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Eroica Fenice

Morte di George Floyd. Ennesimo caso di brutalità razziale e abuso di potere

Morte di George Floyd. L’ennesimo caso di brutalità razziale e abuso di potere

Negli ultimi giorni l’America è costretta ad accantonare il problema lockdown, mascherine e pandemia per catapultarsi nell’ultimo di una serie di casi di razzismo e abuso di potere che ancora insanguinano e atterriscono nel XXI secolo le comunità afroamericane: la morte di George Floyd. Il Covid-19 fa spazio alle macerie di un Paese che si sgretola tra odi e rivendicazioni, un Paese più diviso che mai e alimentato da un’insofferenza non più solo razziale, bensì collettiva.

Ma cosa è accaduto la sera dello scorso 25 maggio a Minneapolis, città insieme a molte altre posta sotto i riflettori?

Morte di George Floyd. Gli eventi

Il quarantaseienne George Floyd, nato a Houston in Texas, da molti anni trasferitosi a Minneapolis, nel Minnesota, lavorava come buttafuori, ma era rimasto negli ultimi mesi senza lavoro, come milioni di americani e non, per le conseguenze della pandemia. Ebbene, la sera dello scorso 25 maggio Floyd si reca nel solito negozio di Minneapolis a comprare un pacco di sigarette, porgendo però all’impiegato, un ragazzo nuovo, una banconota da venti dollari falsa. Scatta così l’allarme al 911, che afferma che Floyd fosse ubriaco. Giunge la polizia, con la quale Floyd tenta di discolparsi resistendo blandamente alle manette, mentre la stessa tenta di portarlo via con la volante. La situazione comincia chiaramente a precipitare con l’intervento del poliziotto Derek Chauvin, che ferma l’uomo tenendolo bloccato per otto minuti circa, spingendo il ginocchio contro il petto di Floyd, che supplica in estrema difficoltà «Please, I can’t breathe» (Non riesco a respirare). In una manciata di minuti Floyd muore e l’intera scena viene ripresa con gli smartphone dei presenti, finendo sul web e innescando odi e proteste contro la polizia e Trump. L’America insorge e torna forte il grido “Black Lives Matter” (Le vite nere contano).

L’ennesimo caso di brutalità e razzismo infanga i capisaldi di dignità, rispetto e uguaglianza etnico-sociale. Ancora una volta la Libertà, orgogliosamente e simbolicamente mostrata a Liberty Island, viene lesa e mortificata. Manifestazioni e rivolte stanno infiammando strade e piazze nella maggior parte degli Stati Uniti. Il coprifuoco è stato imposto in molte città, circa 1.400 persone sono state arrestate e per oltre un terzo a Los Angeles. Il Paese brucia con incendi appiccati ai commissariati e mezzi della polizia, saccheggi e distruzioni a negozi.

Derek Chauvin è attualmente incriminato con accusa riqualificata dal Procuratore di Minneapolis: l’ipotesi di reato è di omicidio volontario non premeditato, e non più colposo. Ora l’ex agente rischia fino a un massimo di 40 anni di carcere. Inoltre il Procuratore ha ordinato l’arresto degli altri tre poliziotti coinvolti, con l’accusa di complicità in omicidio volontario. Tutti e quattro gli ex agenti sono ora agli arresti. Nelle ultime ore inoltre si apprende come il carnefice in divisa avesse già ucciso Wayne Reyes, latino-americano freddato con sedici proiettili nel 2006.

Ma i manifestanti chiedono di più, accuse più severe e la parola “fine” ad una discriminazione razziale che nel XXI secolo non smette di dilagare, servendosi di abuso di potere e brutalità senza sconti. Scontri anche a Chicago e Philadelphia, dove le forze dell’ordine non risparmiano su granate stordenti. Ancora a Ferguson, nel Missouri, dove l’edificio del dipartimento di polizia è stato danneggiato ed evacuato.

E nonostante le reiterate minacce e accuse del presidente Donald Trump contro gli “anarchici”, le proteste giungono sin davanti alla Casa Bianca a Washington. Così il presidente scrive su Twitter: «Gli Stati Uniti designeranno Antifa come organizzazione terroristica». Tale è un movimento attivista politico militante, di estrema sinistra, fortemente antifascista e contrario ad ogni forma di antisemitismo, mirando a raggiungere gli obiettivi politici con l’azione diretta piuttosto che con riforme politiche. Tutto ciò diviene intollerabile per Trump, che è fermamente determinato a riportare la situazione sotto controllo, mobilitando l’esercito.

A New York i manifestanti hanno bloccato il traffico, marciando da Harlem a Brooklyn, dal Queens alla Trump Tower a Manhattan. Centinaia di arresti e decine e decine di agenti feriti.

