Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia?

Chi era san gennaro

Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? Scopriamo in questo articolo la storia del santo patrono di Napoli e del suo “prodigio”.

Napoli non sarebbe la stessa se il suo nome non fosse legato al culto di San Gennaro. Il rapporto dei napoletani con “faccia ‘ngialluta”, uno dei tanti epiteti usati per chiamare il santo patrono, trascende la dimensione sacra per abbassarsi a quella terrena della quotidianità. Basta ricordare Massimo Troisi e Lello Arena in uno degli sketch più famosi de La Smorfia in cui interpellano San Gennaro per sapere su quali numeri puntare per la prossima estrazione del lotto; oppure, in tempi recenti, osservare l’enorme murales opera di Jorit in cui il volto del santo campeggia su un edificio di Forcella, come se fosse stato messo a guardia di quel quartiere.

Ma chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? E quanta verità c’è dietro al miracolo dello scioglimento del sangue, tema portante della sua festa che si celebra ogni 19 settembre?

Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia?

Come accade per la vita di quasi ogni santo, anche quella di San Gennaro è avvolta nel mistero. Non conosciamo con certezza né il luogo, né la data di nascita. Gli Atti Bolognesi, la fonte più attendibile sulla vita del santo, affermano che fosse nato a Benevento intorno al III secolo d.C. .

Il nome Gennaro, diffusissimo in Campania e nel mezzogiorno d’Italia, deriva dal latino Ianuarius e significa “consacrato al dio Giano” (che in latino si chiamava proprio Ianus). Questo nome veniva dato ai bambini che erano nati nel mese di gennaio, ma è diffusa l’ipotesi per cui San Gennaro si chiamasse così in quanto facente parte della gens Iaunaria da cui avrebbe preso il cognome.

La vicenda del santo si concentra attorno al IV secolo, periodo in cui divenne vescovo della città di Benevento e in cui imperversavano le persecuzioni contro i cristiani volute dall’imperatore Diocleziano. Egli venne a sapere dell’incarcerazione del diacono Sossio, capo della comunità cristiana di Miseno, e decise di andare a trovarlo in carcere per recargli conforto. Si fece accompagnare da Festo e Desiderio, due suoi amici, ma non appena giunti in città i tre furono arrestati dal giudice Dragonio, lo stesso che aveva fatto arrestare Sossio.

San Gennaro e i suoi compagni furono condannati a morire sbranati dagli orsi, nell’anfiteatro di Pozzuoli. Su questo punto della storia, le fonti propongono versioni differenti: secondo alcune la condanna venne sospesa quando Dragonio si accorse che il popolo si era impietosito per la sorte dei condannati, altre raccontano di come Gennaro avesse benedetto con un gesto gli orsi, i quali si inginocchiarono davanti a lui. Qualunque sia la versione dei fatti non cambia di certo l’animo di Dragonio, che fece decapitare Gennaro e compagni nell’anno 305 presso la Solfatara di Pozzuoli.

Gli Atti Vaticani raccontano una storia del tutto diversa: Gennaro venne imprigionato a Nola dal giudice Timoteo, che lo accusò di proselitismo. Il santo non batté ciglio quando lo torturarono, anche quando venne gettato e chiuso in una fornace ardente, dalla tradizione identificata con quella che si trova nel complesso delle basiliche paleocristiane di Cimitile. Anzi, ne uscì praticamente illeso e le fiamme finirono per bruciare i pagani accorsi ad assistere alla tortura. Fu allora che Timoteo decise di condannarlo alla decapitazione.

Il “prodigio” dello scioglimento del sangue

Nel 1579 Il vescovo Paolo Regio nella sua opera Vita dei sette santi protettori di Napoli aggiunse al racconto il dettaglio che è divenuto uno dei simboli del santo. Egli racconta di come, una volta avvenuta l’esecuzione, una nobildonna di nome Eusebia avesse raccolto il sangue del santo in due ampolle e le avesse donate al vescovo di Napoli. Il corpo del santo fu invece deposto a Benevento ad eccezione della testa che è conservata, assieme alle ampolle, in una teca del Duomo di Napoli.  

Alle reliquie di San Gennaro vengono attribuiti poteri divinatori che hanno salvato i napoletani in più di un’occasione, come durante l’eruzione del Vesuvio del 1631: una leggenda vuole che queste vennero portate in processione dinanzi al vulcano attivo, il quale cessò la sua attività.

Il prodigio (e non “miracolo”, in quanto non è riconosciuto come tale dalla Chiesa) che però identifica maggiormente il suo culto è quello dello scioglimento del sangue, il quale avviene tre volte l’anno: il 16 dicembre (in ricordo del giorno in cui avvenne la già accennata eruzione), il primo sabato di maggio e il 19 settembre, giorno della decapitazione del santo e festa patronale di Napoli. La prima attestazione del fenomeno risale al 17 agosto 1389, ma non è escluso che possa essere avvenuto anche prima.

Il 19 settembre il vescovo della città preleva le ampolle conservate in una teca dietro l’altare della cappella del Duomo dedicata al santo e le espone pubblicamente attendendo che il sangue, allo stato solido, diventi liquido. Lo scioglimento del sangue viene accolto dai napoletani come segno di buon auspicio, mentre il mancato scioglimento è presagio di tempi nefasti per la città.

Sono state avanzate diverse ipotesi per spiegare con termini scientifici il prodigio. La più nota è quella avanzata nel 1991 da Franco Ramaccini, Sergio della Sala e Luigi Garlaschelli, tre ricercatori dell’Università di Pavia che per conto del CICAP condussero un esperimento i cui risultati sono stati pubblicati dalla rivista Nature. Stando agli studiosi lo scioglimento del sangue sarebbe dovuto alla tissotropia, un fenomeno tramite il quale un liquido si scioglie quando viene agitato per poi tornare allo stato solido quando viene lasciato a riposare. Per confermare l’ipotesi lo “scioglimento” del sangue è stato ricreato in laboratorio usando sostanze simili che dovevano essere state adoperate in passato per ripetere il prodigio. Non si può però stabilire con certezza la veridicità di quanto detto, poiché sarebbe necessaria un’analisi del contenuto dell’ampolla e tale azione è proibita dalla Chiesa Cattolica.

Immagine di copertina: Wikipedia

Chi è Ciro Gianluigi Barbato

Classe 1991, diploma di liceo classico, laurea triennale in lettere moderne e magistrale in filologia moderna. Ho scritto per "Il Ritaglio" e "La Cooltura" e scrivo per Eroica Fenice da cinque anni. Amo la letteratura, il teatro, il cinema, le serie TV, la musica, i fumetti e l'arte. Preferisco scrivere piuttosto che parlare, perché sulla carta riesco a dire più cose di quanto non potrei fare con la bocca.

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