche se, tuttavia, su di lui non si hanno notizie certe. Si racconta che fornì la manodopera necessaria per la costruzione di opere pubbliche, aprì una bisca, e si dedicò a una delle tipiche attività che connoterà il mondo Yakuza: il gioco d’azzardo.
Tra i predecessori della Yakuza moderna rientrano anche personaggi che si distinsero dalle masse per il loro coraggio, diventando beniamini della popolazione di Edo. Tra quelli più audaci e capaci di destreggiarsi in situazioni di estremo pericolo, emersero i Goen, i Machihikeshi e i Tobi, tutti prevalentemente impegnati nella carpenteria e nello spegnimento degli incendi, noti per il loro coraggio e per l’indole facilmente irritabile. Nascono allo stesso tempo però, le prime organizzazione criminali, a causa del malcontento creato dal bakufu, in cui la povertà e gli outcast dilaniavano il tessuto sociale. I Tekya e Bakuto, i primi erano considerati truffatori, legati al commercio di merce scadente, ma che all’interno del tessuto familiare inserirono 3 regole fondamentali, che si tramanderanno fino alla Yakuza moderna: 1) Non toccare la moglie dei seguaci; 2) Non rivelare a nessuno i segreti dell’organizzazione; 3) Sii fedele al tuo capo. L’ultima regola era presa dal codice dei samurai: assoluta obbedienza al proprio signore. I Bakuto invece sono associati alla nascita del gioco d’azzardo e si organizzarono in gruppi legati al mutuo soccorso.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la Yakuza diventa un’istituzione vera e propria; aveva sviluppato reti e si era organizzata in grandi strutture ordinate secondo gerarchie composte da molteplici bande minori affiliate a una banda al comando e, quindi, a un capo, detto kumichō (組長). Gli esempi più significativi erano la Yamaguchi-gumi, la Inagawa-kai e la Sumiyoshi-kai, ancora oggi i tre gruppi più ricchi e potenti del Giappone che contano il maggior numero di membri e bande affiliate. La fine della guerra coincise anche con un rinnovato legame tra polizia e Yakuza: l’articolo 9 imposto dal governo dello SCAP, non permetteva alle forze di polizia di portare armi, per questo motivo mantenere l’ordine pubblico continuò ad essere in parte compito della mafia, in collaborazione con la polizia.
Oggi la Yamaguchi-gumi è la più grande famiglia Yakuza del Giappone.

Organizzazione mafiosa e governo

La Yakuza è un’entità difficile da definire, per molti è vista positivamente i cui membri, elogiati ad eroi, proteggono la città dalla microcriminalità inglobandola, per altri invece è vista negativamente, come un cancro da debellare. Se si scava sotto l’eroica armatura che la Yakuza si è costruita nel corso della Storia, fatta di valori nobili e falsa moralità, viene alla luce in realtà un’organizzazione di stampo mafioso a tutti gli effetti che approfitta delle lacune del governo che non riesce ad offrire una adeguata protezione ai propri cittadini. Il governo, infatti, non ha mai perseguito legalmente la Yakuza in quanto tale, non solo perché non esiste il reato di associazione mafiosa, ma nonostante i progressi fatti dagli anni ’90 in poi, il governo in materie “antimafia” si è sempre mostrato restìo nell’opporsi al fenomeno. Nel maggio 1991 venne approvata la “Legge riguardante la Prevenzione degli Atti Ingiusti commessi dai membri delle Associazioni Boryokudan” (Boryokudanin ni yoru Futo na Koi no Boshi nado ni Kan-suru Horitsu). La legge, nota semplicemente col nome di Botaiho, rappresentò un punto di svolta nel contrasto alle Yakuza. Nel novembre 1990, la National Policy Agency giapponese (NPA) formò un gruppo composto da professori universitari ed esperti legali con il dichiarato obiettivo di preparare una legge anti-Yakuza. Le identità degli uomini coinvolti vennero tenute segrete, e  il 27 febbraio 1991 la NPA produce la propria “considerazione basilare sulla bozza riguardante le contromisure ai boryokudan”. Queste considerazioni basilari divennero lo scheletro del Botaiho, ad eccezione di un articolo che riguardava il sequestro dei profitti illegali, che venne regolato dal diritto penale. La nuova legge introdusse burocraticamente il termine boryokudan, vale a dire “un’associazione i cui membri (inclusi i membri dei gruppi che lo costituiscono) collettivamente o abitualmente promuovono un atteggiamento violento illegale” (Art.2 Par.2). Un “atteggiamento violento illegale” (boryokuteki fuho koi) venne definito come “un atto illegale che è definito dai criteri della Commissione Nazionale di Pubblica Sicurezza” (Art.2 Par.1). Le varie Commissioni Regionali di Pubblica Sicurezza vennero quindi incaricate di indicare quali fossero i gruppi shitei-boryokudan, cioè i gruppi/associazioni i cui membri correvano collettivamente o abitualmente “l’alto rischio” di dedicarsi allo sviluppo di un atteggiamento illegale violento (Art.3). La definizione di shitei-boryokudan è legata al termine “alto rischio” ed è legata alla presenza di tre criteri fondamentali: l’uso dell’influenza del gruppo per ottenere vantaggi finanziari; una determinata percentuale di membri con precedenti penali (la percentuale decresce con l’aumentare del numero di affiliati al gruppo); una struttura organizzata e gerarchica. [4]

