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Eroica Fenice

Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Giovanni Boccaccio è sicuramente maggiormente conosciuto per il suo Decameron, ritratto vivissimo della casistica umana – commedia umana, fra l’altro definito il testo boccacciano, in una chiarissima corrispondenza con la dantesca commedia “divina” – e ricordato per le sue vicende legate all’amico Francesco Petrarca, ma il nome del Certaldese, oltre che ad essere legato alla cultura toscana del XIV secolo è vicinissimo alla cultura partenopea; non soltanto perché ancora nel Decameron, come si ricorda, sono affrescate vicende ambientate nel Regno di Napoli, ma anche perché Boccaccio soggiornò in questi luoghi e fu immerso nella vita della corte angioina a Napoli.

Giovanni Boccaccio e il suo “noviziato” napoletano

Nei primi decenni del 1300, Giovanni Boccaccio era nel pieno di quello che viene definito il suo noviziato letterario: a questo periodo risale la sua permanenza a Napoli e significativa la cosiddetta “epistola napoletana”, nella quale l’autore mette in scena un “gioco” di rifrazioni plurime e multiformi livelli: il gusto per la quotidianità e per le maschere alter ego dell’autore e onnipresenti – tanto in maniera latente quanto in maniera patente – nella sua produzione letteraria è, in altre parole, evidentissima fin da questa primissima attestazione letteraria.

A questo periodo risalgono anche opere più lunghe e complesse: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida delle nozze d’Emilia.

La datazione, e di conseguenza l’ordine cronologico di composizione delle opere, resta al momento piuttosto incerta: molte le ipotesi ma pare inesistente, almeno per lo stato attuale delle ricerche, una prova certa e “risolutiva”; fra rimandi, indizi e ricerche filologiche pare più accreditata l’ipotesi per cui, su una linea cronologica le opere succitate possano situarsi in tal modo: Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Teseida delle nozze d’Emilia, con un andamento tutt’altro che lineare dato che molto probabilmente il Filostrato fu redatto in più stesure e durante le pause di lavorazione del Teseida delle nozze d’Emilia; in ogni caso, personalissima idea è quella per cui le opere Filocolo, Filostrato e Teseida costituiscano una triade di opere ben ragionata e ponderata dall’autore che ne fanno una sorta di trittico in cui l’analisi di ogni singolo testo risulta imprescindibile dal contemporaneo vaglio delle altre due opere.

Data la complessità della materia e dell’ingegno boccacciano, si comprende allora come la dicitura “noviziato” possa apparire più che altro una “convenzione” per distinguere questo periodo da quello più maturo e avanzato raggiunto con la stesura definitiva del Decameron.

Boccaccio a Napoli: le opere

Si è accennato alle opere napoletane e ai legami intercorrenti fra esse; ebbene, se nella Caccia di Diana la trama è volta a descrivere l’effetto benefico delle amorose donne sugli uomini – con il tramutarsi di questi da animali ad essere umani – nel Filostrato la trama segue vie contrarie: in esso né arti venatorie né catalogo di bellezze napoletane, bensì il campo di battaglia fra greci e troiani e gli effetti nefasti del “maledetto foco”. Col Filostrato, Boccaccio, insomma, mostra quali tremendi effetti può provocare un amore insano – non a caso, come già ho avuto modo di esprimere ed argomentare in diverse occasioni – vi sono chiari rimandi alla vicenda virgiliana di Enea e Mercurio (relativamente alla storia con Didone) rintracciabili anche all’interno delle Genealogia Deorum Gentilium – retto dalla passione. Non solo: Boccaccio mette in luce, fra le sue pagine, anche la debolezza del’uomo che non riesce – ottenebrato dalla lingua infuocata della passione – a ritrovare la luce della ragione. Nel Filocolo, Boccaccio presenta una situazione ancora una volta ribaltata: qui il protagonista, Florio, messo a dura prova dagli allettamenti della passione, riesce a salvarsi e a proseguire la sua peregrinatio amoris – che è altresì peregrinatio animi – diretto al raggiungimento dell’unione coniugale con la sua innamorata, Biancifiore. Il Filocolo, allora, è scritto tutto intorno all’amore pietoso e casto, tutto intorno all’amore coniugale, e mostra come invidie, gelosie, preconcetti possano ostacolare le felici e pie unioni; non solo: col suo poema, Boccaccio mette su, per il suo protagonista, una sorta di percorso di formazione, un iter che, come si diceva, da peregrinatio amoris matura in peregrinatio animi sbocciante in fortitudo animi.

In tal senso diventa suggestiva l’immagine per cui i due innamorati, finalmente riuniti, possono vivere con la giusta consapevolezza il loro amore.

Se nel Filocolo, poi, il sacrificio del protagonista era “metaforico” (la rinuncia delle gioie di fanciullo per l’acquisizione delle “faticose” consapevolezze della maturità), nel Teseida delle nozze d’Emilia si assiste ad un sacrificio umano: Arcita e Palemone, due valorosi cavalieri, duellano per l’amore di Emilia e solo dopo uno scontro in nome dei vessilli di Venere e Marte, l’unione potrà realizzarsi secondo i dettami epici.

La simmetria nelle opere del “periodo napoletano”

Come si è potuto evincere dalla brevissima riflessione qui proposta, le opere boccacciane del cosiddetto “periodo napoletano” sono strettamente correlate fra loro in armonici disegni di simmetria: se nel Filocolo l’autore trapunta le sue pagine di un amore pio, nel Filostrato ci restituisce tutte le tinte fosche di una irragionevole passione; se nel Filostrato l’amore non è stato “conquistato con fatica” ma raggiunto tramite l’intervento di un medium amoris, nel Filocolo traspare tutta la consapevolezza della fatica della conquista amorosa. E ancora, se nella Caccia di Diana, primissima opera “napoletana”, la donna è capace di “umanizzare” l’animo maschile, nel Filostrato la gelosia è cagione d’atti d’estrema disumanità; mentre nel Teseida delle nozze d’Emilia, il duello cavalleresco è innalzato verso i grandi sospiri dell’epos e dei più valorosi ed eroici codici cavallereschi.

Considerare, allora, queste opere come slegate fra loro, non facenti parte di un qualche disegno d’autore ben preciso nella mente creativa di Giovanni Boccaccio, è sicuramente banalizzazione.

Fonte immagine in evidenza: https://it.wikipedia.org/wiki/Decameron#/media/File:Waterhouse_decameron.jpg

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