Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Araba fenice: l'uccello più famoso della mitologia

Araba fenice: l’uccello più famoso della mitologia

Araba fenice: l’arte di rinascere dalle proprie ceneri | Riflessioni

Da sempre una delle figure mitologiche più affascinanti di tutti i tempi, l’Araba Fenice è un uccello mitologico capace di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Il suo motto è Post fata resurgo (“dopo la morte torno ad alzarmi“).

La Fenice deriva il suo nome dal greco phòinix, che significa “purpureo” poiché nelle tradizioni dei miti antichi spesso veniva rappresentata come un uccello di fuoco.

Alcuni, tuttavia, credono che il mito possa essere basato sull’esistenza di un vero uccello che viveva nella regione allora governata dagli Assiri.

Il mito dell’Araba Fenice arriva in occidente dall’antico Egitto, che in quelle terre chiamava questo animale con il nome di Bennu.

Il Bennu

In Egitto il Bennu era solitamente raffigurato con la corona Atef o con l’emblema del disco solare.

Identificato dagli Egizi con un passero, nelle prime dinastie, o con l’airone rosso o l’airone cenerino, il Bennu venne associato al sole e rappresentava il ba (“l’anima“) del dio del sole Ra, di cui era l’emblema.

Essendo colui che ri-sorge, venne associato al pianeta Venere, chiamato “la stella della nave del Bennu-Asar“, e citato nelle invocazioni quale Stella del Mattino.

Era considerato anche la manifestazione dell’Osiride risorto e veniva spesso raffigurato appollaiato sul salice, albero sacro al dio. Personificazione della forza vitale, fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina primordiale che all’origine dei tempi sorse dal Caos acquatico.

Si dice infatti che il Bennu abbia creato se stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Eliopoli, la città del sole, di cui era l’animale sacro. Esisteva sempre e solo un esemplare alla volta di Bennu e da qui l’appellativo “semper eadem“, sempre il medesimo.

Era sempre un maschio e viveva in prossimità di una sorgente d’acqua fresca all’interno di una piccola oasi nel deserto d’Arabia, da cui nasceva. Dopo aver vissuto per 500 anni, sentendo sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido di piante balsamiche sulla cima di una quercia o di una palma, vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l’incendiassero e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo) che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova fenice nell’arco di tre giorni, dopodiché volava ad Eliopoli e si posava sopra l’albero sacro.

All’Araba Fenice, o Bennu, sono state dedicate quattro piramidi: quella di Cheope, presso Giza, “dove il sole sorge e tramonta“; una ad Abusir, Sahura, “splendente come lo spirito Fenice“; a Neferikare, “dello spirito Fenice” ed infine quella di Reneferef, “divina come gli spiriti Fenice“.

Araba Fenice

Questo favoloso uccello sacro, dal collo, piumaggio ed ali dorate, di porpora, azzurre e rosse, becco affusolato, lunghe zampe, due piume che scivolano dal capo e tre che pendono dalla coda, per i Greci diventa la Fenice.

Storicamente parlando, viene menzionata per la prima volta nel VIII secolo a.C., in un libro della Bibbia, l’Esodo. Uno dei primi resoconti dettagliati ce lo fa, invece, lo storico greco Erodoto, circa due secoli dopo, a cui si deve l’erronea denominazione del famoso uccello, in base al verso “partendo dall’Arabia, porta nel tempio del Sole il padre, tutto avvolto nella mirra, e lo seppellisce nel santuario”.

Alludono a lei o la nominano nei propri scritti Ovidio (Metamorfosi), Tacito, Il Fisiologo, primo bestiario cristiano, Giobbe, a cui si deve il parallelo tra la fenice con Cristo, presumibilmente per via del fatto che entrambi tornavano a manifestarsi 3 giorni dopo la morte, Dante Alighieri (Inferno), Metastasio (Demetrio), Lorenzo Da Ponte nel libretto di Così fan tutte musicato da Mozart ed è considerata simbolo della rinascita spirituale e del compimento della Trasmutazione Alchemica (processo misterico equivalente alla rigenerazione umana): “Fenice” era il nome dato dagli alchimisti alla pietra filosofale, sostanza capace di risanare la corruzione della materia. I padri della Chiesa accolsero la tradizione ebraica e resero la fenice simbolo della resurrezione della carne: la sua immagine ricorre frequentemente nell’iconografia delle catacombe. Nella sua opera biblico-egittologica “Giuseppe, Maestro del Mondo e delle scienze”, Fernand Crombette associa il Bennu a Giuseppe d’Egitto che, messo a morte dai fratelli, è associato alla porpora sanguigna ma, regale, risorge glorioso ed in questo risulta anche l’anticipazione del Cristo che muore e risorge.

La fenice nel mondo

In Cina sono venerate quattro creature magiche (“I quattro Spiritualmente dotati“) che presiedono i destini del Paese e rappresentano le forze primordiali degli animali. Essi sono Bai Hu (la tigre bianca) o Ki-Lin (l’unicorno) per l’Ovest; Gui Xian (la tartaruga o il serpente) per il Nord; Long (il drago) per l’Est; e, per il Sud, Feng (la Fenice) detto anche Fêng-Huang, Fung-hwang o Fum-hwang.

Il Feng rappresenta il potere e la prosperità ed è un attributo esclusivo dell’imperatore e dell’imperatrice. Personificazione delle forze primordiali dei cieli, talvolta viene rappresentato con la fronte della gru, il becco dell’uccello selvatico, la gola della rondine, il collo del serpente, il guscio della testuggine, le strisce del drago e la coda di un pesce. Nel becco porta due pergamene o una scatola quadrata che contiene i Testi Sacri e reca scritte nel corpo le cinque virtù cardinali. Si dice inoltre che la sua canzone contenga le cinque note della scala musicale cinese, che la sua coda includa i cinque colori fondamentali e che il suo corpo sia una mistura dei sei corpi celesti: la testa simboleggia il cielo; gli occhi il sole; la schiena la luna; le ali il vento; i piedi la terra e la coda i pianeti.