La legge Botaiho sembrava aver messo un punto in questa collaborazione. In realtà i rapporti informali tra politica e gruppi criminali continuano tutt’ora, anche per via della legittimazione legale di cui gode la Yakuza; tutti sanno quali sono gli uffici o dove lavora la yakuza, quali sono le famiglie. Questo vero e proprio patto sociale gode di un costante e intenso rapporto tra le due parti che genera il bisogno di coesitere, un bisogno che ancora oggi è vivido; l’apparato governativo ha permesso alla yakuza di entrare in politica e nell’alta finanza, nelle istituzioni.
Tutte le attività economiche della yakuza vengono indicate con il termine shinogi (凌ぎ) e comprendono sia quelle illegali, sia quelle legali. Come ad esempio l’industria del sesso, utilizzata dalla yakuza già da prima della seconda guerra mondiale, in collaborazione con il governo giapponese, che procurava le “comfort women” per i soldati americani e giapponesi.

“The yakuza enjoy a relative acceptance by the people, national government, and local police forces of Japan. For decades the yakuza have offered services that even the national government approved, albeit not publicly. Japan places a cap on the number of lawyers allowed to practice in the country and the government is known for its reluctance to litigate. In Japan, there is approximately one lawyer per 8,500 people, in the UK there is one lawyer per 900 people, and in the U.S. there is one lawyer per 400 people.15 Because of the lack of lawyers in Japan, it is very expensive to file civil suits in Japan. Some members of the yakuza have become known as urashakai no bengoshi, lawyers from the dark side of society, and are increasingly used by citizens to solve disputes.” Così spiega l’articolo di Amanda Jones “Human Trafficking, the Japanese Commercial Sex Industry, and the Yakuza: Recommendations for the Japanese Government”, che pone l’accento sul traffico di esseri umani. Quanto sia fitto il mondo della yakuza e radicato nella stessa società giapponese è un dato di fatto, nonostante si siano fatti passi da giganti contro la criminalità organizzata negli ultimi anni; un esempio può essere la scissione della Yamaguchi-gumi, il clan più florido e potente, avvenuta a inizio anni Duemila. Tuttavia, il fatto che ancora non esista il reato di associazione mafiosa, il fatto che la legge, nonostante le nuove limitazioni, si basi sul codice amministrativo piuttosto che sul codice penale, dimostra che il governo non vuole la scissione tra di esso e la Yakuza. Far rientrare le misure antimafia nel codice amministrativo significa avere ingiunzioni al posto di pene, il che lascia intendere un certo grado di tolleranza. La storia del governo Giapponese è essa stessa legata alla storia della nascita della sua mafia, che con un rapporto di mutua collaborazione coesistono in una sorta di equilibrio, sbagliato o giusto che sia.

Fonti:

[1] Edwin O. REISHAUER, Storia del Giappone Passato e Presente, Milano, Rizzoli Editore, 1974.[2] George SANSOM, A History of Japan 1615-1967, Stanford UP, Stanford, California, 1966.
[3]ARTICOLO Non firmato, The Origin of the Yakuza, “The East”.
[4]Le Grandi Mafie – Treccani, enciclopedia Italiana.

https://www.orizzontinternazionali.org/2018/01/25/la-yakuza-ieri-oggi-patto-sociale/
https://www.japantimes.co.jp/news/2015/08/01/national/media-national/crime-report-suggests-yakuza-evolving/#.XsqCjjozbIU
https://journals.library.cornell.edu/tmpfiles/CIAR_3_2_3.pdf

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