In un ulteriore tweet di Trump si legge: «Oltrepassare le linee dello Stato per incitare alla violenza è un crimine federale. I governatori e i sindaci liberali devono essere più duri o il governo federale interverrà e farà quello che va fatto, compreso l’uso del potere illimitato del nostro esercito e numerosi arresti. Grazie». Il presidente usa il termine “oltrepassare”, ma non sono stati già abbondantemente superati i limiti del rispetto di dignità e libertà personali? Quanti omicidi si sono fino ad oggi consumati ai danni di comunità prese di mira perché relegate ai margini della società, perché di “colore”, perché ritenute ancora “diverse” e pericolose, pertanto automaticamente bersagli di violenza e abuso di potere? No, non si vuole giustificare la violenza, in nessun caso, ma è impossibile chiudere occhi e orecchie per ripararsi da lacrimogeni e pallottole sparati dagli agenti e di fronte a qualunque sorta di aberrazione. Le piazze, le auto e le vetrine bruciano, ma con esse bruciano le speranze e i diritti troppo spesso infangati e martoriati, insieme alle verità soffocate e cadute nell’oblio dell’ingiustizia e dell’ipocrisia. Paradossale nel continente votato alla libertà e ai sogni di quanti credono nella possibilità di una vita migliore, di un futuro migliore!

Nemmeno l’autopsia del corpo di Floyd sembrava votata a far luce sulla verità, escludendo inizialmente la “diagnosi di asfissia traumatica o di strangolamento”. Ma la famiglia della vittima ne chiede un’altra indipendente e dal risultato di quest’ultima si evince che la morte di Floyd è stata «un omicidio causato dall’asfissia provocata dalla compressione della schiena e del collo che ha portato alla mancanza di flusso sanguigno al cervello». A riferirlo è l’avvocato della famiglia in un comunicato. La prima autopsia ufficiale, del resto, differisce dalla seconda per un aspetto importante: per la prima solo il ginocchio del poliziotto Derek Chauvin premuto sul collo di Floyd avrebbe contribuito alla sua morte, mentre per la seconda ha avuto un ruolo rilevante anche il modo in cui gli altri poliziotti lo avevano trattenuto a terra.

La rabbia e l’indignazione crescono dunque, intonando per le strade lo slogan “No justice, no peace” (Senza giustizia, nessuna pace). A Louisville, nel Kentucky, la protesta non urla solo per Floyd, ma ricorda anche Breonna Taylor, la ventiseienne afroamericana uccisa nel suo appartamento lo scorso 13 marzo da agenti del dipartimento di polizia della metropolitana di Louisville.

Il caso George Floyd. Simbolo di un razzismo mai estirpato e abuso di potere indisturbato

Ebbene, il quarantaseienne di colore ucciso da un poliziotto bianco diviene simbolo del razzismo contro i neri ancora mai estirpato nel Paese della libertà e dell’ottimismo. E mentre l’America arde quasi tutta, la protesta giunge anche in Europa, sensibilizzando i cuori e le menti allo sprezzo della disuguaglianza e della violenza immotivata. E la notizia giunge a turbare anche l’Italia, memore del caso Cucchi, simile a quello di Floyd per quel che concerne l’uso della violenza indisturbata e dell’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine. I due cittadini, vittime d’omicidio, hanno subìto il sistema piuttosto che esserne protetti. Ma se la verità sull’omicidio del romano Stefano Cucchi (deceduto il 22 ottobre 2009) emerge a distanza di anni, nel caso di Floyd, il poliziotto Chauvin può essere subito giudicato e condannato grazie alla moderna tecnologia, che oggi consente riprese in tempo reale. Resta comunque il fatto che il caso Floyd in America appartiene a un diverso sostrato, in quanto negli Stati Uniti una questione di ordine pubblico nasconde il dilagare di un razzismo ancora troppo radicato. George Floyd è l’ultimo di una lunga lista di afroamericani uccisi da poliziotti bianchi. Ricordiamone alcuni:

  • Trayvon Martin, 17 anni, afroamericano ucciso nel 2012 in Florida dal vigilante George Zimmerman, perché segnalato come sospetto.
  • Michael Brown, 18 anni, afroamericano ucciso nel 2014 a Ferguson, nel Missouri, dal poliziotto bianco Darren Wilson, perché sospettato di aver commesso un furto.
  • Tamir Rice, 12 anni, afroamericano ucciso nel 2014 a Cleveland, in Ohio, dall’ufficiale di polizia Timothy Loehmann, perché armato di pistola giocattolo e restio ad obbedire all’ordine di alzare le mani.
  • Eric Garner, 43 anni, afroamericano ucciso nel 2014 a Staten Island, New York, dall’agente di polizia Daniel Pantaleo, perché accusato di vendere sigarette illegalmente. Proprio come Floyd, l’uomo viene bloccato a terra dall’agente e trattenuto al punto che l’uomo ripete più volte “I can’t breathe”, esalando l’ultimo respiro poco dopo.
  • Freddie Gray, 25 anni, afroamericano ucciso nel 2015 dopo essere stato arrestato dal dipartimento di polizia di Baltimora e successivamente accusato di possedere un coltello. Viene portato con la forza in un furgone della polizia, cadendo poi in coma e morendo una settimana dopo per lesioni al midollo spinale.

La giustizia è intervenuta in difesa della collettività cittadina? No, spesso le vittime di colore son morte per motivi futili o meri sospetti, privati della possibilità di difesa o replica. E la storia si ripete, sotto gli sguardi ipocriti e per mano di coloro deputati alla difesa e alla giustizia. Lo stesso presidente Trump, inizialmente mosso a compassione per l’accaduto, giunge a definire “thugs” (teppisti) coloro che manifestano contro l’omicidio di Floyd.

Come analizzato, quello di George Floyd non è un caso isolato. Stando ai dati statistici della “Mapping Police Violence”, nel 2019 la polizia negli Stati Uniti ha ucciso circa 1.100 persone. Di queste, quelle di colore rappresentano circa il 24% dei decessi, nonostante la loro presenza nel Paese non superi il 15% della popolazione. La probabilità dunque che una persona di colore subisca omicidio dalle forze dell’ordine è tripla rispetto alla medesima sorte spettante alle persone bianche. Nelle comunità afroamericane tende a diffondersi in questo senso una sensazione di terrore all’idea di incontrare un ufficiale di polizia, creando quasi una psicosi accompagnata spesso ad una palese diffidenza, non facendo altro che innescare un insano e torbido squilibrio sociale.

Due gli elementi determinanti al dilagarsi di proteste ed odi collettivi: razzismo e “police brutality”. Quest’ultima espressione viene adoperata per rendere meglio l’idea di violenza consumata, abusando del potere d’autorità in maniera illecita e indisturbata. E di brutalità si tratta a tutti gli effetti.

Ciò dimostra come la giustizia abusi del distintivo e come abbia in realtà bisogno della rabbia per poter affermarsi. La mobilitazione nelle piazze del movimento “Black Lives Matter” (movimento attivista internazionale, originato all’interno della comunità afroamericana, impegnato nella lotta contro il razzismo perpetuato a livello socio-politico verso le persone di colore) grida forte contro la violenza razziale e gli abusi, chiedendo giustizia e cambiamento.

La mentalità bigotta, improntata alla discriminazione razziale e alla violenza travestita da “giustizia”, affonda le radici nel 1776, con la pubblicazione del famoso documento Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che paradossalmente liberò dalla schiavitù degli inglesi le colonie americane, ma si continuava nella difesa delle proprie schiavitù interne. La verità è che i neri non erano considerati esseri umani, ma alla stregua di bestie: venivano scambiati e venduti, non possedendo nulla, neppure i figli, a parte l’amarezza per l’ingiusta condizione. E nemmeno l’abolizione della schiavitù – giunta nel 1863 in Arizona e nel 1865 in tutti gli altri stati di confine, ad eccezione del Kentucky -, giunta dopo anni di lotte, è riuscita a porre la parola fine al capitolo della disuguaglianza etnica, protratta nel XX secolo e conosciuta con i termini “segregazione razziale” e con la sua politica di “apartheid”.

Il livello di segregazione in un determinato territorio viene calcolato in base all’ “index of dissimilarity”, guardando a una serie di fattori, quali la percentuale di afroamericani che si spostano per produrre un reddito medio e che vive in affitto, i tassi inerenti alla criminalità e alle etnie coinvolte in piccoli o gravi reati. In definitiva, un poliziotto estrae molto più facilmente la pistola contro un nero, rispetto a un bianco, facendosi scioccamente influenzare dal contesto sociale circostante.

Diversi dipartimenti di polizia nelle grandi città americane hanno optato per una maggiore presenza di individui delle forze dell’ordine di pelle nera, azione volta all’inclusione e alla rappresentatività delle comunità spesso bersagliate. Un passo avanti, ma poco efficace, dal momento che gli agenti di colore tendono a cercare approvazione da parte dei colleghi bianchi, risultando pertanto anche più duri. Occorre dunque un rilevante numero di agenti afroamericani per bandire il rischio di “brutalità per l’accettazione”, promuovendo un meritato equilibrio nell’azione di professionisti che dovrebbero per vocazione e coscienza proteggere e aiutare tutti i cittadini, senza distinzioni e ipocrisie. La lotta è ancora e sempre aperta. Qualche battaglia viene vinta, qualche altra vien persa. Ma è importante sensibilizzare ad una pace e una giustizia sempre più urgenti e necessarie, armandosi di coraggio e abolendo qualsiasi limite. Trasformiamo dunque l’I can’t breathe in I want breathe, I want live.

 

Foto di Pixabay

Fonte: https://pixabay.com/it/photos/george-floyd-anti-sommossa-dallas-5244310/

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