Il Feng viene a volte dipinto con una sfera di fuoco che rappresenta il sole, ed è chiamato “l’uccello scarlatto“. Nato dal fuoco nella Collina del Falò del Sole, vive nel Regno dei Saggi, ad est della Cina. Beve acqua purissima e si ciba di bambù. Appare soltanto in tempi di pace e prosperità e scompare nei tempi bui. Il Feng può essere maschio o femmina e vivere in coppia. Al concepimento, è il Feng a consegnare l’anima del nascituro nel grembo della madre.

In Giappone l’Araba Fenice è un’enorme aquila che sputa fuoco dalle piume dorate e con gemme magiche che ne coronano la testa. Annuncia l’arrivo di una nuova era ed è conosciuta come Ho-ho o Karura.

Nella cultura induista e buddista, la Fenice si chiama Garuḍa ed è uno dei supremi veggenti d’infinita coscienza. Ha ali e becco d’aquila, corpo umano, faccia bianca, ali scarlatte e corpo d’oro. Narra la leggenda indù che Kadru, madre di tutti i serpenti, combatté con la madre di Garuda, imprigionandola. Garuda liberò sua madre e Viṣṇu, colpito da ciò, lo scelse come avatar (incarnazione terrestre) o destriero. Garuda mantenne un grande odio verso i Nāga (la famiglia dei serpenti e dei draghi) e ne ammazzava uno al giorno per pranzo, finché un principe buddista gli insegnò l’astinenza e Garuda riportò in vita le ossa di molti dei serpenti che aveva ucciso.

Una leggenda ebraica, invece, narra che Eva mangiò il frutto proibito, diventando gelosa dell’immortalità e della purezza delle altre creature del Giardino dell’Eden, e così persuase tutti gli animali a mangiare a loro volta il frutto proibito, affinché seguissero il suo stesso destino. Solo la Fenice, che nelle leggende ebraiche viene chiamata Khôl (עוף החול) o Milcham, rifiutò e Dio la ricompensò ponendola in una città fortificata dove avrebbe potuto vivere in pace per 1000 anni. Alla fine di ogni periodo di 1000 anni, l’uccello bruciava e risorgeva da un uovo che veniva trovato nelle sue ceneri.

Quetzalcoatl, il dio uccello (o serpente piumato) messicano aveva il dono di morire e risorgere; era considerato un grande sovrano e portatore di civiltà. Un’iscrizione Maya del 987 d.C. riporta: “Arrivò Kukulkán, serpente piumato, a fondare un nuovo stato”. I toltechi ne parlano come di un re-sacerdote, che morì nello Yucatán, forse arso su un rogo, come la Fenice.

Wakonda era l’uccello del tuono degli indiani Dakota. Per i Sioux, invece, il dio uccello era incarnazione del “grande potere superiore“, fonte di potere e saggezza, divinità generosa che sostiene il mondo e illumina lo sciamano.

Nella narrativa dell’antica Persia, la Fenice è presentata con il nome di Homa o Seemorgh.

L’Araba Fenice come ispirazione

Nel suo aspetto distruttore, di uccello che libera il mondo dal male, bruciandolo col Fuoco Spirituale, il mito della Fenice si esplica con la consuetudine, propria di alcuni grandi volatili, che sbattono le ali sul fuoco per uccidere i parassiti col fumo.

La mitologia associa alla Fenice il numero romano LXXI, ovvero 71, dove il numero 7 indica le ceneri (la fine) e il numero 1 indica la vita, l’inizio.

La simbologia che la Fenice rappresenta, ovvero la morte e la possibilità di risorgere nel quotidiano, associa questo animale mitologico alla resilienza, la capacità di non lasciarsi abbattere dalle difficoltà della vita, di reagire e di rialzarsi più forti di prima.

Molte, infine, sono state le opere ispirate alla Fenice: da Hi no Tori (La Fenice) ambizioso progetto del “padre dei manga” Osamu Tezuka, cominciata nel 1954 ed interrotta, dalla scomparsa dell’autore, nel 1989 al film Il volo della Fenice del 1965, col remake del 2004, dove Fenice è il nome di un aereo caduto tra le dune del deserto africano.

L’Araba fenice è una canzone del gruppo Plakkaggio HC, del 2007, ed una di Loredana Bertè. La Fenice è anche il titolo di un pezzo presentato al Festival di Sanremo 1984 da Santandrea ed una canzone rap del gruppo romano Colle der Fomento; Arabica Phoenix è una canzone scritta da Erik Bosio. In Gear Fighter Dendoh, la settima delle armi elettroniche porta il nome di Antica Fenice, nel manga I Cavalieri dello Zodiaco uno dei cinque protagonisti è protetto dalla costellazione della Fenice; In Ken il guerriero, uno dei combattenti più forti è Souther, maestro della tecnica della Fenice ed infine nella saga degli X-Men, il personaggio Jean Grey viene posseduta dall’entità cosmica della Fenice.

Amuleto, simbolo, leggenda, fantasia, realtà, l’Araba Fenice ha dunque esercitato e continua ad esercitare su ciascuno di noi il suo fascino, modello antico quanto attuale per una rinascita che dovrebbe essere baluardo contro le avversità che minano la nostra esistenza.

Fonte immagine: http://pikde.com/media/476537204303651552

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *